Dieci anni dopo, naufragio a Como

«Quando ci riferiamo al Mediterraneo come ad un cimitero, stiamo usando un’espressione estremamente riduttiva. Il fatto che l’acqua sia simbolo di morte è uno dei crimini non minori della nostra “civiltà”». Non servirebbe aggiungere altre parole a queste, di Fabio Cani, portavoce di Como senza frontiere, per descrivere il clima di rabbioso lutto che ha permeato la “presenza” in memoria delle vittime della strage di Lampedusa a dieci anni dalla tragedia, nella serata del 3 ottobre, a Como.

Eppure, qualche parola bisogna cercare di dirla, ed è quello che hanno fatto i circa cento astanti radunatisi per cercare di tenere vivo un ricordo che si avvicina troppo, davvero troppo strettamente ad un presente che ricalca il passato: le morti in mare sono cosa di ieri così come di oggi e, data la politica criminale degli stati europei, realisticamente anche di domani.
In prima linea, a parlare, don Giusto Della Valle, sempre più baluardo forse in parte controvoglia di una parte politica, quella a sinistra, che si definisce a ragione umanitaria ma fatica a condurre ad azione le proprie rivendicazioni. Dunque è il parroco di Rebbio, titolare inamovibile dell’apparato di accoglienza comasco, totalmente insufficiente per quanto riguarda l’attivazione dei circuiti istituzionali, a muovere le accuse più pesanti.
Un’immagine quasi romanzesca: il prete è affiancato da un manipolo di ospiti della parrocchia reduci da quel mare che ormai significa morte che, in un italiano di fortuna, un po’ ringraziano la “bella Como” un po’ ci ricordano che è necessario interrompere gli accordi tra l’Italia ed i paesi che ospitano lager e lucrano sulla disperazione delle persone migranti. Il parroco rincara, affermando che Como dev’essere accogliente per tutti, non solo per i ricchi turisti, e ricorda che non bastano le buone intenzioni che pur tipicamente sono associate alla chiesa di cui è rappresentante, ma serve un’azione politica concreta, quotidiana, dal basso, per costruire un fronte di responsabilità non solo civile, ma anche politica.

Che ci siano delle persone, non poche, aperte a questo tipo di discorsi è chiaro, lo confermano gli interventi delle persone presenti.
Italo Nessi, di Medici con l’Africa («con», ha sottolineato, «non per»), sintetizza ciò che hanno detto in molti affermando che il riconoscimento della comune natura umana è il punto di partenza per rompere il muro dell’indifferenza che è uno, si potrebbe dire, degli oltre settanta costruiti dal 1989 ad oggi. Quell’anno cadeva il Muro di Berlino, che si pensava fosse l’ultimo; il 3 ottobre 2013 si sperava fosse l’ultima strage di mare. Non lo è stata.
Nemmeno riconoscere le persone dietro ai numeri però, sembra bastare più, e lo ha ricordato Fabio Cani: facendo delle proiezioni in base stime di Associated Press, dal 2013 ad oggi le onde del Mediterraneo potrebbero essere le lapidi acquose di oltre centomila persone. La necessità di dare nomi e volti, è la statistica ad imporlo, va affiancata e non più contrapposta a quella di fare i conti con dati numerici che sono ormai inimmaginabili, quasi incomprensibili per certi versi.

L’azione politica è necessaria è urgente, il proliferare di Cpr e di decreti assurdi sulla gestione dei flussi migratori lo dimostrano. Como, nella serata del 3 ottobre, ha cercato di dare un contributo quantomeno simbolico: il lungolago Trieste si è riempito di barchette di carta (non molto più fragili delle imbarcazioni di fortuna con cui migliaia di persone intraprendono la rotta mediterranea) e una di esse, la più grande, è stata calata nelle «acque abbastanza amichevoli» del Lario. È affondata senza vittime, a differenza dei barconi che quasi quotidianamente, da anni, naufragano nelle acque del mare nostrum.

Durante questo naufragio senza spargimenti di sangue, il resto dei e delle manifestanti ha girato in cerchio in quella che ormai da anni è la marcia per i nuovi desaparecidos, al termine della quale sono stati letti i nomi di alcuni dei morti uccisi dalla fortezza-Europa; per primo, quello di Youssouf Diakite, morto non a Lampedusa ma a Balerna, in Svizzera italiana, fulminato mentre cercava di superare la frontiera nascosto tra due vagoni di un treno locale.
L’Europa uccideva nel 2013 e da allora è cambiato troppo poco perché, dieci anni dopo, qualcuno possa raccontare una storia diversa. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

Guarda la fotonotizia

Guarda tutte le foto di Dario Onofrio su Google foto

Leggi l’intervento di Manuela Serrentino

Guarda i video della serata

About The Author

Ecoinformazioni è un circolo Arci

Anche ecoinformazioni in Pressenza

Scopri di più da [Arci - Giornalismo partecipato]

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere