Estelli/ Ci sono donne e uomini che scelgono

«Ci sono donne e uomini che scelgono. Scelgono di restare fedeli alla ragione, anche quando la cronaca racconta un mondo che l’ha smarrita, piegando la morale al profitto. Scelgono la democrazia, anche quando tornano seducenti le scorciatoie dell’ordine. Scelgono la pace, anche quando la guerra pretende di diventare la norma e reclama l’assuefazione delle coscienze. Scelgono il pensiero, anche quando l’algoritmo chiede soltanto consenso. Soprattutto, scelgono la persona: perché nessuna ragion di Stato, nessun calcolo geopolitico, nessun interesse economico vale più della vita — di una sola vita o, come in questi giorni, di decine di migliaia.

Il 19 settembre, a Como in Piazza Cavour, li abbiamo ritrovati; non eroi ma persone comuni: cittadine e cittadini, giovani, lavoratrici e lavoratori.
Hanno interrotto la routine, messo in pausa il lavoro e la quotidianità, per affermare con forza un’altra priorità: la pace, un cessate il fuoco immediato, la protezione dei civili e soprattutto la difesa del diritto, prima della forza.
È una pace che troppo spesso si dà per scontata e che invece va custodita con responsabilità, riflessione e senso civico.
Una pace è possibile solo se fondata sul diritto internazionale; quell’ordinamento comune nato dalle rovine del Novecento, per impedire che l’orrore si ripetesse ma oggi, quel diritto viene quotidianamente calpestato e soffocato da violazioni, reticenze, omissioni e silenzi colpevoli.
Chi scende in piazza per fermare la disumanità accende una speranza nel cielo di Como: la stessa che, nelle stesse ore, si leva in centinaia di città dove la cittadinanza attiva non si arrende al cinismo, ma resiste con la propria presenza e con la propria voce.
Non è una testimonianza rituale, è una presa di posizione pubblica: la società civile è viva. Le persone possono opporsi alla rassegnazione. La coscienza non è un ornamento morale, è un dovere civile.
La strada ha due nomi semplici: pace e multilateralità. Da lì discendono giustizia, dignità, futuro. Con la sola presenza in piazza non fermiamo gli eserciti: a farlo devono essere gli Stati. Ma la piazza misura la responsabilità della politica, la costringe a scegliere. La società civile ha fatto ciò che la democrazia chiede quando i governi esitano: esserci, insieme. Tenere unita la ragione all’emozione, senza cedere né al fanatismo né all’indifferenza.
Assumere la responsabilità di una parola pubblica, pronunciata con fermezza, perché sia udibile oltre il rumore e oltre il silenzio della politica.
Per questo chiediamo alla politica, e al nostro Governo, scelte immediate, concrete e verificabili:
un cessate il fuoco reale;la protezione effettiva dei civili e l’accesso garantito agli aiuti umanitari;corridoi umanitari stabili;il riconoscimento dello Stato di Palestina, perché il diritto non resti promessa ma diventi architettura politica;la sospensione degli accordi commerciali e militari finché perdurano le violazioni del diritto internazionale, con sanzioni mirate verso chi le perpetua;la liberazione degli ostaggi.
Non sono richieste astratte: sono il minimo etico di una comunità che rifiuta di abituarsi alla contabilità della morte.
Dentro questo quadro, Como non tace.
Como non è periferia della coscienza: è una città vigile e partecipe.
Con le associazioni e le realtà sociali che hanno condiviso con noi la piazza, chiediamo un passo in più: concreto, misurabile. Como non può dimenticare Nablus, città con cui è gemellata.
Se vogliamo definirci , senza retorica, “città di pace”, chiediamo al Comune un atto formale a sostegno del riconoscimento dello Stato di Palestina, e insieme l’avvio di iniziative tangibili di cooperazione nel solco del gemellaggio: progetti sanitari ed educativi, scambi civili e culturali, aiuti umanitari.
Solo così le parole diventano responsabilità, e la responsabilità si traduce in fatti.
È così che una città dà valore al proprio nome: difendendo legalità internazionale e dignità umana.
In questo orizzonte civile, le appartenenze non dividono: si parlano.
Un pensiero sincero alle amiche e agli amici di CISL e UIL: talvolta percorriamo strade diverse, ma la meta dev’essere la stessa, fermare la guerra e restituire forza al diritto internazionale, con la volontà dichiarata di ritrovarci ancora, insieme.
È nell’incontro che la democrazia riconosce se stessa; è nella continuità degli impegni, non nell’eco dei proclami, che una città si misura.
Per questo oggi ringraziamo chi c’era e chi ci sarà.
Le lavoratrici e i lavoratori che hanno scioperato, assumendosi il costo personale di una scelta pubblica.
Le ragazze e i ragazzi che hanno portato in piazza la domanda di un mondo di pace in cui crescere e vivere.
Le associazioni e i partiti che hanno condiviso spazio e parola, riconoscendo che la pace è un bene indivisibile.
Le cittadine e i cittadini che hanno alzato lo sguardo dalla quotidianità per guardare oltre il confine.
La pace non è un augurio: è un compito.
Da domani, trasformiamo la piazza in decisioni, l’indignazione in atti, le parole in responsabilità.
Como si misurerà su questo, senza alibi e senza rinvii.
Noi ci saremo, finché il diritto non tornerà a essere la regola e non l’eccezione». [Sandro Estelli, segretario generale Cgil Como]

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