Lo stupro nella città: la riflessione di Como senza frontiere

Lo stupro avvenuto a Como nella notte tra sabato e domenica 5-6 agosto è un fatto gravissimo che non può e non deve essere assolutamente rimosso dalla coscienza di questa città: vi si riconoscono molte questioni fondamentali, che andrebbero tutte dichiarate, e affrontate, contemporaneamente, per non correre il rischio di produrre una gerarchia fuorviante.

C’è il tema della violenza sulle donne, della dominazione patriarcale, che attraversa tutte le culture e che ancora non è eliminata e nemmeno ridotta. Ogni giorno sono innumerevoli le donne colpite dalla violenza di genere, che si annida nel più profondo della società, persino al centro di quella che dovrebbe essere la sua cellula fondamentale, la famiglia. I dati lo dimostrano chiaramente: la violenza sulle donne non è degli “altri”, dei “diversi”, ma è anche e soprattutto di noi. È un dato accertato che non bisogna dimenticare e che va affrontato anche quando protagoniste di un fatto di violenza sono persone che costringiamo a vivere ai margini della nostra società, ricca ma non sempre confortevole.

C’è il tema dell’esclusione sociale, appunto, che relega negli spazi di risulta della società e delle città una quota non irrilevante di persone. Non serve, in questo caso, cercare di giustificarsi indicando irregolarità e devianze: queste persone sono “fuori dalla società”, perché è la società che così ha voluto. Le persone migranti sono in condizioni di irregolarità perché non esistono, allo stato attuale dei fatti, meccanismi legali di spostamento e di accoglienza (ad esclusione delle eccezioni per alcune categorie di profughi, ma è del tutto scorretto e irragionevole voler ridurre la categoria delle persone migranti a quella dei profughi e dei “perseguitati”).

C’è il tema della repressione di questi fatti, che non può cedere in nessun caso all’odio e alla violenza. L’esperienza, anche recente, anche dei paesi “sviluppati”, dimostra che non c’è minaccia di risposta inflessibile (nemmeno della soluzione finale della pena di morte) in grado di ridurre la violenza, anzi: la violenza delle istituzioni genera una continua crescita del tasso generale di criminalità e di insicurezza. Le strade per l’affermazione della giustizia e della legalità devono essere diverse, e gli sforzi in direzione della giustizia riparativa e riabilitativa sono un buon esempio di azione.

C’è il tema dei servizi e dei diritti che la società ha il dovere di garantire a tutte le persone, nessuna esclusa. È su questo parametro che deve essere misurata la “sicurezza” della città e della società. Anche in questo caso, l’esclusione genera esclusione. E una città civile non può e non deve sottrarsi a questi doveri, scritti su tutte le carte fondamentali, dalla Costituzione italiana alla Dichiarazione universale dei diritti umani, carte che non sono optional, ma devono costituire la base dell’agire comunitario, politico e sociale. È chi non le osserva che si pone, per primo, fuori dalla società.

C’è il tema dell’incomprensione e della strumentalizzazione di tali vicende, laddove le ideologie di sopraffazione e di violenza si alimentano e trovano pretesti per moltiplicare i loro proclami e le loro farneticazioni razziste e fasciste.

E c’è ancora anche il tema delle risposte – singole, collettive e istituzionali – a queste vicende: risposte che devono essere precise, e non generiche, continue e non limitate al momento eclatante e mediaticamente sovraesposto. Se le persone non sanno trovare altro modo di reagire a questi fatti al di là della paura e della ripresa coi cellulari, se le istituzioni – sindaco in testa – non sanno mettere in campo nient’altro che dichiarazioni di maniera o – peggio – di denigrazione di tutto ciò che non si comprende e non si riconosce, è difficile immaginare che la città e la società possano ambire ad essere accoglienti e sicure per tutte le persone.

Como senza frontiere, in tutte le sue articolazioni, sente profondamente queste sollecitazioni; ha cercato di operare per risolverle, e si impegna a moltiplicare gli sforzi in comunità di intenti con tutte le realtà che vorranno condividere l’impegno. [Como senza frontiere]

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