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Ho avuto l’opportunità insolita di parlare con uno dei ciliegi di via XX settembre. Passavo nella strada, lui ha colto il mio interesse e mi ha chiamato. Era l’8 febbraio e mi aspettavo di vederlo felice: abbattimento scampato, mai tanto interesse della città verso la sua comunità e primavera che sembra già affacciarsi. Invece piangeva.
Non avevo mai visto un ciliegio piangere e ne sono rimasto sconvolto e un po’, non lo nego, si è affacciato un certo preconcetto. Che vuole, perché non è contento? Pretendeva che Rapinese oltre che sberleffato da Sovrintendenza e Tar fosse crocifisso? Riporto le sue parole politicamente assai significative. «Certo che sono felice, essere tagliato a pezzettini non sarebbe stato né bello né giusto. Ma lo sai noi siamo viventi sociali (non so se socialisti, forse) e noi alberi abbiamo la nostra individualità, amiamo noi stessi, godiamo nell’essere in compagnia di altri, ma anche i più bassi di noi hanno ampi orizzonti. Dal mio punto di vista non posso non accorgermi che la mia salvezza non determina la salvezza di tanti e tante altri vegetali. E non mi rassicurano le strumentalizzazioni preelettrorali da parte dei soliti noti, e soprattutto non capisco perché voi umani non sappiate guardare quello che noi ciliegi vediamo, talora disturbati da un interesse solo estetico e identitario verso di noi, che siamo invece di un’altra pasta. Noi siamo fatti di legno ma anche di libro: sappiamo, vediamo, soffriamo. E non possiamo non vedere intorno a noi altri crescenti abbattimenti – per la verità non tutti attribuibili all’ascia di Rapinese. Vediamo anche a via XX settembre la povertà, l’emarginazione sociale, l’orrore di disuguaglianze che affamano e uccidono. Intanto altri godono della nostra bellezza immaginandola estranea alla realtà. La realtà è fatta, lo sappiamo bene, anche di voglia di socialità, libertà, amore. [Gianpaolo Rosso, ecoinformazioni]

