Le forze progressiste non sono minoranza nel paese

Per molti di coloro che hanno sempre militato nel campo delle forze progressiste e di sinistra questa campagna elettorale è stata dominata da un forte sentimento di disorientamento, poiché – a fronte di una destra che si è subito coalizzata per sfruttare il premio elettorale garantito dall’incostituzionale sistema del Rosatellum – , il Pd ha scelto inspiegabilmente e con motivazioni pretestuose e infondate la rottura del campo largo.

Un campo largo che invece avrebbe permesso di contendere l’esito elettorale ad una destra tutt’altro che irresistibile, se si pensa alla pesante sconfitta della Lega, al di là del camaleontismo di Giorgia Meloni e dei suoi infuocati comizi da gazzarra. La scelta autoreferenziale e suicida del Pd è l’ennesima dimostrazione della separatezza tra quel ceto politico e il sentire del suo popolo, se è vero che un attimo dopo Letta ha stretto due alleanze rivelatesi decisamente disastrose. Infatti, la scelta di allearsi con un berlusconiano di successo come Luigi Di Maio non ha sortito un bel nulla per la lista del centro-sinistra, se non un certo discredito, stante che diversamente il partito personale di Giuseppe Conte ha visto crescere i suoi consensi oltre il 15 %. Al contempo l’apparentamento con Carlo Calenda, che senza il successivo accordo con Matteo Renzi non sarebbe stato in grado di raccogliere le firme per una sua lista, è durato solo il tempo dell’annuncio. Dopodichè Letta agitando il feticcio dell’agenda Draghi e scagliandosi ripetutamente contro il pericolo costituito dalle destre sul piano internazionale, si è preoccupato più di rassicurare il mondo delle imprese , invece di concentrarsi sulle questioni sociali e del lavoro, considerati i disastri materiali generati per la condizione lavorativa dal jobs act renziano. In questo modo ha lasciato uno spazio enorme a Conte su tutte le questioni di carattere sociale – a partire dalla difesa del reddito di cittadinanza dai proclami bellicosi e punitivi delle destre , oltre addirittura a quella della riduzione dell’orario di lavoro -, nel mentre Calenda gli rosicchiava altri consensi in particolare tra i ceti medi e il mondo delle professioni. Pertanto, l’insistenza a proposito della demonizzazione dell’avversario, finalizzata ad una polarizzazione del voto tra FdI e Pd, è risultata controproducente in assenza della declinazione di un programma alternativo e convincente a quello inadeguato, per essere eufemistici, delle destre . Solo per fare un esempio la questione dei cambiamenti climatici e della transizione ecologica per storia, cultura e primato degli interessi economici è incompatibile con gli orizzonti prettamente economicistici e affaristici delle destre ( ponte sullo Stretto, rilancio del nucleare, cementificazione selvaggia e consumo infinito del suolo, ecc. ).

In questa direzione, nonostante l’ostracismo del mondo dell’informazione e la costante irrisione di Matteo Salvini, la pattuglia di parlamentari (12 alla camera e 4 al senato ) ottenuti dalla lista Sinistra Italiana-Verdi è senz’altro in maggiore sintonia con la prospettiva della conversione ecologica dell’economia per un nuovo modello di sviluppo, evocata sabato ad Assisi da papa Francesco nel convegno organizzato a livello internazionale con mille economisti e giovani imprenditori. In ultima analisi il risultato complessivo del centro-sinistra è figlio di questi macroscopici e tragici errori, e lascia dunque una certa amarezza in quanti si auguravano un diverso scenario per il bene del paese e delle future generazioni, perché se si leggono attentamente i dati elettorali il campo delle forze progressiste è tutt’altro che minoritario nel paese. [Gian Marco Martignoni]

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