L’altra Cernobbio/ Proposte di sostenibilità tra locale e globale
L’ultima sessione della XVI edizione del forum L’altra Cernobbio: un’economia di pace è stata coordinata da Celeste Grossi, dell’Arci, e da Barbara Meggetto, presidente di legambiente Lombardia. Sulla questione di individuare Un modello di sviluppo sostenibile hanno discusso Cecilia Begal, co-portavoce di Sbilanciamoci, Fabio Ciconte, presidente di Terra, Giovanni Mininni e Stefano Malorgio, segretari generali Flai e Filt, e Angelo Bonelli di Avs.
Dopo tre momenti di analisi, l’ultima fase del contro-forum è stato dedicato a formulare proposte concrete per tentare di invertire la rotta, nonostante le complessità che la finanza bellica comporta a livello globale siano numerose ed interconnesse. Disarmo, energia, ecologie (e nuove tecnologie come l’iper-energivora IA), welfare e agro-alimentare sono alcuni dei punti da cui l’anticapitalismo contemporaneo non può prescindere.
Un primo pilastro emerso nella plenaria propositiva è quello dell’alleanza clima-lavoro: alla luce di quanto detto e in particolare a fronte dell’impatto ambientale di quelle stesse nuove tecnologie che pongono questioni importanti in termini di occupazione e tempo di lavoro, è infatti questo un binomio primario nello stilare un’agenda di economia alternativa.
Mininni ha analizzato gli effetti della crisi climatica sul settore agroalimentare, con effetti ancora da misurare in termini di produzione di materie prime ma nella prospettiva che ci siano raccolti scarsi, meno lavoro, aiuti destinati solo alle imprese e, concludendo la filiera e guardando ai consumatori, cibo di qualità più scarsa e prezzi più alti data l’alterazione dei cicli produttivi.
Non si tratta solo di far fronte alla questione climatica, ma anche di monitorare il ciclo di produzione affinché tuteli i lavoratori e le lavoratrici contro il caporalato e le forme di lavoro precario a cui troppo spesso queste categorie sono esposte.



Begal e Ciconte hanno proseguito questo discorso sottolineando come economia e guerra, anche rispetto all’agroalimentare, sono storicamente collegati. La mappa delle guerre e quella del cibo sono più strettamente collegate di quanto si potrebbe immaginare.
Begal ha infatti raccontato come l’agricoltura intensiva nasca a livello chimico e logistico nel solco dell’industria bellica: la contemporaneità mostra chiaramente come questo legame originario non sia spezzato, soprattutto in un’economia globale, con la tensione nello Stretto di Hormuz che si ripercuote sull’aumento di prezzi non solo nell’ambito energetico, ma anche in quello alimentare in quanto snodo cruciale per lo smistamento dei fertilizzanti chimici dal resto del mondo all’Europa.
Ciconte ha sottolineato che quello agricolo è un ambito fortemente corporativo, cosa che comporta un latifondismo capitalista liberista che soffoca i piccoli produttori, impossibilitati a tenere il passo e le proporzioni produttive a cui li spinge il settore.
Rispetto a questa realtà, è centrale operare un maggiore finanziamento dei cicli virtuosi agroecologici (come le comunità agrarie), della ricerca agroecologica e, in un presente dominato da conflitti su media e larga scala, il fatto di svincolare la sopravvivenza alimentare dalle rotte del gas e del petrolio.
Contro la cartellizzazione dell’agroalimentare, invece, la questione è tutelare non solo i e le lavoratrici a rischio caporalato ma anche la cittadinanza tutta da un modello di filiera che rischia di schiacciare tanto chi consuma quanto chi produce. Oltre alla questione globale, dunque, si tratta anche di interrogare i produttori nazionali sulle modalità produttive a cui sottopongono i loro dipendenti: dall’agricoltura e l’allevamento intensivo col loro correlato di danni ecologici alle condizioni di lavoro, per orario e salari, che la crisi climatica inevitabilmente andrà a modificare.



Spostandosi dalla questione alimentare, Malorgio è stato interpellato sul sistema dei trasporti, un elemento critico per la transizione ambientale ma rispetto al quale la situazione in Italia è drammatica. Non solo non c’è programmazione, ma non si fanno più nemmeno tentativi politici e ministeriali perché si inverta la rotta.
Data l’urgenza del tema e il continuo nascondimento delle criticità da parte delle forze di governo, quella del prossimo futuro risulta come una sorta di ultima occasione non tanto per invertire la tendenza del tracollo climatico, ma piuttosto per rendere più sostenibile un sistema, quello del trasporto di persone e merci, che al momento è paralizzato a condizioni da Prima Repubblica.
Da remoto è intervenuto Angelo Bonelli, che ha formulato le proposte della propria forza politica in continuità e in dialogo sia con il terzo settore presente a L’altra Cernobbio che con l’intervento programmatico rispetto alle prossime elezioni portato nel panel precedente da Elly Schlein.
Come la segretaria del pd, il relatore ha preso come modello la Spagna di Sanchez, tracciando la via di un investimento sulle rinnovabili che abbassi il costo dell’energia per lə cittadinə, e ha individuato nella destra, definita “climafreghista”, l’ostacolo principale a livello italiano ed europeo.
Parallelamente alla dimensione propositiva che la società civile cerca di ritagliare nel dibattito politico, di fatto per le forze partitiche la corsa alle elezioni è già avviata.



Prima delle conclusioni di Giulio Marcon e Gianpaolo Rosso, don Giusto ha rilevato come il progresso tecnologico non può essere separato da un progetto antropologico, sociale e relazionale che garantisca i diritti per tuttə, soprattutto in una fase di crisi continua che spinge alla soluzione individuale, anziché invitare al ragionamento collettivo e all’azione politica per un’equità reale, e all’indifferenza di fronte a violenze come quelle genocidarie in Palestina.
Marcon, in conclusione, ha sottolineato come alla teoria debba essere affiancata anche l’azione, qualcosa che non può fare a meno di un sogno, nelle parole di Rosso, ma deve passare anche dall’azione a fronte di tutte le sfide che il presente ci pone. L’altra Cernobbio è un momento centrale in questo senso: la rappresentanza politica è un piano ineludibile, ma anche l’azione individuale e collettiva è qualcosa da progettare ed agire, ed il boicottaggio è un esempio chiaro di ciò che si può realizzare in questo senso. I tempi sono stretti, ma la contemporaneità esige un movimento tattico e strategico contro-corrente. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]
Guarda tutte le foto di Massimo Borri e Beatriz Travieso Perez, ecoinformazioni, a questo link.

