La strumentalizzazione dell’antisemitismo e l’ideologia della vittima

Dalla stampa agli interventi parlamentari, televisivi e social: non è ancora possibile ravvisare qualcosa che assomigli a un presupposto di discussione sufficientemente chiaro del fatto che l’antisemitismo sia profondamente diverso dall’antisionismo. Questo perché, in tempi più recenti, il primo è stato forzatamente sovrapposto al secondo, sottolinea Fabio Cani in apertura della serata di presentazione del libro Antisemitismo e antisionismo. Usi e abusi, di Amedeo Rossi, in dialogo con Beatrice Rumi di Bds Como e lo stesso Fabio Cani di Csf.

Come specificato dall’autore nella premessa al suo libro, questa retorica è stata invocata con l’attacco del 7 ottobre, per il quale la narrazione di condanna ha fatto largo uso, ad esempio, del termine pogrom, non solo come rimando all’antisemitismo tradizionale, ma come stratagemma semantico con il quale il termine veniva privato di quel preciso contesto storico-temporale, trasformandosi in qualcosa di «immanente ed eterno: esattamente quello che sostiene l’ideologia sionista», scrive Rossi. L’antisemitismo è stato indicato come la motivazione dell’attacco di Hamas; ciò è costato un’accusa da parte di Israele alla relatrice speciale Onu Francesca Albanese, la quale ha più volte ribadito come l’attacco non sia stato condotto contro gli ebrei, e come questo si sia inserito nel contesto di un sistema di occupazione e oppressione. Quanto accaduto il 7 ottobre del 2023 si colloca, anzitutto, in uno scenario preesistente di assedio, e pertanto di guerra, e non sancisce l’inizio di un nuovo conflitto, così come la strumentalizzazione della Shoah per inquadrare l’attacco di Hamas evidenzia una profonda mancanza di rispetto nei confronti della memoria dello sterminio nazifascista.

Questo ci fornisce un ulteriore dato in grado di introdurre la fondamentale distinzione tra antisemitismo e antisionismo, ripercorrendo le ricchissime riflessioni e la varietà di fonti analizzate dall’autore. Se il primo indica storicamente una forma di razzismo, che, decenni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, secondo l’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance) doveva essere separato da qualsiasi altra forma di xenofobia e razzismo, pertanto riconosciuto dalla stessa come esclusiva avversione, nonché odio nei confronti degli ebrei, il secondo termine ha una radice ben diversa. L’assunzione della definizione IHRA risulta molto problematica oggi giorno, in quanto la sua vaghezza è portatrice di molteplici contraddizioni, specie in quei riportati «esempi contemporanei di antisemitismo», come recita. Ne evince, infatti, che lo stato di Israele sia l’unico rappresentante legittimo del popolo ebraico e che, pertanto, qualsiasi accusa mossa nei confronti delle politiche israeliane corra il rischio di passare come manifestazione di antisemitismo.

Al contrario, antisionismo va a indicare una forma di condanna dell’ideologia sionista, ovvero quel movimento politico volto a conservare una maggioranza ebraica, dove la creazione di uno stato ebraico in Palestina costituiva l’unico modo per preservare tale rivendicata supremazia, che, inviolabile, doveva essere tutelata a fronte di forme di tolleranza civile e assimilazione culturale. La creazione di uno stato è stata perseguita a costo della violazione del principio democratico di autodeterminazione, negando con la violenza e il disprezzo quello stesso diritto spettante al popolo palestinese – «non può essere libero un popolo che ne opprime un altro», scriveva Marx. L’ideologia sionista è caratterizzata da: «l’esclusivismo etnico-religioso, il concetto di purezza, la ricerca dell’omogeneità culturale e religiosa» (Rossi, 2025, p. 35), tratti che spartisce con l’estrema destra di tutto il mondo.

Perché coloro che ad oggi fomentano paure e forme di ostilità nei confronti delle minoranze etniche, eredi per storia e per ideologia di atteggiamenti e pensieri xenofobi e razzisti fondativi delle dittature novecentesche, si riscoprono ora filosemiti? L’estrema destra vede nella difesa di Israele «un’occasione per legittimare la propria politica identitaria, anti-egualitaria, razzista» (p. 37). Ciò è reso possibile da quel processo di ideologizzazione sionista del discorso relativo all’antisemitismo, secondo la quale lo stato di Israele e le sue politiche sono coincidenti con l’ebraismo: «un’identificazione di Israele in quanto ebreo collettivo» (p. 41).

Proprio per questa ragione vengono a galla le fratture interne alle comunità ebraiche della diaspora mondiale, nonché quel divario tra l’ebraismo filoisraeliano e i movimenti antirazzisti, in quanto il tentativo di ampliare il significato di antisemitismo non aiuta tali comunità e movimenti a far fronte alle reali forme oppressive e antisemite ancora oggi esistenti, quelle spesso attuate in maniera più velata dai governi che sostengono Israele. L’antisionismo viene interpretato nella narrazione dominante come forma di antisemitismo, di cui le accuse mosse dal governo israeliano diventano strumento di propaganda proporzionale alla violenza attuata dal suo esercito. Invocando una sorta di innocenza assoluta ereditaria della sopraffazione nazifascista, questa violenza viene infine giustificata.

«Quello che si combatte in Palestina non è solo un conflitto armato ma anche un conflitto di narrazioni in cui Israele ha il sopravvento, almeno nei Paesi occidentali» (p.37), data l’esistenza di una lobby filo-israeliana nel mondo politico e giornalistico occidentale. Non solo il predominio dell’immaginario israeliano, che sottrae spazi di mobilitazione attorno alla narrazione del genocidio del popolo palestinese, ma da decenni un vero e proprio condizionamento della cultura palestinese, nel tentativo di atrofizzarla. A partire dagli Accordi di Oslo nel 1993 e dall’istituzione dell’Autorità palestinese nel 1994, l’intervento di finanziamenti stranieri ha concorso a frenare la vita sociale e culturale esistente e a comprometterne un proprio sviluppo organico. Dopo il 2001, i finanziatori e donatori hanno iniziato a porre delle condizioni sugli aiuti, censurando quelle narrazioni che facevano diretto riferimento alla realtà di occupazione da parte dell’esercito israeliano, vietando l’utilizzo di termini quali Nakba, colonialismo, apartheid e ritorno.

La normalizzazione culturale, attraverso la quale Israele ha cercato, con l’aiuto consistente dell’occidente, di ripulire la propria immagine agli occhi del mondo dopo Oslo, è quella stessa che oggi, davanti a giochi di potere attuati da quei “rappresentati” di governo che, anche per dare contro alla sinistra, sostengono proposte di legge di accusa all’antisionismo, ci allontana dal discorso e dall’impegno nei confronti dei palestinesi. Un vero e proprio memoricidio, spiega Beatrice Rumi di Bds, riprendendo l’espressione usata dallo storico israeliano Ilan Pappé: una sistematica cancellazione della memoria storica e presente del popolo palestinese. [Giulia Rho, ecoinformazioni]

[Foto di copertina Gianpaolo Rosso, ecoinformazioni]

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