A scuola dai Parents Circle/ Dialogo e confronto strumenti di Pace
La mattina del 22 gennaio, al cinema Astra di Como, si è svolto l’incontro con il Parents Circle, dedicato esclusivamente alle classi delle scuole superiori della provincia che hanno riempito la sala. L’iniziativa è stata organizzata nell’ambito del Mese della Pace, dal Coordinamento comasco per la Pace, dal Tavolo per la giustizia riparativa di Como e la Scuola Diritti umani. Layla al-Sheik e Elana Kaminka, due esponenti del Parents Circle, connesse via web, hanno raccontato la loro storia, le loro difficoltà, ma soprattutto l’importanza che questa organizzazione ha avuto sulla loro visione e sulle loro scelte di Pace, scegliendo appunto quest’ultima come alternativa all’odio e alla guerra.

Aprono l’incontro con ringraziamenti e saluti Giulia Tringali e Roberto Caspani del Coordinamento comasco per la Pace. Prende poi parola la moderatrice della conferenza, Cristina Vasilescu, referente di Como Città riparativa e membro del gruppo di lavoro sulle Città riparative dell’European forum for restorative justice accompagnata dalla traduttrice Ilaria Bonfanti.

Il Parents Circle è una organizzazione no profit, composta da più di 850 famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso un familiare a causa del conflitto. Spiega Cristina «Hanno fatto una scelta coraggiosa, ossia di non rispondere alla violenza con altrettanta violenza, ma anzi trasformare il loro lutto, la loro sofferenza in un impegno per la Pace. Ciò che accomuna tutte queste famiglie e persone è il dialogo in grado di produrre trasformazione, uno strumento valido per disinnescare la violenza, anche quando il dolore è fortissimo». Questa organizzazione organizza principalmente incontri nelle scuole e tra i giovani, per trasmettere il messaggio e far capire che la violenza non è mai inevitabile ed esistono molte alternative.
L’incontro si sviluppa poi con la condivisione, da parte delle due esponenti, della propria storia caratterizzata da sofferenze, da perdite, ma anche da tanti insegnamenti. Layla, donna palestinese, cresce in Giordania, per poi trasferirsi col marito in Palestina, negli anni successivi; il suo villaggio viene attaccato ed è in questo colpo da parte dell’esercito israeliano che perde suo figlio. «La rabbia e la frustrazione sono state le emozioni che mi hanno accompagnato per il primo periodo, perché per me tutti gli israeliani erano colpevoli e mio figlio era una vittima innocente di questo odio; poi ho incontrato il Parents Circle grazie al quale ho realizzato per la prima volta che anche gli israeliani sono esseri umani come noi, anche loro hanno sofferto perdite e si trovano in una situazione di conflitto, da lì ho iniziato a farmi domande e comprendere ed ho deciso di iniziare questo mio percorso» racconta Layla. Elana, sempre esponente dell’organizzazione, ma di origine israeliana, racconta la sua storia, diversa ma per certi versi simile a quella di Layla; parla di come, arrivata ad abitare sul confine con la Palestina, fosse costantemente terrorizzata, vedeva i palestinesi come dei pazzi. Elana, come Layla, ha perso un figlio a causa del conflitto, un soldato incaricato del soccorso dei civili feriti. Così, venuta a conoscenza dei Pc ha cambiato il suo modo di pensare e di vedere le cose ma soprattutto le persone. «Grazie a questo gruppo ho imparato a capire cosa significasse vivere da palestinese sotto l’occupazione israeliana. Questo ha cambiato la mia prospettiva, ho conosciuto storie vere e mi sono resa conto che quello che stava succedendo non soddisfava i bisogni di nessuno. Quindi sono diventata attiva in diverse organizzazioni per un nuovo modo di pensare e di vedere il conflitto» racconta Elana.
Cristina conclude così il racconto delle due donne, prima di lasciar spazio al dibattito col pubblico «Ciascuno di noi ha una responsabilità nel promuovere la Pace; la Pace inizia ogni giorno, come decidiamo di rispondere agli altri, alla rabbia, alle nostre emozioni. Layla ed Elana ci hanno dimostrato quanto il dialogo sia importante per conoscere e per riconoscersi». Come ricordato dalle relatrici è molto importante ricordarsi di mettersi sempre in discussione, di ascoltare gli altri e le loro diverse opinioni, pur non comprendendole o non condividendole. Mettersi in discussione permette infatti di non rimanere convinti che la propria idea sia l’unica corretta e permette di realizzare come ognuno vive determinate esperienze in modo totalmente personale e cercare di capirlo, farsi domande, è il miglior modo per avere rispetto dell’altro e non partire prevenuti.
Dal pubblico sono nate successivamente diverse domande, riguardanti l’attuale situazione di vita delle due donne, la percezione dei bambini più piccoli, come una madre possa prendere la decisione di un figlio che entrare nell’esercito e come si sta comportando la comunità mondiale riguardo questa situazione. Layla ed Elana hanno sottolineato come sia molto importante non generalizzare mai, insegnando anche ai più piccoli che il male che fa un gruppo di persone non è attribuibile ad ogni singolo individuo. Ognuno ha la propria storia, le proprie esperienze e i propri principi, generalizzando si rischia di creare un clima d’odio che intacca anche chi, pur appartenendo ad una comunità criminale, è del tutto innocente. Lo stesso vale per una madre che vede il proprio figlio entrare nell’esercito, non tutti i soldati sono uguali, l’esercito nasce come difesa dei civili ed i figli di Elana sono l’esatto esempio del ruolo di soccorritore che può ricoprire un soldato, che si differenzia molto da coloro che compiono omicidi e massacri. Interviene Elana «non bisogna semplificare la realtà, non è una partita di calcio, non serve dire tifare per l’uno o per l’altro, bisogna guardare la realtà com’è, col suo passato e presente per capire cosa ha portato determinate persone a comportarsi in un determinato modo e questo va fatto anche nel proprio piccolo, anche in aula quando un compagno si comporta in un modo fastidioso che non capiamo».
Conclude Roberto Caspani riportando una frase del libro Maschere per un massacro di Paolo Rumiz: «Il bene, le persone buone sono più delle persone cattive, però il male è più organizzato». Per questo dobbiamo imparare ad organizzarci e l’organizzazione Parents circle ne è un ottimo esempio. [Testo, foto e video (presto on line) di Matteo Gioia e Giulia Rho, ecoinformazioni]


