Lavoro flessibile, lavoro indegno

Nella serata di venerdì 20 gennaio si è tenuta, nella sala conferenze del Museo della barca lariana di Pianello Lario, la conferenza Lavorare gratis, lavorare tutti: riflessioni sui rapporti di lavoro nel XXI secolo, lavoro precario, lavoro povero, lavoro flessibile. Sono intervenuti, moderati da Danilo Lillia di Anpi Dongo, Andrea Fumagalli, economista dell’Università di Pavia, Federico Martelloni, docente di diritto del lavoro, e Paolo Gagliardi, segretario generale Nidil di Como. La serata si è svolta all’interno della rassegna Dal 28 al 28.

Il lavoro è molto mutato, nell’ultimo secolo e ciò è avvenuto sotto diversi punti di vista: se infatti soprattutto dagli anni ’80 e ’90 la globalizzazione ha interconnesso i poli produttivi mondiali in modo inedito (anche alla luce del superamento dei blocchi dovuto alla caduta del Muro di Berlino), d’altra parte i movimenti sociali degli anni ’50, ’60 e ’70 hanno portato, in Europa, ad un riconoscimento della persona-lavoratore impensabile agli albori della società industriale e capitalista. Di fronte a delocalizzazione, finanziarizzazione e corsa sempre più incessante ai profitti, però, il lavoro ha progressivamente perso rilevanza. Questo, come ha sottolineato Gagliardi, non è avvenuto solo sul piano strettamente economico, portando a perdita di potere d’acquisto e calo dei salari a fronte dell’inflazione, ma anche sul piano per così dire antropologico. «L’aggettivo “precario”, dal latino, ha radice nel verbo che significa “pregare”; “flessibile” rimanda all’azione di flettersi. Se è vero ciò che dice Lacan che non è l’uomo a fare il linguaggio ma è il linguaggio che fa l’uomo, che il lavoro di oggi si fletta e preghi è significativo».

Paolo Gagliardi

Chiaramente, non è il lavoro, ma l’uomo in sé a flettersi. Un piegamento che Gagliardi individua nell’adattamento al sistema produttivo sia sul piano della circolazione (produzione di merci, scambio, consumo volti al profitto) ma anche su quello dei desideri e del modello umano che il capitalismo promuove. Citando Marcuse, si può dire che con la globalizzazione e la post-modernità l’umanità sia diventata effettivamente monodimensionale, cosa che spinge ad un’atrofizzazione delle capacità immaginative che conduce ad accettare il poco che si può avere in termini di salario e consumi piuttosto che a pensare sul piano teorico e pratico a come cambiare il sistema.

Federico Martelloni, intervenuto da remoto

Il binomio globalizzazione-precarizzazione non è, ovviamente, analizzabile solo sul piano ideologico (nell’accezione marxiana del termine) attraverso l’economia dei desideri. Bisogna, e la conferenza si è strutturata in questo senso, scendere sul piano strettamente economico ed osservare, parallelamente, come la collusione politica-economia-diritto abbia ri-legato il lavoro nelle catene che soprattutto la stagione dei movimenti sembrava aver allentato.
Serve notare allora, e giustamente Fumagalli ha posto l’accento su questo aspetto, che la tecnologizzazione post-moderna non ha valorizzato solo i desideri come qualcosa di indotto dai padroni verso merci fondamentalmente prescindibili, ma ha anche fatto nascere quella che si può definire economia dell’immaginario e della conoscenza. Formulando un brillante parallelismo con lo slogan programmatico del femminismo della seconda ondata, “il personale è politico”, Fumagalli ha fatto notare che anche lo sviluppo e l’utilizzo dei social, delle tecnologie e delle app, è un aspetto che il capitalismo contemporaneo mette a valore. L’intelligenza di chi programma, ma anche di chi utilizza i dispositivi diventa materia di profitto per chi quei dispositivi li distribuisce, eppure non c’è alcun corrispettivo salariale all’uso di questi oggetti, alla vita quotidiana insomma, così come la cura non era salariata al tempo in cui le femministe portavano avanti la rivendicazione sul lavoro di cura.
Senza un piano welfaristico che da una parte garantisca la vita a tutte e tutti e, dall’altra, riconosca quello che si può definire sfruttamento quotidiano, è difficile pensare di de-precarizzare il lavoro.

Andrea Fumagalli, intervenuto da remoto

De-precarizzazione ulteriormente complicata dal fatto che il diritto si è progressivamente allontanato dalla tutela del lavoro dopo che, dopo il fascismo, questo tema era stato invece fondamentale. Un esempio chiaro, portato da Martelloni, è la legge del 1960 contro il caporalato ed il decentramento produttivo che faceva sì, cosa che oggi manca, che il proprietario fosse diretto responsabile del lavoro tanto sul piano economico quanto su quello delle condizioni produttive.
Il lavoro è per sua natura gerarchizzato, dato che presuppone che ci sia un datore di lavoro e dei lavoratori a lui subalterni; essendo il lavoro citato nell’articolo 1 della Costituzione, questo dislivello fa problema perché legittima una gerarchia e, almeno sul piano economico, un dominio che viene però posto come base fondamentale dello stato. Serve allora mitigare o quanto meno ridurre lo spazio di manovra di chi è al vertice rispetto ai lavoratori per permettere un lavoro e dunque una società giuste. Il problema è che, dagli anni ’90 in poi sono state messe in vigore una serie di leggi e riforme che hanno sancito la vittoria del neoliberismo svincolando dalle proprie responsabilità i proprietari rispetto ai loro dipendenti. Il Jobs act, secondo il relatore, è l’apoteosi della violenza capitalista sul lavoro, dal momento che permette contratti di lavoro a tempo determinato e a breve termine anche senza motivazione specifica.
Il ruolo della società civile, dei sindacati, degli operai auto-organizzati in fabbrica non è però inutile: Martelloni ha sottolineato che recentemente lo scontento sociale ha almeno parzialmente orientato anche il corso giuridico, portando a sentenze favorevoli ai lavoratori che hanno riconosciuto il lavoro nella sua centralità e dignità contro precarizzazione e corsa al profitto. Se la società si muove le sovrastrutture non possono non prenderne atto e almeno parzialmente adeguarsi.

Danilo Lillia

Il pubblico della serata ha sollecitato chiarimenti su come si possa cambiare questo lavoro gratis perché precario in un lavoro degno di questo nome, dove si lavora gratis perché si lavora effettivamente tutti in quanto umani; un altro problema importante è sembrato essere il ruolo della politica in questo quadro di capitalismo postmoderno.
La prima questione si è legata anche alla domanda conclusiva di Lillia, su cosa effettivamente si possa fare. Riforma del welfare, revisione equa della questione fiscale alla luce dei reali possessi e dei redditi e politiche del lavoro dignitose e tutelanti fin dalla catena dei subappalti per arrivare al luogo di lavoro sembrano essere le questioni che, nonostante la propria grandezza e complessità, sono più urgenti.
D’altra parte, Martelloni prima e Gagliardi poi hanno sottolineato come la politica svolga un ruolo centrale nella dinamica capitale-lavoro-società. Il diritto, secondo il docente, dev’essere il braccio giuridico tramite cui responsabilizzare i proprietari spostando l’attenzione del profitto sfrenato alle condizioni di lavoro.
Gagliardi ha notato invece che la società civile (e il sindacato in primis) è messa di fronte ad una scelta difficile, essendo corpo intermedio tra i cittadini ed una politica che sempre meno risulta essere un polo credibile. Di fronte a questa intermediazione verso il nulla, la scelta è se riorganizzare la propria azione in un senso forse più pratico ed in una certa misura antagonista in nome degli interessi dei lavoratori o se invece sostituirsi all’interlocutore istituzionale che al momento sembra non esserci.

In generale, Lavorare gratis, lavorare tutti ha posto chiaramente una questione: ogni intervento per rendere vivibile il capitalismo, essendo compiuto all’interno del sistema, arriva in ritardo rispetto alla realtà concreta e storica. Questo ritardo strutturale d’azione, e la questione del lavoro postmoderno dovrebbe mostrarlo in modo lampante, viene pagato esclusivamente dalle persone. Le condizioni del lavoro sono drammatiche e la corsa al profitto rischia di renderle sempre più gravi: il fatto che la stretta contemporaneità porti anche in Occidente il capitalismo della guerra di cui, fino a prima del 2022, si sentiva parlare senza averne piena coscienza, è indicativo della priorità che il capitale ha sulla vita nel XXI secolo.
Riforme economiche e di diritto del lavoro sono sì fondamentali per consolidare un sistema tutelante del lavoro, ma alla luce della realtà sembra difficile pensare che senza un movimento forte, dal basso (guidato perché no dal sindacato o comunque da una società civile organizzata e non disposta a compromessi politici e partitici) possa realmente cambiare qualcosa. Il percorso è arduo e ripido ma, dato quanto negativa è la situazione, una consolazione potrebbe essere che almeno trovare un punto di partenza non dovrebbe risultare troppo difficile. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

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