Assolto Cecco Bellosi/ L’antifascismo oggi vince
Si è concluso venerdì 19 giugno con un’assoluzione, il processo a carico di Cecco Bellosi, storico militante della sinistra ed ex esponente di Potere Operaio, impegnato da oltre trent’anni nel sociale come responsabile della comunità Il Gabbiano.
Il tribunale di Como ha assolto il 78enne dall’accusa di aver danneggiato la teca e la targa collocate a Giulino di Mezzegra, luogo in cui il 28 aprile 1945 furono fucilati Benito Mussolini e Claretta Petacci. La giudice ha escluso la responsabilità di Bellosi, stabilendo che non ha commesso il fatto contestato.
L’accusa, avanzata dal pubblico ministero, riguardava il presunto danneggiamento di “beni esposti alla pubblica fede” in relazione agli episodi del 28 aprile 2023. Nel corso del processo, Bellosi ha sempre negato di aver danneggiato la teca, rivendicando invece di aver rimosso i fiori deposti in omaggio al dittatore fascista.

Una distinzione che la sentenza ha riconosciuto, chiudendo una vicenda giudiziaria che aveva suscitato l’attenzione del mondo antifascista. All’esterno del tribunale, infatti, si è svolto un presidio promosso da Anpi, Arci e altre associazioni antifasciste, a sostegno di Bellosi e dei valori della Resistenza ma soprattutto della costituzione.
Questa sentenza stabilisce una volta per tutte che togliere i fiori di omaggio al duce non è un reato. L’antifascismo non è un reato.
L’assoluzione di Bellosi riaccende quindi il dibattito sul rapporto tra memoria pubblica, antifascismo e tutela dei luoghi simbolici della storia italiana. Una discussione che, a ottant’anni dalla Liberazione, continua a interrogare il Paese, un paese che fondato su una costituzione contro ogni tipo di fascismo, sul significato attuale dei valori nati dalla Resistenza.
Per Bellosi, il nodo centrale della vicenda resta il significato pubblico e politico di quel luogo. A Giulino di Mezzegra dovrebbe esserci un monumento dedicato ai partigiani che contribuirono alla liberazione dell’Italia, non una commemorazione ad un dittatore.

La sentenza del tribunale di Como non chiude soltanto una vicenda giudiziaria: in un Paese nato dalla Resistenza e fondato su una Costituzione che ripudia ogni forma di fascismo, la difesa della memoria antifascista non può essere relegata solo e soltanto al 25 aprile di ogni anno.
Per questo, il caso Bellosi dovrebbe andare oltre le aule di tribunale.
A ottant’anni dalla Liberazione, l’antifascismo resta non solo una data da commemore ma una pratica civile e un principio costituzionale da difendere ogni giorno, proprio come Bellosi ha fatto togliendo quei fiori.
[Articolo di Amelie Di Matteo, ecoinformazioni, foto di Massimo Borri, ecoinformazioni]

