Cgil, Cisl, Uil/ Dagli orti al futuro della città: il confronto che manca
«La vicenda degli orti di Rebbio non riguarda soltanto terreni e concessioni: riguarda persone, in gran parte pensionati, che per anni hanno curato quegli spazi, costruito relazioni e contribuito alla vita del quartiere.
Ancora una volta, il comune di Como assume decisioni senza costruire prima un confronto vero con chi ne subirà direttamente le conseguenze. Prima si decide, poi si comunica attraverso la stampa.
Il punto non è contestare il diritto dell’amministrazione di scegliere il futuro dell’area; il punto è il metodo.
Amministrare significa ascoltare, spiegare le proprie scelte, accettare il contraddittorio e verificare la possibilità di soluzioni condivise: un’intervista o una dichiarazione pubblica non possono sostituire il confronto.
Quello degli orti non è un caso isolato.
Lo stesso atteggiamento si ritrova nelle scelte sulle scuole e sui servizi educativi, che andrebbero rafforzati; sul futuro dell’area dello stadio, che richiede trasparenza e partecipazione; nella vicenda dei giostrai, dove la mancanza di una soluzione condivisa ha portato il conflitto fino ai tribunali; e nella chiusura della storica Bocciofila di via Balestra, luogo di socialità soprattutto per molti anziani, senza che fosse garantita una vera alternativa.
Lo ritroviamo anche sulle tasse, sulla Tari, sui parcheggi, sulla mobilità e sui servizi pubblici.
Troppo spesso l’Amministrazione interviene quando i problemi si sono già aggravati: invece di affrontarli per tempo, li lascia crescere fino a considerarli irrisolvibili.
La difficoltà diventa così la giustificazione per ridurre, spostare o chiudere un servizio, uno spazio o un’attività.
Noi pensiamo il contrario: se una realtà non funziona, non si cancella; si interviene per farla funzionare.
Vale per una scuola, un asilo, un servizio pubblico, uno spazio sociale, gli orti, la Bocciofila o una manifestazione che appartiene alla storia della città. Amministrare significa comprendere le cause dei problemi, investire nelle soluzioni e assumersi la responsabilità di migliorare ciò che non funziona.
Chiudere può sembrare la strada più semplice, ma il costo di quelle decisioni ricade sulle famiglie, sui lavoratori, sui pensionati e sui quartieri.
Cgil, Cisl e Uil rappresentano unitariamente migliaia di lavoratrici, lavoratori, pensionate e pensionati: da tempo chiedono una sede stabile nella quale discutere le principali scelte economiche e sociali di Como.
Questa richiesta continua però a incontrare un comune e un sindaco chiusi al confronto, più inclini a comunicare attraverso la stampa decisioni già assunte che a discuterle preventivamente con le parti sociali e con le persone interessate.
È mancata una discussione capace di incidere sulla progressività dell’addizionale Irpef, sulla Tari, sulle agevolazioni per i redditi più bassi, sulla casa, sui servizi educativi, sulle politiche sociali, sulla mobilità e sui parcheggi.
Non sono questioni tecniche lontane dalla vita reale: dietro ogni scelta ci sono famiglie, redditi, condizioni di lavoro, pensioni e difficoltà quotidiane.
Perché il sindaco rifiuta un confronto vero e preventivo? Perché ogni richiesta di dialogo viene trattata come una contestazione? Perché la posizione dell’Amministrazione viene presentata come l’unica possibile?
Il mandato ricevuto dai cittadini non autorizza a governare senza ascoltare. Impone, al contrario, una responsabilità maggiore verso l’intera comunità.
Colpisce che il sindaco trovi il tempo per andare al Rotary e raccontare la propria idea di Como, mentre appare molto meno presente nelle periferie della città, non soltanto geografiche, ma anche sociali ed economiche.
Il problema non è il Rotary – un sindaco deve incontrare tutte le realtà economiche, professionali e associative. Il problema nasce quando il dialogo diventa selettivo: intenso con chi possiede maggiore peso economico e relazionale, debole con chi vive ogni giorno le conseguenze delle scelte comunali.
Si va al Rotary a raccontare la città del futuro; troppo poco ad ascoltare chi vive le difficoltà del presente.
Devono essere ascoltati i pensionati che coltivano un orto, gli anziani che perdono un luogo di socialità, le famiglie che utilizzano scuole e servizi, i lavoratori che ogni giorno raggiungono Como, i giostrai che chiedono regole certe e i residenti che affrontano tasse, parcheggi, mobilità e costo dell’abitare.
Como non può essere pensata soltanto per chi può permettersela. Deve essere una città per chi la abita, per chi ci lavora, per chi cresce i propri figli e per chi contribuisce ogni giorno alla sua vita sociale ed economica.
La richiesta è chiara: il Comune apra un confronto con i pensionati e con il quartiere sul futuro degli orti di Rebbio; convochi le organizzazioni sindacali confederali sulle scelte economiche e sociali della città; garantisca trasparenza e partecipazione sul futuro dell’area dello stadio; coinvolga famiglie, lavoratori e residenti prima di assumere decisioni definitive.
Il confronto non è una concessione.
È un dovere istituzionale.
Como ha bisogno di un’amministrazione che esca dalla propria chiusura: una città non si governa attraverso interviste e decisioni già prese. Si governa affrontando i problemi, facendo funzionare ciò che serve alla comunità e ascoltando chi la vive ogni giorno». [Cgil Como, Cisl dei Laghi, Uil del Lario]

