Vilma Conti/ Una vita di Resistenza e di impegno

Vilma Conti. O Wilma? Il suo nome lo si trova scritto in entrambi i modi, da sempre, ma è stato suo nipote Silvio a chiedermi – recentemente – di correggere sulle pagine di un libro «il nome della zia», perché lei si chiama «Vilma», con la V semplice. In ossequio a quell’italianizzazione forzata dei nomi stranieri in voga sotto il fascismo.

L’episodio, che sembra di irrilevante importanza, è però significativo di un rapporto quasi familiare con Vilma, anche per me che pure devo ammettere di averla conosciuta “tardi”, anche se mi sembra di conoscerla da sempre… Del resto siamo stati ai capi opposti del lago. Lei in Alto Lario, un po’ laghée e un po’ montanara, e io cittadino in fondo a un ramo chiuso.

Vilma alla festa dell’Anpi a Dongo, nel 2018,

Adesso che a Vilma dobbiamo dare – come si dice – l’estremo saluto, per riconsiderare la sua ricchissima esperienza di vita e di impegno politico, sono tornato a rileggere le pagine che le ha dedicato Roberta Cairoli nel volume Nessuno mi ha fermata, rivolto all’approfondimento dell’esperienza delle donne nell’antifascismo e nella Resistenza, libro che abbiamo pubblicato più di 15 anni fa (NodoLibri, Como 2005). Sono pagine frutto di una intensa ricerca storica e intrise di un profondo affetto.

Nella lunga intervista che ne è all’origine, Vilma si racconta senza rimuovere le criticità e le contraddizioni di un mondo drammatico che la sua storia personale ha attraversato. A partire dall’educazione imposta a tutte le giovani generazioni nel Ventennio, che nel suo caso si scontrava col contesto di una famiglia apertamente antifascista:

«Io ero fascista, nel senso che tutti eravamo fascisti, perché a scuola t’insegnavano ad amare l’Italia, il Re, il Duce: il Duce era una persona importante: “Aveva salvato la Patria dal disordine e l’aveva resa grande, forte, rispettata e temuta dallo straniero…”. Tutti i libri di scuola erano così impostati. Eravamo tutti inquadrati, senza capire che eravamo sotto una dittatura… sembrava una cosa normale. La mia famiglia, invece, era una famiglia di socialisti. Mio padre è sempre stato socialista e non si è mai iscritto al fascio. Mia madre… Mi ricordo che quando le donne fasciste sono andate a cercare il rame e la fede, mia madre le ha infilate fuori dalla porta e non ha consegnato né rame né fede.»

Vilma – scrive Roberta Cairoli – ricorda (riconoscendone ora l’assurdità) l’entusiasmo, l’emozione di indossare la divisa fascista, la suggestione esercitata dalla figura di Mussolini.

Continua il racconto di Vilma:

«Come mai da piccola italiana sono diventata un’antifascista? Perché ho visto quelli che scappavano l’8 settembre: qui a Dongo era passato un battaglione di militari che cercavano di andare a casa, per cui ricordo che mio padre aveva dato vestiti, scarpe, perché potessero spogliarsi. Qualcuno si è fermato in Dongo ed è andato a lavorare alla Falck, qualcun’altro è salito in montagna a fare il partigiano. Alla Falck venivano anche presi, perché i dirigenti della fabbrica erano antifascisti. Arrivavano, poi, da Como, portati dalla zia Olga, i primi ragazzi che scappavano, che non volevano andare a militare perché si dovevano arruolare nella Repubblica Sociale e così ho capito che era tutto sbagliato!»

Alla fine del 1943 Vilma non ha ancora 15 anni, essendo nata nel febbraio 1929. Sta in questa semplice constatazione la straordinarietà della sua storia.

Figlia, come si è visto, di un esponente antifascista, che fa della sua trattoria uno dei caposaldi dell’organizzazione resistenziale dell’Alto Lario, si trova naturalmente coinvolta nelle attività clandestine.

«Con un’altra ragazza, Elisabetta, la figlia di Giulio Paracchini, poi diventato comandante partigiano, andavamo sui monti a portare il pane, a portare le calze, a portare vestiti, a portare biglietti, a portare di tutto un po’. Poi, vagavo per il paese ad avvisare questo, quell’altro, a portare qualche bigliettino, perché essendo una ragazzina passavo e nessuno mi fermava. Mio padre, che faceva parte del CLN, mi mandava a portare ordini a destra e a manca anche in alcuni paesi vicini, ma non molto lontani perché, per noi, il viaggio in bicicletta, per chi aveva la bicicletta, da Dongo a Gravedona costituiva già un grosso avvenimento. Era difficilissimo spostarsi, a piedi o in bicicletta, per cui se non c’era un motivo grave per spostarsi, nessuno si spostava. Conoscevo Menaggio, per esempio, ma non avevo mai visto Como.»

Diventa così la “segretaria” di Enrico Caronti (“Romolo”), il commissario politico della 52a Brigata Garibaldi:

«Io battevo a macchina tutti gli ordini che dovevano andare ai partigiani. Lui scriveva molto. La macchina da scrivere, in un primo tempo era in casa mia. A casa mia c’era una trattoria, per ciò lui veniva lì facendo finta di prendere il caffè o qualcos’altro. Poi, fingendo di andare alla toilette, che si trovava fuori, saliva una scala entrando in una camera. Io lo raggiungevo. Così mi dettava parecchie cose. Ciò che mi dettava erano cose che potevo anche sapere. Le cose più importanti, quelle segrete, le scriveva lui e mi diceva: “Ades, tusa, va’ fö a giugà”. Per me Caronti era un idolo.»

Dopo la fine del 1944, quando viene arrestato l’intero CLN di Dongo – di cui fa parte anche Luigi Conti, il padre di Vilma – e il comando della 52a Brigata Garibaldi, Vilma si ritrova a far la spola tra Dongo e Como. È una giovanissima donna alle prese con la storia, con una grande consapevolezza del suo impegno e al tempo stesso con tutte le fragilità di una ragazzina. Il racconto dell’incontro con il padre, già trasferito a Como, già picchiato e torturato, è – per me – uno dei punti più alti della “quotidianità” della Resistenza nel Comasco:

«Non c’era in me il gusto dell’avventura: io ero convinta che se m’avessero preso con qualche cosa mi avrebbero interrogato e mi avrebbero anche picchiato, questo pensavo: per cui stavo molto attenta. […]

Le borse delle staffette erano tutte uguali, perché era un segno di riconoscimento: aveva il doppiofondo. Io adoravo la borsa di mia zia. Per cui, alcune volte, quando andavo a Como le chiedevo di prestarmela, alla fine me l’ha regalata.

Un giorno, arrivo a Como con questa borsa; mi avvicino alle carceri di S. Donnino, perché avevo un pacchetto da consegnare al papà, e vedo che arriva la Brigata Nera con quattro prigionieri, tutti e quattro di Dongo, tra cui mio padre. Due fascisti davanti, quattro dietro. Ho cominciato a chiamare: “Papà”. Lui mi guarda e mi fa cenno di andare via. Ma io l’ho seguito dal carcere fino alla casa del fascio, con le Brigate Nere che m’intimavano di andarmene, “No – dicevo – io seguo mio padre!”. Poi entrano, ed entro anch’io. Quando mio padre, sulle scale, si è voltato e si è accorto che avevo la borsa, mi ha detto, dopo, che si era preso uno spavento perché pensava che avessero arrestato anche me. Dopo un piano di scale, c’era un graduato che diceva: “Quella lì cosa ci fa qui?!” “Continua a rincorrerci perché vuole salutare suo padre”. “E lasciaglielo salutare, mandali in quella stanza!”. Infatti, mi lasciò vedere mio padre che mi disse: “Cosa sei qui a fare con questa borsa, scappa! Tanto ci chiedono solo due cose, poi ci mandano via. Stiamo tutti bene, vai!”. Invece, lì, è stato torturato un’altra volta.»

Nell’aprile 1945, Vilma è testimone – come tutto il paese di Dongo – della fine del fascismo, dell’arresto di Mussolini, della fucilazione dei gerarchi. È testimone anche della ricostruzione: di quella democratica (il padre, Luigi, è il primo sindaco di Dongo dopo la Liberazione) e di quella economica e sociale (a Dongo è presente una delle principali realtà produttive del territorio, la Falck). Si inscrive in questo orizzonte anche la scelta professionale di Vilma, che sarà per 35 anni “ostetrica condotta”, professione tipica dell’impegno sociale, emancipazionista e femminile.

Nel 1955 sposa Romano Salice, che ha un’importante ditta per la produzione di occhiali, ed entra così anche nel mondo imprenditoriale.

Vilma, insieme a Corrado Lamberti, interviene alla manifestazione antifascista del 29 aprile 2018, in piazza Paracchini a Dongo.

Non abbandona mai il suo impegno politico a sostegno dei valori espressione della Resistenza e della Costituzione. Fino a tempi recentissimi è stata al centro dell’attività dell’Anpi a Dongo e sulle sponde del lago: intensissima la sua azione per salvaguardare la memoria e per difenderla dagli attacchi del revisionismo e dell’indifferenza. La ricordiamo nelle lunghe, estenuanti riunioni in Municipio a Dongo (quello stesso Palazzo Manzi che aveva visto nel 1945 l’arresto dei gerarchi fascisti) per cercare di evitare lo smantellamento del Museo della Resistenza… In piazza a Dongo, per contrastare le lugubri messe in scena dei nostalgici fascisti non è mai mancata, e i suoi interventi sono sempre stati ricchi di spunti per ogni generazione.

Ma ci piace anche ricordarla alla prese con i ragazzi e le ragazze delle scuole, a cui non ha mai fatto mancare il racconto della sua esperienza (e già novantenne, subito prima della pandemia, era stata coinvolta dalla scuola media “Anzani” di Cantù in un lavoro sulla memoria della Resistenza). Così come ci piace ricordare le riunioni nella sua bella, accogliente casa di Gravedona, intorno al grande tavolo affacciato sul panorama del lago.

È con questa immagine, perché Vilma è davvero interprete profonda di questo mondo, che la salutiamo. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

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