Sgrena/ No al giornalismo embedded, alla pornografia del dolore, più relazioni, più deontologia
Il 24 gennaio a Asylum a Como, per Più eco giornalismo partecipato, incontro con Giuliana Sgrena, giornalista de il manifesto, reporter di guerra, saggista. Italo Nessi, presidente di Asylum, l’associazione impegnata per la coesione sociale del quartiere, ha rimarcato quanto, in un momento storico di stato emergenziale, sia doveroso ripartire anche e soprattutto dal giornalismo per condurre una riflessione sul significato di democrazia e di rispetto dell’altro.
Giuliana Sgrena, ospite della serata e autrice del libro Me la sono andata a cercare. Diario di una reporter di guerra, ha dialogato con Celeste Grossi, la quale ha aperto con una considerazione sulla condizione attuale del giornalismo, che, per rispondere alle esigenze correnti che richiedono velocità di diffusione e immediatezza, non è spesso più in grado di dedicarsi con precisione e accuratezza alla verifica delle fonti. Sgrena ha argomentato come l’informazione oggi sia paradossalmente più carente, in quanto la sua spettacolarizzazione spinge affinché venga neutralizzata la nostra forza morale, facendoci cadere in uno stato di torpore, sommersi da un flusso continuo di immagini e notizie verso le quali prestiamo attenzione in modo superficiale e relativamente indifferente al contenuto. Le notizie vengono così trasformate in intrattenimento; non a caso vediamo programmi “di informazione” in tv aggiudicarsi gli/le stesse ospiti, che parlano di tutto senza sapere nulla, reiterando una dose di «superficialità portata».
Con riguardo ai contesti di guerra, Giuliana inoltre ha descritto la figura di giornalista embedded, coloro che vengono assegnati a specifiche unità militari durante i conflitti armati, vivendo e lavorando a fianco delle truppe per riferire direttamente dal fronte. Questo assoggettamento alla volontà armata ha un prezzo: la censura, il forte condizionamento delle modalità (etiche) di lavoro e, di conseguenza, la militarizzazione del giornalismo. L’informazione entra a fare parte della logistica di guerra, laddove i giornalisti e le giornaliste finiscono per operare al pari di una forza di occupazione e per risentire altrettanto della propaganda. Non è un caso, spiega, che coloro che volutamente si sottraggono a tali compromessi con la forza dominatrice e colonialista, vengono anzitutto esclusi/e dal diritto di informare ed essere informati, e più tragicamente presi a bersaglio come soggetti da eliminare.
Questo libro, ha chiarito Grossi, analizza il cambiamento nel modo di fare informazione, illustra come sia oramai assai difficile costruire relazioni e ottenere fonti affidabili, ma è anche molto altro. Perché nel modo di fare giornalismo di Giuliana Sgrena rientra, è determinante, un racconto più intimo, che è nato molto spesso dall’incontro con le donne, in particolare modo, come ricorda la giornalista, nei paesi di religione musulmana. Lei stessa ha richiamato alla memoria come, all’inizio della sua carriera negli anni Ottanta, il suo approccio fosse terzomondista, ovvero quello che nella sinistra andava a valorizzare, se non esaltare, le diversità tra i popoli e le loro culture, elevandole ad uno stato di autenticità. Questo approccio etnografico alimentava così un relativismo culturale, che sopravvive tuttora, al quale le era stato chiesto esplicitamente di rinunciare, in particolare dalle donne algerine femministe incontrate in quegli anni; un invito a non rinnegare la sua identità, a non atteggiarsi in maniera accomodante. E allora, forse, vale proprio quanto emerso la sera stessa al Gloria, quando si è discusso di Pace mediterranea con Margherita Cioppi e Maso Notarianni: come civile, come giornalista, come educatore o qualsiasi sia la mia attitudine, per esprimere solidarietà con i popoli oppressi non posso avere la presunzione di assumermi in prima persona la responsabilità di rivendicare i loro diritti, ma devo voler tornare ad esigere i miei. E per poterlo fare serve un’informazione libera, partecipata e soprattutto contraria a qualsiasi forma di pornografia del dolore, un giornalismo che, come quello di Giuliana Sgrena, non è arrivista, non è disposto a sacrificare la propria deontologia, nel rispetto delle persone e del mestiere stesso. «Come possiamo informarci? Dove e in che modo è possibile reperire un’informazione di qualità?», chiede Egidio Marzorati dal pubblico. Giuliana risponde esprimendo, da una parte, un condiviso profondo sconforto, precisamente per i processi di disumanizzazione che le stesse news alimentano, dall’altra invitando a coltivare quegli incontri determinanti, mantenendo i contatti con coloro che l’informazione la fanno dal basso, su base locale, e che lavorano affinché vengano attualizzate le proprie istanze. Le donne sono state di grande esempio per la giornalista, un esempio di come si possa superare il persistente relativismo culturale. [Giulia Rho, ecoinformazioni] [Foto di copertina Fabio Cani, ecoinformazioni]



