Il tempo vuoto dell’ergastolo

Cecco Bellosi sul libro Il sociologo detenuto di Alessandro Limaccio. L’ergastolo non appartiene alla cultura della pena, ma a quella della vendetta. Come la pena di morte. Semplicemente, è una vendetta consumata in un tempo infinito, invece che in un solo momento. Più vicino al supplizio che alla sedia elettrica.

Non a caso, le persone condannate all’ergastolo dopo la morte venivano messe sotto terra senza nome all’interno delle mura del carcere, in territorio sconsacrato, a continuare simbolicamente la pena. L’esatto contrario dei monaci, sepolti all’interno della zona consacrata del monastero, a continuare simbolicamente la loro scelta religiosa.
Nella sua versione antica, l’ergastolo era una forma di lavoro forzato a tempo pieno, un modo d’essere della schiavitù. Oggi è una forma infinita di tempo vuoto: la reclusione e il nulla sono la stessa cosa.
L’ergastolo moderno si è limitato a distillare nel tempo la pena di morte. Per Cesare Beccaria, a dispetto del luogo comune, l’ergastolo non era più tenero, ma più duro della pena di morte.
La dea ragione sa essere più terribile dell’integralismo religioso.
Il popolo invece preferiva, e preferisce, la pena di morte: è più spettacolare. Nelle piazze, nei circhi, allo stadio era ed è cruenta e visibile: l’ergastolo, invece, appare incruento e concretamente invisibile, quindi è essenziale.
In Europa in diversi Paesi l’ergastolo è stato cancellato.
Anche in Vaticano, coerentemente con le posizioni abolizioniste di papa Francesco.
Un passo che invece in Italia né la Costituzione né le leggi ordinarie dopo sono riuscite a fare.
Con una palese contraddizione quando si dice, all’articolo 27 della Carta, che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Nel fine pena mai sono inattivi un qualunque senso di umanità e alcuna pur lontana forma di rieducazione.
Il limite minimo per la liberazione condizionale è stato posto a 26 anni. Un termine lungo e condizionato da molti fattori, a partire dalla discrezionalità dei giudici. La messa alla prova incontra, prima ancora di essere presa in considerazione, degli ostacoli linguistici che finiscono per diventare delle ragnatele inestricabili. E così molte persone condannate all’ergastolo arrivano alla fine o vicino al termine dei loro giorni ancora in carcere.
Nonostante il luogo comune che li vede tutti fuori in tempi brevi.
L’Italia è il Paese delle chiacchiere vuote e delle galere piene, anche di prigionieri a vita.
Di più, la legislazione d’emergenza contro le mafie ha introdotto la figura dell’ergastolo ostativo: per chi è stato condannato per alcuni reati non è possibile accedere a nessun tipo di beneficio come i permessi premio o di misura alternativa come la semilibertà e la liberazione condizionale, a meno che si tratti di collaboratori di giustizia. Chi è condannato all’ergastolo in relazione ai reati previsti dall’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario deve morire in carcere. Non solo, ma anche per chi, condannato all’ergastolo, non si trova in queste condizioni, le difficoltà a uscire sono aumentate in maniera consistente.
Non a caso, si è passati dalla presenza negli istituti di pena di poco più di 400 condannati all’ergastolo a metà degli anni Novanta a oltre 1.500 oggi.
L’ergastolo trasforma la cella del condannato nella sua casa. Forse proprio per questo il Regolamento relativo al codice Zanardelli stabiliva che questa pena venisse scontata in istituti speciali che portavano inscritto il termine della condanna a vita. Non a caso, ancora oggi qualcuno chiama ergastolo il carcere di Porto Azzurro sull’isola d’Elba, a ricordo sempre più tenue di quando questo istituto si chiamava Porto Longone.
I detenuti condannati all’ergastolo abitavano quindi un carcere chiamato con lo stesso nome. E spesso rimanevano lì fino alla fine dei loro giorni. Oggi ancora una parte dei detenuti rimane lì fino alla fine della vita. Ma le loro storie sono attraversate dal nomadismo, non dalla stanzialità. L’ergastolo può essere scontato in qualunque casa di reclusione sparsa per la penisola, magari nelle sezioni ad alta sorveglianza o, ancor peggio, in quelle previste per l’articolo 41 bis. Dove alla disumanità della pena si somma quella delle condizioni di detenzione.
A ogni stormir di fronda, appare il fantasma concreto del trasferimento: per un rapporto disciplinare, per interrompere e far ripartire di nuovo il piano di trattamento prorogando all’infinito le possibilità di accedere alle misure alternative, per la decisione improvvisa di battere un colpo da parte di una burocrazia penitenziaria sempre uguale a se stessa.
Obbligano il prigioniero a trasformare la cella in casa, per dirgli poi che deve traslocare, in un luogo apparentemente uguale, ma disperatamente sconosciuto. Fino al prossimo trasloco con sacco incorporato. Questa separazione, dolorosa per ogni detenuto, dilata le sue tonalità in una persona condannata all’ergastolo. Perché deve disfare e ricostruire all’infinito. Il dolore si mischia alla rabbia, la rabbia si sfalda nella solitudine del viaggio.
Mai il detenuto è solo come durante una traduzione.
Il carcere cerca solo di cancellare le storie.
L’unica possibilità per una persona condannata all’ergastolo ostativo è diventare collaboratore di giustizia. Molti, giustamente, si rifiutano: per dignità, ma anche per paura. Fuori, ci sono i familiari, che sarebbero costretti all’ostracismo e a una vita in fuga, raminga.
In questa situazione, la storia di Alessandro Limaccio, il sociologo detenuto, rappresenta una variante apparentemente imprevedibile, ma niente affatto rara: gli innocenti dalle accuse loro rivolte e per le quali sono stati condannati.
Basta ricordare la costruzione dei primi falsi colpevoli nell’inchiesta sull’attentato di via D’Amelio a Palermo al giudice Paolo Borsellino e alla sua scorta.
Limaccio è rimasto intrappolato in un meccanismo in cui è stato accusato dal solito stuolo di pentiti sulla base del passa parola compiacente nei confronti dei giudici. Viene, per esempio, accusato e condannato per un omicidio in cui i testimoni oculari e i familiari della vittima descrivono la persona che ha sparato come un uomo alto un metro e novanta, di carnagione scura; Limaccio è alto un metro e settanta, ha gli occhi azzurri ed è di carnagione chiara.
La variante normanna dei siciliani.
Ma i magistrati, tra l’altro nel suo caso spesso gli stessi in gradi di giudizio diversi: effetti collaterali della carriera, non potevano e non volevano far cadere il castello di carte dei pentiti.
Così Limaccio si trova in carcere con persone che non conosce, in un mondo che non gli è mai appartenuto, ma che diventa necessariamente il suo mondo.
Dalle condizioni materiali: rinchiusi in dodici a Piazza Lanza a Catania in una cella di cinque metri per quattro con i letti a castello che arrivano a sfiorare il soffitto; ai trasferimenti forzati di tutti i detenuti, in particolare per quelli sottoposti all’alta sorveglianza; all’isolamento diurno per oltre due anni: quello notturno stava già nella cella singola.
Come pena accessoria.
L’ergastolo da solo, nella logica della vendetta, non basta.
In quelle condizioni ferocemente assurde, Limaccio ha provato a dare un senso alla sua vita.
Riuscendoci, nonostante tutto.
L’ergastolo non è come le altre pene. Non ha tempo, la sabbia nella clessidra non scorre; sull’ergastolano cresce l’erba, come su una tomba. Fine pena: mai, stava scritto sulla sua cartella in matricola. Fine pena: 31/12/9999, sta scritto oggi.
Una riforma lessicale irridente, la sostanza rimane la stessa.
Con la beffa di una data impossibile.
Il detenuto, anche con una pena molto lunga, può far scorrere l’orologio. L’ergastolano, a cui è stata tolta la vita, deve trovare un altro sé, che a volte è la sua parte sconosciuta.
Limaccio lo ha trovato in una fede religiosa cattolica assoluta, si potrebbe dire quasi integralista nel suo anticomunismo viscerale: l’unica cosa che proprio non mi piace del suo libro.
Essendo un comunista convinto da quando avevo quindici anni.
Ma la sua è anche una continua ricerca, e questo torna a suo merito, del dialogo interreligioso.
Lo scopre attraverso i detenuti stranieri.
«Nel calmo languore di un radioso pomeriggio di domenica, dove ogni angolo del cortile mormorava di qualche felicità misteriosamente vissuta in passato, mentre passeggiavo e dialogavo con Hetem, un kosovaro, mi ritrovai a fare una bellissima scoperta: l’integrazione è possibile al 100% non solo tra persone di culture, etnie e nazionalità diverse, ma anche tra persone di credo religioso differente. E ciò che più mi ha sorpreso è stato l’aver fatto questa scoperta in un luogo come il carcere, dove maggiori sono le possibilità che si verifichi quella che l’etnologo francese Roger Bastide ha definito “nevrosi culturale” vissuta dai membri immigrati di una comunità. Questa “nevrosi culturale” consiste in un attaccamento esasperato alla propria religione come mezzo di risposta all’ostilità che circonda gli individui immigrati e come mezzo per conservare una propria identità».
Con Hetem, ma anche con Badr, un detenuto marocchino, Limaccio decide di costituire una fucina culturale per divulgare una nuova cultura integrata e multiculturale.
All’insegna del Mahatma Gandhi: «Le religioni non sono altro che i rami che conducono a un unico tronco d’albero. Desidero che nella mia casa soffi il vento di differenti culture».
Lo sguardo dei detenuti stranieri serve anche a far capire meglio che cosa sono la giustizia e il carcere in Italia.
Racconta Humberto, un detenuto colombiano che ha partecipato come attore al film “Cesare deve morire”: «Quello che mi fa ridere amaramente è pensare che quando sarò ritornato in Colombia e mi chiederanno: “Humberto, per quale reato sei stato detenuto in Italia?”, non appena risponderò: “Perché sono stato riconosciuto come il capo del cartello di Cartagena, tutti si burleranno di me, visto che il cartello di Cartagena in Colombia non è mai esistito e non esiste tuttora. Quindi, Alessandro, credo che in Italia ci sia una situazione giudiziaria tragicomica, della quale, purtroppo, non posso che ridere amaramente. Prima di essere arrestato (unica volta in vita mia), credevo che in carcere fossero rinchiusi solo i colpevoli. Invece mi sbagliavo clamorosamente, perché il carcere è pieno di innocenti. Comunque sia, posso dirti che questa esperienza detentiva mi sta servendo moltissimo per la mia crescita spirituale».
La capacità di Limaccio sta nell’essere allo stesso tempo dentro e fuori il corpo prigioniero: dentro perché è detenuto, fuori perché ha lo sguardo dello studioso.
La sua è una vera con-ricerca.
Colpisce in particolare la storia di Giovanni, un detenuto catanese finito nelle maglie del 41 bis: «Alessandro, quando nel 1997 arrivai a Pianosa, senza neanche chiedermi le generalità fui pestato a sangue dalle guardie e buttato in una cella sporca con addosso solo i boxer. L’indomani mi dissero che non sarei stato più picchiato visto che all’Asinara nel 1992 ero stato torturato abbastanza. Ricordo che nel giro di una notte fummo trasferiti, chi a Pianosa e chi come me all’Asinara, con addosso solo quello che avevamo quando nella notte fummo prelevati nelle varie carceri della Sicilia, chi in pigiama, chi, come me, con addosso solo i boxer. Fu in quelle condizioni che ci trovarono alcuni parlamentari. Purtroppo noi detenuti subivamo continue violenze con schiaffi, pugni, manganellate e insulti. Neanche i portatori di handicap venivano risparmiati: lasciati senza stampelle e senza aiuto, si recavano ai colloqui con gli avvocati e i familiari strisciando per terra. La doccia era consentita ogni quindici giorni: ufficialmente di quattro minuti, in realtà di un minuto. Nelle celle dovevamo convivere con i topi, che sgorgavano dalla turca. Il vitto consisteva in una sbobba contenente tre maccheroni, qualche fagiolo e una patata per l’intero giorno. In cortile, due ore d’aria al giorno obbligatorie con qualunque condizione di tempo, dovevamo restare in silenzio, così come in cella, dove la luce rimaneva accesa giorno e notte».
In queste parole sta tutta l’immutabilità del carcere.
Questo trattamento ha attraversato il carcere della pacificazione, delle rivolte, dei detenuti politici, delle organizzazioni mafiose che hanno provato a mettersi contro lo Stato invece di continuare a esserne i succedanei.
Ogni volta, gli stessi pestaggi, le stesse prevaricazioni, le stesse torture.
E, all’eterno, gli stessi silenzi.
Complici.
Lo sguardo di Limaccio è sul e nel mondo delle prigioni è intenso: «Una realtà complessa come il carcere non può essere conosciuta se non guardandola dall’interno di una cella, dal lato oscuro dove diventano leggibili le sue regole occulte e si fa permeabile il mistero della vita».
Come Nels Anderson, hobo tra gli hobo nell’America intensamente nomade.
E anche un po’ anarchica. [Cecco Bellosi per ecoinformazioni]

Alessandro Limaccio, Il sociologo detenuto. Una storia etnografica, Herald He editore, gennaio 2021, 178 pagg., 15 euro.

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