Pavolini/ Essere nipoti di un gerarca fascista

Lorenzo Pavolini, nipote di Alessandro Pavolini, gerarca fascista fucilato a Dongo ed esposto con Mussolini e gli altri vertici di partito catturati a piazzale Loreto il 29 aprile 1945, è tornato sul luogo della fucilazione del padre di suo padre per presentare, nella serata di venerdì 11 novembre, il libro che racconta la difficile storia del gerarca, Accanto alla tigre [2010, Fandango Libri, 243 pagine, 10 euro] e fare i conti con una storia familiare che riflette quella di un intero paese in guerra. Guarda sul canale di ecoinformazioni i video di Michela Borghi della serata, organizzata dall’Anpi di Dongo e Lario Occidentale con Spi Cgil e Arci, coordinata da Daniela Poncia. Guarda le foto di Beatriz Travieso Pérez.

Accanto alla tigre è un libro che nasce dalla vergogna, dal silenzio, dai dubbi, e si lascia leggere attraverso domande destinate per la maggior parte a restare aperte. Matteo Dominioni, storico ed interlocutore dell’autore nel corso della serata organizzata nel ciclo di conferenze Dal 28 al 28, in occasione dei cent’anni della marcia su Roma, ha provato a porne alcune, ma Pavolini ha sostanzialmente proceduto a braccio tra ricordi, commenti sull’attualità e memoria storica.

Difficile non partire da una constatazione, come opportunamente ha fatto Dominioni: Pavolini è un gerarca molto più caro ai neofascisti di oggi che al fascismo di ieri. Certo la sua posizione sociale, derivante prevalentemente dalle sue attività intellettuali, lo rende un personaggio di spicco del fascismo di allora, ma ciò non toglie una mitizzazione di cui i nostalgici odierni non riescono a fare a meno quando si riprende la loro perlopiù inventata tradizione celebrativa (vedasi Predappio o, appunto, Dongo).
La domanda cardine del libro allora non deve tanto riguardare l’importanza storica di Pavolini, che pure esiste e non si può negare, bensì la natura della sua adesione al regime: com’è possibile che una figura talmente illuminata e colta abbia sposato l’ideologia fascista?
Pavolini si è mosso da questo interrogativo portando alla luce varie dimensioni: quella storica, quella politica e quella umana.

Alessandro Pavolini era un uomo calato nel suo tempo, e Lorenzo Pavolini ha sottolineato come a posteriori sia più facile vedere la storia, interpretarla e schierarsi. La fiducia del gerarca nella possibilità di un trionfo fascista, o quantomeno di una resistenza all’ultimo sangue come quella suggerita col ridotto di Valtellina proprio dallo stesso Pavolini, è in gran parte figlia della difficoltà di leggere la propria contemporaneità. Un presente, quello fascista di guerra civile ed occupazione da parte dei nazisti, che può in parte spiegare l’imprevedibilità dell’epoca per chi la stava vivendo.
D’altronde, però, Pavolini ha sottolineato come il padre di suo padre sia stato uno degli ultimi ad abbandonare la fiducia in Mussolini, dimostrando che la fedeltà alla camicia nera era qualcosa di più che un radicamento dovuto a mera contingenza storica.
Resta da percorrere una spiegazione antropologica, insoddisfacente se isolata ma integrativa di quella oggettiva fin qui sviluppata: l’essere umano è ambivalente, gli intellettuali ancor di più. Capaci di grandi commozioni per piccole manifestazioni dell’esistenza, quello di Pavolini non è il primo caso (si pensi a Marinetti o al poeta-soldato D’Annunzio) di adesione ad ideali violenti e belligeranti proprio a partire da posizioni colte, accettazione di disvalori oppressivi dovuta forse proprio ad un’eccessiva intellettualizzazione e, secondo Dominioni e in parte anche Pavolini, distacco dalla realtà.

L’eminenza all’interno del partito fascista non giustifica però l’esaltazione di Alessandro Pavolini da parte dei neofascisti. In primo luogo, secondo l’autore di Accanto alla tigre, bisogna distinguere il fascismo storico dalle forme xenofobe e violente di oggi. Secondo Lorenzo Pavolini è impossibile che il ventennio si replichi, non fosse altro che i suoi attori sono morti e la memoria si tramanda in modi strani, impedendo la totale riproducibilità della storia. Certo c’è un continuismo tra il regime e l’Italia costituzionale nata nel 1946, basta guardare all’identità dei magistrati e alla pressoché totale corrispondenza delle cattedre universitarie tra i due periodi; però la storia cambia e muta e secondo il relatore una sua ripetizione va esclusa. Inoltre, la globalizzazione ed i cambiamenti sociostrutturali fanno pensare piuttosto ad una perdita di senso del nazionalismo, che corrisponderebbe ad isolamento geopolitico e fallimento economico garantiti. L’estremismo di destra odierno è dunque altro rispetto a quello del ventennio.
Alla domanda che sorge spontanea riguardo le ragioni di un voto radicato a destra come quello delle recenti elezioni parlamentari Pavolini risponde che il fascismo è per lui, sulla scia di Gobetti, un’espressione di infantilismo: si cercano soluzioni facili a questioni che, come ben sa chi fa davvero politica, sono complesse ed intricate. Ma i neofascisti di oggi, quelli che si professano “fascismo 3.0” e che vanno fuori dalle scuole (è dell’11 novembre la notizia dell’attacchinaggio estremista di destra fuori dal liceo Virgilio di Milano), sono forse più ragazzi aderenti ad un’estetica accelerazionista, superficialmente superomista e televisivamente violenta, come dimostrano le varie serie di stampo criminalista e sanguinoso, che convinti emulatori delle camicie nere.

Accanto alla tigre ha portato Pavolini a confrontarsi con una parte di storia italiana difficile perché si specchia anche nel presente, insomma, ma il suo stesso confronto con l’identità del padre di suo padre, come lo ha chiamato per tutta la sera forse per distanziarsene, e sulle conseguenze familiari di questa scomoda parentela.
Il proprio legame con Alessandro Pavolini l’autore lo ha scoperto per caso, alle medie. In famiglia non se ne parlava, era il “nonno morto in guerra”. Un’immagine del libro di testo che riportava la foto dei corpi dei fascisti appesi a piazzale Loreto gli ha aperto gli occhi: leggendo il proprio cognome nella didascalia e facendo qualche indagine per conto proprio, ha scoperto la verità.
La famiglia ha tenuto nascosta questa realtà, e anche in seguito non ha voluto spettacolarizzare il proprio vissuto né in positivo né in negativo, creando una cappa di silenzio dolorosa e che per l’autore è stata a lungo un’entità eterea ma da rispettare. Poi, la vergogna nel sentirsi squadrato da chi riconosceva la sua genealogia, la difficoltà, il dolore, a fare i conti con alcuni luoghi (Dongo stessa, il cimitero Monumentale di Milano per fare due esempi lombardi) e l’incoragiamento di amici e conoscenti hanno spinto il nipote a scrivere un libro sulla vicenda di Alessandro Pavolini.

Se Dominioni ad inizio conferenza si schermiva affermando di essere uno storico e, quindi, di dialogare per mestiere con i morti, Lorenzo Pavolini ha invece intavolato, o almeno ha tentato, di parlare con i vivi, in particolare col padre. Baluardo di una memoria silenziosa, mai del tutto convinto delle aberrazioni fasciste ma, al tempo stesso, capace di educare all’antifascismo ed al pensiero libertario i propri figli, il padre compare negli ultimi due capitoli come interlocutore del figlio-narratore.
Accanto alla tigre è il racconto di un non-eroe della storia italiana, figura restaurata dai movimenti estremisti contemporanei, controversa e colpevole come molti altri furono in quell’epoca buia. Lorenzo Pavolini ha avuto il coraggio di ripercorrere fisicamente i luoghi della morte del padre del proprio padre, testimoniando del proprio libro di fronte ad una sala piena, confrontandosi con l’emozione inevitabile di un passato gravoso e mettendo la propria esperienza al lavoro per una rilettura sicuramente libertaria ma non per questo meno valida ed interessante della contemporaneità, tra incertezze, globalizzazione e nuovi estremismi. [Pietro Caresana, ecoinformazioni] [Foto di Beatriz Travieso Pérez e Pietro Caresana, ecoinformazioni]


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