In memoria di Youssouf Diakite e di tutte le vittime delle frontiere

Il 27 febbraio – data in cui nove anni fa moriva folgorato Youssouf Diakite, giovane proveniente dal Mali, ucciso dalla Fortezza Europa nel suo viaggio verso nord – è diventato, doverosamente, un momento centrale del nostro “calendario civile”.
È un momento per ricordare a tutti e tutte noi che le vittime delle frontiere non sono solo “numeri” nelle macabre statistiche delle morti di cui tutti siamo responsabili, ma sono persone con le loro storie, con i loro sogni e le loro vite, e – purtroppo – anche con le loro morti. A differenza di migliaia di persone rimaste disperse e cancellate sulle rotte del Mediterraneo, del deserto, dei confini d’Europa, Youssouf Diakite – alla fine – ha ritrovato un nome e un pezzo di terra, al cimitero di Balerna, dove lo si può “incontrare”.

Per questo, ogni anno, ci troviamo intorno alla sua semplice tomba, e a quella di Mohammed Kouji, morto in circostanze non troppo diverse sulla stessa linea ferroviaria pochi mesi dopo Youssouf, per ricordare e per provare ad andare avanti. È un’occasione anche per stringere sempre più rapporti di azione e collaborazione con le realtà ticinesi, Mendrisiotto Regione Aperta e Collettivo R-esistiamo, attive nel sostegno alle persone migranti e transitanti. Nei rispettivi contesti nazionali, molto diversi negli aspetti sociopolitico e normativo, ma entrambi purtroppo votati alla repressione o alla cancellazione del diritto al movimento di tutte le persone, è infatti essenziale trovare momenti di incontro e di condivisione, non solo volti all’operatività ma anche alla costruzione di un comune terreno di memoria e di coscienza.

La rete Como senza frontiere compie quest’anno dieci anni (si è formata nel corso del 2016 “dentro” quella che è ormai nota come la “crisi della stazione”), consapevole che il lavoro da fare è ancora enrome, anzi cresce sempre più e a ritmi sempre più rapidi.
La “cerimonia” – semplicissima, come sempre – al cimitero di Balerna, che ha fatto seguito per Como senza frontiere alla presenza sulla scalinata della stazione San Giovanni, luogo simbolo per una città “di frontiera” ancora tutta da inventare, si è quindi rapidamente trasformata per la trentina di persone presenti in un dialogo sulle diverse cose da fare e da sapere, di qui e di là del confine.
È a questo che possono (dovrebbero) servire le date del “calendario civile”, ovvero segnali per ricordare e per capire: date non scritte in nero o in rosso su calendari fissi, ma continuamente maneggiate per diventare “storia operante”, per sapere un po’ di più come fare e perché.
Grazie Youssouf, grazie Mohammed, grazie – purtroppo!… – a tutte le persone che hanno provato a indicarci una strada, pagando con dolore e morte. [Fabio Cani, Como senza frontiere, ecoinformazioni]

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