Essere Lucrezia/ Arte relazionale tra donne
Uno spazio tra donne per incontrarsi, raccontarsi, creare insieme. A partire da marzo 2026 il quartiere di Rebbio ospita una tappa del laboratorio itinerante “Essere Lucrezia” dal titolo Sobhiye / الصبحية.
Sobhiye è una parola araba che richiama il mattino, l’inizio, il ritrovarsi. È uno spazio femminile creativo ed emotivo, semplice e accogliente, pensato per donne di diverse provenienze, età e storie di vita che abitano il quartiere di Rebbio.
Una conversazione tra la redazione di Ecoinformazioni e le attiviste di Luminanda, con particolare riferimento al progetto-laboratorio “Essere Lucrezia”.
Amélie Di Matteo e Giulia Rho: «Come è nata quest’idea? Qual è la correlazione con Luminanda?»
Giulia Guanella: «Luminanda è un’associazione di promozione sociale che, dal 2007, si prende cura della comunità e del territorio attraverso l’arte. L’idea del laboratorio è ereditaria di quanto Luminanda proponeva già in passato, ovvero attività pratiche perlopiù rivolte a persone adolescenti sul tema del femminile.
Il progetto prendeva il nome di “Wonder Comics”, nato per promuovere la parità di genere ed emancipare le donne e le ragazze, attraverso un percorso formativo e creativo nelle scuole secondarie di primo grado, attraverso il linguaggio espressivo del fumetto e della graphic novel. La proposta proveniente dal comune di Como, tramite l’erogazione di un bando rivolto alla creazione di attività per l’empowerment femminile, era incentrata sui temi della prevenzione e delle pari opportunità. In previsione della condivisione di una narrazione comune sul femminile, abbiamo colto quell’opportunità introdotta dal tentativo di realizzare uno spazio in cui un pubblico femminile eterogeneo sarebbe riuscito a reclamare ciò che nella vita di tutti i giorni è sempre più difficile trovare, ovvero una dimensione nella quale potersi esprimere liberamente, artisticamente.
Essere Lucrezia proviene pertanto dal mondo dei fumetti, un riferimento alla personaggia illustrata dalla fumettista Silvia Ziche. È stato proposto, da quel momento, un laboratorio rivolto a un pubblico intergenerazionale. Quest’ultimo aspetto costituisce il punto forza di questo percorso, in quanto l’intersezionalità e la rappresentazione di tante diverse fasce di età sono aspetti generativi, per mezzo dei quali ci si ascolta e ci si racconta. Questo potenziale alimenta un progetto che si interroga sullo spazio femminile in città, nonché l’accesso al mondo culturale da parte di un pubblico femminile».
ADM, GR: «A partire dai progetti e laboratori degli scorsi anni, comprendiamo l’arte partecipata sia fondativa nel vostro modo di progettare e co-creare assieme alle Lucrezie.
Sono ovviamente diverse le modalità secondo le quali si realizzano processi collettivi conoscitivi e partecipati; pertanto, ci chiedevamo se l’idea fosse quella di stimolare la realizzazione di un qualcosa di manuale/laboratoriale e relazionale attraverso un’idea a monte, una progettualità interna al vostro team, poi condivisa con le Lucrezie, o se seguirà piuttosto il volere delle partecipanti perché si sviluppino nuove progettualità attraverso linguaggi artistici misti, ma soprattutto inaspettati.
Cosa è per voi la co-progettazione di attività?»
GG: «Il principio dell’arte come partecipata si sviluppa, nella proposta avanzata da Luminanda, attraverso la co-creazione e la condivisione di piccoli elementi costruiti individualmente, che, in seguito, si fondono in un’opera collettiva, in cui la specificità di ognuna è riconoscibile e al contempo valorizzata dall’incontro con quella di altre.
Il titolo della più recente mostra Una e moltitudine è significativo, in quanto fa emergere questa dualità: da una parte le opere si fondono in maniera irreversibile, dall’altra viene preservato uno spazio per le opere personali, espressioni di una propria individualità.
All’interno delle opere di tutte si genera inevitabilmente una sorta di contaminazione, data dall’affiancamento di altre donne in un’ottica di mutuo riconoscimento e sorellanza. Questo si concretizza in più modi: all’interno di questi percorsi, spesso siamo noi a proporre un medium artistico, una specifica tecnica che vorremmo approfondire con le Lucrezie.
Crediamo che l’input creativo possa essere anche generatore di effetti imprevisti; tuttavia, riconosciamo sia senz’altro d’aiuto poter partire da una proposta puntuale proveniente da un gruppo di persone che ha avuto modo di ragionare su come esprimere artisticamente un concetto. Essere messe davanti a qualcosa di predeterminato permette di mettersi in gioco.
Sono diverse le proposte riguardanti le modalità di produzione artistica e tecnica; le Lucrezie scelgono quali portare avanti, quali praticare, inclusa la possibilità di integrare con una modalità propria. Dunque, una linea proposta e tante integrazioni partecipate.
All’interno del progetto ci sono poi uno spazio e un tempo dedicati a raccogliere le inclinazioni delle persone che incontriamo, come è avvenuto durante l’edizione del 2024, laddove la pratica condivisa era incentrata sul ricamo come tecnica avanzata dalle Lucrezie l’anno prima».
ADM, GR: «Potremmo dire che la vostra presenza si declina anche in termini di mediazione, quella tra i messaggi che si vogliono veicolare collettivamente – coincidenti anche e soprattutto con lo stare assieme – e i linguaggi pratico-artistici?»
GG: «Noi siamo facilitatrici del processo artistico, perché le Lucrezie entrino anzitutto a contatto con dei materiali e delle tecniche di lavoro.
Ci occupiamo di curare la cadenza delle attività, il setting, lo spazio, suggerendo delle possibilità di relazione che le Lucrezie decidono se accettare o meno, ma soprattutto come declinare.
Loro, infatti, si fanno ricettrici e proponitrici di altre modalità per entrare in rapporto le une con le altre; esse promuovono forme di socialità secondo le quali poter passare attivamente quel tempo assieme. Noi ci poniamo piuttosto come facilitatrici di ingresso durante il laboratorio».
ADM, GR: «Come vi interfacciate al concetto di cura di un’opera? Perché si possa lavorare non solo alla sua realizzazione in termini pratici, affinché quel che verrà co-creato in uno spazio intimo, sicuro e accogliente possa poi essere restituito e aperto alla comunità con altrettanta attenzione e cura».
GG: «La restituzione alla comunità dell’opera collettiva non è percepita come punto di arrivo effettivo. Quello che assume più valore e a cui viene volutamente dato più spazio è il processo. La restituzione costituisce più una possibilità per raccogliere quel che è stato, e così provare a raccontarlo a qualcun altrə, alle persone care. Ma quello che viene restituito davvero sono le relazioni innescate per mezzo del laboratorio.
Tante Lucrezie arrivano il giorno della presentazione dell’opera collettiva e prima di tutto introducono ai propri cari le altre partecipanti. Presentare le opere in maniera performativa ed espositiva è un rituale di passaggio, un’occasione e un pretesto per salutarsi, per raccontare l’incontro che si è generato e rinnovato nel tempo».
ADM, GR: «Per concludere, una domanda pratica relativa a questo progetto già iniziato lo scorso mese. È ancora possibile iscriversi e a chi si rivolge?»
GG: «La sottoscrizione è aperta a chiunque, anche alle donne che vivono al di fuori del quartiere di Rebbio e che in qualche modo hanno avuto modo di conoscerlo, più o meno da vicino. Ci si può aggiungere in qualsiasi momento, in quanto un incontro non è propedeutico all’altro.
Si punterà a realizzare un’opera collettiva, dove le singole opere si fondono in una, e questa verrà presentata a Rebbio in Festa».


Non riuscirai a partecipare a questo percorso? Non ti preoccupare! Ecco le prossime tappe di “Essere Lucrezia”:
- Maggio – giugno 2026, Como: Essere Lucrezia WA 和, un’immersione artistica nella cultura giapponese esplorando il tema della grazia e del coraggio.
- Ottobre – novembre 2026, Albese con Cassano: Essere Lucrezia: tessere relazioni, raccontare sé stesse, creare comunità, in collaborazione con Casa delle Storie e Anticamera.

