La libertà di Julian Assange riguarda anche noi

Dopo aver testimoniato con il suo lavoro le sistematiche violazioni dei diritti umani da parte di Washington e dei suoi alleati, e dopo aver subito a sua volta la repressione, oggi Julian Assange rischia di essere estradato proprio negli Stati Uniti, dove non potrà avere un giusto processo in quanto accusato di crimini in base all’Espionage Act, legge del 1917 che punisce le spie. Manifestare per Julian Assange per salvarlo dalla persecuzione, significa rimarcare i valori di una informazione realmente libera, di una società democratica, trasparente e più giusta.

Dall’aprile del 2019 Julian Assange è detenuto nel carcere di Belmarsh a Londra, a seguito dell’irruzione delle autorità inglesi nell’ambasciata dell’Ecuador per arrestarlo. Dal 2012 ha vissuto 7 anni in ambasciata e 3 anni in un carcere di massima sicurezza, per un totale di 10 anni di detenzione, di fatto, senza condanna. È a Belmarsh in attesa dell’estradizione per le accuse mosse al suo lavoro con WikiLeaks, associazione nata con lo scopo di pubblicare segreti di stato e materiale di rilevanza per il pubblico fornito da whistle-blower tramite un sistema online confidenziale. Negli Stati Uniti affronterebbe 18 capi d’accusa, 17 dei quali in base all’Espionage Act, legge del 1917 volta a punire le spie di guerra, per un rischio totale di 175 anni di carcere. Assange in questi anni è stato sistematicamente spiato dal governo americano nell’ambasciata, anche negli incontri con medici, famiglia e team legale. Un’inchiesta di YahooNews del 2021, basata su oltre 30 fonti d’intelligence statunitensi, ha rivelato inoltre come nel 2017 siano stati elaborati piani della Cia per prelevarlo dalla stessa ambasciata dell’Ecuador e persino per ucciderlo.


Il motivo di tale persecuzione sono lepubblicazioni, con la collaborazione di diversi giornali tra cui Guardian, New York Times e Liberation, di circa 80,000 file segreti e confidenziali sulla guerra in Afghanistan, 400,000 relativi al conflitto in Iraq e circa 250,000 cablogrammi provenienti dalla corrispondenza tra le ambasciate statunitensi tra il 1966 e il 2010 (uno de leaks più tristemente famosi è il video collateral murder, che mostra un elicottero Apache fare fuoco su molti civili nella periferia di Baghdad nel 2007, dove vennero uccisi anche giornalisti dell’agenzia Reuters). Attraverso il whistle-blowing e grazie al lavoro giornalistico di diverse testate, Assange mostrò che la realtà delle guerre in Iraq e Afghanistan era fatta di sistematiche violazioni dei diritti umani e crimini di guerra ai danni di civili. Avviando una lotta per la libera informazione e per la verità, tra le altre rivelazioni, rese noto che le vittime in Iraq erano state almeno 15,000 in più di quelle dichiarate.

WikiLeaks è un’organizzazione per la trasparenza, una testata giornalistica, e un metodo tecnologico per il sostegno al whistle-blowing, che si è posta l’obiettivo di ribaltare i rapporti di forza tra segreto e trasparenza promuovendo il data journalism. «WikiLeaks vuole creare una sorta di archivio sul funzionamento degli Stati moderni e mira a un nuovo illuminismo per mostrare come funziona davvero il mondo, mettendo la conoscenza a disposizione di tutti, senza distinzioni», ha affermato lo stesso Julian Assange ospite del Wired Next Fest di Milano nel 2016. Quella di Assange è una storia che si intreccia con le vicende di Chelsea Manning, di Edward Snowden e di altre e altri whistle-blower che hanno cercato di portare la verità sotto gli occhi di tutte e tutti, oltre la propaganda. Per questo, queste persone hanno pagato e stanno pagando con stravolgimenti importanti della propria vita e con violazioni sistematiche dei loro diritti da parte di governi democratici.

La consapevolezza del fatto che l’estradizione di Assange intimorirà tutti i giornalisti investigativi, mettendo in pericolo la democrazia ovunque nel mondo, ma soprattutto anche quella sempre più fragile del mondo occidentale, esiste ed è forte. Per questo è necessario decidere da che parte stare. Julian Assange non è una spia come sostengono i governi che lo vogliono incriminare, ma un giornalista che ha sfruttato le risorse della rete per svolgere un lavoro investigativo. Lo ha fatto violando sistematicamente il segreto di Stato, quando questo non veniva usato per proteggere la sicurezza e l’incolumità dei cittadini bensì per nascondere crimini e garantire l’impunità ai potenti. Ha agito pubblicando materiale di interesse pubblico, mettendo in luce le ombre di un sistema di potere descritto come benevolo ma dalle tendenze autoritarie. La libertà di Julian Assange riguarda la libertà di informazione ed è una battaglia per la possibilità di cercare sempre la verità senza essere puniti. Per questo un processo ad Assange, successivo alla sua estradizione, è un processo al giornalismo.

Per molti l’unica speranza oggi rimane la Corte Europea dei diritti dell’uomo, a cui potrà appellarsi in caso di esito negativo dell’appello che si svolgerà questo autunno. In questa attesa le manifestazioni del 15 ottobre in favore della liberazione di Julian Assange (organizzate in tutto il mondo), sono di importanza cruciale per far sentire la vicinanza delle associazioni e della società civile a una personalità che, pur tra molteplici controversie, con le sue azioni ha promosso maggiore trasparenza e democrazia nel mondo reale e in quello virtuale. A richiedere la liberazione sono oggi le principali testate giornalistiche del mondo, le principali associazioni per i diritti umani, per la libertà di informazione e anche l’Onu, che lo ha fatto sia tramite il suo Working Group on Abritrary Detection che attraverso il Relatore Speciale Onu sulla tortura, Nils Melzer, che ha visitato Assange nel 2019 riscontrando sintomi di esposizione prolungata alla tortura psicologica.

La liberazione è necessaria e richiesta a gran voce non solo per porre fine alla negazione dei diritti umani di un uomo perseguitato per le sue azioni giornalistiche, ma anche per rimarcare il diritto alla verità e all’informazione libera. Per un giornalismo d’inchiesta svincolato dal controllo e dal dominio degli apparati statali di cui tutti i cittadini e le cittadine possano beneficiare. [Daniele Molteni, ecoinformazioni]

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