Berlinguer e Bettazzi

Non ho potuto rivedere il film Berlinguer, la grande ambizione all’Astra la scorsa settimana. Mi è dispiaciuto perché era presente il regista ma l’avevo però visto al Gloria, appena uscito nelle sale. Questo ritorno a Como è stata occasione di dibattito con tanti amici.

Premetto che, per me, Enrico Berlinguer è stato una figura importante nel mio percorso sociale e politico. I valori che ha sempre sostenuto – democrazia, confronto, dialogo – miravano a creare benessere per tutti e sono stati, per me e per tanti altri, un principio di vita. Così come lo è stata l’austerità, una scelta non compresa in quegli anni, che doveva servire a limitare le disuguaglianze che si stavano sempre più accentuando. Alla sua morte, ricordo di aver pianto, come immagino aver fatto in molti, perché non moriva solo un uomo, ma morivano soprattutto idee per un’Italia, per un Paese, migliore e più giusto; un’idea di società che aveva coinvolto la classe operaia, uomini, donne, giovani, tante persone in difficoltà. Cose che il film rappresenta bene. Solo un aspetto è stato dimenticato nel film come nell’appassionato intervento di Cuperlo al Festival dell’Unità, del luglio scorso. In entrambi i casi non è stato citato uno dei fatti politici e culturali più importanti della metà degli anni ’70: il carteggio tra Luigi Bettazzi, allora vescovo di Ivrea e presidente di Pax Christi, ed Enrico Berlinguer.

La prima lettera che Bettazzi inviò a Berlinguer risale al 1976, e la risposta arrivò un anno dopo sul settimanale Rinascita. Quegli scritti furono, per me e per tanti altri, un momento di apertura, una sorta di festa. Nonostante Papa Giovanni e il Concilio, noi cattolici che votavamo a sinistra – una scelta convinta e consapevole – eravamo spesso poco considerati nelle nostre comunità e relegati ai margini.

Noi “cattocomunisti” avevamo pubblicizzato e votato per il No al referendum sul divorzio, eravamo stati protagonisti degli scioperi per i dirittidei lavoratorie e delle manifestazioni contro la guerra del
Vietnam e a altri popoli oppressi, sostenavamo l’obiezione di coscienza contro le spese militari,
condividevamo l’azione con diversi preti che per questo avevano dovuto allontanarsi dalla propria parrocchia.

Spesso mi chiedevano se andassi ancora a Messa la domenica. Molti membri della comunità cattolica non capivano, e ancora oggi non comprendono, il legame tra la nostra scelta sociale e la nostra fede.

Il carteggio tra il vescovo Bettazzi ed Enrico Berlinguer contribuisce a stimolare riflessioni. Bettazzi sottolineava come operai, immigrati e diseredati guardassero al Pci come una speranza per il
rinnovamento di una società in cui trovare sicurezze.

Considerazioni evangeliche, impegni che la lettera di Berlinguer confermava, aggiungendo
un grande impegno contro il nucleare e per la Pace. Ed è quindi un vero peccato che né Cuperlo né Segre abbiano parlato della relazione poitica e ideale tra Berlinguer e Bettazzi.

Ora i tempi, si usa dire, sono cambiati. Francamente io non capisco certe posizioni di tanti miei amici, contrari, per esempio, all’immigrazione, alla riforma delle carceri e all’affermazione dei diritti delle persone.

E’ difficile attualizzare quegli anni. Oggi di politica si parla sempre meno e la violenza avanza. [Luigi Nessi, ecoinformazioni]

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