La mattina del secondo giorno di eQua si apre nella sala Curò di Bergamo con un incontro intorno ad uno dei temi costituenti di Arci, talmente imprescindibile e parte del midollo spinale dell’associazione: la necessità di fare rete, creando relazioni salde e durature in grado di rendere fertile l’ambiente culturale di ogni territorio e di resistere all’emergenza, difficile e sofferente come solo una guerra può essere, con prontezza ed efficacia. Arci, Arcs, Aoi hanno partecipato con una delegazione alla carovana per la pace Stop the war now verso e da Leopoli, portando esperienze, aiuti materiali, coefficienza, efficienza e solidarietà, tornando indietro con la speranza di poter mettere al sicuro le vite di chi scappa e con la rinnovata necessità di restare uniti, cooperando da una parte all’altra del ponte di pace gettato.

In una sala attenta, Raffaella Biondi, Gaia Primavalle e Clara Archibugi sono le prime a portare la testimonianza di come Arci e Arcs intendano materialmente la solidarietà nei confronti di chi vive la guerra sulla propria pelle: accanto agli aiuti umanitari, si legge nelle immagini mostrate e nelle loro parole anche lo sforzo continuo e collettivo di legare e appoggiarsi alle realtà associative ucraine ed europee per intessere contatti, forgiando maglie indispensabili per fortificare l’aspetto umanitario dell’emergenza – e del cammino su cui proseguire poi.

Franco Uda (presidenza nazionale Arci) scandisce il tempo della guerra – 44 giorni – focalizzandosi sulla popolazione civile, e evidenziando come la risposta dell’associazione – complessa come struttura e organizzazione – sia stata tra le più complete ed immediate nell’ambito del pacifismo (italiano e non solo). È proprio per la propria capillarità Arci è stata in grado di raccogliere prese di posizione, documenti (grazie alla Rete italiana pace e disarmo) sin dalle prime mosse del conflitto, mobilitare e sensibilizzare la società civile (in piazza e nel dibattito culturale), accogliere e stringere in sicurezza le maglie della rete solidale, dando riparo alle categorie più fragili e portando l’aiuto necessario. Collaborare per Arci e Arcs vuol dire farlo con la propria sensibilità, variegata e multiforme, declinandone l’efficienza, in maniera diversificata, a prescindere da eventuali attacchi o difficoltà. «In tempo di emergenza bisogna solo limitare i danni» e fare scudo, preparando consapevolmente con tutte le forze che si possono mettere in campo il terreno per una pace futura.

L’incontro continua inevitabilmente a tornare, nelle parole e nei racconti, oltre il fronte ucraino: è Maso Notarianni, Arci Milano, a portare il pubblico, con le proprie parole (consapevolmente stanche, eppure lucide), accanto alle minoranze ancora più provate dal conflitto – come le persone transgender, rom o di etnie africane. È una guerra «ancora più cattiva» se la discriminazione contribuisce a devastare la popolazione accanto alle bombe, alle stragi, e diventa spietata se la realtà dei fatti viene distorta dalla propaganda da entrambi i lati del conflitto, famelica nel divorare gli sforzi critici di chi si oppone al conflitto, polarizzando opinioni ed idee.
Il racconto di Leopoli è incredulo sia per chi lo ha visto che per coloro che lo stanno scrivendo, e la domanda che rimane alla fine è sempre la stessa: non «quando finirà?» ma «è veramente possibile fare ancora la guerra?».

La distanza delle miglia, i linguaggi che cambiano, la fatica e i respiri strizzati in un furgone pieno di persone ed aiuti sono dipinti da Mathieu Scalino di Arci Udine con colori vividi.
Che siano le note – sentite, stonate, eppure meravigliosamente ribelli – di improvvisati cantori di strada, o la «carta velina» della burocrazia, la lucida brutalità del controllo bagagli di chi scappa alla frontiera, le persone incontrate lungo il cammino con cui condividere la strada del ritorno, ciascun particolare è insieme artiglio doloroso e ricordo prezioso da cui ripartire.


Stefano Kovac conclude il racconto della Carovana per la pace, nelle stazioni ucraine: inferno dantesco, meta e punto di partenza di centinaia di vite, costrette a cambiare nel giro di pochi minuti, affidando, appena con un’occhiata a chi hanno davanti, la propria vita racchiusa in bagagli frettolosi. Nelle sue parole, sottovoce ma in grado di echeggiare in tutta la sala, si legge una determinazione, umana ed instancabile, a continuare negli aiuti, nel supporto in Italia e all’estero, a prescindere da un lacunoso – e necessario di maggiore efficienza – supporto istituzionale.


La direttrice di Arcs (e portavoce associazione) Silvia Stilli, appena tornata da una staffetta umanitaria a Mariupol e Leopoli, ribadisce a supporto di questo discorso la ferma convinzione di non lasciare da soli gli accolti in Italia, confidando sulla capacità di far rete del terzo settore, insieme necessariamente alle istituzioni locali, puntualizzando come le persone in fuga dall’Ucraina spesso si appoggino ai propri contatti per ricominciare.


La responsabilità dell’accoglienza deve essere appunto affidata agli enti locali, nei comuni e nelle istituzioni, senza fare distinzioni di provenienza – grande discrimine della situazione attuale –
Per Matteo Biffoni, sindaco di Prato e delegato Anci per l’immigrazione, urge una risposta pronta dal governo perchè «siamo in mezzo alla tempesta» ed urge una reazione immediata, pronta, attiva e responsabile che permetta di rendere organico un meccanismo ora troppo frammentato, in modo da poter continuare ad agire efficacemente anche alla fine dell’emergenza.

Chiara Cardoletti, rappresentante in Italia di Unhcr (agenzia Onu per i rifugiati) parla, portando la sua esperienza attraverso i dati del conflitto (di immigrazione, distruzione), di una difficile «diaspora ucraina», resa ancora più complicata dall’insinuazione delle tratte illegali di persone nella rete solidale. Per combatterla, centri di ascolto alla frontiera verranno aperti per permettere la registrazione e la salvaguardia soprattutto dei e delle minori.

A Fabrizio Curcio, capo del Dipartimento della Protezione civile, spetta il compito di concludere l’incontro portando la propria esperienza sul campo a tutto tondo: il movimento per tutta Italia, il continuo verificare la tenuta dei nodi della propria struttura sono azioni indispensabili per gestire al meglio una situazione emergenziale – nazionale e immediatamente fuori dai confini, come in questo caso. Anticipare le necessità e annullare la frizione tra le situazioni più difficili e la macchina istituzionale è però sì proprio della protezione civile, eppure non si può pretendere di dare una risposta sempre di tipo emergenziale a situazioni in realtà esistenti da tempo, perché la prima non ha come struttura la possibilità di mettere radici nella quotidianità; il rapporto tra ordinario e straordinario deve venir analizzato di continuo, creando laddove sia necessario nuove impostazioni gestionali per potenziare, cambiare, far manutenzione e rendere efficienti le dinamiche ‘normali’ di attività; così come appoggiarsi al terzo settore è un prezioso aiuto, ma non può (né deve) diventare perno centrale – sfruttando al meglio la capacità locale di esprimere e la necessità generale di coordinare senza sbilanciare ciascuna delle due realtà.
[Sara Sostini, ecoinformazioni; foto di Beatriz Travieso, ecoinformazioni]

Guarda le foto di Gianpaolo Rosso e Beatriz Travieso per ecoinformazioni.

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