Riflessione da “Io sono confine” di Sharam Khosravi

Le migrazioni, presenti in ogni continente, hanno ovunque le stesse caratteristiche e simili
sono le storie dei migrati e richiedenti asilo, in particolare di coloro che cercano di varcare i
confini senza i necessari permessi e documenti. Proviamo a guardare il confine proprio dalla
parte di chi è escluso. Dalla parte di queste persone, “invisibili , vittime da un lato di
cambiamenti climatici, conflitti etnici, povertà estrema, assenza di futuro. La frontiera
«segnala che chi sta dall’altra parte è diverso, indesiderato, pericoloso, contaminato, persino
non umano».

Di questo “altro” sconosciuto, in verità, non sappiamo nulla: gli neghiamo
persino la storia o la parola, o lo rappresentiamo secondo le nostre precostituite e interessate
categorie. Mettiamo in atto un processo di esclusione frutto di una costruzione sociale
fondata sull’identificazione tra territorio, stato, popolo e cittadinanza.  Concetti non banali
sui quali nei secoli si sono formate le democrazie occidentali, nelle quali il diritto alla
libertà, alla giustizia, alla welfare è limitato a coloro che appartengono alla comunità, che
sono cittadini. I richiedenti asilo non identificati e i migranti senza documenti rappresentano
un «elemento inquietante soprattutto perché, spezzano l’identità tra uomo e cittadino, Non
sorprende dunque che siano visti come una minaccia politica e simbolica alla sovranità e
purezza nazionali. Attraverso il discorso e la normativa politico-giuridica, questo sistema
crea un essere umano il cittadino di uno Stato-nazione, ma anche un sotto-prodotto, un
«residuo» politicamente non identificabile, un «essere non più umano» Trasgressori di
confini, poveri, senzatetto, clandestini e richiedenti asilo non identificati sono tutti visti
come una minaccia al benessere del corpo sociale. Per alcuni gruppi di persone il
superamento dei confini è un aspetto inevitabile della vita, un modo di essere nel mondo.
Anzi in molte parti del mondo esiste una vera e propria cultura del “partire” poiché
l’emigrazione è la sola prospettiva di sopravvivenza. Ma se partire è quasi ovunque
consentito, l’accesso in altri paesi non è libero, bensì regolamentato da norme a tutela
dell’unità, incolumità e “purezza” della comunità. I movimenti di persone da un paese
all’altro avvengono sulla base di accordi tra paesi e l’esibizione di documenti (documenti di
identità, passaporti, visti)) o attraverso il riconoscimento di uno stato di necessità che
normalmente è successivo all’ingresso. Il sistema dello Stato-Nazione è stato costruito da
persone che non eravamo noi non molto tempo fa, siamo quindi liberi di disfarlo, rifarlo,
farlo differentemente. Il Mar Mediterraneo per esempio non era così anni fa, non è sempre
stato un confine. Il Mar Mediterraneo era un canale di comunicazione, di commercio e di
viaggi, le persone attraversavano in mare da Sud a Nord e da Nord a Sud per lavorare,
studiare, conoscere il mondo. Oggi è un confine, un confine militarizzato e non c’è
possibilità di andare e venire, non c’è mobilità ma solo migrazione e in particolare
migrazione irregolare. La scelta di quale tipo di civiltà, di cultura e società vogliamo essere
è determinante. Quando salvare un uomo che sta affogando, dare da mangiare a una donna
affamata, prendersi cura di una persona malata è criminalizzato, cosa ci resta? Cosa resta di
una cultura, di una civiltà quando la solidarietà è criminalizzata, quando l’accoglienza è
criminalizzata? Quando la gentilezza e la compassione sono criminalizzate? Forse solo
quando la patria sarà sparita e l’umanità smetterà di essere territoriale avremo la possibilità
di diventare davvero umani. [Manuela Serrentino, ecoinformazioni] [Foto Dario Onofrio, ecoinformazioni]

[Riflessione dalla lettura del libro Io sono confine di Sharam Khosravi (antropologo iraniano) letta da Manuela Serrentino alla Presenza di Como senza frontiere il 3 ottobre, Lungolago Trieste Como]

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