La cura delle dipendenze tra catene e libertà

Grande interesse per la presentazione dell’ultimo libro di Cecco Bellosi, L’orlo del bosco: la cura delle dipendenze tra catene e libertà, che si è tenuta sabato 19 Novembre presso la Circoscrizione n. 7 in Via Collegio dei dottori a Como. Manuela Serrentino e Giusy Giupponi, presidente della Lila, hanno interlocuito con l’autore davanti a un numeroso pubblico. Cecco ha definito il suo libro un viaggio nella sofferenza delle dipendenze, della follia e delle solitudini e il titolo si riferisce proprio a quel limite che esiste tra la luce e il buio, tra ciò che è visibile e ciò che è nascosto.

C’è sicuramente un riferimento anche ad un bosco molto noto, quello di Rogoredo, abitato in condizioni di precarietà da una comunità disperata. L’accompagnamento in questo luogo è avvenuto attraverso Erika, che giovanissima, l’aveva frequentato prima di entrare in struttura. «Erika ci ha portato dentro ed è stata una visione sconvolgente tra tende di fortuna, siringhe sparse, fogne a cielo aperto. Tutti salutavano, nessuno si nascondeva. Colpivano in particolare due cose. La prima che quel mondo era una comunità, di disperati, ma una comunità: molti di loro erano meno soli lì che fuori del bosco. L’altra cosa era la loro compostezza e la loro educazione». Da questa esperienza operatori del Gabbiano hanno costruito momenti di dialogo e aperto spazi di accoglienza, con un approccio lieve per costruire legami forti e nel 2019 quasi 200 persone hanno chiesto, con domande diverse, di uscire dal bosco. Poi è arrivato lo sgombero forzato e lo spaccio si è diffuso nelle zone limitrofe, tra le pieghe dell’esclusione nella città.

Da questo racconto si evince come al Gabbiano approdino quelli che Cecco chiama “i naufraghi esistenziali”. Infatti si legge : «Si dice che al Gabbiano non manchi nessuna figurina di un immaginario album Panini delle diversità. L’Africano? Celo. Il rom? Celo. Il lumbard? Celo, tanti. Il comunista? Celo. Il fascistello? Purtroppo celo anche quello. Il cattolico? Celo. Il musulmano? Celo. Il buddista? Celo. Il vegetariano? Celo. Il vegano? Celo. L’eterosessuale? Celo. L’omosessuale? Celo. La lesbica? Celo. Il transgender? Celo. Senza contare altri tipi originali come il domatore di leoni, l’attore di belle speranze, l’analfabeta dei sogni». Il rispetto e l’attenzione verso questa diversa umanità nasce da lontano. In qualche modo Cecco ha compiuto un percorso inverso rispetto a quello di Franco Basaglia. Quest’ultimo, nel 1944 viene carcerato per la sua attività partigiana e lì conosce l’odore di urina e di merda dei buglioli, lo stesso odore lo incontra qualche anno dopo, nel 1961, quando entra per la prima volta in un manicomio, quello di Gorizia, come direttore. Cecco, invece, va a trovare suo zio internato al San Martino di Como a tredici anni e sente la stessa puzza e lo stesso odore che avrebbe poi ritrovato durante la carcerazione. In carcere conosce una  persona importante: padre Camillo, entrato a San Vittore con l’intento di capire, nell’incontro, le ragioni della lotta armata. Questa figura sarà altrettanto fondamentale per l’apertura della Comunità a Tirano. L’altro personaggio è fratel Attilio, artefice dell’apertura della Comunità di Nesso. In alcuni passaggi Cecco cita anche altri preti come Don Gallo, don Rigoldi, don Oreste, don Giusto e anche don Roberto che prima di andare in seminario, aveva lavorato due anni presso il Gabbiano. Come le storie a volte si intrecciano! Nell’immaginario collettivo spesso si vede a capo di una Comunità un prete, tanto che quando Cecco decide di accogliere al Gabbiano Annino, un sardo in liberazione condizionale dall’ergastolo, un giornale locale scrive che il detenuto è  ospite presso la comunità di Don Cecco. Nel libro c’è la narrazione di una Comunità particolare diversa da tutte le altre. In particolare vengono citate tre categorie di strutture. La prima quella che si basa sul padre padrone, tipo San Patrignano con Muccioli. La seconda è quella della Comunità clinica, dove il potere non è del padre ma del tecnico, medico o psicoterapeuta. La terza la comunità come servizio tra i Servizi; poiché ogni servizio si occupa del suo specifico (i centri di salute mentale per i disturbi psichici, i SerD per le dipendenze, i servizi sociali per i problemi sociali) serve una Comunità che sappia mettere insieme questi servizi che spesso confliggono. E poi esiste il Gabbiano, definita una Comunità nella Comunità. Cecco spiega che questo significa essere al massimo dell’accessibilità, svuotare le piazze e accogliere tutti quelli che bussano alla porta, quelli che nessuno vuole, la maggior parte dei quali vengono dal carcere e gli altri dalla strada, il cui fine è quello di restituire cittadinanza al cittadino escluso e al tempo stesso restituire l’escluso alla città. Cecco spesso afferma «Essere dentro per essere contro», per cercare di costruire un “umanesimo istituzionale”, dimostrando, con l’esperienza di chi si sporca le mani, che questo è possibile. Un altro punto cardine del libro è quello di schierarsi contro la contenzione sia fisica che chimica, pratiche scarsamente utili a fronte della fatica estenuante del dialogo, della relazione e dell’incontro. «La sofferenza prima di tutto ha bisogno di comprensione, appartiene alla vita e non conosce scorciatoie». Sembra impossibile però entrare nella dimensione della sofferenza in luoghi come il carcere, partendo proprio dai dati più recenti. Negli istituti penitenziari ci si leva la vita ben 20 volte in più rispetto alla società esterna. Quest’anno si è già raggiunto il record dei suicidi in carcere: 78 e dal 2000 ad oggi si contano 3500 decessi di cui 1240 suicidi e a questi si aggiungono circa mille atti di autolesionismo all’anno. La maggior parte dei suicidi si consuma tra i 20 e i 39 anni e nella maggior parte dei casi queste persone erano affette da patologie psichiatriche. Dire no al manicomio e dire no al carcere vuol dire cercare di «cambiare il mondo attraverso la miseria degli ultimi che sono parte della miseria del mondo».

Scomparsa la comunità, rimane l’assenza, la mancanza, il nulla. Da qui l’importanza del territorio, della permeabilità dei confini tra territorio e Comunità. Cecco cita le esperienza di Nesso e di Tirano. La prima molto provocatoria per quel territorio: aprire contemporaneamente un bassa soglia e una comunità per malati di Aids, ancora negli anni in cui questa malattia toglieva la vita quotidianamente a giovani persone. Una sfida vinta su tutti i fronti lavorando con e per il territorio, conoscendone le  tradizioni e la cultura profonda, tanto che alla chiusura, al Gabbiano è stata concessa la cittadinanza onoraria. Lo stesso è capitato a Tirano, perché il vero lavoro è quello di lottare  per la propria libertà, ma riconoscendo la responsabilità di essere tra e con gli altri, capire che essere inclusivi non vuol dire accogliere solo il simile o lavorare perché l’altro diventi simile a te. Vuol dire costruire una società meticcia, i cui protagonisti sono anche coloro di cui vengono narrate le storie all’interno di questo libro e che vi invito a scoprire. [Manuela Serrentino, ecoinformazioni]

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