L’altra Cernobbio/ All
Su questa pagina tutti gli articoli, i video, le foto dell’edizione del 5 settembre 2026 e tutto sulle edizioni precedenti dell’Altra Cernobbio seguite da ecoinformazioni.
Indice
- L’Altra Cernobbio 2026 – Un’economia di pace
- L’Altra Cernobbio 2025 – Addio alle armi!
- L’Altra Cernobbio 2024 – è l’unica che abbiamo
- L’Altra Cernobbio 2023 – La strada maestra
- L’Altra Cernobbio 2022 – Un’economia per le persone e il pianeta
Un’economia di pace – XVI Forum nazionale dell’Altra Cernobbio 5 settembre 2026
Apertura de L’altra Cernobbio
Trascrizione/ Apertura de L’altra Cernobbio/ L’impatto della guerra sull’economia e la società
Testi ottenuti dalla trascrizione dei video da Youtube rivisti con la, poi redatti da Julia Mattesini, stagista a ecoinformazioni della Scuola arti e mestieri G. Castellini, da Amelie Di Matteo e Giulia Rho, della redazione di ecoinformazioni. Trascrizioni non riviste da3 relator3.
Danilo Lillia, Arci provinciale Como
Buongiorno a tutte e a tutti. Direi che possiamo iniziare questo nostro forum di Sbilanciamoci 2026. Sono Danilo Lillia dell’Arci di Como. Io amo dire Arci-Anpi di Como e ho il piacere di potere aprire questa sessione di quest’anno di Sbilanciamoci. Ancora una volta siamo qui a Cernobbio grazie all’organizzazione Sbilanciamoci e Rete Italiana Pace e Disarmo e poi dopo ringrazierò anche altri. sono felicissimo, Al mio fianco quest’anno ci sono Cecilia Begal, portavoce o co-portavoce di Sbilanciamoci. Qui c’è una sorta di passaggio generazionale e lo dico anche a Giulio Marcon e mi fa molto piacere. Il tema di quest’anno, voi lo saprete, è l’impatto della guerra sull’economia e la società. Quindi un tema particolarmente importante ed è difficile anche da affrontare. Sono felice di trovarmi ancora in questo luogo che ci ospita dopo che l’amministrazione comunale di Cernobbio negli ultimi anni ci ha negato la possibilità di poter svolgere in un ambiente, diciamo, più laico e più istituzionale questo forum e quindi ringrazio particolarmente la parrocchia di Cernobbio. Voglio iniziare comunque con i ringraziamenti che sono dovuti alle persone, ai soggetti che hanno permesso questo evento. Innanzitutto, non è un ordine, è un ordine casuale: ringrazio la Cgil Nazionale che è sempre presente, la Cgil Lombardia che è sempre presente, molto vicina non soltanto dal punto di vista economico, ma anche da un punto di vista delle relazioni e del contributo che ci viene dato. Ringrazio la Flai Cgil, un altro pezzo importante di questa storia di Sbilanciamoci. Ringrazio la Filcams Cgil e la Cgil di Como che ha contribuito alla realizzazione di questo evento. Poi sicuramente un altro ringraziamento è dovuto all’Arci, l’Arci Nazionale e in particolare all’Arci di Como. All’interno dell’Arci di Como, mi permetto, anche perché sono anch’io socio, a ecoinformazioni e al Circolo Arci Terra e Libertà. Grazie a ecoinformazioni che organizza e che segue tutta la struttura della comunicazione, anche in questo momento sta registrando e poi porterà all’esterno tutti i temi che noi andremo a trattare con un impegno e una professionalità importante fatta da tanti giovani e giovani. E Terra e Libertà che segue l’aspetto logistico. Poi personalmente voglio ringraziare appunto lo staff di Sbilanciamoci, oltre al coportavoce Giulio Marcon, soprattutto anche a tutte le collaboratrici di Sbilanciamoci che veramente sono preziosissime e che svolgono un lavoro molto importante. Spero di non avere dimenticato nessuno, di avere citato a Como anche il Coordinamento Comasco della Pace che parteciperà anche nelle varie sessioni e che ha dato anche il suo contributo, credo che sia importante. Ringrazio comunque anche tutti i relatori e le associazioni che i relatori stessi rappresentano che sono qui per portare il loro contributo, che ritengo estremamente importante perché oltretutto loro portano la sintesi di quello che durante tutto l’anno svolgono, e dopo lo vedrete e ne riparleremo. Concludo prima di passare la parola a Cecilia con un pensiero, permettetemi di esprimerlo, lo faccio tutti gli anni, con un pensiero, con delle parole che voglio dire sommessamente, ma che vogliono essere un grido per coloro che si ritrovano anche al lago di Como in questo momento a discutere del futuro di un mondo che poi non so se è quello occidentale oppure se questo mondo occidentale pensa di parlare di tutto il mondo, di tutto il globo, e rappresentarlo in un luogo sicuramente bellissimo, esclusivo, dove parlano di crescita. Ho sentito ieri sera parte della TV proprio cercando di capire i temi che vogliono affrontare e come vogliono affrontarli. Li ho sentiti parlare di crescita, crescita di percentuali, di investimenti, di confronti, di letture che si fanno anche in modo parziale dei dati economici. Ma sento parlare più di un’economia che riguarda il profitto, le ricchezze, il potere, e non di un’economia che invece riguarda le popolazioni, i popoli. Le misurazioni infatti da noi vengono fatte con il Pil, che non riguarda il benessere di una società, ma il prodotto interno lordo che viene svolto poi non si sa bene come e in che modo. E volevo fare una riflessione facendo questo discorso: chiedo scusa se ancora una volta, testardamente, siamo qui in questo bellissimo luogo per parlare, per confrontarci, per esprimere delle proposte sull’impatto devastante che hanno le guerre sulla società, sugli uomini, le donne, i bambini e le bambine. Chiedo scusa se continuiamo a sostenere che la pace non è assenza di guerra, che la pace non si realizza pensando alla costruzione di armi sempre più potenti e devastanti e pensando che questo possa portare alla pace, perché questo è un discorso che viene riportato. Ma la pace è il risultato di un processo che mette al centro non la forza, il denaro, il potere, la ricchezza, ma semplicemente la Terra con tutti i suoi esseri viventi. Chiedo scusa se riteniamo non essere utopia pensare di convertire le aziende che producono bombe, missili, droni, cacciabombardieri, carri armati con scuole, ospedali ed elicotteri che servono per il servizio civile contro gli incendi, come abbiamo visto anche a Como; è una cosa che si può fare. Chiedo scusa se diciamo che questo si può fare, si può realizzare, e riprendendo uno slogan storico ma assolutamente attuale e valido oggi e domani: un altro mondo è possibile e noi siamo qui e vogliamo contribuire a realizzarlo.
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Cecilia Begal, co-portavoce di Sbilanciamoci
Io mi unisco ai ringraziamenti di Danilo e vi do il benvenuto all’Altra Cernobbio. Anche quest’anno siamo qui, mentre a 700 metri, dall’altra parte del lago, abbiamo il Forum Ambrosetti, per dimostrare — dove il generale Vannacci viene trattato come un ospite d’onore proprio in queste ore — che esiste un’altra Cernobbio. Una Cernobbio fatta di associazioni, di persone, di movimenti e di reti che ogni giorno tengono in piedi i territori e fanno comunità. La 16ª edizione dell’Altra Cernobbio cade in un anno che non possiamo raccontarci come uno dei tanti. La democrazia in Europa e in Italia è sotto attacco. Abbiamo governi che restringono il dissenso, parlamenti che vengono scavalcati da logiche e decreti emergenziali, e abbiamo un’informazione sempre più concentrata in pochissime mani e censurata. Abbiamo spazi di partecipazione sempre più ristretti e confini sempre più militarizzati. Stiamo assistendo a una democrazia che viene smontata pezzo per pezzo, nel silenzio complice di chi questa democrazia dovrebbe garantire. E la si smonta insieme a un’altra cosa: la si smonta assieme alla pace. Il riarmo è di fatto diventato senso comune imposto dall’alto. Abbiamo governi e bilanci europei e nazionali che vengono riscritti per finanziare l’industria bellica, e RearmE che diventa di fatto il nuovo nome della ragione di Stato. Il complesso militare-industriale detta l’agenda di governi che si dicono democratici e all’interno della cui Costituzione c’è scritto che ripudiano la guerra. La militarizzazione dell’economia è poi la militarizzazione della vita quotidiana e della società di tutti i giorni. Ed è quello di cui vorremmo parlare oggi: il fatto che si stanno militarizzando i confini, le periferie, e perfino il linguaggio con cui parliamo di crisi climatica, di migrazione, di conoscenza, di cultura e di conflitto sociale. È dentro questa cornice che va letta la repressione dei movimenti in Italia e in Europa. In Italia quest’anno abbiamo assistito a una vera e propria stagione di sgomberi: a partire da Milano, dal Leoncavallo, per poi passare per Torino, per l’Askatasuna, e in questi giorni tutti i nostri occhi sono puntati su Spin Time a Roma. Spazi che da decenni facevano welfare dove lo Stato si è ritirato, dove lo Stato non arriva. Sappiamo che ogni sgombero non è solamente la cancellazione di un luogo, ma è la cancellazione di relazioni, di reti di mutuo soccorso e di persone che hanno deciso di ribadire che gli spazi pubblici appartengono alla comunità e non alla rendita. E poi c’è quest’estate. Non possiamo aprire un forum sull’economia proponendo un modello di sviluppo alternativo e sostenibile senza parlare del fatto che in Europa abbiamo appena vissuto l’estate più calda di sempre. Giugno e luglio sono stati i mesi più caldi; luglio in Italia è stato il mese più caldo dal 1950. Abbiamo il 60% del territorio italiano in stato di fortissima siccità e dall’inizio dell’anno si stimano già 3 miliardi di danni nel settore agricolo causati dalla crisi climatica. Quindi la crisi climatica non è più una previsione del futuro, ma è la cronaca di agosto, la cronaca di luglio e sarà la cronaca dei mesi che verranno. Quello che continuiamo a dire è che non si tratta di un problema tecnico da correggere con un po’ più di tecnologia o innovazione verde all’interno dello stesso modello: è il modello stesso che si basa su un’idea di crescita infinita su un pianeta finito, sullo sfruttamento continuo di risorse umane e non umane, e su una logica di profitto che continua a decidere cosa vale e cosa no, causando insieme guerre, disuguaglianze e collasso climatico. La pace che rivendichiamo non vuole essere un’aggiunta gentile allo stesso modello, ma un’altra economia che mette al centro il clima, i limiti biofisici del pianeta, l’uguaglianza e la ridistribuzione della ricchezza e del potere. Non lo diciamo in modo astratto, ma lo facciamo attraverso pratiche di un’altra idea di sicurezza: quella di una trama fitta, non la sicurezza intesa come sgomberi e identificazioni. È l’idea di sicurezza che si basa sulla convergenza, sull’intersezionalità delle lotte e su una trama fitta che regge anche quando un singolo filo viene reciso dall’esterno. Resistere insieme non vuole essere uno slogan da striscione, ma è un metodo di lavoro ed è l’unica scala capace di reggere il confronto con un potere che si organizza, si coordina e soprattutto si arma. Se loro in queste ore al Forum Ambrosetti stanno facendo sistema per la guerra, noi qui vogliamo fare sistema per la pace, per la terra e per un sistema di cura a misura d’uomo. Non lo diciamo in modo astratto, è quello che facciamo da anni come campagna delle associazioni della società civile: ogni anno con la campagna Sbilanciamoci!, con la Controfinanziaria, con la Staffetta Antifascista, con le Carovane per la Pace e qui a Cernobbio. Tutte quelle iniziative che ci vedono scendere in piazza e mobilitarci insieme per un’altra economia fondata sul disarmo, sulle politiche di welfare, sulle politiche di cooperazione, su salari giusti, sul diritto di asilo, sulla libertà di movimento, sull’uguaglianza e su un modello di sviluppo ancorato alla giustizia climatica. Lo facciamo attraverso proposte concrete, attuabili e attuali fin da subito, di cui discuteremo assieme nel corso della giornata. Adesso inizieremo con la prima sessione dedicata alla militarizzazione dell’economia e della società. Dopodiché, nella seconda sessione, riflettiamo insieme sulle conseguenze di questi processi sul lavoro, sulla globalizzazione e sulle produzioni. Nel pomeriggio, dopo il pranzo collettivo, andremo più nello specifico e nel dettaglio delle proposte: quali sono le proposte concrete per raggiungere e realizzare questo modello di sviluppo che vogliamo. Grazie e buon lavoro a tutti e a tutte.
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Sessione I
Trascrizione/ Sessione I/ La militarizzazione dell’economia e della società
Testi ottenuti dalla trascrizione dei video da Youtube rivisti con la, poi redatti da Julia Mattesini, stagista a ecoinformazioni della Scuola arti e mestieri G. Castellini, da Amelie Di Matteo e Giulia Rho, della redazione di ecoinformazioni. Trascrizioni non riviste da3 relator3.
Roberta Capone, segretaria generale Flc Cgil Como
A tutti e a tutte, permettetemi un ringraziamento alla rete Sbilanciamoci, alla CGIL, all’Arci per questa occasione di confronto. Parlare di pace e di riarmo per noi non significa occuparsi di qualcosa che sta fuori dal nostro mondo. Al contrario, significa parlare esattamente di ciò che ci riguarda tutti i giorni, perché la guerra ha un costo e quel costo non è soltanto quello drammatico, purtroppo, delle vite umane. È un costo sociale, economico e democratico che ricade soprattutto sulle persone che lavorano, sui giovani, sulle famiglie e sui territori, perché ogni euro destinato agli armamenti è un euro che non può essere investito in welfare, sanità, scuola, ambiente e politiche sociali.
Io sono Roberta Capone, la segretaria generale della Flc Cgil di Como, l’organizzazione che tutela i lavoratori e le lavoratrici del mondo della scuola e della ricerca, e oggi insieme a Massimo Alberti, giornalista di Radio Popolare, coordino questo tavolo, questo panel sulla militarizzazione dell’economia e della società. Io, prima di lasciare la parola a Massimo, ovviamente ritornerò sul tema perché credo che sia, soprattutto in questo momento storico, importante parlare anche di una cultura della militarizzazione, una cultura della guerra che si sta insediando sempre di più nella nostra società; e inevitabilmente parlare di scuola non può essere un argomento da tenere in secondo piano, perché è da lì che si formano le future generazioni. Per cui ritornerò sicuramente su questo argomento, perché quando le risorse pubbliche vengono destinate sempre di più al riarmo, inevitabilmente dobbiamo chiederci quali risorse rimangono per tutto il resto: per scuola, sanità e servizi pubblici. Oggi siamo qui perché abbiamo fatto una scelta ben diversa: crediamo che la sicurezza non si costruisca con più armi, ma con più diritti. Per cui lascio la parola a Massimo, che poi presenterà anche gli altri interventi. Grazie.
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Massimo Alberti, Radio Popolare
Buongiorno anche da parte mia. Non preoccupatevi se vedete prevalentemente maschi sul palco, perché poi in realtà il rapporto si invertirà, per cui manteniamo un equilibrio di genere ben saldo. Se siamo qui, evidentemente, è perché abbiamo un problema. Il problema lo spiegavano molto bene Danilo e Cecilia nella presentazione di queste due giornate: c’è un tentativo in atto, anche piuttosto pesante e forte, di permeare la società in cui viviamo di una retorica bellicista che parte dai media e di tenerci in qualche modo sotto una cupola anche piuttosto cupa — scusate il gioco di parole — dove la minaccia di guerra incombente dovrebbe poi condizionare non solo le nostre scelte economiche e politiche, ma anche le nostre scelte di vita.
In quest’oretta, oretta e mezza, cercheremo proprio di raccontare questo: sia per illustrare cosa sta succedendo e cercare di leggerlo, sia per darci degli strumenti per riconoscerlo e contrastarlo. Ci torneremo poi con i nostri primi ospiti. Da un bel po’ con Sbilanciamoci e con Alleanza Clima Lavoro ci stiamo interrogando su come questa retorica bellicista stia entrando all’interno dei settori produttivi ed economici, cercando di dare un peso sempre maggiore alle produzioni militari rispetto a quelle civili. Se ce la stiano facendo è chiaramente una domanda. Così come è una domanda quanto questo avvenga in vari ambiti della società. Roberta parlava prima della scuola, che in questo momento è un tassello fondamentale, con una presenza sempre più invasiva dell’apparato militare che cerca di entrare nelle aule, così come sempre più invasiva è la presenza militare sui territori. L’Italia, lo sappiamo, è ricca di basi militari.
Per poi arrivare a un tema generale che sta entrando anche nella legislazione, una legislazione che cerca di restringere il dissenso: perché è chiaro che una situazione di questo genere — che vede la popolazione italiana abbastanza riottosa nell’accettare questa retorica di guerra — genera dissenso, e l’impostazione e la retorica militare entrano nella legislazione proprio per cercare di limitare gli spazi possibili di dissenso. In questo quadro, l’intervento iniziale che vi proponiamo oggi ha bisogno di poche presentazioni, perché credo che tutti conosciamo Emergency, il ruolo materiale che svolge sul campo e ormai anche nei nostri territori per dare supporto alle vittime di guerra e alle vittime della mancanza di stato sociale nelle nostre città, che indirettamente sono vittime dello spostamento di risorse verso l’economia militare. Emergency è anche il nostro faro ideale nel cercare di tenere salda questa impostazione e questa battaglia, che sarà dura contro il tentativo di imporci una società sempre più militarizzata.
Dovrebbe già essere in collegamento la presidente di Emergency, Rossella Miccio, che salutiamo e ringraziamo e a cui volentieri cedo la parola. Aspettiamo un secondo. Perfetto, ti sentiamo Rossella.
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Rossella Miccio, presidente di Emergency
Perfetto. Buongiorno a tutte e a tutti. Scusate, come al solito ogni anno lo dico, ma purtroppo la concomitanza con il nostro festival a Reggio Emilia non mi permette di essere in presenza con voi. Però per me era importante salutarvi e soprattutto condividere e rafforzare questi legami che sono fondamentali per tutte le motivazioni che dicevate prima.
Io stamattina, svegliandomi, leggevo il giornale e continuo a sorprendermi di come sia possibile che anche in una struttura e iniziativa come il Forum Ambrosetti — insomma, abbastanza istituzionale e seria — i commenti fossero: “Siamo interessati ad ascoltare le proposte di Vannacci”. Ecco, a me questa cosa lascia continua a stupirmi: di quanto velocemente ci adattiamo a questa radicalizzazione del discorso politico e sociale su temi e con linguaggi che sono assolutamente quelli della guerra. Noi la conosciamo direttamente la guerra, quella vera, quella con le bombe e sempre più con i droni, ed è frustrante, soprattutto in un Paese come l’Italia, ritrovare le stesse logiche e le stesse dinamiche all’interno del discorso pubblico.
Quindi penso sia fondamentale continuare e avere il coraggio — perché di questo stiamo parlando — di proporre invece non solo una narrativa diversa, ma un approccio e delle soluzioni differenti, che saranno sempre meno mainstream. Questa sarà la vera sfida ormai da un po’ di tempo: dobbiamo trovare strade sempre nuove per riuscire a far passare questa visione alternativa della società e del mondo, che secondo me è anche estremamente pratica e realistica, molto più di quella bellicistica che ci propinano. In un mondo in cui basta che un signore si svegli al mattino e, magari a causa del clima troppo caldo, perda la ragione, ci vuole poco a fare un errore e schiacciare un pulsante che sgancia una bomba capace di cancellare intere comunità. Il rischio è reale.
Quello che non è facilmente trasmissibile alle persone è quanto si possa e si debba lavorare tutti insieme, dal singolo individuo alle realtà associative. Le scuole sono fondamentali per provare ad agire, perché vi dico sinceramente che a volte mi ritrovo abbastanza sconcertata da quello che vedo, non solo in Italia ma nel resto d’Europa, per non parlare degli Stati Uniti — ovvero la parte di mondo che dovremmo sentire più vicina dal punto di vista della cultura e dei valori e che invece ormai considera la guerra non solo una possibilità, ma qualcosa di desiderabile verso cui bisogna prepararsi. Questo è estremamente pericoloso.
Allo stesso tempo sono convinta che, almeno in Italia — non so dirvi in tanti altri Paesi d’Europa — ci sia una maggioranza della popolazione che non condivide questa visione. Lo dico non solo perché l’esperienza diretta di relazione con le persone ci dà questo feedback, ma perché, come tanti di voi, lavoriamo nelle scuole e nei nostri ambulatori in giro per l’Italia, che ci restituiscono l’immagine di periferie cittadine e zone agricole che non sentono così forte e urgente questo bisogno di guerra. Si sentono però, allo stesso tempo, senza strumenti per poter reagire. Il nostro compito è proprio quello di fornire non solo una visione diversa, ma degli strumenti diversi, ciascuno nel proprio ambito di lavoro.
Noi lo facciamo in ambito sanitario, ma sempre di più lavoriamo anche con le amministrazioni locali e, nell’ultimo anno e mezzo con la campagna Riprendiamoci il Comune, abbiamo trovato tantissima disponibilità all’ascolto e all’impegno civile e di cittadinanza attiva. C’è bisogno di coesione e di ricostruzione di un tessuto sociale che questa narrazione e politica mainstream stanno sfasciando — dalla riduzione dei finanziamenti per la cooperazione allo sviluppo, ai tagli al welfare, alla sanità, alla scuola, fino alla legislazione sempre più restrittiva iniziata nel 2017 con i codici di condotta per le Ong e arrivata ai vari decreti sicurezza.
Detto questo, non credo che nessuno dei presenti si lasci abbattere: il fatto che siamo tutti qui oggi testimonia la volontà di reagire. Spero sinceramente che ce ne sia il tempo, perché leggendo i giornali sembra che la corsa agli armamenti e la ricerca di un nemico vadano velocissime. Noi però non molliamo, anzi lavoriamo sempre di più insieme per proporre questa alternativa. Grazie davvero a tutte e a tutti, spero prima o poi di riuscire ad esserci di persona. Sappiamo che il percorso che abbiamo davanti lo portiamo avanti insieme. Buon lavoro.
Abbiamo delle iniziative a cui devo partecipare di persona, quindi non riuscirò a rimanere collegata, ma ci sentiamo in continuazione e ci saranno altre occasioni per lavorare insieme. Buona giornata.
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Massimo Alberti, Radio Popolare
Grazie Rossella. Come dimostra la giornata di oggi, fortunatamente abbiamo una rete solida e ben avviata che lavora su questi temi. Michele De Palma, segretario generale della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil: io credo che in questo momento il sindacato abbia un ruolo estremamente complesso e anche piuttosto scomodo. Cito un episodio a cui peraltro c’eri anche tu, meno di un anno e mezzo fa, al convegno di Alleanza Clima Lavoro e Sbilanciamoci a Torino con i delegati dell’automotive. Iniziamo a chiederci cosa stesse succedendo all’interno delle loro fabbriche, se vedessero uno spostamento della produzione dal civile al bellico.
Sappiamo che l’Italia è sulla strada della deindustrializzazione: qualcuno ha pensato di vedere nella crisi dell’automotive un buon motivo per spostare quel tipo di produzione verso l’industria militare. Se allora ci chiedevamo se una fabbrica che produce biciclette da un giorno all’altro sarebbe passata a produrre proiettili, forse stavamo sbagliando bersaglio: quello che stiamo vedendo in questo anno è una produzione che sta mescolando la filiera civile a quella bellica. Le fabbriche continuano a produrre quello che facevano prima — metalli, robotica di precisione — ma hanno cambiato committente, inserendosi sotto la rete molto solida della principale industria bellica italiana, Leonardo.
Ecco perché parlavo di un ruolo scomodo del sindacato: sia perché dall’interno delle fabbriche può essere una sentinella per capire cosa sta succedendo, sia soprattutto perché contrastare questo scivolamento serve a evitare che chi lavora debba scegliere tra il tenersi uno stipendio o il produrre qualcosa che servirà alla nostra stessa distruzione. Credo che questa sia la vostra sfida per i prossimi mesi, ed è estremamente complicata perché immagino che le contraddizioni su questo siano pesanti.
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Michele De Palma, segretario generale Fiom Cgil
Ma io, vi dico la verità, di contraddizioni non ne sento, nel senso che la storia dei metalmeccanici e quello che abbiamo fatto nel corso degli ultimi anni penso sia abbastanza limpido e chiaro. I metalmeccanici della Fiom, insieme alle categorie della Cgil e a tutta la Cgil, hanno preso una posizione che nessun altro sindacato di grande rappresentanza in Europa e nel mondo ha preso. La Cgil è stata l’unico sindacato al mondo a decidere di scioperare contro il genocidio a Gaza, prima con 4 ore e poi con 8 ore di sciopero.
Lo dico nello specifico per i metalmeccanici: eravamo nel pieno del rinnovo del contratto nazionale, dopo un anno di trattative, e avevamo dovuto fare decine di ore di sciopero per il contratto. Mentre facevamo le assemblee unitarie con Fim e Uil, a un certo punto, dato quello che stava succedendo in Palestina, i metalmeccanici della Fiom decisero di scioperare. Vorrei che ci capissimo su un punto che riguarda la natura stessa del sindacato: se il sindacato si riduce a essere semplicemente un soggetto che contratta l’orario e il salario — tema fondamentale — ma perde la sua natura politica, cioè l’idea che il lavoro è lo strumento con cui una società sceglie di dotarsi dei beni e dei servizi necessari alla sua costruzione, si arriva a una scissione tra il lavoro svolto e la mercificazione della prestazione lavorativa. A quel punto, permettetemi di dirlo, il capitale ha vinto.
Io credo che il problema che abbiamo stia nel fatto che sia assolutamente indispensabile reagire. Si diceva che stamattina al Forum Ambrosetti è stato invitato il generale Vannacci. Nella storia, quando il capitale ha scelto e sdoganati interlocutori incostituzionali, neonazisti e neofascisti come il generale Vannacci, il preludio sul piano del rispetto della democrazia è un elemento che dovrebbe farci riflettere tutti. Il processo di normalizzazione del genocidio, della guerra, del fascismo, del maschismo e del razzismo — che addirittura sale in cattedra a spiegarci i futuri dell’economia — vuol dire che il capitale sta scegliendo di combattere il lavoro, perché il lavoro è l’unico soggetto in grado di contrapporsi a questa deriva.
Questo è lo scenario dentro cui siamo. È complicato, perché il punto è non salvarsi semplicemente la coscienza come gruppi dirigenti. Quando sono andato a fare le assemblee per lo sciopero sulla Palestina nel pieno dello scontro sul contratto o con fabbriche a rischio chiusura, trovavi anche chi diceva: “Ma cosa c’entra questo con il tuo ruolo da sindacalista?”. Quello che c’è nella società lo trovi anche dentro la fabbrica. Il punto è se le organizzazioni e le strutture democratiche — che ancora esistono, anche se non se la passano bene — decidano di fare questa battaglia.
Durante Genova 2001 chiamavamo la militarizzazione “guerra globale e permanente”. Quell’analisi non riguardava semplicemente il conflitto tra Stati, ma la guerra dentro gli Stati. Quello che vediamo negli Stati Uniti o dalle nostre parti — le ronde che rischiano di diventare un controllo delle contraddizioni sociali, o gli youtuber che vanno in giro con i carabinieri nelle metropolitane — sfocia nella legittimazione della violenza contro il disagio sociale delle nostre città. Ci stiamo abituando ad avere carri armati, o mezzi simili, davanti alle stazioni ferroviarie e ai militari che controllano i documenti. A me è capitato di essere fermato dalla polizia semplicemente perché indossavo una maglietta di Zerocalcare sulla Palestina. Questo è il processo di militarizzazione della società.
Il problema è capire che le questioni economiche e sociali sono quelle intorno a cui o si costruisce un’alternativa o non ci si può confrontare con chi deve portare a casa un salario per vivere. Dobbiamo liberarci da un inganno: la storia che ci raccontano da tempo sulla transizione metalmeccanica dalla produzione civile a quella militare. Per l’esperienza che sto facendo io, quando vi dicono che si crea occupazione investendo sul militare, la realtà è che stiamo chiudendo.
Certo, qualcosa produciamo anche in Italia, ma questa politica porta a un solo fatto: le armi le stiamo comprando dagli Stati Uniti, da Israele, insieme ai sistemi informatici di controllo della sicurezza. La narrazione per cui “al posto di fare la Panda faccio il carro armato” è smentita dalle imprese, che dicono che non è possibile. Sono stato convocato da Renato Brunetta al Cnel perché hanno fatto uno studio. Pensate: al Cnel dovrebbero studiare come fare la transizione verso il green, e invece gli è venuta la brillante idea di studiare la transizione dall’automotive al militare. Tutti gli abbiamo spiegato che non ci sono le condizioni: produzione e mercato non c’entrano nulla l’uno con l’altro. È un totale inganno.
Perché siamo passati dallo scontro sul Green New Deal al passaggio alla guerra? Me lo ricordo quando a Torino dissi: “Occhio, perché mentre discutiamo del Green New Deal, stiamo passando al Green War”. In Italia le industrie con il maggior numero di addetti e capitalizzazione sono tutte partecipate pubbliche: Leonardo e Fincantieri nella Difesa. Quando andiamo negli osservatori strategici a porre il tema degli investimenti sul pubblico e sull’economia civile, ricordo che siamo rimasti da soli a fare una battaglia — poi persa — sul fatto che Leonardo poteva produrre autobus elettrici. I governi che si sono alternati hanno fatto lo spin-off dell’unico pezzo pubblico di economia civile rimasto e lo hanno venduto a soggetti su cui ora c’è un’indagine della magistratura. Risultato: compriamo 10.000 autobus dalla Cina, ne facciamo 2.300 in Italia e teniamo la gente in cassa integrazione.
Il punto è: quale industria per quale futuro dell’Italia e dell’Europa? In Europa si discute dell’industria bellica come acceleratore. Quello che mi stupisce è che si possa andare in disavanzo per gli investimenti nelle armi, ma non per salvare l’elettrodomestico. In questa regione abbiamo una vertenza in corso, ieri abbiamo dichiarato altre 8 ore di sciopero su Electrolux: è meglio investire in un missile o in una lavatrice? Scusate la banalizzazione, ma l’Europa sta decidendo di investire sui missili e sta perdendo la struttura industriale dell’economia civile. Ci dicono ogni volta che l’elettrodomestico, l’auto o l’acciaio non si possono più fare perché il lavoro costa troppo e il mercato non li percepisce, ma nel frattempo ci indebitiamo per comprare armi.
Questo è il nodo industriale dentro cui ci troviamo. Per questo stiamo facendo una battaglia con il resto del sindacato europeo, chiedendo una manifestazione delle organizzazioni sindacali industriali a Bruxelles per intervenire esattamente su questa questione.
Chiudo dicendo che non è più il tempo in cui ognuno può pensare di difendersi dalla propria parzialità. Usando una metafora calcistica: non possiamo più giocare in difesa, perché alla fine la palla in porta te la mettono. Dobbiamo provare a giocare in attacco. Se vuoi cambiare l’economia e l’industria del Paese, considerando che il Patto di Varsavia è finito e neanche la Nato mi sembra messa benissimo (visti gli accordi di alcuni membri con altri Paesi, penso ad Erdogan con Pakistan e Arabia Saudita), bisognerebbe riaprire un dibattito politico. L’Italia dovrebbe candidarsi a essere un Paese neutrale, di una neutralità attiva, diventando nel cuore dell’Europa e del Mediterraneo uno spazio diplomatico di risoluzione delle controversie internazionali e un centro di ricerca e sviluppo per un’altra industria ed economia, fondata sulla democrazia.
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Massimo Alberti, Radio Popolare
Facciamo un passettino ancora più in là, perché il quadro descritto da Michele De Palma ha un impatto concreto sull’economia. L’idea di spostare la produzione civile verso il militare, o di inserire la filiera civile in una filiera verticale integrata guidata da Fincantieri e Leonardo, ha un impatto negativo. Nessuno ce lo dirà mai apertamente, ma gli studi dicono che un’economia spostata sul militare riduce il Pil e i posti di lavoro.
Paolo Maranzana, statistico economico dell’Università di Milano-Bicocca, è una delle persone che ha realizzato questi studi sull’impatto dello spostamento verso l’industria bellica. Gli chiedo di illustrarli, aiutandoci a capire cosa sta succedendo nella filiera e quali sono le potenziali conseguenze.
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Paolo Maranzano, Università di Milano-Bicocca
Il ruolo accademico è una brutta bestia!
Intanto vi ringrazio per essere qui ad ascoltare il mio intervento. Ammetto che l’intervento di Michele mi ha colpito profondamente, perché ha toccato sul piano economico, sociale e politico tutti i temi su cui proverò a dirvi qualcosa. Il compito che mi rimane è mettere alcuni punti nero su bianco: non è solo una questione etica o morale, bisogna avere riferimenti chiari e numeri per difendere motivazioni che vadano al di là del semplice “giusto o sbagliato”. Ci sono misure che permettono di capire il bluff che stiamo vivendo. Ho la sensazione che sia tutto molto gonfiato, una questione momentanea e congiunturale, a meno di un cambio radicale nella società in cui l’economia è solo la punta dell’iceberg.
Vi darò alcune indicazioni sui trend degli ultimi 15 anni sul processo di riarmo in Europa, per poi concludere parlando degli studi che abbiamo fatto insieme al gruppo di Sbilanciamoci, guidato da Mario Pianta, con cui abbiamo provato a quantificare numericamente quanto possiamo “portare a casa” da questo processo.
Parto da una considerazione: la questione della guerra anche in Europa non l’abbiamo mai davvero accantonata. È una bellissima storiella quella che ci raccontiamo sui 70 anni di pace e sulle armi che da noi non si usano più, ma non è esattamente così.
Storicamente non abbiamo mai visto livelli così elevati di spesa in armamenti militari come negli ultimi 3-4 anni. Terminata la Guerra Fredda avevamo iniziato un processo di disarmo, con una spesa mondiale in calo. Ma anche questo è vero solo in parte: semplicemente fino agli anni 2000 gli Stati Uniti hanno leggermente ridotto la propria spesa militare, mentre gli altri non hanno ridotto niente. La Cina cresce linearmente e costantemente dal 1995: i cinesi hanno iniziato un percorso 30 anni fa per essere più attivi sugli armamenti. E quindi loro sono cresciuti, mentre gli Stati Uniti, come vedete…
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Paolo Maranzano, Università di Milano-Bicocca
Fanno quel su e giù perché il processo di riarmo negli Stati Uniti non va letto semplicemente come un “ho bisogno di scaricare il mio potere su qualcun altro”, ma è una leva economica: è forse l’unico caso in tutto il mondo di Paese o continente dove effettivamente il settore militare è un settore di rilievo, porta un sacco di investimenti e un sacco di ricerca, e questo segue chiaramente l’andamento del ciclo economico. Quando l’economia va bene spingono tantissimo sugli armamenti, poi quando le cose vanno un pochino meno bene tendono a ridursi.
L’Europa, che invece è quella linea costante nel mezzo, quella blu, ci racconta una storia diversa: noi diciamo “sì, non vogliamo armamenti, abbiamo una storia di pace”, dopodiché però la nostra spesa l’abbiamo sempre mantenuta a un bel livello costante. Poi dal 2014 in poi — quindi non dal 2022, questa è un’altra storiella che ci viene raccontata, che nel ’22 è cambiato tutto — in realtà quello che salta fuori è che il processo di riarmo è iniziato almeno 8 anni prima, nel 2014, in coincidenza anche con la prima questione sul Donbass e sulla Crimea. Però, punto numero uno: tra le storie che non sono la realtà e che ci vengono propinate, noi abbiamo iniziato questo processo ormai più di 10 anni fa e lo stiamo continuando.
Andiamo pure avanti. Ci troviamo quindi in una situazione paradossale dove, in un periodo storico in cui l’economia cresce mediamente poco in Europa e l’occupazione ancora meno — e questo già la dice lunga —, la spesa militare fa il botto e fa il pieno.
Andiamo avanti. Addirittura, quando andiamo a vedere alcune voci di spesa dei bilanci europei, la spesa militare è quella che guadagna maggior terreno tra il 2014 e il 2023-24. I numeri sono ancora quelli. La sanità cresce un po’, ma come vedete abbiamo parlato un attimo fa di transizione green: io qua la transizione green non la vedo, onestamente. È la spesa che guadagna meno di tutte le altre, sta 30 o 35 punti sotto la protezione ambientale.
Andiamo pure avanti. Quindi c’è un cambio di passo in Europa, non per tutti, ma essenzialmente per chi i soldi per questo riarmo li deve trovare. Adesso vi faccio vedere alcune cose. Prego.
Nel giugno dell’anno scorso siamo andati al vertice Nato e abbiamo detto: “Fantastico, da domani tutti al 5%, giusto?”. La spesa militare deve raggiungere questo livello automatico del 5% del Pil. Ora, intanto uno dice: “Quanto ti manca ad arrivare a quel 5%?”. Noi siamo in fondo, quindi fondamentalmente quel numero lì che abbiamo accettato dicendo “sì, certo, senz’altro da domani mattina lo facciamo”, non lo raggiungeremo mai. E adesso lo quantifichiamo anche. Gli unici che si avvicinano — e questo secondo me spiega tantissimo della situazione politica — sono l’ex blocco di Visegrád e l’ex Patto di Varsavia, fondamentalmente chi confina con la Russia. Loro sì: i polacchi, gli estoni, i lituani sono già arrivati praticamente al 5%. Peccato che però siano Paesi che partivano da un livello economicamente inferiore, quindi per loro un investimento in armi può davvero essere equivalente a un investimento green. Da noi, che siamo un Paese di sessanta e rotti milioni di abitanti, non è proprio la stessa identica cosa. Vabbè, poi i campioni indiscussi in alto a destra penso che li conosciamo tutti quanti, purtroppo: campioni del mondo.
Andiamo avanti. Quanto ci serve per arrivare a quel 5%? Ora, qua è un po’ incasinato, ma l’unico numero che conta è l’Italia a destra: 71. Per raggiungere quel livello del 5% che ci siamo impegnati a raggiungere — ed è irrealistico —, dovremmo piazzare, rispetto a quello che già facciamo, altri 70 miliardi all’anno, per un totale di 100 miliardi all’anno. Sono numeri che non hanno senso, perché non c’è nessuna voce di spesa che arriva a cifre simili: 70 miliardi oltre ai 30 già esistenti.
Andiamo verso la fine: chi è che ha guadagnato da questa cosa? Ve lo dicevamo prima, andiamo pure avanti. Queste sono le 30 più grandi aziende produttrici di armi al mondo (su 100). Ne abbiamo 31 europee, di cui due italiane, che però si collocano non esattamente all’apice della catena alimentare: Leonardo sta al 12º posto e occupa circa 60.000 persone nel mondo. 60.000 in tutto il mondo! Fondamentalmente sono una decina di comuni della Bassa Bergamasca messi insieme — perché quando sali più su, cinque sono già sufficienti. E poi al 53º posto abbiamo Fincantieri. Quindi, punto numero uno: non stiamo parlando di giganti. Questa cosa del riarmo, anche a volerla imporre forzosamente, non ci farà vedere un euro perché i soldi non andranno qui, punto. Con due aziende che contano relativamente poco.
Cosa dobbiamo fare? Andiamo verso la chiusura. Ancora qua, riguardo alle italiane: la prima è appunto Leonardo, e di quei 60.000 dipendenti solo 26.000 lavorano in Italia. Abbiamo ridotto l’equivalente a cinque comuni della Bassa Bergamasca. Molto interessante.
Andiamo pure avanti. Detto questo, dal punto di vista finanziario le cose sono andate particolarmente bene, perché i listini azionari delle aziende del settore aerospazio e difesa in alcuni casi sono raddoppiati nell’arco di tre anni: se uno valeva 5 ora vale quasi 10. Soprattutto — e andiamo alla prossima — se sono aziende europee. Quelle americane molto meno. Questo identifica il fatto che in Europa c’è qualcuno che sta portando a casa la pagnotta, e sono aziende del settore che ovviamente registrano guadagni stellari.
Andiamo in chiusura, andiamo alla prossima. Abbiamo due numeri. Questo mi è stato chiesto di dirlo esplicitamente: a ottobre usciremo con il libro Se l’Europa va alla guerra, edito da Feltrinelli, e all’interno c’è uno dei nostri lavori che mostra due cose fondamentali. Prima parlavamo delle ricadute: in termini economici è un risultato eccezionale far vedere che nel settore degli armamenti ogni miliardo di investimento non porta a casa più di 400 milioni di euro in Italia. Tu investi 1.000 e porti a casa 400. Guardate invece gli altri settori: ambiente, istruzione e sanità. L’istruzione porta a casa una volta e mezzo: investo 1.000 e porto a casa 1.500. Già solo per me la questione si chiuderebbe qua; si potrebbe dire “vabbè, grazie e arrivederci”. È un settore che non porta nulla.
Uno dice: “L’Italia è un caso particolare?”. No, perché sono tutti grosso modo così. C’è qualcuno che porta a casa un po’ di più — la Spagna, il Regno Unito e la Germania non sono messi malissimo —, ma in termini occupazionali il ragionamento è lo stesso: economicamente porti a casa poco come valore aggiunto, e come posti di lavoro la situazione è forse ancora peggiore. Se la sanità per ogni miliardo aggiuntivo genera circa 10.000 posti di lavoro, in Italia il settore difesa ne genera tra i 3.500 e i 4.000. Dove ballano 7.000 potenziali famiglie non è proprio la stessa cosa. Nel resto d’Europa, con l’unica eccezione della Spagna, è così.
Sintetizzo andando all’ultima slide per tirare le fila. I Paesi europei in termini di bilancio nazionale portano a casa pochissimo. A guadagnarci sono i grossi gruppi industriali di quel settore micro, che comunque hanno un indotto su cui ad oggi non si può fare affidamento per la crescita. Dobbiamo necessariamente sacrificare lo Stato sociale per arrivare a una situazione totalmente diversa. La ciliegina sulla torta è che, se guardiamo la manovra prevista per quest’anno, parliamo di 8-10 miliardi solo per colmare le differenze; per quanto riguarda gli armamenti servirebbero 70 miliardi, cioè sette manovre in un solo anno. Non c’è nulla sul piatto, fatico a vederla prospetticamente. Questo è quanto, grazie.
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Massimo Alberti, Radio Popolare
Grazie per questi dati che sono il cuore e la sostanza di quanto dicevamo prima, e che ci danno l’idea per chiudere questa parte centrale dedicata all’economia. Chiedo a Francesco Vignarca della Rete Pace e Disarmo: se devo ricapitolare quello che abbiamo sentito, la transizione di cui parlava De Palma è sostanzialmente poco realizzabile (lo dicono anche le imprese), gli impegni di bilancio pubblico sono difficili se non impossibili da mantenere, e l’impatto su economia e occupazione necessita di pochi commenti. L’impatto sulla finanza invece è notevole — beati loro e chi ha comprato questo tipo di azioni, verrebbe da dire. E allora perché si continua a portare avanti questo discorso e che cosa si può fare sul piano produttivo ed economico per contrastarlo?
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Francesco Vignarca, Rete italiana Pace e Disarmo
Grazie. Buongiorno a tutte e a tutti. Io qui rappresento la Rete Pace e Disarmo, che da due anni insieme a Sbilanciamoci organizza quest’evento dopo aver sempre partecipato all’Altra Cernobbio. Abbiamo voluto rendere ancora più concreto, evidente e forte questo lavoro che facciamo insieme da tanto tempo. Come Rete Pace e Disarmo — mettendo insieme sindacati, organizzazioni, enti di ricerca, realtà laiche e religiose, piccoli gruppi territoriali ed enti nazionali — ci siamo resi conto fin dall’inizio (sia dalla nascita di Rete Disarmo nel 2004, sia dal 2020 con la convergenza in Rete Pace e Disarmo) che parlare di pace, disarmo e nonviolenza non poteva rimanere solo un discorso politico, ideale o morale. Doveva entrare nella gestione economica, che è la traduzione operativa quotidiana delle idee generali. Altrimenti facciamo solo letteratura: la letteratura va benissimo, ma se la politica non si confronta con l’economia non ha alcun senso.
Da qui abbiamo sempre lavorato in quest’ottica, evidenziando come le scelte di guerra non fossero solo decisioni politiche finali, ma un percorso costruito da scelte politico-economiche. Il lavoro che il gruppo di Paolo, insieme a Mario Pianta e tanti altri, sta concretizzando è un lavoro che abbiamo anticipato. Ricordo la prima ricerca in questo senso nel 2010 per Science for Peace della Fondazione Veronesi, recuperando i lavori della Brown University, di UMass, di Seymour Melman e altri sull’insensatezza economica del riarmo.
Per dare delle ricette dobbiamo prima fare un analisi. L’analisi la facciamo sempre, ma non dobbiamo limitarci a questo, altrimenti il rischio — come dicevano Michele e Rossella — è di dire “è sempre peggio, non possiamo farci nulla”. Le analisi le facciamo non per lamentarmi, ma per costruire controproposte concrete, reali, realistiche e più efficaci della ricetta che ci viene imposta. Questo è fondamentale da tenere in testa, altrimenti facciamo solo gruppi di autoaiuto in cui ci diciamo quanto va male tutto.
Un elemento fondamentale emerso è comprendere come le decisioni finali non nascano all’ultimo momento, ma vengono preparate prima. Anche la militarizzazione dell’Europa è dimostrata dai dati politici oltre che da quelli di Paolo. Tutti gli strumenti messi in pista negli ultimi tre anni per riarmare, dare soldi all’industria militare e trasferire sistemi d’arma sono nati prima, nel 2015, con l’European Defence Fund e i suoi precursori (E Didp, Asap, ecc.). Sono cose nate da un gruppo di esperti della Commissione Europea a cui era stato chiesto come strutturare meglio la difesa — declinata purtroppo solo come difesa e sicurezza “dura” e non come vera sicurezza civile e personale.
Quel gruppo era composto da 16 esperti, 11 dei quali appartengono all’industria militare. È come chiedere all’oste se il vino è buono! Questo è un problema di democrazia e dobbiamo capirlo: se stacchiamo l’azione di protesta contro una guerra specifica dall’azione contro il riarmo economico e culturale — un martellamento nato anche con il Covid —, non riusciremo a intervenire su niente. Mia moglie è medico in Lombardia e durante il Covid secondo loro “andava in trincea”: andava a curare la gente, non in trincea, è un’altra cosa! Se teniamo separate queste cose non porteremo a casa nulla.
Il lavoro sulla riconversione non lo abbandoniamo: in particolare il gruppo coordinato da Carlo Cefaloni ha fatto un lavoro su Torino, sulla zona di Roma con Colleferro, su La Spezia. È difficile e complicato, ma il cuore della questione è che dobbiamo ricostruire una proposta culturale, sociale ed economica. Trent’anni fa alla gente raccontarvi una cosa collettiva e la capiva; oggi l’individualizzazione — nata anche da una distruzione voluta della scuola — porta le persone a dire “io penso ai fatti miei”. Finché non siamo in grado di far capire che questi numeri hanno un riscontro positivo per le persone solo se guardati collettivamente e socialmente, ciascuno penserà solo al proprio stipendio.
Le armi non sono un normale mercato: sono un monopsonio, cioè un mercato in cui c’è un unico acquirente, lo Stato. Dobbiamo tornare al cuore di ciò che diceva un generale della Seconda Guerra Mondiale come Eisenhower prima di lasciare la presidenza degli Stati Uniti: il vero pericolo per la nostra democrazia è il complesso militare-industriale. Oggi è un complesso militare-industriale-finanziario, perché l’unico scopo di questo aumento delle spese militari è garantire alla bolla finanziaria (a fondi come BlackRock, Vanguard, Kkr) di stare in piedi. Rischiamo lo scoppio di una bolla finanziaria molto peggiore di quella del 2008.
Ogni volta che cediamo a un dibattito superficiale da tifosi facciamo loro un favore: la cosa di cui hanno veramente paura è che la gente comprenda che da quella parte si va a sbattere socialmente ed economicamente, mentre con la nostra proposta si starebbe meglio tutti e ci perderebbero solo i loro interessi.
Tra le nostre proposte concrete c’è la legge di iniziativa popolare per la Difesa civile non armata e nonviolenta. Mancano 15 giorni alla fine della raccolta firme: include l’opzione fiscale per destinare una parte delle proprie tasse alla difesa civile invece che a quella militare. Sarebbe un sondaggio annuale su quanti cittadini vogliono investire in una difesa non armata, che funziona meglio anche per la risoluzione dei conflitti. Se leggete le motivazioni di chi scrive a favore del riarmo, non vi dicono mai perché comprando certe armi si otterrebbero determinati risultati; dicono solo che il riarmo è ineludibile. Questa è una vera debolezza.
Non so se riusciremo a portare la legge in Parlamento, ma romperemo le scatole alle forze politiche anche in vista dell’anno elettorale. C’è un’alleanza forte tra Rete Pace e Disarmo, Sbilanciamoci, La Via Maestra, Alleanza Clima Lavoro: dobbiamo mettere insieme la campagna contro le armi autonome, la tutela del lavoro, la scuola e la repressione del dissenso. Stiamo lavorando anche a un libro sul “disarmo climatico”, che mostra la connessione tra militarizzazione, inquinamento degli eserciti e impossibilità di contrastare la crisi climatica.
Abbiamo un’analisi forte, sappiamo cosa dire e cosa fare. Non lasciamoci scoraggiare da una cappa mediatica ostile: usiamo i nostri network territoriali e teniamoci stretti. L’Altra Cernobbio è preziosa per fare il punto. Dobbiamo continuare in ciò che è giusto e vedere che la concretezza di ciò che proponiamo prima o poi riuscirà a squarciare questa cappa di militarismo con l’arcobaleno della pace. Grazie.
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Massimo Alberti, Radio Popolare
Grazie a Michele De Palma, Paolo Maranzana e Francesco Vignarca. È stata una prima parte molto densa. Invito a salire Federica Borlizzi e Marta Passarin. Fortunatamente riequilibriamo la proporzione di genere sul palco!
Citando quanto diceva poco fa Francesco sui territori e sulle realtà di base, Marta Passarin fa parte della Cnesc / Servizio Civile ed è di Vicenza, una città che ospita quattro basi militari tra Nato e Stati Uniti sul proprio territorio. Questo ha un impatto sulla vita quotidiana della società civile, ma attraverso l’attività con i giovani del servizio civile si possono trovare gli anticorpi per mostrare ciò che c’è sul territorio e mettere in campo un’alternativa.
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Marta Passarin, Asc nazionale Aps
Grazie. Buongiorno a tutte e a tutti. Sì, vengo da Vicenza, una delle città più militarizzate d’Europa. Abbiamo quattro basi: spesso i media dicono che sono basi Nato, ma sono basi americane. L’ultima costruita è la base Dal Molin nel 2007, ed è stata costruita con l’avallo di un governo di centrosinistra (il governo Prodi). È una città di 115.000 abitanti che convive con circa 10.000 tra soldati, civili e famiglie statunitensi, dove le strade sono asservite alla logistica di guerra.
Ogni giorno vediamo container spostarsi da una parte all’altra della città, nel centro storico vicino alle opere del Palladio (patrimonio Unesco): passano materiali che immaginiamo non essere caramelle, altamente pericolosi. A Vicenza non esiste un piano di Protezione Civile per la presenza delle basi americane. Vediamo soldati americani che si allenano sulle nostre piste ciclabili e sugli argini dei fiumi, scuole che confinano con le basi militari e perfino gemellaggi degli scout all’interno delle basi. Viviamo la militarizzazione ogni giorno ed è difficile spiegare ai ragazzi: c’è una sorta di rimozione di questa convivenza coatta.
È militarizzata anche l’infrastruttura: stanno avviando i lavori per la Tav, che sarà a servizio della logistica di guerra, e tra qualche mese partiranno i lavori per la tangenziale, il cui ultimo pezzo collegherà la base Camp Ederle con Camp Dal Molin (l’ex aeroporto militare). È militarizzata l’industria: a Vicenza c’è la sede di Icm Impresa Costruzioni Maltauro, leader mondiale nella costruzione di basi USA, e Officine Stellari, collegata a Leonardo. C’è la militarizzazione degli enti locali, con politici che si mostrano tronfi nei loro rapporti con i generali americani. Perfino la toponomastica è paradossale: Camp Ederle è in viale della Pace, il quartiere americano si chiama Villaggio della Pace, e il grande parco conquistato con la battaglia del Dal Molin si chiama Parco della Pace — uno dei parchi urbani più grandi d’Europa, situato accanto alla base e a laboratori per la costruzione di droni.
Come associazioni e società civile abbiamo il dovere di informare e sensibilizzare per evitare la normalizzazione della presenza militare. Come Arci e Servizio Civile lo facciamo con i giovani: a settembre partiranno 2.500 giovani in tutta Italia, di cui 150 a Vicenza. Li formiamo e li sensibilizziamo perché crediamo che il servizio civile sia uno dei pochi spazi in cui la narrazione alternativa sia reale. Troviamo occasioni di confronto sui conflitti, sulla storia del servizio civile e su come stare in piazza in sicurezza personale di fronte ai decreti sicurezza e alle azioni dirette non violente. Li formiamo anche sulla tutela della libertà sul web: quello che sta succedendo ad Autistici/Inventati è una compressione di libertà gravissima verso piattaforme che hanno regalato anni di attivismo ai movimenti italiani ed europei.
Viviamo il servizio civile come uno spazio di protagonismo giovanile per dare loro il potere di cambiare le cose. Faccio un inciso: c’è il Ddl Giovani e Servizio Civile che è passato alla Camera e ora andrà al Senato. Questo governo ha avuto la brillante idea di sradicare dalla sua storia: nel testo non c’è alcuna parola o richiamo alla difesa nonviolenta della patria. Per noi è gravissimo e ci stiamo mobilitando, anche perché il Terzo Settore è stato coinvolto pochissimo nella stesura.
Per scrivere questo Ddl, oltretutto è stato coinvolto pochissimo il terzo settore che è l’anima del servizio civile, quindi ecco, abbiamo del lavoro da fare sulla formazione dei ragazzi, sul provare a dargli più potere perché se queste sale non si riempiono di tanti più giovani, purtroppo ci manca un pezzo di vitalità, creatività di cui abbiamo un bisogno assoluto. Grazie.
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Massimo Alberti, Radio Popolare
Marta ci parlava adesso del lavoro sui giovani. Ora, è una parola che è un po’ tornata in tanti interventi, in realtà, il discorso della scuola che credo che sia uno dei punti centrali del discorso che stiamo facendo quest’oggi perché è chiaro che l’istruzione, che lo sappiamo è definanziata e stremata anche nella sua parte pubblica, diventa da questo punto di vista un terreno di conflitto perché la formazione dei giovani, il lavoro, quello che loro cercano di fare, se devo farli crescere in una società che non è una società che abbiamo conosciuto finora, ma una società che guarda alla guerra come qualcosa di permanente, costante, deve partire da lì. In qualche modo è qualcosa che sta succedendo con una presenza sempre più invasiva di apparati dell’esercito con l’alternanza scuola-lavoro all’interno dei luoghi di lavoro dell’industria legata all’apparato bellico, con finanziamento che citavamo prima. Per questo ci tengo molto che Roberta Capone ci raccontasse quello che sta accadendo all’interno della scuola, perché il sindacato, chiaramente, segretaria della Flc Cgil ha un punto di vista privilegiato su questo perché è uno di quei punti dove invece la battaglia civile, sindacale e politica la dobbiamo portare avanti.
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Roberta Capone, segretaria generale Flc Cgil Como
Innanzitutto grazie e ringrazio chi è intervenuto prima di me perché mi permette, insomma, di non girarci intorno e di mettere al centro la questione della scuola che normalmente nell’immaginario generale è sempre qualcosa che viene vista in maniera a parte rispetto a tutto il resto e invece la scuola è un comparto della nostra società, è un comparto lavorativo importantissimo.
Da quando si è insediato questo governo vi è stato un cambiamento economico quasi senza precedenti e un cambiamento radicale, fatto anche sottobanco ogni giorno, che sta trasformando la nostra scuola pubblica in qualcosa di ben diverso, sicuramente ben lontano da quello che noi intendiamo e che intende la nostra Costituzione.
Non vi sfuggiranno le dichiarazioni del ministro Valditara di questi giorni, in cui ama sempre fare queste cose plateali, molto populiste, di investimenti eccezionali. Dice: “20 milioni per la scuola”, poi vai a vedere, per aiutare le scuole in questa emergenza caldo. Ovviamente sono tutte frottole, perché questi 20 milioni, calati nella realtà di fronte a più di 40.000 scuole, vi rendete conto che sarebbero 57 euro per classe: una cosa ridicola.
A fronte invece di investimenti importanti, come abbiamo visto nel settore degli armamenti. Perché quando la nostra Presidente del Consiglio Meloni insieme a Crosetto dicono “No, ma non ci saranno questi soldi”, si dimenticano di dire sempre un particolare: che questi sono investimenti a debito. Cioè, non è che ce li stanno regalando, noi stiamo contraendo un debito per finanziare l’industria degli armamenti, e ovviamente a discapito di settori centrali come quello della scuola, dove c’è un 12% di precari che affrontano una diminuzione dei salari di oltre il 40% in base all’inflazione e non ci sono risorse.
E non vi sfuggirà neanche tutta la propaganda che si è fatta in questi mesi anche sui rinnovi di briciole contrattuali. Mentre accade tutto questo, però, assistiamo anche a un cambiamento culturale. Perché la scuola, che è un elemento importante della nostra società, la scuola che è il luogo dove si formano le giovani generazioni, i cittadini del futuro, che dovrebbe formare a creare delle coscienze, ad avere delle idee, a fornire gli strumenti agli studenti e alle studentesse per poter pensare con la loro testa… ecco, tutto questo viene smantellato ogni anno da quando si è insediato questo governo. Non vengono più finanziati i progetti per la pace perché il ministro Valditara sostiene che si fa propaganda politica nelle classi, e ovviamente vuole rivedere le indicazioni nazionali.
Non vi sfuggirà il modo in cui dicono di voler contrastare la violenza nelle scuole: mettiamo i metal detector, così all’ingresso i ragazzi verranno schedati. Tutta una serie di linguaggi, un vocabolario che entra a far parte del linguaggio comune del mondo della scuola.
Io voglio ricordare a voi due elementi del nostro territorio che mi hanno particolarmente scosso, perché significa che c’è una deriva culturale enorme. Cito l’esempio di come nel Canturino, lo scorso anno, due istituti superiori abbiano organizzato con delle classi, all’interno di un teatro, un vero e proprio allestimento per mettere in scena un attacco terroristico. Sono venute in teatro queste persone incappucciate con dei mitragliatori e hanno messo in scena l’attacco terroristico del Bataclan. Ora voi mi dovete spiegare qual è l’offerta formativa di tutto questo. Qual è il messaggio che la scuola vuole dare ai suoi studenti?
Si è citata la manifestazione del 3 ottobre scorso, la grande manifestazione a sostegno della Palestina in cui abbiamo visto circolari che vietavano di parlare di Palestina, vietavano di parlare di pace; addirittura in una scuola primaria i ragazzi, insieme alle loro maestre, avevano creato uno striscione per la pace che dava fastidio ed è stato tolto. Poi ci accusano di essere ideologici, ma loro cosa sono? Qual è la società che vogliono raccontare e cosa vogliono trasformare nella scuola?
Io invece credo, e sono d’accordo con chi lo dice, che non sia più il tempo di raccontarcela tra di noi. Noi dobbiamo mettere in campo un’altra narrazione, un’altra narrazione volta a stanarli su ogni cosa che dicono. E dobbiamo essere chiari, perché noi siamo quelli che credono che la sicurezza non si costruisca con le armi, ma si costruisca quando c’è un lavoro stabile e dignitoso, con un salario che permette di vivere con dignità e sicurezza, con la sanità pubblica accessibile a tutti, con una scuola pubblica di qualità e un sistema di protezione sociale che non lascia indietro nessuno.
Citava prima Alberto anche la questione dell’aver istituito i Pcto all’interno di aziende che producevano armi e munizioni nella provincia di Roma. Per il ministro Valditara è tutto normale. Dunque è sbagliato parlare di pace, ma si consente che i nostri ragazzi possano maneggiare in un’industria senza un’indagine sulla sicurezza? Cosa c’entra tutto questo? E la riforma dei tecnici? Al governo non interessa nulla della formazione dei nostri studenti, è interessato soltanto a creare forza lavoro da mettere in campo: riduciamo le ore di istruzione e mandiamoli a fare l’alternanza scuola-lavoro nelle aziende militari.
Noi dobbiamo essere quell’altra parte di mondo che crede che educare alla pace, al confronto, al pensiero critico, alla solidarietà e al rispetto dell’altro significhi dare alle nuove generazioni gli strumenti per reggere in un mondo sempre più frammentato. Ed è chiaro che loro hanno tutto l’interesse a frequentare questo mondo, a creare solitudine. Perché quando una società è frammentata è molto più facile soffiare sul disagio sociale di chi non riesce ad arrivare alla fine del mese o degli insegnanti precari da tempo immemore. Tutto questo a discapito della qualità dell’offerta formativa.
Non ci sono risorse per gli investimenti sul rifacimento degli edifici scolastici. Notizia tristemente di cronaca odierna nel comasco: abbiamo visto le immagini del corridoio della sede di via Fiume a cui dovevano accedere gli studenti della Corridoni. Questo è lo stato dell’arte, e per il ministro Valditara e per il governo Meloni queste non sono priorità; eppure hanno un impatto quotidiano su tutti noi. Ecco perché il tema della scuola non è slegato da tutto questo, ed ecco perché investire nella scuola significa investire sul futuro delle nuove generazioni.
Non è più tempo di dirci le cose tra di noi, è il tempo di fare passi concreti e di agire. Quando dicono che il sindacato che rappresento fa politica, io lo rivendico con orgoglio: il lavoro è alla base del nostro mandato, ma non ci può essere lavoro se non c’è democrazia e se non c’è lotta politica. E siccome c’è anche il rischio di ritorni neofascisti, non è più il tempo di girarci intorno e di limitarci a dire che siamo contro il riarmo e per la pace. Dobbiamo proporre un’altra idea di società, completamente diversa da quella che sta proponendo questo governo e che è estremamente preoccupante.
Vengono finanziati totalmente i progetti sulla pace e sulla democrazia, e c’è un bruttissimo clima all’interno delle scuole perché si ha paura di avere un’idea e di esprimere il proprio pensiero. Mi sono avvicinata al mondo della politica nelle organizzazioni giovanili proprio perché ho avuto insegnanti che, mantenendo il loro ruolo, mi hanno permesso di crescere, di avere le mie idee ed esprimermi. Penso che dobbiamo salvare la scuola pubblica, ed è una battaglia che coinvolge ognuno di noi. Grazie.
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Massimo Alberti, Radio Popolare
Per dare l’idea del clima di guerra, ammetto che quando prima parlava Marta Passarin ho avuto un riflesso condizionato: quando ha detto “insegniamo ai nostri ragazzi a mettere gli adesivi sui pali”, siamo quasi alla sovversione per la scala in cui siamo stati portati in questo periodo. Temo che ci sia qualcuno che lo pensi davvero: se vede attaccare un adesivo ad un palo, pensa che si stia facendo qualcosa di grave.
In effetti c’è da dire che per come sta scivolando la legislazione di fronte al dissenso — la popolazione italiana è abbastanza contraria a questa pratica di riarmo, magari non lo esprime in maniera organizzata e politica, ma sappiamo che questo fondo c’è —, limitare gli spazi di dissenso, come è stato fatto con i decreti sicurezza, è un tassello che sta colpendo anche le pratiche normali del movimento operaio, come i picchetti o gli scioperi, ed è qualcosa che riguarda tutta la società. Sono molti gli studenti che sono stati sottoposti a procedimenti giudiziari.
Federica Borlizzi, avvocata, ricercatrice universitaria e attivista della rete A Pieno Regime — costituita per contrastare l’approvazione dei decreti sicurezza insieme ad attivisti, giuristi e avvocati — ha creato insieme alla campagna Stop Riarmo Europe la rete No Kings Italia, che ha organizzato le manifestazioni contro la guerra e la restrizione degli spazi democratici nel nostro Paese.
Roberta prima citava la questione di un vocabolario che pervade ormai anche l’ambito scolastico. Il problema è che quel vocabolario militaresco ha invaso anche uno spazio come quello del diritto, diventando un ulteriore elemento di repressione.
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Federica Borlizzi, avvocata, ricercatrice, rete A Pieno Regime / No Kings Italia
Grazie a Sbilanciamoci e alla Rete Pace e Disarmo per questo momento e per l’organizzazione. In questa fase storica è un momento ancora più prezioso, perché ci troviamo davanti a un regime di guerra che sta ridefinendo completamente i nostri territori, la nostra economia e la nostra società.
Volevo focalizzarmi sulla questione della militarizzazione della società. Il regime di guerra ha bisogno di essere reso continuamente possibile all’interno della nostra società: orientare le risorse e gli investimenti, rendere servili le infrastrutture civili e mobilitare il mondo della conoscenza e della ricerca. Le priorità collettive vengono rese servili rispetto alle esigenze militari, e questo è un dato di fatto.
Però il regime di guerra comporta anche un’altra questione: una determinata modalità di esercizio del potere che è completamente antitetica rispetto alla logica democratica. La militarizzazione della società ha comportato l’accentramento decisionale. Abbiamo vere e proprie forme di cesarismo regressivo; l’eccezione che si fa norma, con uno stato d’eccezione che diventa la nostra quotidianità; l’impossibilità di dissentire.
Tutta questa modalità di esercizio del potere si è normalizzata con quello che è accaduto a Gaza. Gaza e il genocidio a Gaza sono stati una soglia e un laboratorio: la violenza brutale, l’impunità e la sospensione delle regole sono state rese compatibili con l’ordine liberale internazionale. Dentro quella normalizzazione si sono resi possibili altri scenari, perché quello che si è normalizzato sul piano internazionale poi si è sedimentato all’interno dei singoli Stati, e la logica di guerra è diventata una modalità ordinaria di governo.
Da sociologa del diritto mi chiedo: cosa c’è di nuovo rispetto agli ultimi 30 anni? Da 30 anni abbiamo decreti sicurezza che si succedono, abbiamo un’ideologia securitaria che ha comportato l’arretramento dello Stato sociale e l’avanzamento dello Stato penale di polizia. L’ideologia securitaria ci dice una cosa semplice: tutte le principali problematiche sociali vengono trattate come questioni di ordine pubblico per depoliticizzare.
Cos’è successo in questi ultimi anni? Che cambio di paradigma c’è stato? Il securitarismo si è saldato con il militarismo e con il regime di guerra all’interno di una più generale torsione autoritaria. I decreti sicurezza ci hanno detto che l’unica sicurezza da tutelare era quella dell’autorità e delle reti di potere che la proteggono. Questo ha molto a che fare con il regime di guerra, dove la difesa è la difesa della catena di comando e della capacità di imporre l’ordine voluto da chi detiene il potere. Sicurezza e difesa sono anzitutto sicurezza e difesa di chi oggi esercita un potere arbitrario al di fuori di ogni limite previsto dal diritto internazionale o dalle Costituzioni.
Le categorie del regime bellico le troviamo applicate nel nostro quotidiano: la dialettica amico-nemico, l’eccezione che si fa norma, ma soprattutto la neutralizzazione preventiva di ogni forma di dissenso. A cui abbiamo assistito è una rifondazione in senso totalmente autoritario del rapporto tra Stato e società civile come rapporto di imperio e di fedeltà. Questo è proprio del regime di guerra, che per stabilizzarsi deve imporre la logica dello schieramento e identificare ogni tipo di dissidente come nemico.
Venendo al concreto: abbiamo normalizzato un genocidio, e oggi è in discussione alla Camera un Ddl sull’antisemitismo che di fatto impedirà, pena sanzioni disciplinari soprattutto per docenti e studenti nelle scuole e nelle università, di operare qualsiasi tipo di critica al governo israeliano. A questo siamo arrivati. Negli ultimi anni, con un costo sociale della guerra che è pesato su tutti noi e con un dissenso sempre maggiore nei riguardi della guerra, quello che hanno fatto è stato impedirci la possibilità di protestare.
Negli ultimi due anni sono cambiate in maniera repentina le tecniche di governo del conflitto. Nel primo decreto sicurezza vedevamo la logica amico-nemico: un diritto penale “dell’amico”, con forze dell’ordine a cui sono state date tutele, privilegi e immunità. Ricordiamo che oggi nel nostro Paese una resistenza in piazza a un agente di pubblica sicurezza comporta fino a 7 anni e 6 mesi di reclusione, più di quanto previsto per l’omicidio colposo. Dall’altro lato abbiamo avuto una sovra criminalizzazione delle pratiche di dissenso anche pacifiche con un diritto penale “sartoriale”, cioè cucito addosso alle pratiche di conflitto e alle forme di solidarietà degli ultimi anni.
Sui decreti sicurezza abbiamo avuto da un lato la criminalizzazione di una pratica tradizionale come il picchettaggio e il blocco stradale, puniti fino a 2 anni di reclusione. A cosa serve? A intimidire e neutralizzare le lotte, perché quel reato è stato già applicato in maniera chirurgica contro i metalmeccanici che protestavano per il rinnovo del contratto e contro gli attivisti per la Palestina.
E non ci si è fermati lì. Nel recente decreto legge si nota ancor di più il regime di guerra: è un provvedimento subdolo e inquietante perché si sposta il baricentro. Non si parla più solo di diritto penale, tutto viene calibrato sulle misure di polizia. La ratio è stata spiegata dal ministro Piantedosi: abbiamo deciso di puntare tutto sulle misure di polizia per neutralizzare il controllo giurisdizionale dell’autorità giudiziaria.
Si sono ripresi vecchi strumenti della legislazione degli anni di piombo, inasprendo. In questo momento le forze dell’ordine possono trattenere fino a 12 ore chiunque venga considerato, sulla base di un fondato motivo, un pericolo per lo svolgimento di una manifestazione o di un’assemblea. Questa norma è stata già applicata a Mantova, dove degli attivisti sono stati prelevati al bar mentre facevano colazione perché avevano dei volantini, un megafono e una kefiah. Stessa cosa per le perquisizioni: le forces dell’ordine attendono gli attivisti fuori dalle assemblee per perquisire, estendendo enormemente il potere di perquisizione (accaduto a Padova con gli attivisti del centro sociale Pedro). I questori possono emanare il Daspo dalle piazze se qualcuno è semplicemente denunciato per reati commessi nel corso delle manifestazioni.
Ci troviamo di fronte a un regime che sta cercando di impedire la stessa capacità operativa del conflitto, governando se, come, quando e dove il conflitto può avvenire, per evitare che possa riprodursi nel tempo o interrompere flussi necessari a garantire il regime di guerra.
C’è un nesso evidente tra militarizzazione e catena di comando nelle “zone rosse” dei prefetti: assistiamo a un commissariamento dei nostri territori, spesso con il benestare dei sindaci progressisti, dove i prefetti decidono chi debba essere sorvegliato, controllato o espulso dallo spazio urbano.
Come smilitarizziamo la società? Come togliamo risorse e potere alla guerra? La guerra non ha consenso tra la popolazione, visti i costi materiali e umani, ma non ci basta essere maggioritari se non ribaltiamo i rapporti di forza. La sfida è far sì che l’ottimismo metodologico diventi la nostra prassi: creare convergenze e alleanze che ci permettano non solo di avere ragione, ma di dimostrare che un’alternativa è possibile, necessaria e che la stiamo già praticando. Grazie a tutti e a tutte.
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Massimo Alberti, Radio Popolare
Grazie mille per un intervento così denso e appassionato. È stata un’ora e mezza piena di contenuti di cui fare tesoro per la prossima sessione, che si occuperà delle conseguenze sulla globalizzazione, il lavoro e la produzione.
La sessione sarà coordinata da Giulia Rho e Sara Sostini, con Valentina Cappelletti, Duccio Facchini, Lucrezia Fanti e Alessandro Volpi. Grazie per l’ascolto e buon proseguimento.
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Sessione II
Trascrizione/ Sessione II/ le conseguenze sulla globalizzazione, il lavoro e le produzioni
Testi ottenuti dalla trascrizione dei video da Youtube rivisti con la, poi redatti da Julia Mattesini, stagista a ecoinformazioni della Scuola arti e mestieri G. Castellini, da Amelie Di Matteo e Giulia Rho, della redazione di ecoinformazioni. Trascrizioni non riviste da3 relator3.
Sara Sostini, ecoinformazioni
Siamo stati per la resistenza fino a questo momento qui. Apriamo ufficialmente la seconda sessione della mattinata. Io sono Sara Sostini di ecoinformazioni, condurrò questo panel insieme a Giulia Rho, mia collega di ecoinformazioni.
Una nota di servizio: abbiamo creato del materiale di lavoro che vi è stato distribuito all’entrata. C’è un Qr code: se siete interessate e interessati, lì trovate gli articoli in tempo reale, le foto e i video dell’intera giornata di oggi e della rassegna di teatro collettivo di questa sera.
Dunque, apriamo questa seconda sessione in cui andremo a trattare le conseguenze sulla globalizzazione e sul lavoro delle produzioni proprie dell’economia di guerra. Abbiamo pensato di aprire i lavori con una domanda un po’ provocatoria e un po’ no. In realtà abbiamo sentito prima, nel corso della mattinata, citare il fatto che il mondo non ha mai davvero smesso di percorrere la strada della guerra e che, a quanto pare, ci venga detto che il riarmo e la militarizzazione siano diventati praticamente ineluttabili. Ecco, noi ci siamo chieste: in un mondo che va effettivamente sempre più veloce anche nella corsa agli armamenti, quale sia l’alternativa? L’alternativa è correre ancora più veloci per indirizzare la produzione e il consumo energetico altrove, o rallentare e frenare tale ritmo incessante, nonostante il tempo sia sempre meno?
Io penso che da tutti gli interventi molto preziosi del panel precedente ci si sia resi conto — ma credo che lo sappiamo un po’ tutte e tutti — del fatto che di tempo ce n’è sempre meno e che questa cosa diventi sempre più urgente. Soprattutto: è ancora possibile fermarsi o correre più veloce?
Cominciamo a parlarne con Lucrezia Fanti, economista dell’Università Cattolica, e Alessandro Volpi, economista dell’Università di Pisa. Chiederei di cominciare a Lucrezia, a cui volevo chiedere se può contestualizzare, anche attraverso il suo lavoro e i suoi studi, la crisi attuale all’interno degli assestamenti globali in corso.
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Lucrezia Fanti, economista Università Cattolica
Grazie per l’introduzione, grazie a tutte e tutti. Come dicevo poco fa sotto al palco a qualcuno, ogni anno ci ritroviamo qui ed è un piacere. È il mio quarto anno non consecutivo all’Altra Cernobbio. Negli anni i fronti di crisi e le dimensioni di diversa natura che colpiscono le nostre economie e le nostre società si intersecano e diventano sempre più complesse, tanto da arrivare a parlare apertamente di guerra, appunto. Siamo passati — non dico in un batter d’occhio, ma quasi — a livello di policy dell’Unione Europea dal Green Deal, la transizione verde e la digitalizzazione (un modo diverso per affrontare il medio-lungo periodo in termini di produzione e sostenibilità) al ReArm Europe e all’agenda militare. Questo è stato ampiamente detto nella sessione di stamattina.
Aumenta quindi la spesa militare e si fanno strada i progetti — come dicevano stamattina De Palma e gli invitati della prima sessione — di possibile riconversione delle attività manifatturiere con un fine di rilancio dell’occupazione e della produzione. Sono casi ancora non solo sparuti (tre o quattro in Germania ad oggi), ma che hanno anche risvolti e un impatto economico e occupazionale davvero ridotto. Riprendo solo due numeri. Si diceva dell’Italia stamattina, ma anche nella manifattura d’Europa, no? La famosa locomotiva d’Europa che è in crisi: in Germania abbiamo avuto, tra le top aziende per spesa militare in attività produttive legate al settore militare, un aumento di circa 20.000 unità occupazionali contro le circa 245.000 perse nello stesso periodo nella manifattura. Quindi un impatto davvero molto ridotto e non un automatismo nell’aumento della spesa in attività produttive e militari rispetto al famoso effetto moltiplicatore, come lo chiamano gli economisti: l’effetto sul valore aggiunto e sull’occupazione.
Quello che aumenta invece, dicevo prima, sono i fronti di crisi e la bussola ahimè punta verso un’escalation del ricorso alla spesa militare e alla militarizzazione. La crisi in Medio Oriente, la crisi di Hormuz, la guerra in Iran, il genocidio in Palestina, insomma tutti i fronti che si stanno aprendo, anche con risvolti piuttosto pratici sulla vita delle persone che abitano nel cosiddetto ricco Occidente in termini di costo e reperibilità delle materie prime, colpiscono in una fase di riassestamento possibile degli equilibri internazionali.
Stiamo vivendo un momento di scontro tra due blocchi per l’egemonia sia geopolitica che economica: da una parte gli Stati Uniti e dall’altra la Cina, ma anche la Russia, vecchi e nuovi attori dello scacchiere globale. È di pochi giorni fa la notizia del superamento del dollaro da parte dell’oro, quindi un altro puntello nell’egemonia apparentemente inscalfibile degli Stati Uniti come leader globale. Tutto è a venire, vedremo che cosa succederà.
Questo nuovo ordine globale che si sta affacciando qualcuno l’ha definito addirittura post-liberale e per alcuni versi post-liberista in termini economici, anche se non nei termini che ci auspichiamo in senso marxiano o comunque alternativo alla prospettiva liberista. Questo nuovo ordine che si sta profilando è caratterizzato da due fenomeni drammatici e interconnessi: il ritorno del protezionismo (quindi la guerra commerciale, la postura protezionista degli Stati Uniti di Trump) e il ricorso al riarmo, e quindi il passaggio dalla guerra commerciale alla guerra guerreggiata, come si sarebbe detto un tempo.
Partiamo dal primo punto: ritorno al protezionismo, crisi del liberismo, crisi del laissez-faire, per usare un termine un po’ vintage. È la prima volta che il liberismo entra in crisi? Sicuramente no. Nella storia recente del capitalismo moderno ci sono infatti altri due momenti storici in cui i dazi e le importazioni hanno vissuto e registrato un picco: uno prima del 1914 e uno prima del 1939. Non voglio fare allarmismi, però è un momento che ci porta a fare delle riflessioni molto serie rispetto al ricorso al protezionismo e alla guerra commerciale come risposta alla crisi dell’egemonia in termini di leadership nell’economia internazionale. Non è neppure la prima volta che oscilliamo tra soluzioni mercatiste e il ritorno dell’apparato statale-militare e spinta autoritaria. A pochi metri da qui — è stato detto e ridetto — l’alfiere del rigorismo dei conti pubblici, l’alfiere dell’ordine liberismo, si confronterà con Vannacci. Quindi il capitale si confronta con il fascismo; non è la prima volta neanche questa e ha un carattere simbolico abbastanza rilevante, anche archetipico, e ci auguriamo che si fermi lì e che sia solo un po’ un momento di teatro.
Ma stavolta, rispetto alle due precedenti, l’economia globale si presenta notevolmente trasformata, soprattutto dopo decenni di globalizzazione dei mercati. Il processo di globalizzazione non è una porta girevole: i dazi di Trump, almeno nella teoria, avrebbero dovuto avere degli effetti diretti in termini di internalizzazione dei processi produttivi e di stimolo dell’occupazione interna. Quello che i dazi non fanno — e questa è teoria economica — è stimolare le competenze produttive che servono a produrre determinati beni o che servono a impiegare determinati processi di produzione che nel frattempo sono stati esternalizzati o delocalizzati. E sicuramente i dazi non stimolano l’innovazione tecnologica.
Quindi la possibile discrasia tra effetti di breve periodo, qualora ci fossero, ed effetti di lungo periodo strutturali è tutta da vedere. Negli Stati Uniti ad oggi gli effetti in termini di inflazione e disoccupazione sono molto sotto le aspettative rispetto a quanto ci si aspettava: quasi nessun effetto in termini di reshoring, ad oggi c’è soltanto una tensione continua e una guerra commerciale. Inoltre, le cosiddette catene globali del valore — cioè quella dislocazione a livello globale delle catene di produzione avvenuta con la globalizzazione — non sono una porta girevole e sono il risultato di decenni di accumulazione di competenze e conoscenze dislocate nel tempo. Esistono delle eterogeneità settoriali, esistono delle interdipendenze tra settori produttivi, le famose relazioni input-output che sono a questo punto dislocate a livello globale. È facile scomporre e spacchettare a livello globale le catene di produzione, ma non è scontato ricomporre. Questo è un elemento che dobbiamo tenere in considerazione.
Qui arriva il secondo punto di quest’ordine post-liberale: la guerra commerciale e poi il passaggio alla guerra guerreggiata. Che relazione c’è? L’aumento della spesa militare e le priorità belliche diventano uno strumento fondamentale di mantenimento dell’egemonia non solo geopolitica, ma anche economica e soprattutto tecnologica. Oggi stare sulla frontiera tecnologica significa investire ed essere leader in quelle tecnologie e infrastrutture tecnologiche che consentono di avere una leadership per uso civile, ma soprattutto per uso militare: il famoso dual use. Quali sono queste tecnologie? L’intelligenza artificiale (non una tecnologia singola, ma un dominio tecnologico molto eterogeneo), l’accumulazione e lo sfruttamento dei Big Data e le infrastrutture di piattaforma.
E qui veniamo all’ultimo pezzetto del puzzle per ingrandire l’immagine. C’è un’ulteriore mutazione genetica che il capitalismo sta vivendo negli ultimi anni, e di cui in particolare ci stiamo occupando con altri colleghi del Sant’Anna e della Cattolica: quello che abbiamo chiamato una fase di “capitalismo della rendita”. Lo dico legato ai dati perché sono alcuni dei nuovi asset scarsi — o, come dirò tra poco, mantenuti artificialmente scarsi grazie a un’asimmetria di potere su cui ruota un’estrazione di rendita.
Questa estrazione di rendita non minaccia solo il lavoro, ma minaccia anche il capitale. Minaccia il lavoro come fonte di valorizzazione, di estrazione di un salario e di un reddito, ma minaccia anche il capitale industriale, quel capitale che storicamente ha avviato i cicli di accumulazione nella storia del capitalismo moderno e contemporaneo. Se la valorizzazione progressivamente avviene tramite l’estrazione di rendita, significa che il capitalismo in qualche modo cede nella sua capacità non solo di generare ricchezza e valore tramite la produzione, ma anche nella sua capacità di generare progresso sociale.
Negli ultimi 50 anni abbiamo osservato una riduzione progressiva e persistente della quota di valore aggiunto che va ai salari — la cosiddetta wage share o labor share —, quella fetta della torta che va ai lavoratori sotto forma di salario a favore dei profitti di investimento di capitale produttivo o dei profitti finanziari. Ma contemporaneamente si sono messi in moto tutta una serie di canali di estrazione di un terzo attore nella distribuzione funzionale del reddito: la rendita.
Cosa colpisce questa rendita? Diverse sfere: la rendita immobiliare, la distribuzione del reddito, la finanziarizzazione, diversi fenomeni che hanno trasformato le nostre economie. Ma quello che c’è da dire è che di fatto ha come controparte sia il capitale industriale sia il lavoro, e questa è una grossa novità in termini sia di conflitto capitale-lavoro, sia di trasformazioni che stiamo sperimentando.
Qui arriva il nesso con le altre due trasformazioni: la guerra commerciale e la militarizzazione e guerra vera e propria. Chiaramente il problema della spesa militare che sottrae risorse ad altri utilizzi è un aspetto affrontato stamattina e approfondito, ma bisogna anche capire qual è il rapporto tra Stato e mercato, tra capitale e lavoro — quel “modo di regolazione”, si diceva una volta —, capace di vivere questa trasformazione. Quale Stato? Quale rapporto nell’era dei nuovi feudatari digitali, come qualcuno dice, nell’epoca in cui queste strutture di potere assumono delle configurazioni addirittura premoderne e precapitalistiche?
Dico questo perché durante i “Trenta Gloriosi”, come li chiamano gli storici, nel periodo post-bellico, in quell’unicum e idillio socialdemocratico del secondo dopoguerra, la configurazione fordista tra politiche economiche keynesiane e misure progressiste non è piovuta dal cielo: è stata in qualche modo innescata dalle lotte operaie e dalla minaccia sovietica. Forse ci dovremmo interrogare: per ora le minacce dell’egemonia statunitense e le lotte operaie in questo momento non sono quelle degli anni ’60 e ’70, e ci stanno portando, anziché verso una configurazione più socialdemocratica che garantisca una pacificazione del conflitto capitale-lavoro, verso gli scenari prebellici più cupi. Ci dobbiamo interrogare materialmente su come governare anche noi da qui queste trasformazioni in corso.
La concatenazione di queste trasformazioni a livello globale — economiche, relative alla guerra commerciale, alla militarizzazione, alla progressiva accumulazione di ricchezza nelle mani di pochi grazie alla rendita e non più soltanto ai profitti delle attività produttive e men che mai ai salari — porta a una trasformazione parallela delle nostre economie e dei nostri sistemi di welfare verso il modello statunitense. Questo vuol dire finanziarizzazione ed estrazione di rendita. Significa che i nostri modelli di welfare (beveridge anni, mediterranei) si stanno avvicinando sempre di più al modello anglosassone.
Esempi concreti: la normativa sul Tfr dei lavoratori privati con l’assenza di scelta nei fondi pensione, la progressiva privatizzazione della sanità per chi può con il ricorso a forme di assicurazione sanitaria e coperture pensionistiche integrative. È di poche settimane fa la notizia che un noto supermercato romano dà la possibilità ai consumatori di rateizzare la spesa pagando con la piattaforma Klarna. Ci sono gli effetti dell’inflazione e della guerra in termini di costo delle materie prime e dei beni di prima necessità, ma anziché alzare i salari ti si dà la possibilità di rateizzare. Se l’avessimo letta degli Stati Uniti avremmo detto “quelli d’oltreoceano”. Questi sono gli esempi concreti di come anche qui da noi oggi questi fenomeni impattino in maniera molto concreta.
Diventa fondamentale parlare di come gestire l’oggi, di quale agenda darci da qui al medio periodo per cercare di orientare la bussola verso un momento di pace e un’economia di sviluppo sostenibile e soprattutto di pace: non solo produzione industriale, ma produzione industriale in un contesto di pace.
Molti di questi interventi li scriviamo ogni anno nella contro-finanziaria e li diciamo qui. Sono pacchetti di interventi redistributivi e distributivi: investimenti nella sanità e nell’istruzione pubblica, valorizzazione del salario e della forza lavoro come elemento cardine della valorizzazione, politiche industriali che ci rimettano su un sentiero di scelta su cosa produrre, come produrre e soprattutto perché produrlo. E poi politiche redistributive progressive che vadano a riorientare il carico fiscale a favore delle fasce di reddito medio-basse, del lavoro e della piccola e media impresa, e certamente non dei colossi del digitale, oltre a una lotta senza quartiere all’evasione e all’elusione fiscale per liberare risorse da investire in tutte le cose che ci diciamo ogni anno. Grazie.
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Sara Sostini, ecoinformazioni
Grazie Lucrezia. Sicuramente, come hai illustrato tu, il lavoro da fare è tanto e faticoso. Con Alessandro Volpi dell’Università di Pisa vogliamo focalizzarci su qualcosa anticipato negli interventi precedenti, cioè sul fatto che il complesso militare in senso ampio stia diventando, con un incremento esponenziale e velocissimo, sempre più legato al sistema finanziario. Volevo chiederti di illustrare il legame che esiste tra guerra, riarmo, debito e inflazione, e di come questo legame porti a un aumento insostenibile del costo degli interessi sul debito pubblico e privato, in evidente contrasto con l’ineluttabilità del doversi riarmare che ci stanno proponendo. Grazie.
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Alessandro Volpi, economista Università di Pisa
Sì, grazie. Intanto grazie a voi per l’invito. Proverò a rispondere alla domanda concentrandomi su due aspetti specifici: il debito e l’inflazione. Immagino che Francesco Vignarca — non l’ho sentito stamani sfortunatamente, ma so cosa dice — abbia già detto molte cose, e l’intervento di Lucrezia Fanti mi esime da una serie di riferimenti generali.
La considerazione da fare è fondamentalmente questa: il riarmo a cui stiamo assistendo nel corso degli ultimissimi anni è in larghissima parte finanziato attraverso il debito. Abbiamo un sistema di riarmo che si finanzia in larghissima parte attraverso il debito pubblico e, in parte minore, il debito privato. In più, da tenere presente, abbiamo una gigantesca bolla finanziaria — quella a cui faceva riferimento Lucrezia Fanti — anch’essa fondamentalmente finanziata a debito. Pensate alla vicenda dell’intelligenza artificiale: la bolla dell’intelligenza artificiale dipende in larga misura da un livello di indebitamento di queste società che è spaventoso.
Questo dato lo terrei ben presente e lo metterei in relazione a un altro aspetto: noi non stiamo finanziando le spese di guerra (e la bolla finanziaria) con un aumento del carico fiscale. Nel mondo occidentale abbiamo assistito a una progressiva riduzione del carico fiscale, quindi è evidente che il finanziamento della nuova e maggiorata spesa per il riarmo si farà facendo ricorso non a un processo di fiscalizzazione (che avrebbe conseguenze di consenso tutt’altro che banali, perché alzare le tasse per andare in guerra creerebbe problemi a chi sostiene il riarmo). La teoria e la prassi sono esplicite: cosa dice ReArm Europe? Nuovo debito: 650 miliardi a carico degli Stati e 150 con titoli europei che fanno capo a un’agenzia. Ma è tutto debito.
Questo porta con sé una considerazione tutt’altro che banale. Il fatto che cresca così pesantemente la mole del debito — gli Stati Uniti hanno un debito federale ormai intorno ai 40.000 miliardi di dollari e la spesa militare di 1.000 miliardi è per il 65% finanziata con il debito; il debito mondiale pubblico e privato ha superato i 350.000 miliardi e a fine anno si avvierà a essere di 360.000 miliardi — indica numeri che il capitalismo contemporaneo degli ultimi 50 anni non ha mai conosciuto.
Quali sono i problemi impliciti in questa dinamica? Ce ne sono due principali.
Il primo: se ti indebiti per il riarmo e hai già un debito importante, è difficile che tu ti possa indebitare per altre tipologie di spesa. Tanto più se le norme europee dicono che, se ti indebiti per il riarmo, quel tipo di indebitamento pesa meno sui conti pubblici rispetto a qualsiasi altro. Quindi una parte del debito andrà obbligatoriamente lì e non potrà essere destinata ad altro. Teniamo presente che le leggi di bilancio del nostro Paese sono per il 35-40% finanziate con l’emissione di debito. Se devo fare ricorso al mercato del debito per finanziarmi il riarmo — perché i riarmi europei non ci danno soldi gratis, lo Stato italiano come gli altri deve indebitarsi e destinare quell’indbitamento alla spesa militare —, questa quota viene tolta ad altre spese.
Il secondo aspetto, meno evidenziato: se il mondo cresce così rapidamente nel ricorso al debito (gli Stati Uniti nel 2022 avevano un debito federale di 32.000 miliardi, ora sono a 40.000 e crescerà ancora; l’Europa è passata da 14.000 e si sta avviando a 18-20.000 miliardi), succede automaticamente che il costo del debito lievita. Gli interessi sul debito salgono e diventano l’elemento che trascina il debito stesso verso l’alto. Se quattro anni fa lo Stato italiano collocava un titolo decennale all’1% e ora lo colloca a quasi il 4%, per lo Stato italiano vuol dire che gli interessi sul debito sono passati dal 2022 ad oggi da 65 miliardi a 104 miliardi. È inutile che ci raccontino la favola dello spread: lo spread non cresce perché nel frattempo anche la Germania ha aumentato il proprio livello di indebitamento, poiché tutti i Paesi si stanno facendo una concorrenza feroce sulla capacità di trovare risorse per finanziare le proprie spese, in primis la spesa militare.
Se si immette in un sistema già indebitato un volano così impegnativo di risorse pubbliche da raccogliere a debito per il riarmo, si produce una guerra fra i vari Paesi che, oltre a essere commerciale, diventa una guerra sugli interessi. Pensate alla vicenda giapponese: crolla lo yen, gli Stati Uniti hanno paura che il Giappone possa vendere debito americano (il Giappone ha circa 1.000 miliardi di debito americano, che sarebbe un’aggravante per quei 40.000 miliardi). Cosa fa? Decide di vendere gli euro a disposizione per comprare yen, per evitare che il Giappone venda il debito americano.
L’aumento della spesa e del debito genera una concorrenza per cui devi pagare interessi alti. Se gli Stati Uniti sul decennale pagano quasi il 5%, l’Italia deve pagare il 4%. Questo vuol dire che nella legge di bilancio del prossimo anno dobbiamo mettere, su 27 miliardi complessivi, una quota di finanziamento degli interessi sul debito che è di 3-4 miliardi superiore. Aver generato una concorrenza così marcata sul piano del finanziamento delle spese con il debito determina una lievitazione degli interessi che rende inevitabile lo smantellamento dello stato sociale e l’indebolimento della spesa pubblica per altri settori. E quando si parla di interessi si parla di spesa corrente e primaria (stipendi, rinnovi contrattuali dei lavoratori pubblici). Questa voce viene contratta dal clima di guerra e dall’esplosione del debito. Negli Stati Uniti il 2024 è stato il primo anno nel quale la spesa per interessi sul debito (1.100 miliardi) ha superato la spesa militare.
Questo è un tema intrinseco alla crisi profonda del capitalismo. Quel tasso di interesse che lo Stato deve aumentare rende i titoli di Stato in qualche modo competitivi rispetto all’acquisizione di titoli azionari, che in questo momento stanno in piedi perché hanno rendimenti particolarmente significativi. Se c’è un mercato azionario che ha bisogno di raccogliere il risparmio e indebitarsi con le banche, e contemporaneamente un sistema pubblico che ha bisogno di indebitarsi, salgono i tassi di interesse e i due mercati entrano in rotta di collisione.
Il debito pubblico e privato a livello mondiale è di 350.000 miliardi. L’indice Standard & Poor’s delle 500 società principali fa 80.000 miliardi di valore. Ma i soldi da dove vengono? Vengono da un meccanismo drammaticamente semplice: per finanziare quel debito, visto che i prestiti bancari costano troppo, bisogna rastrellare il risparmio di tutti noi. Tutti dobbiamo essere spinti a farci il fondo pensione o la polizza sanitaria privata perché non c’è più la sanità o la previdenza pubblica. I soldi del fondo pensione si traducono nell’acquisto di titoli finanziari o titoli di Stato americani che i grandi gestori (come BlackRock) mettono in portafoglio. Il sistema sta in piedi se, all’aumentare dell’indebitamento, i risparmiatori sono sempre più coinvolti nel processo di sostegno. Tutto il meccanismo della previdenza integrativa con sgravi fiscali marcatissimi serve a questo. Se andate a vedere i portafogli dei fondi pensione più diffusi, vi accorgete che il titolo Nvidia c’è in tutti. Il paniere è costruito in maniera omogenea per servire al finanziamento di un sistema che, con l’aumento dell’indebitamento generato dalle armi, rischia di non stare in piedi.
E vengo all’ultima considerazione: l’inflazione. Questa situazione è ulteriormente complicata dall’altro effetto della guerra. Se vuoi creare un clima di guerra devi fare spesa e indebitarti, e quel tipo di spesa non è in grado di generare un’economia produttiva che crei occupazione e ricchezza reale. Ti devi indebitare per armarti. Ma cosa produce la guerra? Le guerre attuali (Ucraina e Iran) sono guerre dell’energia, e le guerre dell’energia provocano la peggiore delle infrazioni, articolando la geopolitica mondiale sulla base dei combustibili fossili.
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Alessandro Volpi, economista Università di Pisa
L’inflazione, a meno che non arrivi una recessione gravissima, allora siamo già nei guai oltre ogni limite; se aumenta l’inflazione, i tassi di interesse aumenteranno ancora di più. Guardate la grande e drammatica crisi americana che ci dovrebbe indurre — attenzione —: noi stiamo coinvolgendo i nostri futuri pensionati nel mercato finanziario americano, perché quei fondi comprano quella roba lì per il 32% anche nel caso dei fondi chiusi. Attenzione, andiamo là. E cosa gli raccontiamo a quei signori? Guardate che la finanza è andata benissimo negli ultimi 30 anni, le azioni hanno reso di più del TFR, ma la domanda è: siamo nelle stesse condizioni?
Gli Stati Uniti avevano 40.000 miliardi di debito, pagavano qualcosa come 1.400 miliardi di interesse, non erano più la più grande potenza economica di questo pianeta, avevano una bilancia commerciale così sgangherata non solo nell’entità, ma nella incapacità di produrre beni da esportare. Avevamo gli ETF che erano una sorta di cartolarizzazione, sono una sorta di cartolarizzazione diffusa sul modello dei subprime in cui ci troviamo tutti quelli che hanno il fondo pensione nel loro portafoglio. Non è così.
Gli Stati Uniti in questo momento sono in una fase difficilissima e su questo davvero chiudo, che è rappresentata dal fatto che se aumentano i tassi di interesse — e li devono aumentare perché sennò la gente non compra il loro debito, perché come sappiamo c’è una corsa, abbiamo detto la concorrenza sul debito e quello americano è troppo grande —… Se i tassi non aumentano, evidentemente nessuno compra più il debito americano e il debito americano entra in crisi perché non è più in grado di finanziare la spesa degli Stati Uniti, che dipende in parte dai consumi e in parte dal debito, ma i consumi dipendono dal debito. Quindi gli Stati Uniti devono necessariamente aumentare i tassi, ma se aumentano i tassi il loro debito costa ancora di più, il prestito bancario costa di più e gli americani si impoveriscono.
Cioè, gli americani sono in una situazione davvero difficilissima, tant’è vero la testimonianza che nei giorni scorsi è successa — perché ormai succedono cose ogni giorno e si dice: “Vabbè, sono novità assolute” — che il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha detto: “Noi, per sostenere il debito degli Stati Uniti, noi Tesoro, quindi noi Stato federale, compriamo il debito americano perché sennò non se lo compra nessuno”. Contemporaneamente, il Presidente della Federal Reserve nominato da Trump per abbassare i tassi ha detto: “Quello che fa Bessent è pericolosissimo. Io alzo i tassi di interesse perché se noi svalutiamo il debito comprandolo attraverso i buyback dello Stato, rischiamo che i titoli non se li ricompri più i cinesi — cosa che non fanno già più — e non se li ricomprino più le banche europee perché valgono sempre meno”. E allora dice Wall Street: “Io dovrò alzare i tassi”. Un corto circuito fra un ministro di un’amministrazione e un presidente di una banca centrale nominato dal Presidente degli Stati Uniti, che dicono due cose diametralmente opposte, è la testimonianza che sta per arrivare una crisi.
Allora noi, per dare… cosa dovremmo fare? Dovremmo starne lontani, dovremmo costruire i meccanismi per stare lontani da quella crisi, non per moltiplicare le forme di integrazione in quei sistemi, che invece è quello che stiamo facendo con la finanziarizzazione, con la privatizzazione che è sempre e soltanto in direzione americana. Quindi io penso che questi elementi siano elementi che emergeranno e io spero servano a costruire una mobilitazione, come si diceva anche prima, perché altrimenti la crisi rischia di essere profondissima. Ma non sarà soltanto la crisi dei vertici del capitalismo finanziario: come il modello neoliberale ha infiltrato nel risparmio collettivo quel tipo di capitalismo, la tragedia sarà una tragedia diffusa e quindi io penso sia necessario mettere mano a delle soluzioni radicali. Grazie.
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Giulia Rho, ecoinformazioni
Allora, innanzitutto grazie mille per questi primi due interventi. Io procederei menzionando quello che è un testo, un libro menzionato questa mattina già da Francesco Vignarca, scritto nel 2012 e intitolato Armi, un affare di stato. E chiedo — scritto a quattro mani, menziono anche Michele Sasso insieme a Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, a cui pongo questa domanda —: come sono cambiati gli scenari descritti all’interno di questo testo? In particolar modo vorrei menzionare il caso di Finmeccanica, di come le banche continuino a sostenere e a investire nella ribattezzata Leonardo, un nome noto, così come sono noti i crimini commessi che leghiamo sicuramente allo scenario di Gaza, ma non solo, anche ad esempio a uno scenario geograficamente che sentiamo più distante da noi come quello dello Yemen, di cui ha scritto più recentemente.
Quindi pongo una sorta di provocazione: proprio perché il panel si intitola “L’impatto e le conseguenze sulla globalizzazione” — oserei dire anche della globalizzazione — possiamo dire che una scelta eurocentrica di riarmo produce conseguenze diversificate a seconda della scala delle distanze terrestri su cui impatta, e talvolta questa ci rassicura su quelli che poi andiamo a definire come presunti coinvolgimenti, normalizzando? Qui risiede la provocazione.
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Duccio Facchini, direttore di Altreconomia
Buongiorno a tutti e a tutte. Grazie infinite per l’opportunità di ascolto, innanzitutto, perché non si smette mai di imparare. Però dall’altra parte dico anche: “Uffa!”, perché Vignarca prima — che è coautore di Armi, un affare di stato, non facciamolo noi, non giriamo la sua posizione —, il ricercatore della Bicocca, Volpi e tutti gli altri interventi che ci sono stati… io sinceramente, anche perché siamo super lunghi con i tempi, avrei poco da aggiungere in realtà. Quindi mi limito, nel rispondere anche alle dinamiche sulla compianta Finmeccanica e al impropriamente detto riarmo, ad aggiungere alcuni punti di riflessione, anche un po’ di provocazione, sennò ce la diciamo tra di noi.
Il primo: abbiamo appunto ascoltato — ed è giusto — dinamiche globali quasi inafferrabili. Poi però, se vogliamo, sia sotto il profilo dell’informazione (per quanto mi riguarda come giornalista di Altreconomia) sia sotto il profilo della mobilitazione (perché il mondo lo vogliamo trasformare e non farci convegni in cui dirci quanto male siamo conciati), dobbiamo anche un po’ far atterrare le questioni vicino e farle percepire nella loro realtà sostanziale. Perché poi alla fine la realtà passa attraverso i territori, e quindi se davvero noi vogliamo avere uno spaccato delle dinamiche del monopsonio che descriveva prima bene Francesco Vignarca, non dobbiamo andare molto lontano dal ramo comasco del lago. Io sono lecchese, quindi ovviamente non posso che andare di là — scherzo, perché non me ne frega niente —, ma comunque andiamo sul Monte Legnone.
Qualcuno di voi ci sarà stato, a 2.600 metri, nel marzo del 2022. Questa è una roba che non ricorda nessuno, ma la prossima udienza del processo che ne è scaturita sarà il 9 settembre al Tribunale di Lecco. C’è un M-346 che sta facendo un volo di prova con su due piloti: uno ci resterà e uno è riuscito a dilettarsi in tempo. Quell’M-346 che era decollato dalla provincia di Varese, dalla linea Aermacchi del gruppo Leonardo, nel marzo di 4 anni fa si schianta sul Monte Legnone. Uno dei piloti, inglese, il pilota che lo testava, perde la vita. Da lì nasce un processo di cui ovviamente in Italia sappiamo tutto… di Ranucci, tutto di… cioè mettetevi dentro tutte le dinamiche, Bari, il discorso della Meloni e Vannacci. Permettetemi di dire, provocandomi: andiamo avanti. Cioè, io di Vannacci da stamattina mi porto dietro la descrizione di Francesco, il baby pensionato; mettiamo le cose, secondo me, nella loro proporzione e poi però cambiamo anche un attimo registro, tiriamo fuori le cose di cui non parlano gli altri, sennò saremo ostaggio intellettuale, un sequestro intellettuale garantito al limone, d’accordo?
Un processo di cui non parla nessuno, che nasce da lì. Perché cosa si chiedono i magistrati, quei pochi ancora indipendenti che ci sono nel nostro Paese? Referendum sì, referendum no? Si pongono una domanda e costruiscono un’inchiesta che ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio, e appunto la prossima udienza sarà il 9 settembre. L’accusa della Procura di Lecco, che riguarda sette dirigenti di Leonardo e uno operativo, è che quell’M-346 lì che stava sorvolando il Legnone non era pronto per sorvolare e fare il volo di test. E che cosa aveva spinto Alenia Aermacchi a mandare quell’M-346 con su due persone, di cui una è morta? Il pepe, diciamo così, di consegnare quella partita di M-346 al committente dell’ordine, alla Leonardo, che è la principale beneficiaria in Italia delle dinamiche di cui abbiamo parlato stamattina, che non solo non portano posti di lavoro, non solo portano ricchezza, ma non c’entrano neanche niente con la logica del blocco che ci vogliono imporre: cioè noi e gli altri, no? Lipsia, no? Noi, la NATO e gli altri, ok?
Chi era il committente dell’M-346 della Leonardo? Qualcuno lo sa? Caduto sul Legnone sotto il nostro naso, era il Turkmenistan. Se voi cercate Turkmenistan dal punto di vista delle notizie, lo cercate con Putin, scoprirete notizie di ore fa di Putin che annuncia, in occasione di un’imminente visita diplomatica, di portare le relazioni tra il Turkmenistan e la Russia a un nuovo livello. E allora la domanda che noi dobbiamo farci è: ma infilarci intellettualmente nel ricatto che vuole armi brutte e armi belle? Seguendo anche il discorso che ha costruito prima Francesco Vignarca, noi dobbiamo rompere questa dinamica perché ce l’abbiamo sotto il naso. Quindi la dinamica del blocco (“noi ci amiamo, fa brutto, però insomma siamo la NATO e lì c’è il bau bau”) basta; ma non perché Putin non sia un despota infame, ma perché è il profitto che regola la dinamica, lo stesso profitto che ci porterà alla tragedia diffusa, per usare le parole di Alessandro Volpi, che facciamo finta di non vedere.
E anche qui, non è che dobbiamo andare troppo lontano. Se ci prendiamo la relazione Uama di quest’anno e andiamo a vedere le autorizzazioni rilasciate dall’Autorità Nazionale, non in numero di licenze, ma in valore delle licenze: su 100 licenze siamo a più di 7 miliardi; in questo caso il valore considerato, 62 di valore su 100, è a beneficio di Paesi extra-Ue ed extra-Nato. Ma quindi noi ci stiamo riarmando, stiamo mettendo i nostri risparmi, stiamo costruendo e alimentando tutta questa bolla speculativa per imprese sì il più delle volte consociate, ma che poi si comportano sul mercato fottendosene della dinamica del blocco, fottendosi della dinamica della democrazia liberale che oggi al Forum Ambrosetti dovrebbe essere rappresentata da Mario Monti versus il bau bau di oggi, Roberto Vannacci?
Rompiamole queste dinamiche con la lente dell’economia, che va bene, che è il punto: l’economia in senso alto, non la fuffa dei convegni, ma la pratica quotidiana, perché sennò, ripeto, rimaniamo ingabbiati in un dibattito da cui non usciamo più. Quindi rompere questa dinamica insieme anche a un’altra bolla — non la dico del riarmo perché è già stata detta prima —, però anche qui, ridendo un attimo, disinneschiamo attraverso… è una cazzata, ve la dico così per strapparci un riso: Il Sole 24 Ore. Perché Il Sole 24 Ore, che è un giornale serio, ci mancherebbe altro, ma che è rappresentante di poteri ben costituiti, io vi invito a leggerlo, perché stamattina, quasi immaginando che arrivasse Volpi, pubblica un pezzo nell’inserto dedicato agli investimenti finanziari che si intitola così: “Guerra in corso, sorpresa: i titoli della difesa per ora si ritirano”. Quindi la famosa bolla che raccontava Volpi… anche questo racconto che ci facciamo: “E adesso le armi sono quelle che tirano”. Lo diceva anche prima Bene De Palma: sterilizziamo questa storia che adesso tutte le imprese italiane si stanno riconvertendo al militare, alla difesa. Alt a diventare ostaggio di questi racconti! E lo stesso racconto è la finanza tutta sulle armi perché le armi rendono, perché le armi tirano, perché le armi producono risultati economici.
Oggi Il Sole, subodorando come funziona una bolla speculativa, inizia a dirci — naturalmente nel gergo confindustriale che può avere l’autrice dell’articolo, vi attacco —: “Le guerre continuano dinanzi a una rinnovata tensione geopolitica”. Come a dire: tranquilli, tutto bene, cioè le guerre… non ti preoccupare, l’asset c’è, ma il settore della difesa non brilla in borsa; anzi, dall’avvio della guerra in Iran l’andamento di molti titoli è preceduto dal segno meno: Northrop Grumman, Lockheed Martin, Boeing, Rheinmetall -36%, Leonardo -9%, Thales -6,7%. Che cosa succede letterale? Che cosa succede? Ci sono ragioni tecniche e strutturali, e interviene il classico rappresentante degli investimenti finanziari che dice: “Scendono perché abbiamo iniziato a vendere anche qualcosa per tirar su alla luce dei risultati, e quindi se una bolla dovesse un po’ restringersi tranquilli, perché ne abbiamo un’altra sempre di Lipsia memoria”.
Qual è la nuova bolla? E anche qui i giornali ci dettano la linea: la nuova bolla sono i droni, d’accordo? E gli elefanti della difesa fanno fatica, hanno liquidità ma fanno fatica a marginare, ma ci sono le startup dei droni. Infatti Il Sole, dopo averci detto che i droni tirano quanto le Big Tech — che per chi conosce un po’ e non è servo sa che dirti che sei come una Big Tech in borsa bene bene non è che proprio ti vada benissimo —, ci dice anche quali sono le nuove società su cui credere: RTX negli Stati Uniti e Kongsberg in Europa. Sempre a proposito di “Armi, un affare di stato”, dove non solo gli Stati ti fanno da committenti, ma anche i giornali, che inquinando il mercato ti dicono quali sono quelle che tireranno. A rivederci in insider trading, perché se lo fa Trump fa schifo; se lo fa la von der Leyen nel marzo del ’22, proprio quando — scusate, nel marzo dell’anno scorso — veniva aperta l’inchiesta per il Legnone su Fincantieri e Leonardo, quello non è insider trading. Ma Il Sole ci dice che RTX e Kongsberg tirano, e vi leggo letteralmente le caratteristiche di queste imprese che sono state presentate oggi: “Tra i leader mondiali nel settore missilistico” — che uno dice: “Mizzega!” —, “nel 2026 gestisce un portafoglio ordini record oltre i 270 miliardi di dollari”; e anche Kongsberg è ugualmente molto ben presente sui “sistemi di missili di altissima qualità”. Che uno dice: “Ma che cazzo è un missile di altissima…?” Ma in che senso missili di altissima qualità?
Siamo in questa nuova fase. Siamo in questa nuova fase perché — ed è la dinamica retorica — con un drone da 50.000 euro fai saltare un carro armato da 60 milioni di euro. E quindi il punto di caduta non è: “Ma che mondo osceno, perché devo mettere i miei risparmi?”, il punto di caduta è: “Molla i carri armati, vai sui droni, chiaro? E chiedi alla tua banca o al tuo fondo pensione di acquistare dei titoli di società che si occupano di questa mansione”.
Ora, per concludere: occhio ai discorsi che poi si autoalimentano (il riarmo che non c’è perché spendiamo in crescita da 30 anni, quindi occhio all’uso delle parole, il blocco, il mercato, la finanza; sulla riconversione è stato già detto prima nel panel). Però volevo anche un po’ concludere in maniera provocatoria degli M-346, veramente due minuti — mi è scattato adesso il timer dei 10 —, perché è un po’ il nostro mondo, ma è un po’ la cifra del nostro tempo: metabolizziamo tutto troppo in fretta, troppo in fretta. E certe cose si perdono, anche qui, troppo in fretta. Cioè, non è passato un anno dall’intervista a Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo, liquidato con una buonuscita da 4,4 milioni. D’accordo? Poverino. Ah, poverino! Però non è il bau bau Vannacci, eh: laureato ITI di Genova, ministro della transizione nel governo Draghi… Fa un po’ meno paura, però era l’amministratore delegato della Leonardo che ha continuato a fornire ricambi, assistenza e manutenzione per gli M-346 che sono cascati sul Legnone, ma che abbiamo venduto a Israele nonostante il 7 ottobre ’23.
Quella partita lì, quell’intervista di Cingolani che un anno fa diceva: “Eh, ma noi l’abbiamo dovuto fare in forza di licenze rilasciate prima del 7 ottobre, stiamo aspettando un decreto del Ministero degli Esteri che sterilizzi la possibilità di onorare quei contratti”… quella partita lì non è mica chiusa. Non è mica chiusa la responsabilità, che non è una responsabilità aziendale, ma è una responsabilità penale dei dirigenti della Leonardo che, in pieno genocidio in corso, hanno continuato a vendere, spalleggiati dal governo Meloni, sistemi d’arma anche di valore economico irrisorio, ma dal valore umanitario colossale, a un Paese come Israele. Quella partita lì non è chiusa, ma noi ci volgiamo dall’altra parte, facciamo fatica a tenere insieme queste informazioni.
Passa come niente il fatto che a luglio di quest’anno Leonardo ha festeggiato la firma del contratto per la destinazione di 12 M-346 a chi? All’Indonesia, il più grande Paese musulmano del mondo. Lo dico a titolo provocatorio, visto che adesso il mondo è diviso in civiltà, ma noi vendiamo gli M-346 e va benissimo. Ma quando vi dicevo che il blocco è ovviamente corrotto alle sue fondamenta… però il tema provocatorio è: facile sparare su Leonardo, tra virgolette, facile sparare su Eni, facile sparare sul capitalismo; però noi dobbiamo anche un po’ abituarci — e qualsiasi riferimento al tema sanzioni, Ofac, conti correnti — dobbiamo anche un po’ abituarci a guardarci allo specchio.
Quindi noi, nel numero di luglio-agosto di Altreconomia, abbiamo fatto la copertina sulle fondazioni di origine bancaria. Perché se oggi, in quella dinamica che veniva ben descritta in apertura con la regressione dello stato sociale e del welfare state pubblico, gran parte del welfare sta in piedi grazie a progetti finanziati dalle fondazioni di origine bancaria (Altreconomia ha fatto anche progetti con Cariplo, sono qui a dire che noi siamo impuri)… ragazzi, vogliamo parlare di come le fondazioni bancarie gestiscono i loro patrimoni miliardari e trovare dei titoli, compresi i titoli di Stato russi, nella holding di cui Cariplo è la prima azionista, che si chiama Quercus Holding ed è domiciliata in Lussemburgo? Cioè, dobbiamo un attimo guardarci allo specchio e non solo dirci: ha ragione Alessandro, la fuga dall’azionario, potremmo intitolarla così, questo nuovo kolossal del nostro tempo, la fuga dalla borsa, dall’obbligazionario e dall’azionario. Però dall’altra parte, noi, oltre che consumatori critici della finanza incazzarci su come la nostra banca o il nostro fondo pensione gestisce i soldi, dobbiamo anche un po’ iniziare a chiedere conto di certe scelte di investimento. Perché sennò un mondo va da una parte, parla di certe cose, e poi la leva finanziaria vera che puoi muovere… certo, non è dagli investimenti di Cariplo che risolviamo il mondo, però lì secondo me c’è un problema che non è solo rappresentato dal fatto che saresti anche un azionista di riferimento della prima banca italiana e certe scelte, come Intesa Sanpaolo, potresti anche contribuire un po’ ad orientare. Queste cose ce le dobbiamo dire.
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Giulia Rho, ecoinformazioni
Grazie Duccio Facchini per questo denso intervento. Allora, procediamo. Procedo a chiedere a Valentina Cappelletti, segretaria generale della Cgil Lombardia, a partire da un’intervista di maggio di Impresa Lavoro in cui hai detto: “Oggi serve una strategia industriale capace di sostenere imprese e occupazione, accelerando sugli investimenti e sulle energie rinnovabili. Una transizione che non può essere lasciata al mercato, ma deve essere governata e controllata mettendo al centro lavoro, salari, formazione e qualità dell’occupazione”. Ora ti chiedo: in che modo questo si concilia con l’aumento della spesa pubblica per la cosiddetta difesa e l’incremento della produzione nel settore bellico in Italia? Quanto pesa questa scelta su lavoratori e lavoratrici? Chiaramente una scelta a svantaggio della transizione ecologica.
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Valentina Cappelletti, segretaria generale Cgil Lombardia
Sì, certo. Allora, intanto l’incremento di questa spesa noi, dal punto di vista tecnico attraverso il bilancio dello Stato, l’anno scorso non lo abbiamo ancora fatto, quindi per fortuna non rientravano nei criteri che ci avrebbero consentito di farlo e quindi non lo abbiamo fatto. Questo non vuol dire che la pervasività dell’orientamento preferenziale della scelta a favore degli investimenti dual use non sia già incominciata l’anno scorso, poi ci torno. A maggior ragione, se non lo abbiamo fatto l’anno scorso, siamo nella condizione di evitare di farlo quest’anno nel caso in cui rientrassero nei requisiti che ci consentono di rientrare nei criteri europei per accedere all’utilizzo di Safe.
E mi spiego, cerco di farlo brevemente in questi 10 minuti. Allora, ci hanno già detto questa mattina negli interventi precedenti che Rearm Europe, poi definita Readiness Eu — perché Rearm più la coppia Von der Leyen era un po’ troppo per i deboli stomaci europei, come qualcuno li ha definiti —, è stata ridefinita Readiness EU per cercare di recuperare anche quella dimensione linguistica che era la preparedness EU con cui avevamo risposto al Covid. Quindi il tipo di mobilitazione è: mobilitiamo il debito pubblico europeo per orientarlo rispetto ai nuovi obiettivi di protezione pubblica europea, cioè la protezione dai bau bau.
Sappiamo già che la storia inizia prima: è iniziata nel 2014 e ancora prima, quando è stato consentito di sterilizzare la spesa dal totale del calcolo della spesa degli investimenti. Sono stati sterilizzati gli investimenti in strumenti di difesa per i Paesi in via di sviluppo che dovranno rendicontare la propria spesa pubblica al Fondo Monetario Internazionale. Questa sterilizzazione è avvenuta all’inizio degli anni ’10 del 2000, in una fase nella quale l’obiettivo era utilizzare tutto quello che era utilizzabile per difenderci nello scontro di civiltà. Vi ricordate allora?
Allora, quello che noi non abbiamo fatto fino ad adesso dobbiamo non farlo neanche nella prossima legge di bilancio, anche se dovessimo accedere ai requisiti tecnici consentiti dalla Commissione e nonostante le raccomandazioni della Commissione Europea. Perché la raccomandazione numero uno della Commissione Europea è aumentare la spesa per la difesa, o nella versione diretta o nella versione duale.
Piccola decostruzione: condivido una domanda che mi sono fatta. Quando ho ascoltato la Von der Leyen l’anno scorso, alla fine di settembre, fare il discorso sullo Stato dell’Unione, sono rimasta orripilata e poi ho letto i documenti collegati. Mi sono domandata — non subito dopo —: ma non è che questa mobilitazione pubblica, anche della retorica e dei discorsi pubblici, che sono una parte fondamentale delle politiche da parte della Commissione, sia sintomo della consapevolezza di aver completamente perso ormai la partita tecnologica più rilevante in questa fase, che è la partita per le tecnologie della decarbonizzazione? Me lo sono chiesto l’anno scorso; quest’anno mi rispondo: secondo me è così. Poi magari è una domanda sbagliata, ma io sono convinta del fatto che siamo ormai di fronte al fatto che la Commissione pensa di poter utilizzare la leva dell’innovazione tecnologica connessa allo sviluppo e alla spesa militare, o dell’investimento militare, per recuperare spazi nel posizionamento della specializzazione internazionale che abbiamo completamente perso per colpa nostra, per colpa delle scelte della Commissione e anche per colpa delle scelte di quegli Stati e di quelle Regioni — Regione Lombardia in primis — che hanno fatto battaglia per il superamento e l’ammorbidimento degli obiettivi di decarbonizzazione, perché siamo fuori dalle principali catene tecnologiche che sostengono l’innovazione per la decarbonizzazione. Basta stare 5 minuti in un’autostrada urbana di Pechino per capire che siamo completamente fuori. È finita quella storia lì.
In questo c’è una responsabilità molto rilevante da parte dei sistemi industriali e della classe politica dirigente del nostro Paese, in modo particolare della Lombardia. L’assessore allo Sviluppo Economico della Lombardia è stato, insieme e in alleanza con il Land Sassonia-Anhalt, uno dei principali lobbisti politici — quindi un lobbismo esplicito — per orientare le decisioni che la Commissione poi ha preso di ammorbidimento degli obiettivi di decarbonizzazione. Questa è una scelta. Questa è una scelta che ha delle conseguenze dirette sul posizionamento dei nostri sistemi produttivi nella competizione internazionale per rispondere ai bisogni essenziali.
Poi noi ci troviamo… non parlo dell’Italia, parliamo di Parigi. La città di Parigi che nel mese di luglio manda a casa tutti i ragazzini che stanno andando a scuola e che si riversano negli uffici delle madri o dei padri che stanno lavorando perché a scuola non c’è l’aria condizionata (come non c’è neanche da noi, ma i nostri a scuola a luglio vanno ai centri estivi, quindi lo so perché c’ho lavorato, muoiono di caldo nelle aule dei comuni o nelle piscine pubbliche che non ci sono più).
Quindi la seconda domanda che io mi faccio è: bene, noi che margini di manovra abbiamo nel nostro bilancio pubblico l’anno prossimo, quindi legge di bilancio del 2025, per fare quello che la Commissione Europea ci dice che dobbiamo fare? Margini secondo me non ce ne sono. E questa cosa bisognerebbe dirla con buona pace del baby pensionato fascista climatico che oggi viene ricevuto con tutti gli onori qua accanto. I margini non ci sono. Mi preoccupo? Ovviamente mi preoccupo. Mi preoccupo del fatto che non ci sono i margini per riorientare la spesa lì, ma ci sono pochissimi margini per riorientare la spesa verso quello di cui abbiamo bisogno.
Lo dico in tre parole. Leggete Maranzano e Romano, così loro lo dicono meglio di come lo dico io. Io lo imparo da loro, ma lo riporto qui: la ripartizione della spesa pubblica italiana rispetto alla ripartizione della spesa pubblica dei principali Paesi europei non è che sia drammaticamente diversa. Questo a testimonianza del fatto che i vincoli di spesa pubblica orientano ormai in maniera uniforme le decisioni di spesa in tutti i bilanci pubblici dell’Unione, tranne che sulla vicenda dell’incidenza del debito sulla spesa. Però, anche se la nostra spesa sanitaria è inferiore del 2,5% rispetto alla media della spesa UE o la nostra spesa per l’istruzione è inferiore dell’1,5% rispetto alla spesa media eccetera eccetera — che sembrano briciole, ma recuperare quel 2,5% e quell’1,5%… —, usare la scuola della Peace Economics, usare quella strumentazione teorica che è un paradigma concettuale che per un sindacalista è essenziale, serve per far crescere la domanda interna, che è la cosa che a noi drammaticamente manca da 30 anni a questa parte.
Ora è anche piuttosto inutile, è anche piuttosto facile imputare tutti i mali del mondo al governo della Presidente Meloni. Il problema che noi non siamo in grado come Paese di orientare le politiche pubbliche dello sviluppo perché non ne abbiamo più la cultura, non ne abbiamo più gli strumenti concettuali, è un problema molto consolidato. Lo dimostra che cosa? Lo dimostra il fatto che negli anni nei quali il nostro Paese ha potuto beneficiare della maggiore crescita di spesa per investimenti grazie alla cosiddetta orrida messa a terra della spesa Next Generation Eu che si ricordi dal dopoguerra, noi abbiamo speso quei soldi, stiamo spendendo quei soldi dal 2022 in avanti, e gli effetti moltiplicatori di quella spesa sono zero. Noi non abbiamo nessun effetto rilevante sulla crescita dei consumi, nessun effetto osservabile sulla crescita dei salari. Non sto a dirvi, perché mi viene male, che non abbiamo nessuna variazione rilevante sull’intensità tecnologica degli investimenti, e questo è drammatico: cioè, neanche quando noi veniamo coperti di soldi per fare spesa pubblica (in parte a debito e in parte no) per cambiare la macchina o il motore della nostra macchina, noi riusciamo a dotarsi di quella strumentazione, di elementi di struttura indispensabili per poter fare un salto quantico e liberarci dai nostri vincoli di struttura che abbiamo rispetto agli altri Paesi europei.
Allora questo che cosa vuol dire? Non solo vuol dire che già il PNRR quando era stato scritto — perché me lo ricordo benissimo —, lo stesso Draghi che lo ha scritto aveva calcolato l’effetto moltiplicatore di quel PNRR poco sopra il 3% in 7 anni di implementazione… Ma neanche quello! Questa è la cosa drammatica. Possiamo dare la colpa a tutto quello che è successo da qua ad allora? Forse sì, io propenderei per dire assolutamente no, perché quello che è successo a noi è successo anche agli altri Paesi europei che hanno preso di meno, usato di più e utilizzato meglio con maggiori effetti moltiplicatori. Perché? Perché hanno messo a disposizione una competenza e una capacità di programmazione che nella cultura politica noi abbiamo perso, e che abbiamo perso anche nel dibattito pubblico sollecitato dagli attori collettivi in questo Paese.
Allora, l’intervento di Fanti diceva prima: “Rimettiamo la testa sulla relazione fra Stato, capitale e mercato”. Sì, rimettiamo la testa lì. La legge di bilancio è il luogo in cui si determinano — lo dico qua, una banalità — le relazioni tra Stato, mercato e capitale. Quindi chiudo su questo: quando ancora per l’ennesima volta — e mi dispiace dover dire ennesima perché è sbagliato — noi cercheremo di costruire insieme opposizione sociale alla legge di bilancio di questo Paese, lo facciamo come se fosse un compito del terzo o del quarto trimestre della fine dell’anno, o lo facciamo consapevoli del fatto che quello è il luogo della determinazione delle scelte?
Come le determiniamo le scelte? Domandandosi di che cosa abbiamo bisogno. Di che cosa abbiamo bisogno? Se noi rispondiamo alla domanda “di che cosa abbiamo bisogno?”: abbiamo bisogno di tecnologia per la decarbonizzazione? Sì, perché stiamo morendo anche qui in questo momento. Abbiamo bisogno di riconversione dell’apparato energetico? Sì. Abbiamo bisogno di riconversione della tecnologia dei trasporti? Sì. Siamo in ritardo su questo? Sì, forse abbiamo anche perso la partita. Allora è inutile che ci nascondiamo dietro la retorica della contrapposizione degli interessi strategici, perché è retorica e perché ciascuno fa i propri interessi strategici.
Il punto è se dalla voce del lavoro, nella relazione con lo Stato e con il capitale, viene la capacità per riarticolare quali sono i bisogni non rinunciabili, i bisogni di sviluppo e i bisogni di protezione. Questo è il nodo e a questo devono rispondere le politiche pubbliche, che siano capaci oggi o che non lo siano e debbano impararlo. Ma questo è quello su cui noi dobbiamo abituarci a misurare noi stessi, perché altrimenti avviene così.
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Sessione III
Trascrizione/ Sessione III/Un’economia del lavoro, dell’ambiente e dei diritti
Testi ottenuti dalla trascrizione dei video da Youtube rivisti con la, poi redatti da Julia Mattesini, stagista a ecoinformazioni della Scuola arti e mestieri G. Castellini, da Amelie Di Matteo e Giulia Rho, della redazione di ecoinformazioni. Trascrizioni non riviste da3 relator3.
Carlo Testini, Presidenza Nazionale dell’Arci
Questa prima sessione del pomeriggio è intitolata Un’economia del lavoro, dell’ambiente e dei diritti. Io sono Carlo Testini della Presidenza Nazionale dell’Arci, mi occupo di lotta alle disuguaglianze, e con me Roberto Caspani, presidente del Coordinamento Comasco per la Pace. Caspani, eccolo, ho sbagliato subito, coordinerà con me questa sessione alla quale partecipano Giorgio Airaudo, segretario della Cgil Piemonte, Andrea Di Stefano, che è un economista e giornalista di Radio Popolare, Walter Massa, quando arriverà, presidente nazionale dell’Arci, ed Elly Schlein, la segretaria del Partito Democratico, che ringraziamo molto di essere qui con noi.
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Giulio Marcon, co-portavoce di Sbilanciamoci!
Buonasera a tutti. Intanto ci terrei un paio di minuti a fare un ricordo insieme a voi di una persona che non c’è più, di cui oggi ci sono i funerali: Fabio Mussi.
Fabio tra l’altro venne all’Altra Cernobbio nel 2007 quando era ministro dell’Università; vennero pure Rosy Bindi, Vincenzo Visco e altri ministri e sottosegretari dell’epoca. Fabio è sempre stato per noi una figura importante, un punto di riferimento anche nel suo partito. Molto prima di altri ha scoperto e dato valore a quei temi che noi stiamo praticando da anni: l’ambiente, la pace, la democrazia e i diritti. Era coordinatore di quella campagna di comunicazione bellissima che il Partito Comunista fece durante l’installazione degli euromissili a Comiso. Qualcuno si ricorda quel bellissimo manifesto con i fiammiferi che raffiguravano l’Europa e un fiammifero che si stava accendendo nella punta estrema della Sicilia orientale, a Comiso. Con lui organizzammo le manifestazioni pacifiste dei primi anni ’80 ed è sempre stato attento a quei temi — penso alle questioni del nucleare, ma anche a tanti altri argomenti sui quali abbiamo lavorato insieme. L’abbiamo incontrato come ministro dell’Università, abbiamo avuto con lui tante interlocuzioni anche recentemente. L’ho visto qualche mese fa prima dell’estate, abbiamo parlato a lungo e ci mancherà la sua intelligenza, la sua curiosità, il suo coraggio e quella capacità intellettuale e politica che aveva di vedere sempre le cose che stavano arrivando, di farci scoprire continenti di pensiero e di pratiche di movimento che poi sono quelle che noi abbiamo in qualche modo seguito negli anni successivi. È con grande dispiacere che ricordo che non c’è più, ma con grande piacere che ricordo la sua figura. Ancora un grazie a Fabio.
Non devo dire granché, devo solo fare un breve riassunto in pochi secondi del senso per cui siamo qui: economia di pace. Economia di pace per noi significa un’economia che si declina con il lavoro, con i diritti, con l’ambiente, con la transizione ecologica. Non è semplicemente assenza di guerra, non è semplicemente disarmo, ma per noi la pace è tutto quello che, declinato al pluralismo, produce maggiore benessere e qualità della vita. È un modello di sviluppo diverso da quello che abbiamo conosciuto fino a oggi. È un’alternativa a quell’economia liberista e neoliberista che purtroppo impera ormai da molti decenni, con l’idea che al centro ci debbano essere questi principi e valori fondamentali: lavoro, diritti, ambiente, pace, istruzione.
Noi ogni anno facciamo la cosiddetta “contro-finanziaria”, come molti di voi sanno: facciamo delle proposte specifiche e dettagliate. Spesso i parlamentari dell’opposizione — Pd, Avs, 5 Stelle — presentano emendamenti ispirati a queste proposte. Le nostre idee sono molto chiare: servono meno spese militari e più spese per l’istruzione; servono meno spese per le grandi opere e più spese per le piccole opere di cui il nostro Paese ha drammaticamente bisogno. Mettere in sicurezza le scuole, mettere in sicurezza gli alvei dei fiumi, fare tutto quello di cui questo Paese avrebbe bisogno e che purtroppo a ogni alluvione e a ogni catastrofe ambientale vediamo quanto impatto negativo produca sulle persone e sui nostri territori.
Serve una spesa pubblica che punti sulla politica industriale, che purtroppo non c’è mai stata in questi decenni: una politica industriale che ridia senso a una regia dell’intervento pubblico, della regolamentazione, per la transizione, per una politica di qualità su tanti temi che ci stanno a cuore: scuola, sanità, eccetera. Stamattina alcuni economisti ci hanno spiegato che, a parità di investimento, si crea molta più occupazione investendo gli stessi soldi in sanità, scuola e transizione ecologica rispetto che nelle armi. E si crea maggiore valore aggiunto, cioè maggiore PIL, investendo in sanità, scuola e ambiente piuttosto che nelle armi.
Tra l’altro, le scelte fatte in questi anni vanno in una direzione che noi giudichiamo sbagliata non solo perché legate alla guerra, ma anche perché sbagliate per la nostra economia. Non è vero che l’economia di guerra crea lavoro, non è vero che crea maggiore PIL: crea solo maggiore distruzione e maggiore insicurezza per tutti. Noi abbiamo bisogno di una sicurezza vera, della sicurezza sociale. Non della sicurezza che ci vuole dare la Meloni con i suoi decreti, ma di una sicurezza fondata su un posto di lavoro stabile e con diritti; della sicurezza fondata sul fatto che se vai in ospedale ti puoi curare e non devi aspettare sei mesi in lista d’attesa; della sicurezza vera di chi va a scuola e sa che non corre il rischio che l’intonaco gli cada in testa. Questa è la sicurezza che noi vogliamo: la sicurezza fondata sui diritti, sul lavoro, sull’ambiente.
Per questo formuliamo proposte concrete. Pensiamo che questo governo abbia fallito su tutti i fronti. Speriamo che il prossimo governo, diverso da questo, investa e vada in quella direzione: la direzione di un’economia sostenibile, di pace, fondata sul lavoro e sui diritti, con scelte impegnative. Lotta al precariato, lotta all’insicurezza nel mondo del lavoro, investimenti di politica industriale, investimenti per la transizione ecologica e per l’agroecologia, perché abbiamo bisogno di un rapporto con il territorio diverso da quello avuto finora, non fondato sugli interessi delle grandi multinazionali, ma sugli interessi dei lavoratori, dei piccoli agricoltori e di chi si impegna per far andare avanti questo Paese con il proprio lavoro.
Le nostre proposte dell’anno scorso erano circa 100, molto dettagliate. Speriamo che possano essere utili per il vostro programma e che siano un contributo in questa direzione. Chiediamo scelte coraggiose: non solo dobbiamo difendere i diritti dei migranti, ma dobbiamo anche dire che abbiamo bisogno dei migranti per l’integrazione che possiamo dare loro e per un’economia di qualità, condivisa con i bisogni di tante persone che cercano qui un riparo e un’accoglienza perché scappano da guerre e situazioni insostenibili.
Dobbiamo anche dire che non solo facciamo la lotta all’evasione fiscale — che è fondamentale —, ma facciamo la lotta all’ingiustizia fiscale. Abbiamo bisogno di una fiscalità progressiva, di tassare di più le rendite finanziarie, gli extraprofitti delle imprese multinazionali e nazionali che hanno speculato in questi anni su energia, armi, farmaci e quant’altro. Abbiamo bisogno di rafforzare l’uguaglianza nel nostro sistema fiscale. La lotta all’evasione fiscale è prioritaria, ma non può essere un alibi per non affrontare il tema della giustizia fiscale, che oggi pesa tutta sulle spalle dei lavoratori dipendenti o di chi va a comprare qualcosa al supermercato e paga l’IVA al pari di chi si trova in condizioni economiche migliori.
C’è poi un’emergenza tra le tante, che si sente anche qui dentro: l’emergenza climatica. Dobbiamo dire chiaramente che questo sistema non funziona più. Questo modello di sviluppo fondato sulle energie fossili è un sistema che crea guerre e morti anche tra la popolazione civile a causa delle condizioni climatiche estreme durante estati così drammatiche per tanti anziani o per chi non può permettersi un condizionatore a casa. Guardate che se si stacca un pezzo di ghiacciaio a 5.000 metri in Nepal, quello è un indicatore simbolico che ci dice che siamo messi molto male se non si inverte la rotta, se non si sconfigge il negazionismo climatico che anche questo governo ha messo in pratica in questi anni, e se non si investe nella mobilità sostenibile e nelle energie pulite.
Oggi Michele De Palma ricorda la battuta che facciamo sempre: l’Europa negli ultimi tempi è passata dal Green Deal al War Deal, dalla centralità della sostenibilità alla centralità della spesa militare. Questo non è accettabile. Bisogna fare una battaglia in Italia e in Europa per ribadire le ragioni della pace, che fonda un modello di sviluppo alternativo.
Lascio a voi proseguire, poi sentiamo Elly Schlein cosa ci dirà rispetto a quanto stiamo avanzando in questo dibattito. Grazie.
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Roberto Caspani, Coordinamento Comasco per la Pace
Bene, buonasera a tutti. Sono Roberto Caspani del Coordinamento Comasco per la Pace, un’associazione di comuni e realtà del territorio comasco. Passo subito la parola ad Andrea Di Stefano. Tanti lo conoscono: giornalista, autore radiofonico e direttore di The Washing News, testata indipendente che analizza i claim ambientali delle aziende. Stamattina si è accennato al tema dell’intelligenza artificiale; Andrea Di Stefano ci parlerà di questo e in particolare degli umanoidi, spiegandoci come questo tema potrebbe essere usato per un’economia di guerra o, al contrario, come potremmo usarlo per un’economia di pace.
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Andrea Di Stefano, economista e giornalista di Radio Popolare
Mi sono permesso di proporvi questo argomento in una visione prospettica perché ho l’impressione che il dibattito politico sia fin troppo schiacciato sul passato e sull’oggi. Abbiamo bisogno di capire cosa ci aspetta domani, soprattutto perché questo domani presenta elementi di rischio altissimo: rischio tecnocratico e rischio di una gestione da destra delle soluzioni tecnologiche.
Sicuramente avrete visto le Olimpiadi degli umanoidi, che hanno avuto ampio risalto mediatico. Ma gli umanoidi non sono un gioco: sono una politica industriale stringente che il Governo cinese ha varato quest’anno. Il Ministero dell’Industria e la Commissione per le imprese statali cinesi hanno obbligato le aziende pubbliche (State-Owned Enterprises) ad adottare almeno 10.000 umanoidi entro la fine di quest’anno. È un target preciso: entro il 2027 la Cina vuole produrne 100.000 e avere una filiera di componentistica interna estremamente efficace.
Cosa significa questo? Una leadership tecnologica e un mercato enorme, stimato in 5.000 miliardi al 2050, ma soprattutto la sostituzione degli umani nella manifattura, nella logistica, nella sanità (lo stanno già sperimentando negli ospedali e nelle RSA per l’assistenza agli anziani), nel retail, nei servizi di emergenza della protezione civile e nell’edilizia. E con un modello basato sul noleggio a canone: non acquisto l’umanoide, lo noleggio per le funzioni di cui ho bisogno, accelerando la sostituzione tecnologica.
Ci sono quattro player principali. Vi cito un dato: uno di essi si è appena quotato raccogliendo 4,2 miliardi di dollari. Si parla tanto di SpaceX, ma questa azienda cinese di umanoidi ha raccolto cifre enormi e tra i player principali ce ne sono due che lavorano nell’automotive. Questo basterebbe a spiegare l’idiozia delle posizioni italiane sulla transizione dell’automotive. Perché l’automotive? Perché la filiera degli umanoidi è centrata su attuatori, riduttori e motori derivati dall’auto elettrica. Uno dei principali player negli umanoidi è BYD, il più grande produttore cinese di auto elettriche. Da quella filiera deriva un impatto industriale ancora più strategico. C’entra ovviamente anche la questione delle terre rare, di cui si parla solo per dire che la Cina ne ha il monopolio, mentre il problema va affrontato in modo più complesso.
Perché introdurre 10.000 umanoidi subito? Non perché debbano essere già tutti operativi, ma per raccogliere dati e istruire le macchine del futuro. L’ingresso di questi primi 10.000 modelli è un campo d’addestramento cruciale per integrare l’intelligenza artificiale nello sviluppo delle mansioni. Le previsioni di mercato sono enormi: 138 miliardi entro il 2035 e l’obiettivo di scendere sotto i 100.000 dollari ad unità entro il 2030.
Il confronto tra la Cina e l’Unione Europea è drammatico: da una parte c’è un mandato statale, finanziamenti, ricerca e sviluppo, standard in costruzione; dall’altra non c’è un obiettivo chiaro, ci sono pochissime risorse da Horizon Europe (circa 220 milioni di euro) a fronte di quanto mettono in campo i cinesi, e c’è un quadro di regole fondato sulla solita logica che “il mercato investirà”. Ma il mercato non investe da solo su questo, perché le risorse necessarie sono ingenti. Senza una spinta di politica industriale si rischia di restare indietro e lasciare il campo alla Cina e agli Stati Uniti.
Quali sono i rischi? Il crollo occupazionale è una risposta da destra alla carenza di manodopera. Sto estremizzando, ma è facile immaginare chi dirà: “Non abbiamo bisogno dei migranti, facciamo con gli umanoidi che non mettono il velo e non chiedono diritti”. Ci sono poi rischi industriali: la dipendenza dalle terre rare, il gap di scala, la pressione competitiva.
Ci sono anche delle opportunità: preferisco che sia un umanoide a stare davanti all’altoforno a Brescia piuttosto che un lavoratore che deve farsi otto ore al calore e ammalarsi. Non sono convinto che l’innovazione in sé sia negativa; il punto è con quali regole e in quale sistema economico la gestiamo. Altrimenti viene gestita da figure come Elon Musk.
Musk ha fatto un’intervista all’ Economist dicendo cose rilevanti: la fine del denaro, il lavoro che diventa opzionale, il reddito universale. Dobbiamo affrontare seriamente il tema del reddito universale per tutti, perché il lavoro tradizionale per tutti, con l’intelligenza artificiale e gli umanoidi, non ci sarà.
Secondo Goldman Sachs e il Fondo Monetario Internazionale, entro il 2030 ci saranno 300 milioni di posti a rischio a livello globale. Entro il 2040-2050 altri 20 milioni di posti manifatturieri potranno essere sostituiti dai robot, senza contare gli altri settori. Nel 2050 potrebbero esserci 63 milioni di umanoidi operativi — una popolazione pari a quella dell’Italia — nelle filiere industriali e nei servizi.
Pone il tema del reddito universale, della riduzione dell’orario di lavoro e del cambio della politica fiscale. Persino OpenAI ad aprile ha pubblicato un documento di policy in cui ritiene indispensabile una robot tax.
Questi sono i temi da mettere sul tavolo da oggi. La prima cosa da fare è colpire la tassazione del capitale, che in questo momento è stata quasi azzerata: negli ultimi 30 anni abbiamo assistito al “comunismo del capitale”, con le perdite scaricate sulla collettività e sugli Stati e i profitti sempre più concentrati. Se il lavoro diminuisce avremo sempre meno risorse fiscali. Oltre a tassare i ricchi e il capitale, si parla persino in Silicon Valley di tassare la capacità di calcolo dei chip.
Penso sia indispensabile tassare le transazioni digitali e finanziarie per ridurre la pressione fiscale sul lavoro e sul reddito delle piccole e medie imprese. E poi servono politiche industriali vere: anziché frenare sul Green Deal, avremmo dovuto accelerarlo. La chiave dell’innovazione nell’automotive lo dimostra: pochi mesi fa abbiamo pubblicato uno studio con Roberto Romano sugli utili dell’automotive europea a confronto con quella cinese negli ultimi 20 anni. Le imprese europee hanno fatto 505 miliardi di utili, mentre quelle cinesi ne hanno fatti circa 100 perché hanno scelto di reinvestire, aumentando del 1000% la ricerca e sviluppo e diventando leader mondiali con l’auto elettrica.
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Carlo Testini, Presidenza Nazionale dell’Arci
Hai messo sul piatto questioni strategiche importantissime che Giorgio Airaudo potrà sviluppare. Aggiungerei due elementi: il primo è la dichiarazione del Primo Ministro inglese di voler ripubblicizzare e rinazionalizzare alcune aziende strategiche del Paese; il secondo è come fronteggiare il mondo dei cosiddetti “tecno fascisti” delle piattaforme che lavorano per indebolire le democrazie. Quale sarà la forza dell’Europa per reggere a questo attacco globale alle democrazie e ai diritti del lavoro?
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Giorgio Airaudo, segretario CGIL Piemonte
La presenza di Elly Schlein e le parole di Giulio su Fabio Mussi impongono delle riflessioni sintetiche.
Oggi Concita De Gregorio, nella sua rubrica su Repubblica, collega alcuni fatti di cronaca a Fabio Mussi, ricordando come a Fabio piacessero le piccole storie delle persone. Cita uno degli effetti del clima attuale: la solitudine di una famiglia che si suicida perché non è in grado di garantire le cure alla propria figlia. Il tema drammatico dell’autosufficienza, che il Governo pensa di risolvere con 400 euro per poche persone, lascia soli i caregiver — che spesso sono mamme, papà, figli — con tutto ciò che comporta per il lavoro di cura. Il Covid mi ha portato via un papà con il Parkinson e una mamma con l’Alzheimer; so di cosa parlo anche per esperienza personale e so quanta solitudine e senso di colpa generi questa situazione.
Penso ci sia un collegamento tra l’economia di guerra, il clima di scontro, l’idea che la violenza possa risolvere le relazioni e il collasso della dimensione solidale di una comunità. Fabio ci avrebbe fatto riflettere su questo.
C’è la variabile del tempo. Nella mia generazione abbiamo sempre pensato di avere tempo: se non ce la facevamo oggi, ce l’avremmo fatta domani. Oggi il tempo sta diventando un fattore critico per i grandi temi e per l’attualità. Questo rende cogente il tema di chi governa e di cosa fa. C’è una grande responsabilità per chi prepara l’alternativa: il tempo per dare risposte e scegliere le priorità sarà poco.
Sul tema degli umanoidi: quattro mesi fa sono stato in Cina a vedere le fabbriche di auto cinesi, compresa BYD a Shenzhen. Alla mia domanda ai dirigenti e sindacalisti cinesi su come avrebbero gestito la perdita di posti di lavoro dovuta all’automazione, la risposta è stata: “Riduciamo l’orario di lavoro, perché lavorare con le braccia alzate o tese fa male alla salute”. Nei reparti di montaggio l’umanoide non ha ancora sostituito del tutto l’uomo per via della sensibilità tattile necessaria in alcune operazioni meccaniche, ma prevedono di arrivare in due o tre anni. Hyundai in Corea del Sud sta già addestrando umanoidi a fianco dei lavoratori.
I cinesi prevedono un calo demografico (da 1,3 miliardi a 800 milioni nel 2050) e intendono usare gli umanoidi anche per il lavoro di cura e l’assistenza agli anziani.
Il tema è affascinante e in Europa non abbiamo una filiera strutturata sugli umanoidi, anche se a Torino e a Genova ci sono centri di ricerca importanti.
Concludo con un dato sull’automotive: il prossimo anno la Spagna produrrà un milione di auto cinesi sul proprio territorio con quattro diversi produttori, grazie a una politica industriale attiva.
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Giorgio Airaudo, segretario Cgil Piemonte
Ha portato un produttore cinese. I cinesi quest’anno in Europa hanno coperto, hanno raddoppiato il mercato. Ci sono nei primi 40 marchi che vengono venduti sul mercato europeo quest’anno ci sono sei produttori cinesi. Il primo è il BYD che è l’ottavo produttore europeo, così ci capiamo di cosa stiamo parlando. 1 milione e mezzo di vetture, 1 milione le produrranno in Spagna. La Spagna produceva già 2.300.000 altre vetture. Noi ne facciamo col noto produttore sotto falsa bandiera Stellantis, cioè Fiat, ne facciamo 300.000. E il mercato italiano è cresciuto fino a luglio perché ad agosto si è impiantato, nonostante ci fosse un giorno in più, 21 giorni e non 20 di lavoro. Quindi è sceso per la prima volta quest’anno è sceso. Siamo cresciuti solo per la vendita delle auto elettriche che abbiamo incentivato. Queste auto elettriche erano cinesi. Quindi noi siamo quel Paese in cui il ministro Urso ha detto che aveva non so quanti cinesi da portare per produrre. Non ne ha portato nessuno, però usiamo i soldi delle nostre tasse per finanziare l’acquisto delle auto cinesi che vengono prodotte in Cina. Sinteticamente non so dirla diversamente perché neanche produciamo quello che compriamo, ma lo incentiviamo, quindi abbiamo bisogno di ricostruire un pezzo di industria in questo Paese e questo sarà un problema molto serio. Il tema è la ricostruzione e guardate, ho finito davvero che non si salva nessuno. Stiamo facendo un lavoro con la Cgil Liguria e la Cgil Lombardia sul vecchio triangolo industriale paragonando a 12 cluster europei. Ci sono studi della Banca d’Italia per capirci. Noi è dagli anni 80 che il Nord-Ovest collassa. Liguria e Val d’Aosta sono fuori mercato. Il Piemonte è in caduta libera, la Lombardia è in discesa cronica resistendo. Ma in discesa in discesa, cioè non ci si salva. Quindi il tema della ricostruzione guardando all’innovazione, guardando ovviamente anche i processi sociali perché, molte delle risposte stanno nel lavoro e nel reddito. Io vorrei dirlo, stanno nel lavoro, nel reddito e nelle tassazioni conseguenti.
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Roberto Caspani, presidente del Coordinamento comasco per la Pace
Prima di introdurre Walter Massa, faccio un po’ di pubblicità. All’entrata c’è questa cartolina per firmare per una petizione di legge per un’altra difesa possibile, quindi una difesa non violenta. Sono appesi anche i muri, c’è un QR code da inquadrare e poi possibile firmare per questa legge. Dunque, Walter Massa, presidente di Arci Nazionale. Puoi parlare di quello che vuoi, ma gli argomenti che sono stati messi sul piatto sono tanti. Giulio ci ha fatto un’introduzione. Ti suggerisco due parole, poi decidi te se affrontarle. Muri: muri che che chiudono fuori, che impediscono agli immigrati di venire da noi. Muri nella nostra società, tra chi può e chi non può, fra chi chi ha diritti perché ha un lavoro garantito, chi non ha questi diritti, chi può permettersi una sanità privata, chi non può permettersela, chi non può permettersi un affitto a Milano per studiare, chi non può permetterselo. Seconda è il mutualismo. Riprendere il mutualismo per un’economia di pace, per la cooperazione e la sicurezza umana.
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Walter Massa, presidente nazionale Arci
Con il tuo invito a parlare di quello che voglio, hai confermato la sensazione che avevo del perché ero seduto qui e non lì, Dopo quello che abbiamo sentito da Andrea e da Giorgio e temo con quello che ci dirà Elly dopo. Perché dico questo? Perché io che sono generalmente un ottimista – lo dico non perché l’ottimismo sia una categoria dello spirito, ma per quello che vedo girando il Paese continuamente – dall’altra parte vedo aumentare il mio senso di frustrazione, di inquietudine, anche un po’ di rabbia. Credo infatti che continuiamo, ciascuno dal proprio osservatorio, a portare sul tavolo dei mondi che oggi qui sono rappresentati: tesi, teorie e analisi molto corrette che guardano il mondo dalle mille sfaccettature che ha. Ci manca ancora, diciamo così, quel tentativo fondamentale di trasformare tutto questo in un progetto di alternativa. E infatti adesso dico, e temo, che non ce la caveremo chiedendo solo a Elly Schlein o a qualcun altro, perché il mondo è cambiato.
Io ho cominciato a pensare, e a ragionare per lavoro ieri sera con Luciana Castellina, che dobbiamo assumere il dato che non siamo in una semplice fase di crisi. Peraltro una fase di crisi che noi argomentiamo ciascuno dal proprio osservatorio in modo differente: c’è quella ambientale, c’è quella del lavoro e c’è quella del reddito, c’è quella sociale, c’è quella politica, c’è quella democratica e c’è quella della sinistra, e ognuno di noi ne potrebbe avanzare altre 75.000 (facendo ancora un po’ fatica a riconoscere le crisi che ci propone qualcun altro). Comincio a pensare che siamo proprio in un cambio d’epoca, e in un cambio d’epoca che si fonda su una questione centrale. Molte sono state richiamate, io provo a dirle per come riesco: c’è il fatto ormai assunto che la concentrazione di potere è diventata incompatibile con la democrazia che abbiamo conosciuto. Non che lo diventerà: lo è già diventata. Dico questo perché faccio uno sforzo, limitato per quello che sono, provando anche come Arci a terrare un terreno comune dove questa cosa, oltre che a dirla, la proviamo anche a mettere in campo. Sapendo che lo schematismo novecentesco a cui siamo tutti abituati – in cui c’è quello che fa il sindacato, c’è quello che fa l’associazionismo, c’è quello che fanno i partiti, c’è quello che fanno gli studiosi – dal mio punto di vista è un po’ saltato. È un po’ saltato, questa è l’impressione che ho.
Ed è per quello che, appunto, sono inquietato dalle cose che potrebbe dirci Elly, perché ho già sentito le cose che mi hanno detto Andrea e Giorgio. Non credo che nessuno in questo Paese abbia la bacchetta magica e credo che questo processo di delega – che è anche naturale, umano e tipico del nostro mondo che aspetta sempre che arrivi qualcuno a fare le cose che noi non facciamo – sia ormai diventato troppo simile a quella cosa che in questo Paese viene fuori spesso, cioè la ricerca dell’uomo forte. È speculare: non è la stessa cosa, ma è speculare. Scusate se la dico così brutalmente, però questo è l’interrogativo che ci poniamo. Noi è da un po’ di anni che abbiamo detto ai nostri interlocutori che ci siamo rotti le scatole di occuparci solo delle bocciofile (cosa che facciamo tra l’altro egregiamente, e dovreste frequentare perché è un problema che non le frequentate). Però noi vogliamo fare politica. Appunto, questo è il tema. Questo tema non riguarda solo l’Arci, che peraltro da sola non farà nulla, ma riguarda tutti noi. L’idea che noi facciamo i bravissimi analisti poggiati con i gomiti sul davanzale delle finestre ad aspettare che il mondo cambi è la morte della società civile, è la morte dei corpi intermedi e la morte della politica conseguentemente.
Dico un’altra cosa: la concentrazione di potere è diventata incompatibile con la democrazia talmente tanto che noi, quando parliamo sull’autobus, sul treno, nei circoli Arci piuttosto che nei luoghi di lavoro dicendo che siamo qui a difendere la democrazia che qualcun altro vuole cambiare, nella migliore delle ipotesi veniamo considerati dei cretini. Perché la democrazia che si vive sugli autobus, sui treni, nei posti di lavoro, nei pochi luoghi ricreativi che ci sono ancora, a scuola o in casa, è quella che ci ha portato a queste condizioni. Un dato che posso condividere con voi con grande serenità è che non è successo tutto con la Meloni e con Trump. Quelle sono le conseguenze. Ma noi che ci occupiamo anche delle cause, per rendere credibili le proposte che dovremmo fare, dobbiamo fare un altro passaggio. Io mi auguro e spero che il programma della coalizione alternativa a questo Governo non sia fatto solo dalle forze politiche. Lo dobbiamo fare tutti quel programma, come abbiamo fatto tutti la battaglia referendaria: non è stato merito solo dei partiti se si è vinta, è stato merito del fatto che di fronte a un attacco, l’ennesimo alla Costituzione, ci siamo mobilitati tutti e tutti insieme. Io non ho cinghie di trasmissione, ho nostalgia del fatto che ci sia nuovamente un impegno civile e politico, e che l’impegno civile e politico non significhi necessariamente dire due cose diverse. Questo è il tema. Le condizioni che hanno descritto Andrea e Giorgio hanno costruito le premesse perché le cose che oggi stanno accadendo non capitasse come uno tsunami.
Allora io credo che, visto che mi avete fatto sedere da questa parte, noi dobbiamo interrogarci sul perché siamo qui oggi. Dobbiamo interrogarci perché non è neanche una questione di proposte: le proposte di Sbilanciamoci per il prossimo governo dell’alternativa ci sono già fatte; le proposte che fa Giorgio dal punto di vista sindacale sono proposte per il prossimo governo già fatte; le cose che diceva Andrea sono proposte per il prossimo governo d’alternativa già fatte. Dove sta il problema? A: dobbiamo vincere le elezioni, che non mi sembra un aspetto da poco. B: non possiamo delegare a nessun santo o a nessuna santa l’onere di questo lavoro. Questo è il salto di qualità, perché noi tra l’altro non siamo proprio culturalmente abituati ad avere i capi. Credo ci sia una distinzione che non abbiamo capito in questi 20 anni tra “politica” e “classe politica”. Noi in questo Paese siamo riusciti nella geniale operazione non di mandare a casa negli anni passati una classe politica inutile, ma siamo riusciti, contribuendo anche noi, a distruggere la politica. E quella va recuperata, perché l’alternativa alla politica – la storia di questo Paese ce lo insegna – sono i mitra o il fascismo. Peraltro, lasciatemelo dire, la classe politica che oggi ci governa non è che si richiama all’olio di ricino: è quella nata e cresciuta dentro l’eversione degli anni ’70. Quella è la cosa pericolosa di quell’idea di fascismo, e ne abbiamo avuto la riprova con la riassunzione di uno dei collaboratori del ministro Lollobrigida.
Credo che questo sia il tema, su questo, lo dico a noi che siamo su questo palco e lo condivido con voi: dobbiamo avere coraggio e credibilità nelle nostre proposte. Non possiamo più permetterci di dire delle cose e farne altre, perché la nostra gente si aspetta credibilità. Quando diciamo una cosa – ad esempio che ormai siamo schiavi della logica di un’economia di guerra – l’alternativa è una sola: come diceva Pietro Ingrao, costruire un “potere di pace”. Quello è il tema e lo dobbiamo perseguire facendo anche delle rotture. Per fare un esempio (ne potrei fare 100.000, l’avete citato tutti e Fabio me lo lasci citare, chiudo su questo): a Fabio mi ha legato un lungo percorso, anche di coloro che un po’ ingenuamente tentarono di fermare la strada al partito che oggi guida Elly. Non tanto perché ci fosse antipatico il nome Partito Democratico, ma perché ragioniamo di altro. Lui qualche anno fa (credo fosse il 2005-2006) disse che questi sarebbero stati tempi difficilissimi per la sinistra – e devo dire che lo abbiamo vissuto – e che forse fra 40 o 50 anni saremmo potuti tornare a parlare di socialismo e comunismo.
Ora, in questo Paese è ancora difficilissimo. Però quello che sta accadendo non solo a Oriente ma a Occidente, negli Stati Uniti a proposito di socialismo, è un altro elemento che dovrebbe farci riflettere: lì si eleggono sindaci di metropoli mondiali dichiaratamente socialisti che partono da un punto, il tema della redistribuzione. Se vogliamo essere credibili (è stata citata la campagna Tax the Rich), quello è il punto: la redistribuzione in un momento in cui la concentrazione di denaro e di potere è nelle mani di 25 persone al mondo. Dobbiamo essere conseguenti sapendo un’altra cosa di cui non discutiamo mai: abbiamo certamente dei nemici nel mondo politico e nella finanza (che ora ha deciso di metterci direttamente la faccia, e noi siamo stati antesignani con l’ex presidente del Milan), ma abbiamo anche un’informazione che rema contro, asservita a un potere. Sono tutti temi che dobbiamo affrontare con il giusto timore delle conseguenze, ma anche con la necessaria sicurezza che più saremo, meno ci faranno del male. Questo è l’invito che voglio fare: sbilanciamoci oggi.
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Roberto Caspani, presidente Coordinamento comasco per la Pace
Bene, do la parola Elly Schlein. Ieri è apparsa una risposta di Elly su L’Avvenire. Sono una mobilitazione per la pace in cui si parla di Europa, si parla di difesa civile e si conclude l’articolo, la lettera con questa frase: “La sinistra oggi ritrova la sua missione se rimette al centro la ridistribuzione.” Grazie.
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Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico
Grazie. Grazie a voi. Buonasera a tutte e a tutti. Grazie di questo invito a Sbilanciamoci, alla Rete Italiana Pace e Disarmo. Sono contenta di tornare qui all’Altra Cernobbio a parlare di temi che sono cruciali per il futuro e di cui purtroppo nel dibattito politico si parla troppo poco. Quindi io provo a prendere un po’ gli spunti dagli interventi che mi hanno preceduto a partire da quello proprio di Giulio Marcon in apertura che ha toccato tutti i temi centrali per costruire un’alternativa perché bisogna avere il coraggio dell’alternativa che non vuol dire fare dei piccoli ritocchi al sistema economico che ci ha portato a questa situazione, ma vuol dire avere il coraggio di proporne un’altra perché è sotto gli occhi di tutti che quel modello neoliberista in questi anni ha prodotto il disastro sociale, economico e climatico. Questo è evidente e nessuno neanche più lo nega. Ma quando si è cominciato a metterlo profondamente in discussione, penso agli anni del dramma della pandemia, vi ricordate che si diceva l’obiettivo non può essere tornare alla normalità perché la normalità era una parte del problema e guarda caso questo modello ha cercato con un colpo di coda fortissimo di riportarci all’indietro, di far tornare venti di guerra, l’economia della guerra e di conseguenza di far scendere di nuovo in secondo piano anche quelle fondamentali istanze che le mobilitazioni delle piazze delle nuove generazioni avevano portato alla ribalta e che avevano scalato l’agenda politica dei governi europei, perché anche il Green Deal, poi ci torno, non nasceva mica da un’intuizione improvvisa tra le istituzioni, ma da una spinta molto forte che ha avuto l’intelligenza di essere una mobilitazione che attraversava ogni confine. Ve le ricordate le piazze nella tua Torino? Mi ricordo io una delle più anziane, in quella piazza in quella piazza, e a Milano, tra l’altro a Milano con la cosa interessante che ce ne fu il secondo sciopero per il clima a pochissime settimane da una bellissima manifestazione dove eravamo in tanti di noi che era quella per la solidarietà alle persone nei tempi in cui venivano sostanzialmente sequestrate a bordo delle navi che non venivano fatte sbarcare, no? E molti dei volti che animano queste piazze erano gli stessi perché stava avanzando con forza dal basso una nuova visione che è quella consapevole che la giustizia sociale, la giustizia climatica, la pace e la democrazia si tengono inscindibilmente insieme.
È per questo che ieri ho avuto il piacere di rispondere all’appello di monsignor Ricchiuti. È anche quella che abbiamo visto nell’enciclica Laudato si’ e Laudate Deum di Papa Francesco e ne abbiamo visto una continuità importante nell’enciclica magnifica Dignitas Infinita. Poi ci arrivo proprio sul tema dell’intelligenza artificiale, quindi anche nella chiesa sta avanzando questa visione che tiene insieme queste cose, così come nel lavoro e nell’elaborazione dei movimenti sociali, ecologisti, così come anche noi come forze politiche dobbiamo farci carico di portare avanti questa visione intrecciata. Certo, tradurre in proposte concrete, ma non basterebbe nemmeno per vincere le elezioni e arrivare alle prossime elezioni con un elenco di punti di proposta concreta, poi alcune ve le racconto, che già condividiamo con le altre forze dell’alleanza progressista. Serve di più di una somma di proposte, serve una visione, una visione ancorata al futuro, ma consapevole delle sfide del presente e anche degli errori del passato. E questo va detto con autocritica, Giorgio, perché è vero, Walter, certo che la sinistra non è riuscita in questi anni di profonda trasformazione, penso agli ultimi 15, ad anticipare gli effetti di quelle trasformazioni prima che si abbattessero sempre più sui soliti. Perché chi paga il prezzo più alto del ritorno delle guerre e della loro devastazione e della crisi climatica sono già le fasce più povere e più impoverite dalle crisi economico-finanziarie. Ricordate il 2008, ricordate il 2011, c’è stata una saldatura molto forte.
Allora, da dove ripartire? Prendo proprio alcuni di questi spunti. Tu parlavi prima, caro Giulio, di lotta al precariato e di una politica industriale, ma se guardiamo oggi alla fotografia del Paese dopo 4 anni di governo della destra e di Giorgia Meloni, che cosa vediamo? Vediamo un calo della produzione industriale da 3 anni consecutivi. Ieri, mentre qualcuno si autocelebra a Bari, a Taranto arrivavano 2.500 lettere di licenziamento di lavoratori dell’ex Ilva, dell’indotto. Al contempo Electrolux confermava 1.450 esuberi del suo piano che non è mai cambiato e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi. Abbiamo solidarietà ai lavoratori di quella zona, anche perché c’è un’altra vertenza, quella di Beko che proprio accanto a Cerreto, a Fabriano, vedrà lo sciopero dei lavoratori l’8 di settembre. Continueremo a sostenere, ma è un Paese che nonostante gli investimenti del Pnr, di cui siamo stati maggiori beneficiari, ha la crescita piantata allo zero. Un Paese in cui gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa, secondo l’Istat hanno perso sei punti percentuali di potere d’acquisto. Rispetto al 2021 addirittura hanno perso nove punti gli stipendi degli italiani, mentre la spesa, di nuovo non lo dice il Pd lo dice persino Il Sole 24 Ore, è aumentata negli ultimi 5 anni del 30%, cosa vuol dire? Che con lo stesso stipendio troppo basso di prima non riesci nemmeno più a fare la stessa spesa che facevi 4-5 anni fa. Questa è la fotografia del Paese dopo 4 anni di questi fallimenti del Governo Meloni.
Se guardiamo un po’ più in là in Europa c’è chi fa diversamente. E io quando parlavi pensavo al fatto che c’è un governo in Spagna di Sánchez che insieme a Yolanda Díaz hanno messo a sedere le organizzazioni d’impresa e le organizzazioni sindacali e hanno deciso insieme una riforma che ha ridotto drasticamente i contratti precari. Lì dove esiste già il salario minimo, per cui noi ci battiamo con una proposta unitaria che ha visto la firma di tutte le opposizioni, ecco lì il salario minimo esiste già e l’hanno aumentato del 50%. Questo ha aiutato le famiglie a reggere la botta della crisi energetica e dell’inflazione che porta con sé. Al contempo hanno fatto una vera politica industriale, certo, perché hanno accelerato e semplificato la produzione di rinnovabili in un modo che ha visto un aumento tale che è riuscito a incidere sul prezzo del gas che in quel Paese fa le nostre bollette solo per il 15% del tempo, in Italia per l’85% del tempo.
È chiaro che non possiamo dare responsabilità solo al Governo di Giorgia Meloni, se non si è fatta anche negli anni precedenti una politica energetica che liberasse l’Italia dalla dipendenza dalle fonti fossili, che è anche una questione democratica, perché la transizione energetica deve essere democratica, ma è anche una questione geopolitica perché attorno alle fonti fossili, alla loro scarsità continuano a infiammare nuove guerre in giro per il mondo. Davvero pensiamo che il punto negli attacchi illegali fatti fuori dal diritto internazionale da Trump, ad esempio, in questi ultimi mesi abbiano a cuore la democrazia, no? Perché se fosse stato così magari in Venezuela non si sarebbero sbarazzati solo di Maduro tenendo il resto del regime per poi andare a fare affari proprio sull’energia, giusto? Se fosse stato quello il punto, la democrazia e la libertà del popolo venezuelano, e anche nel Medio Oriente, nella crisi di Hormuz alla fine, qual è il punto? Ecco, liberarci dalle fonti fossili è un investimento strategico in un futuro di pace e un Paese come il nostro, che è ricco di acqua, di sole, di vento, avrebbe anche un grande potenziale per fare lavoro di qualità e buona impresa, specialmente al Sud.
Noi partiamo da questo presupposto. La guerra di questo Governo alle rinnovabili non ha un senso al mondo, non ha nemmeno un senso da un punto di vista di logica industriale e di prospettiva di crescita del Paese. Lì noi lavoreremo con le altre opposizioni, lo stiamo già facendo, per fare un po’ come hanno fatto Spagna e Portogallo, che infatti hanno retto molto meglio alla crisi energetica e al caro dei carburanti anche in questi mesi. Accelerare le rinnovabili, ridistribuire i benefici delle rinnovabili immediatamente alle comunità che li ospitano. Sapete che spesso c’è tensione col territorio su dove si sceglie di fare un impianto, ma certo che bisogna coinvolgere le comunità, addirittura prima già nell’individuare quali sono le aree a disposizione e poi non basta questo. Bisogna che una parte dell’energia prodotta dall’impianto sia subito messa a disposizione come sconti delle famiglie e anche come energia a disposizione delle piccole e medie imprese del territorio. Così si riesce anche a fare una transizione davvero democratica, una programmazione democratica. Abbiamo parlato recentemente con 120 scienziati e ambientalisti che ci hanno rivolto un appello a me e anche a Conte, Fratoianni e Bonelli di lavorare insieme per sbloccare questo potenziale. Questo è sicuramente una parte della storia che ci serve quando parliamo di una politica industriale che accompagni le transizioni anziché subirle e anziché farle subire sempre alle fasce più povere, più esposte della nostra società.
E poi redistribuzione non soltanto della ricchezza, e certo c’è anche il terreno fiscale e del contrasto all’evasione fiscale, ma anche dal punto di vista del tempo. Noi insieme proprio al Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra abbiamo presentato una proposta sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e gli ordoliberisti continuano a dirci “ma siete rimasti a 30-40 anni fa quando si diceva lavorare meno e lavorare tutti?” Ma la verità è che ci sono rimasti loro a 30-40 anni fa, quando non c’era l’impatto dell’automazione, della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale sui processi industriali produttivi e non solo, anche sui servizi. Pensate alla vergogna di non avere ancora recepito pienamente la direttiva europea sulla tutela dei lavoratori e delle lavoratrici delle piattaforme. Ci sono rider che ancora non hanno assicurazione, malattia, uno straccio di diritti, un contratto che sia dignitoso.
Davanti a questo è qui lo spazio che io vedo per una sinistra che mette al centro la redistribuzione, distribuire l’orario di lavoro a parità di salario, cosa che molte aziende private stanno già facendo da sole perché hanno scoperto che al di là di quello che dicono gli ordoliberismo ne ha un beneficio anche la produttività, perché lavorare meno ma lavorare meglio grazie alle nuove tecnologie vuol dire anche aumentare e migliorare la produttività, scoop sensazionale e lo dico così. Perché è necessario? Ma perché se guardate la enciclica di Papa Francesco, sceglie una parola forte e cara al nostro mondo che è bisogna disarmare l’intelligenza artificiale che specifica nell’enciclica non vuol dire rinunciare, fuggire da luddisti, da una tecnologia che è strategica ed è evidente che lo sarà ancora di più, ma vuol dire impedire di dominare l’umano. Mi sollecita monsignor Ricchiuti di Pax Christi cui ho risposto ieri. Certo che è soprattutto sugli usi militari e di difesa che bisogna mettere paletti chiari e regolazioni condivise a livello internazionale perché non possiamo mica immaginare un mondo in cui sia l’intelligenza artificiale a decidere sulla vita o sulla morte di una persona.
Però attenzione, è ancora più profondo di così. L’intelligenza artificiale può migliorare le nostre vite e può migliorare il lavoro a patto che i benefici che produce siano distribuiti presso la società a partire da chi fa più fatica. In questo senso potrebbero aiutarci nella sanità a migliorare le diagnosi, potrebbe aiutarci nel contrasto all’evasione fiscale se solo in questo Paese si riuscisse a fare un po’ più di interoperabilità tra le banche dati della pubblica amministrazione. Un’altra cosa su cui voglio che lavoriamo nel programma del centrosinistra, perché da lì già tanto si vede chi fa il furbo, perché alla fine è chiaro che noi saremo in grado di abbassare le tasse sul lavoro e sull’impresa anche nel momento in cui riusciremo a fare pagare a tutti e non solo ad alcuni quelle tasse, soprattutto a chi è riuscito ad avvantaggiarsi di 27 sistemi fiscali europei diversi per fare una grande elusione fiscale. Chiudo e apro parentesi, me ne sono occupata da parlamentare europea contro gli scandali del Lussemburgo e dei Panama Papers. Si stima che in Europa ogni anno si perdano attorno agli 800 miliardi di euro tra evasione ed elusione fiscale. È la stessa dimensione del Next Generation EU, solo che era spalmato su più anni. Questi sono 800 che se ne vanno all’anno e anche lì bisogna andare in Europa a fare una battaglia chiara con un prossimo governo e cioè che le tasse si pagano dove si fanno i profitti, non dove conviene perché hai fatto un accordo con un governo compiacente che vuole fregare il suo vicino.
È per questo che la redistribuzione, dico, diventa centrale perché disegna un altro modello di società. Giorgio prima ha parlato di cura. Anche io sono rimasta molto colpita dalle vicende di cronaca tragica di questi ultimi giorni. Guardate che la società che dobbiamo ricostruire è proprio una società della cura e cioè quella che sa che è più sicura la società non che si arma fino ai denti e che magari ti incute paura anche del tuo vicino e quindi tutti a chiuderci in recinti più stretti, sempre più nazionalisti nei quartieri, nelle case armati fino ai denti gli uni contro gli altri. La società più sicura, lo dimostrano i dati e gli indici ogni anno, è quella in cui sai che se hai bisogno puoi bussare alla porta del tuo vicino e non te la sbatte in faccia. Cioè la società più sicura è quella che non permette la marginalizzazione, la discriminazione, il restare soli, arrivare al punto di dire noi così non ce la facciamo più.
Quello mi ha fatto tornare alla mente cosa mi ha detto una donna davanti all’ospedale di Vibo Valentia che mi disse: “Io per stare dietro alla mia mamma ho dovuto rinunciare a lavorare”. Quante milioni di italiani stanno in questa condizione? La cura non può dipendere dal tuo portafoglio. È lì che però ci vuole portare questa destra. Perché quando tagliano sulla sanità, l’ha detto Gimbe in questi giorni, per arrivare al 6,2% di spesa sanitaria sul PIL, che è ben al di sotto della media europea che è al sette. Quando arrivi quindi a fare il finanziamento della sanità più basso degli ultimi 15-20 anni, non è che lo fai per caso o perché non sai dove trovare i soldi, lo fai perché è un disegno preciso ed è il disegno di smantellare la sanità pubblica universalistica per una sanità che curi chi ce la fa da solo, saltando la lista di attesa e pagando per andare dal privato e guarda caso con un po’ di conflitto di interesse, visto che dentro la maggioranza c’è di gente che investe nelle cliniche private, giusto? Nel Governo e pure dentro al Parlamento.
Allora dico, è un disegno. Cosa dobbiamo rispondere? Finanziando la sanità pubblica, finanziando i beni comuni fondamentali a partire dalla scuola pubblica che difenderemo come la sanità, perché è il primo luogo di emancipazione delle persone. Su questi temi la buona notizia, Walter, è che non ci siamo mossi da soli, ma abbiamo fatto emendamenti unitari alle manovre con tutte le altre forze dell’alleanza progressista, per dire 5 miliardi in più all’anno in sanità pubblica per assumere medici e infermieri, per fare assistenza domiciliare, per investire di più sulla salute mentale che non può essere un tabù e che è un grido di dolore che arriva dalle nuove generazioni anche dentro le scuole e le università e al contempo vuol dire più cura delle persone non autosufficienti.
Penso che serva una legge nazionale sui caregiver in questo Paese perché serve la consapevolezza che i loro bisogni non sono gli stessi delle persone di cui si prendono cura in un sistema che li vuole relegare a welfare vivente sostitutivo, mentre la destra continua a tagliare sul sociale e sul welfare. Se voi guardate in questi anni l’andamento della spesa pubblica con Meloni, scende la scuola, scende la sanità, scende l’università e la ricerca, scende la politica industriale, c’è solo una cosa che sale in prospettiva ed è la spesa militare e cioè l’aver accettato l’obiettivo sbagliato, dannoso e irrealistico di aumentare la spesa militare al 5% del PIL, anziché avere il coraggio di fare quello che ha fatto Sánchez e che avremmo fatto noi al posto suo e dire no, non aumenteremo la spesa militare al 5% del PIL perché vuol dire porre fine allo Stato sociale per come lo conosciamo e anche alla nostra economia. Sánchez l’ha fatto senza uscire dalla NATO, senza mettere in discussione, ha detto “noi raggiungeremo in altro modo gli obiettivi”.
Attenzione lì aggiungo, se tu accetti quel 5% in spesa militare e sei contraria come Meloni alla difesa comune europea, questo si traduce in una sola cosa, comprare più armi da Trump. Quindi anche dal punto di vista dei sedicenti sovranisti vuol dire essere più dipendente, non meno dipendente dagli altri. Per questo che io penso che l’Europa debba cambiare, ma dobbiamo fare attenzione anche a chi la vuole dismettere perché in realtà…
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Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico
Le destre di tutto il mondo la vogliono indebolire perché contiene in sé ancora un modello cooperativo e democratico che è il miglior antidoto a una destra che sta cercando di boicottare e prendere a sassate il diritto internazionale e lo fa perché vuole sostituirlo con la legge del più ricco e del più forte. Penso che da sinistra questo non lo dobbiamo accettare ed è per questo che insieme a tutte le altre forze della sinistra progressista e democratica del mondo, sono stata in Spagna con Sánchez e Lula, sono andata in Canada dal premier Carney proprio a dire che dobbiamo impegnarci in questa direzione qua e cioè costruire un futuro che rafforzi anziché abbandonare le sedi del multilateralismo, perché il motivo per cui sono sotto attacco è che sono quelle dove deve prevalere il dialogo tra popoli e stati anziché l’uso delle armi, della forza e dell’esercito. Quindi rafforzare il multilateralismo e avere un’Europa più unita e quindi un’Europa sì che abbia il coraggio di superare l’unanimità, perché altrimenti con i veti incrociati non si riesce a fare un passo avanti, e al contempo un’Europa però che metta al centro questa visione e cioè la solidarietà, la pace su cui è nata, perché è nata dopo il disastro di due guerre dovute ai nazionalismi. Oggi che tornano i nazionalismi non si può fare l’errore: l’Europa è nata come progetto di pace e deve rimanere un progetto di pace. Per questo abbiamo contestato quelle proposte della Commissione europea che invece agevolavano il riarmo nazionale, perché noi siamo per una difesa comune europea, ma contrari alla corsa al riarmo di 27 diversi Paesi con 27 diversi eserciti completamente scoordinati tra di loro.
Questo è il punto e per fare un’Europa più unita, attenzione, dobbiamo pensare anche alle sfide che prima citava Di Stefano. L’intelligenza artificiale ha visto una corsa tra Cina e Stati Uniti che sarà difficilmente recuperabile come quella sugli umanoidi che questo pomeriggio avete descritto. Allora, noi dobbiamo rassegnarci a subire o adottare dei modelli che non ci assomigliano o uniamo le nostre forze per costruire un modello che rispecchi il modello sociale europeo, la democrazia, i diritti fondamentali, quello che sta scritto nella Carta di Nizza che sta dentro i trattati europei? Non dobbiamo cercare lontano, sono i valori fondativi, non li possiamo dimenticare. Allora, per questo noi abbiamo appoggiato quello che diceva Giorgio Parisi, un premio Nobel italiano, che insieme ad altri scienziati dice che bisogna fare un CERN, cioè immaginate un centro europeo che raccolga le migliori intelligenze e competenze dei 27 Stati membri con un finanziamento costante, con un’autonomia giuridica e una sede unica. Quello è l’unico modo per non dover cedere e accettare due modelli, quello cinese che non ci assomiglia e quello americano che in questo momento è guidato, l’avete detto e lo voglio essere ancora più chiara su questo, da un gruppetto di aziende private che hanno un’agenda politica per cui sostengono in una saldatura senza precedenti un oligopolio tecnologico che si salda con una destra nazionalista molto pericolosa. È quello che abbiamo visto. Pensiamo che dietro i dazi di Trump non ci sia il ricatto per cercare di indebolire anche le pur insufficienti normative europee che regolano le piattaforme digitali americane e che regolano l’intelligenza artificiale? Quello è il punto. È lì che la sinistra deve stare con una sua proposta chiara che, ripeto, non guarda al passato e frena l’innovazione, ma sa che noi per non fare gli errori del passato dobbiamo guidare e ridistribuire i benefici di quell’innovazione per far sì che migliorino la vita delle persone.
E arrivo a chiudere sull’altro terreno fondamentale che in questi giorni e soprattutto qui dentro è abbastanza chiaro ed è la grande questione climatica, perché se ne parla troppo poco, ma in questi anni questo Governo non ha fatto nulla, e non solo questo Governo. Siamo lontanissimi, vedo Fabio Ciconte, dagli obiettivi dello sviluppo sostenibile al 2030, firmati da tutti i governi in sede Nazioni Unite. C’ero anch’io quell’anno, era il 2015. Siamo lontanissimi perché l’agenda delle guerre naturalmente schiaccia e allontana gli altri obiettivi e dà un alibi a chi vuole dire in un benaltrismo costante che le priorità sono delle altre. Ma la priorità come fa a non essere la questione climatica che ha ucciso in Europa di morti premature per le ondate di calore 35.000 persone? E di solito tra chi? Di nuovo tra le persone più fragili, le persone anziane che hanno paura di uscire di casa per queste ondate di calore. Anche questa è una questione di sicurezza. Le città vengono lasciate sole a fare i rifugi climatici con il terzo settore, a fare le tensostrutture per l’ombra, a moltiplicare le fontanine, e dovremo fare finalmente una legge sul contrasto al consumo di suolo perché si è cementificato troppo in questo Paese ed è una parte del problema.
Allora, questi punti ci sono ben chiari. Lavoreremo proprio da settembre insieme alle altre forze dell’alleanza per unire questa visione e tradurla in proposte concrete. Io penso, esattamente come Walter e l’ho detto già ai miei alleati, che sarebbe un errore fare questo lavoro di elaborazione programmatica, che non parte da zero ma dalle proposte unitarie già fatte in Parlamento e nel Paese, nelle stanze chiuse delle nostre forze politiche. Troviamo il modo di farlo tra le persone, con le persone, con quella eccedenza che si è manifestata anche nella campagna referendaria quando siamo saliti quella sera in quella piazza. La prima cosa che ho detto è che questa è una vittoria vostra perché finalmente la società civile si è mobilitata, con un bellissimo patto intergenerazionale tra le nuove generazioni e gli anziani tra cui è prevalso il no e l’affluenza è stata altissima. Noi abbiamo bisogno di voi in questo lavoro e state certi che il nostro impegno in questo momento è fare questo lavoro programmatico perché è la questione più importante.
E come dicevo, e chiudo, non partiamo da zero perché fortunatamente in questi 3 anni e mezzo di lavoro testardamente unitario abbiamo costruito i tasselli fondamentali sulla sanità pubblica. Vi dicevo i 5 miliardi in più che ci permettono di dire che se vincerà la destra loro vorranno il 5% di spesa militare, ma noi facciamo il 7% del PIL in spesa sanitaria perché nel Paese tra i più anziani del mondo, dopo che il Giappone è più anziano, non possiamo consentire che ci sia chi non riesce a pagarsi una gastroscopia e chi deve aspettare un anno e mezzo per farla nel pubblico. E sulla scuola, l’università, la ricerca, la politica industriale abbiamo fatto tante proposte già condivise con tutte le opposizioni che stanno nella nostra alleanza, con cui governiamo in tante regioni e città. Vi chiedo questo, aiutateci a fare questo lavoro perché siamo ben consapevoli di non bastare, ma siamoaltrettanto consapevoli che questa testardaggine unitaria in questi 3 anni e mezzo ci mette per la prima volta dopo 20 anni davanti a una grande responsabilità: riuscire a battere queste destre alla prossima elezione e riuscire a vincere con un’alleanza progressista che faccia esattamente quello che avremo scritto insieme. Grazie.
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Carlo Testini, Presidenza Nazionale Arci
Ringrazio Elly Schlein per le conclusioni. Io aggiungo solo che abbiamo anche dei decreti sicurezza che hanno devastato la possibilità di dissentire e manifestare. Grazie mille e lasciamo il palco ai prossimi relatori.
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Sessione IV
Trascrizione/ Sessione IV/ Un modello di sviluppo sostenibile
Testi ottenuti dalla trascrizione dei video da Youtube rivisti con la, poi redatti da Julia Mattesini, stagista a ecoinformazioni della Scuola arti e mestieri G. Castellini, da Amelie Di Matteo e Giulia Rho, della redazione di ecoinformazioni. Trascrizioni non riviste da3 relator3.
Celeste Grossi, Arci
Quasi alla fine di una giornata molto intensa e naturalmente il nostro panel assume ritardo di tutti gli altri, per cui cercheremo di essere molto molto attente sui tempi. Barbara Meggetto, presidente di Legambiente ed io che sono Celeste Grossi dell’Arci abbiamo pensato a una brevissima introduzione che taglieremo ulteriormente perché i tempi non ci consentono di farla tutta e abbiamo il vantaggio, essendo l’ultimo panel, di aver ascoltato le analisi fatte fino a questo momento. Tutte analisi, come diceva Walter Massa, assolutamente puntuali, precise, attente.
Adesso a noi hanno dato un compito difficilissimo che è quello di fare delle proposte per un’alternativa. Io inizio subito a dire che dopo quello che abbiamo sentito siamo abbastanza preoccupate del riuscire a fare delle proposte che possano davvero invertire questa tendenza. Noi abbiamo intitolato questo panel Un modello di sviluppo sostenibile e con Barbara ci siamo dette che data la situazione attuale ci sembra molto difficile avere un modello di sviluppo sostenibile. Serge Latouche diceva che era uno ossimoro, che era un paradosso, ma anche Fabio Mussi che anche a me fa piacere ricordare e ringraziare per tutto quello che mi ha insegnato e diceva già anni fa che l’unico sviluppo sostenibile è lo sviluppo zero perché abbiamo raggiunto un livello tale che dovremmo semplicemente cercare di consumare meno, riscaldare meno, trasformare, come diceva Alex Langer per fare una conversione, perché ormai non siamo più nella fase in cui possiamo continuare su questa strada senza averne delle conseguenze pesanti e dunque faremo queste nostre proposte e farete queste belle proposte che noi terremo debitamente in considerazione e andiamo avanti.
Di fatto noi stiamo vivendo, come abbiamo visto, dei tempi che definire neri è poco perché sono tempi veramente bui e abbiamo visto che abbiamo dei problemi gravi su tutte le questioni che abbiamo toccato e questioni che solo in apparenza sono questioni differenti. In questa giornata e anche oggi cercheremo di tenerle presenti tutte e abbiamo cercato di stabilire delle connessioni tra le questioni toccate, delle relazioni, di farne cogliere la complessità perché, come già dicevano in tutti i panel che ci hanno preceduto, non possiamo continuare a separare una questione dall’altra e quindi dobbiamo tenere contemporaneamente presente il disarmo. Io non voglio parlare di di riarmo, voglio parlare di disarmo perché, come ci dicevano, stiamo raccogliendo le firme e c’è molta urgenza perché non abbiamo ancora raggiunto le 50.000 firme e mi dispiace dirlo. Prima ci diceva che Vannacci è una bolla. sicuramente è una bolla, ma purtroppo Vannacci le sue firme le ha già raggiunte sulla reimmigrazione rapidamente, velocemente, quindi dobbiamo contrastare questa brutta tendenza e per cui dobbiamo tenere insieme il disarmo, dobbiamo tenere insieme il problema che le guerre alimentano anche la crisi energetica, alimentano la crisi del comparto alimentare ci interrogano su tutti i punti di vista, oltre la crisi sociale, ambientale, quello che abbiamo già detto finora.
E sappiamo bene che non sarà facile e che il nostro compito è un compito molto complicato, però il fatto di essere insieme qui ogni anno a Cernobbio ci aiuta a rafforzarsi vicendevolmente, a continuare a cercare di andare avanti insieme. Due anni fa, a conclusione del forum parlavamo di convergenza. Adesso questa convergenza tra di noi tutte le associazioni che qui presenti è assolutamente indispensabile e urgente. E direi che passo subito la parola a Barbara Meggetto, presidente di Legambiente e poi iniziamo subito.
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Barbara Meggetto, presidente Legambiente Lombardia
Intanto ringrazio tutti gli ospiti. Benvenuto anche all’onorevole Bonelli. Oltre alle notizie tragiche anche sociali di cui ci hanno ricordato, questi drammi che abbiamo visto, l’Onu parla di un certo superamento. È certo che supereremo il grado e mezzo di temperatura, quello che era degli accordi di Parigi che peraltro, apro anche una piccola parentesi, la Cina sta rispettando, cioè è dentro nell’accordo di Parigi, a differenza di altre nazioni, gli Stati Uniti non sono dentro nell’accordo di Parigi, quindi come dire ostia, poi anche qui sembra di essere in una realtà distopica per il per il concetto che abbiamo noi di alcuni di alcune nazioni, ma Ancora di più sappiamo che questo caldo che attanagliato e che c’ha, insomma, siamo qui ancora a sventolare in questo momento vivrà, sentirà gli effetti del nigno, di un super nigno, come si si sta ventilando e anche qui l’Onu lancia un allarme incredibile. Quindi, come dire, sulla crisi climatica sono degli effetti che oggi stiamo vedendo in modo più accelerato. Ci dicevamo tra 10 – 30 anni, anzi tra 20 – 30 anni, il 2035 2050 e invece siamo in un’accelerata che insomma deve farci ragionare su come correre i pari velocemente. Dico solo altre due cose.
La prima è legata alla questione dell’intelligenza artificiale perché mi ha stimolato l’intervento di Andrea Di Stefano. soprattutto in Lombardia c’è un grande, ma grande ma grandissimo dibattito perché siamo la regione in cui si stanno concentrando la maggior parte, se non quasi tutti, i data center anche di dimensioni i scale, come vengono chiamati, tra l’altro, senza ancora conoscere il luogo in cui saranno messi a terra, ma già quelli che ci sono aumentano di continuo i progetti che vengono presentati di potenza. si parla di dai 200 ai 300 Mw con consumi energetici che, come dire, sono di mezza città di Milano, ma che non si capisce come poi possiamo, ecco, com’è questo indicato, come possiamo reggere anche a una richiesta energetica così alta. Allora, la riflessione che mi viene da fare è che da una parte l’accettabilità sociale di cui si si diceva prima è anche legata alle fonti rinnovabili perché non è possibile che non si riesca a mettere un pannello fotovoltaico da nessuna parte ventilando tetti e sicuramente si deve riempire i tetti parcheggi e tutte le strutture già esistenti, ma non ce la si fa, non sono sufficienti per garantire anche solo alla Lombardia energivora come energivora la quella possibilità, cioè quella solo quella destinazione. Quindi il tema vero è che però stiamo entrando in quella fase in cui già oggi sul giornale l’assessore Lombardo Maglione dice “Beh, serve una centrale nucleare”. Ecco, allora, come dire, è tutto molto collegato. Non c’è una regia sui data center. Abbiamo fatto una legge che non è una legge che dà una regia complessiva in Lombardia, l’unica che esiste in tutta Italia sui sui data center. Non la regione Lombardia in perfetto stile libero mercato che vige da 35 anni in questa regione non consente di fare una regia perché non la vogliono fare. Quindi progetti presentati vengono valutati, se sono idonei, se non trovano posizione vengono messi a terra. Questo su qualsiasi cosa, a maggior ragione sulle questioni che hanno a che fare con appunto l’intreccio anche con l’energia. Quindi il tema che si citava dell’intelligenza artificiale degli umanoidi è centrale, è importante, ormai sta diventando un punto centrale, ma se non se aspettiamo a fare una regia complessiva diventerà sempre più complicato e perderemo non solo il treno, ma saremo circondati magari anche da scatoloni che non verranno riempiti di cemento, coccolati, caduti, insomma, che verranno messi a terra sul nostro territorio e che magari non serviranno tutti, però a cui saranno state delle autorizzazioni per, ecco, quindi è come dire una complessità e e bisogna tenere un po’ legato tutto il questo sistema e l’altra cosa è convincere tutti che è vero, siamo entrati in una nuova una nuova era e questa nuova era va accompagnata anche con una nuova cultura perché anche anche qui altrimenti rischiamo che non ci capiamo neanche tra di noi dal basso, quindi questo non ce lo possiamo permettere.
L’altro grande tema è quello dell’agroalimentare che pesa, parlo per quanto mi riguarda sulla questione del cambiamento climatico in un modo notevole, pesa anche perché c’è una nuova cultura lì che viene avanti soprattutto nella parte più giovane che vede, ad esempio, nell’uso nel nello sfruttamento animale, come dire, un allontanamento dai valori che professa, ma vuol dire anche che cade ovviamente sulle aziende che fanno, che producono e che allevano animali che della trasformazione e soprattutto c’è una crisi climatica che incombe anche sul settore agroalimentare. Lo dico perché lancio ovviamente a Mininni, insomma, un po’ la palla per dire che anche qui c’è una complessità di temi e di problemi che ovviamente non può risolvere il sindacato in questo intreccio che insomma deve trovare una regia complessiva e politiche strutturali anche delle risoluzioni che non lascia indietro nessuno anche tra i lavoratori con tutto lo sfruttamento che c’è poi in quel comparto. Ti lascio subito la parola. Grazie.
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Giovanni Mininni, segretario Generale Flai
Ma grazie a te, grazie a voi ancora per l’invito a questa bella e interessante discussione che ormai seguiamo da anni come Fly che anzi cerchiamo anche di contribuire fattivamente ad alimentar. Continuiamo da da tempo a fare un lavoro insieme a alla sbilanciamoci e soprattutto per quel che riguarda l’Alleanza Clima Lavoro, confrontandosi su temi che non sono, diciamo, non sono, diciamo, temi piccoli e trascurabili, ma sono temi ancora da approfondire molto perché, ecco, les ricadute su questo settore sono ricadute che sono importantissime, ma che stiamo anche sperimentando sempre di più con i cambiamenti climatici. Prima ascoltando, diciamo, gli altri interventi pensavo una cosa, se non ci fosse stato probabilmente questa stagione così calda e soprattutto afosa, perché non è solamente il caldo, ma l’anomalia maggiore forse è l’afra, cioè una quantità di umidità nell’aria che alla quale non eravamo abituati perché non abbiamo mai avuto un clima tropicale. E se non se non ci fossero stati fino ad ora questi tre mesi pieni e ci abbiamo, ci dicono i meteorologi, purtroppo ad un settembre che almeno per adesso sembrerebbe continuare a mantenere questo tipo di clima, ecco, noi forse saremo stati distratti da altre cose, semmai dalla dalle guerre, semmai anche dalle prodezze di questo governo che se ne inventa uno al giorno, piuttosto che di parlare dei temi veri di spostare l’attenzione su tante altre cose, però invece tra virgolette, diciamo, per fortuna è arrivata questa questo calore così esagerato che ci ha fatto di nuovo per forza ci ha obbligato a ragionare sui cambiamenti climatici e quindi diciamo ci ha aiutato anche ad avere uno strumento che nessun negazionista adesso può può come dire mettere in discussione. Uno strumento che dimostra come queste cose hanno una ricaduta e sono attuali, no? Le cose che venivano dette prima nel momento in cui mi hai passato la parola, poco prima che mi passassi la parola. Le cose che venivano dette. Mi permetto di aggiungere sta cosa. Proprio ieri i meteorologi hanno declared che loro fanno difficoltà nell’annunciare che proprio anche a settembre continuerà questa ondata di calore e di umidità, perché non sono in grado, come dire, stanno saltando tutti i modelli meteorologici sui quali hanno studiato e sui quali facevano le previsioni, quindi loro sempre di più non sono in grado di dirci fino a quando continuerà o come soprattutto si interrompe questa questo clima e questo, diciamo, questo cambio di di clima che ha investito l’Europa ed in particolare l’Italia dove resiste ancora e naturalmente noi pensiamo i telegiornali ne parlano, fanno vedere le immagini delle città che sono senza alberi, delle persone che si lavano la testa nella fontana di Trevi perché nelle fontane perché sono accaldate e come sempre è successo non si parla parla quasi mai delle campagne, di quello che avviene nelle campagne e quindi della produzione che sta a monte dell’agroalimentare, no? Perché poi dopo l’agroalimentare c’è la filiera agricola e poi c’è l’industria di trasformazione.
Ebbene, quello che questi tre mesi pieni hanno, perché il tempo è poco, quindi vado a sintetizzare, quelli che quello che hanno prodotto già ad ora adora è sicuramente una perdita della produzione del 20-25% di mais in Italia. Inoltre c’è stata una una perdita in quantità, ma soprattutto in qualità, di vari altri prodotti agricoli, dal mais che ho detto prima, perché oltretutto quello che è stato prodotto non ha la stessa qualità perché insieme ai cereali non hanno avuto il tempo di, come dire, di riempirsi i chicchi, no, di grano e i chicchi di mais non hanno avuto il tempo perché il calore li ha fatti maturare velocemente. Avremo sicuramente abbiamo avuto una pandemia che è stata perlomeno anticipata anche nelle aziende di trasformazione. Parliamo di cose appunto che noi seguiamo direttamente sia nella raccolta ma poi anche nella trasformazione che è stata perlomeno anticipata di 10-15 giorni. La vendemmia partirà agli inizi di settembre, si è già vendemmiato in diverse zone d’Italia e questo produrrà, come dire, probabilmente un prodotto più scadente perché si è dovuto si è maturato velocemente e non parliamo dei frutteti, della frutta. E vorrei aggiungere questo aspetto che noi abbiamo conosciuto con forza e diciamo con un grande impatto quando ci fu l’alluvione in Toscana e in Emilia-Romagna qualche anno fa, quando poi si sono verificate in giro per l’Italia, soprattutto nel nord, quelle cosiddette bombe d’acqua che hanno allagato le campagne, si aggiunge un altro problema al ai problemi dovuti al caldo. Non è che quell’acqua che arriva così violentemente e nello stretto in uno stretto giro di tempo potrebbe dare ristoro, come lo dà agli umani, perché sentono un po’ più di fresco. Alle piante e alle colture aggiunge disastro a disastro perché se quell’acqua non viene assorbita nel giro di qualche ora, 1-2 ore o al massimo 4-5 ore, quell’acqua soffoca le radici. Quando rimangono le campagne allagate per un giorno, due giorni, quell’acqua ha soffocato e ha ammazzato le piantagioni.
E ammazzare una piantagione, come è avvenuto in Toscana, in Emilia-Romagna e da altre parti, ecco, la ricaduta sul lavoro significa per le lavoratrici, per i lavoratori agricoli, meno giornate di lavoro, anzi nessuna giornata di lavoro con una differenza che lo Brigida, il governo si è mosso per andare a Brussel e chiedere su questi temi già degli aiuti, aiuti che arriveranno solo alle imprese e non alle lavoratrici e ai lavoratori, perché gli interventi dell’Unione Unione Europea fatta attraverso la Pac, ma anche con le misure straordinarie, non sono mai arrivati alle lavoratrici e ai lavoratori, a quelli che fanno le campagne di raccolta e che portano il cibo sulle nostre tle. Questo è un problema che tutti quanti dobbiamo conoscere che riguarda tutti noi perché perché molto banalmente, ma la cosa non è banale, stiamo parlando del cibo che tutti quanti mangiano sulle nostre tavole, ai ristoranti, che sarà di peggiore qualità e che però ha penalizzato una fascia di lavoratori che hanno già stipendi molto bassi e che vivono una condizione di lavoro e di fatica fisica che è una condizione, diciamo, che tutti penso conosciamo. A ciò che si aggiungerà. si aggiungerà il fatto che appunto i prezzi per queste dinamiche, non mi voglio dilungare troppo, saliranno, non solo per le dinamiche indotte dalle guerre e quindi dall’aumento dei prezzi del dei beni dei beni energetici, ma aumenteranno proprio per le dinamiche della produzione della caduta su su sulla maturazione dei frutti, per esempio, sui sui prodotti agricoli. Quindi ci troveremo di fronte nei prossimi mesi, nelle prossime settimane, ad un rialzamento ancora di più di quello che si è verificato fino ad oggi, perché quello che c’era fino ad oggi era dovuto solamente ai beni energetici. Per questi motivi climatici ci troveremo all’innalzamento, e questo l’ha già detto anche l’Istat, dei prezzi dei prodotti alimentari nei nostri supermercati. Questi sono gli elementi che complicano ancora di più e ci invitano ancora di più in una logica che ci porta al fondo.
La sostenibilità dell’agricoltura vuol dire anche un’altra questione che noi abbiamo sempre di più un sistema agroalimentare ed in particolare agricolo, ma se facciamo attenzione soprattutto al sistema degli appalti nell’industria alimentare, nell’industria delle carni soprattutto con una serie di appalti e subappalti a cascata e con una serie appunto di cooperative che cambiano un anno all da un anno all’altro, da un mese all’altro la loro ragione. Noi ci troviamo ancora di più davanti al problema del caporalato e dello sfruttamento. Nelle campagne, nonostante siano fatti tanti passi in avanti, nonostante abbiamo un’ottima legge e le forze dell’ordine stanno agendo e continuando ad agire, ci troviamo sempre di più esposti a questo problema. i fatti di Amendolara che si sono verificati qualche mese fa e che tutti quanti noi ricordiamo, per i quali la nostra organizzazione, come dire, ha proclamato una manifestazione e di uno sciopero. I fatti di Amendolara hanno scoperchiato, per esempio,in Calabria e anche in Basilicata un sistema che noi avevamo announced appena accaduto i fatti che proprio l’altro ieri hanno prodotto nuovi arresti, perlomeno 20 arresti di caporali, sono indagate 66 persone perché hanno scoperchiato un sistema nel quale le ndrine avevano in mano l’impresa la filiera agroalimentare. C’erano dei finti imprenditori, prestanome e l’intera filiera agroalimentare della Calabria e pezzi del Metapontino erano e sono in mano alla mafia, alle ndrine locali, ma anche e non solo, anche a aziende, perché questo e con questo chiudo, visto che, diciamo, il tempo è tiranno. anche, come dire, anche le imprese cosiddette pulite, quelle che non sono associate alla mafia e ce ne sono tanti in Italia, perché mai fare l’errore, mai fare l’errore di pensare che il caporalato sia legato alle mafie, non lo è quasi da nessuna parte, tranne in Calabria e in qualche altro piccolo territorio. per le connotazioni di quelle mafie. Il caporalato e lo sfruttamento è una cosa che è in capo alle imprese. Che è in capo alle imprese. L’inizio della filiera dello sfruttamento è deciso dall’imprenditore che vuole competere nell’illegalità. assolda il caporale e gli dà le regole di ingaggio. Questa cosa la dobbiamo smettere con le semplificazioni perché non si è mai visto e 11 anni di 10 anni di processi lo dimostrano. Non si è mai visto un caporale che ha imposto all’imprenditore di portargli i propri lavoratori. Lo dimostrano, come dire, lo dimostra la magistratura e ormai è consolidata in tutta Italia questa cosa. Alcune semplificazioni giornalistiche fanno degli errori gravi alle nostre battaglie che conduciamo insieme a tante associazioni non ultima terra, ma anche alla campagna Sbilanciamoci.
Qual è la proposta? Come abbiamo detto nei com’è stato detto nei precedenti interventi, abbiamo un problema. Se noi vogliamo cambiare il mondo, ci dobbiamo porre il problema dei rapporti di forza. Al di là delle belle proposte che abbiamo tutti ascoltato qua questa mattina, ognuno per il suo pezzo, se non come dire si preoccupa si preoccupa di rimettere al centro i rapporti di forza e cioè di guadagnare a noi di fare alleanze quanto più possibile con associazioni, con pezzi della società che su questo tema si rimboccano le maniche e la smettono di fare gli spettatori. Gli spettatori. Non sto parlando del consumatore, come dire, intelligente, non sto parlando di questa cosa perché non si può dare alla singola persona la responsabilità di affrontare temi così grossi, ma alle singole associazioni sì. Noi facciamo ormai da anni le brigate del lavoro che vanno nei campi e che, come dire, accendono dei riflettori anche laddove le zone sembrerebbero non lambite dal problema dello sfruttamento. E scopriamo appunto queste cose e subito dopo le denunciamo come Flai Cgil, come Cgil e insieme anche ad altre associazioni e facciamo questo lavoro. sempre di più le brigate del lavoro stanno diventando una questione, cioè stanno diventando uno strumento misto perché insieme a noi stanno venendo tante associazioni, addirittura qualche partito politico che vede tra le nostre file di compagni che vanno per le campagne come si faceva negli anni 70, come si faceva negli anni 80. Abbiamo riscoperto una cosa che faceva la Fede Braccianti e l’abbiamo attualizzata, non ci siamo inventati nulla, ma questo sta dimostrando come aumentano le denunce e come questo fenomeno che prima sembrava impossibile da sconfiggere lo stiamo cominciando a sconfiggere.
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Celeste Grossi, Arci
Diciamo che ora passiamo dopo l’impatto del clima sull’agricoltura e sul comparto agroalimentare passiamo all’impatto della guerra. Allora, dal 21 al 26 i prezzi degli alimenti sono aumentati del 30%, la spesa alimentare è aumentata del 30%, per alcuni alimenti addirittura del 50%. E questo abbiamo visto a causa dell’energia e a causa anche dell’impatto climatico. Adesso a Cecilia Begal che è coportavoce sbilanciamoci e anche a Fabio Ciconte che invece è il presidente di terra. chiediamo di entrare nel merito dell’impatto della guerra sul comparto agroalimentare e soprattutto delle proposte alternative che dovremmo presentare a chi si presenterà per governare il paese alle prossime elezioni.
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Cecilia Begal, Co-Portavoce Sbilanciamoci!
Io prima di entrare nel merito, in realtà volevo agganciarmi un secondo a quanto raccontato da Giovanni, le condizioni estremamente precarie di chi lavora nei campi, la crisi del settore agroalimentare, il fatto che abbiamo una produzione messa in ginocchio dalla dalla crisi climatica, perché in realtà, appunto, questo tema di cui mi è stato chiesto di parlare oggi fa parte della della stessa storia, un pezzo della stessa storia, perché quegli stessi campi e quella stessa terra in cui lavorano spesso migliaia braccianti ogni anno in condizioni gravissime disastrose, è concimata con prodotti che arrivano dall’altra parte del mondo attraverso rotte che oggi sono anche rotte di guerra e e attraverso processi in cui, diciamo, lo sfruttamento umano e non umano è all’ordine del giorno e quindi è proprio, diciamo, analizzando e risalendo lungo la filiera agroalimentare, quindi dal consumo alla trasformazione, alla distribuzione alla produzione che è innesto tra sistemi agroalimentari, industria bellica e crisi climatica emerge.
Quindi vorrei partire in realtà da una domanda che all’apparenza è molto semplice, che è da dove viene il concime che noi utilizziamo per far crescere il grano nei nostri campi? E ho detto grano, ma potrei dire un sacco di altri prodotti. Perché verrebbe da pensare, così era una volta e così è in alcuni modelli produttivi fortunatamente ancora, che provenga da animali, dal letame, da compost, dalle leguminose, no? E invece no, dai primi nel 9 esiste un un processo chimico che si chiama Abertos, ma non è il nome, diciamo, quello che conta, che in pratica permette di trasformare l’aria in fertilizzante in fertilizzante, consumando enormi quantità di gas. Quindi quello che facciamo è praticamente in questo processo noi estraiamo l’idrogeno dal gas naturale, l’azoto dall’aria, li fissiamo insieme, li mescoliamo e produciamo ammoniaca.
Ora, perché vi sto a parlare di roba chimica che non mi compete chiaramente, perché questo processo chimico è alla base di quasi tutta l’agricoltura industriale del pianeta. questo processo è nato in Germania negli anni in cui lo stesso processo veniva utilizzato per produrre esplosivi e non è un caso a sé, non vale solamente per i fertilizzanti, no? Anche la meccanizzazione agricola ha radici militari, i trattori cingolati devono tutto ai carri armati. La stessa cosa vale per il motore a scoppio, no? L’ingegneria del del motore a scoppio è stata sviluppata dall’industria militare prima di trovare la sua applicazione nei campi e stessa cosa con i Gps che guidano i trattori, i droni che vengono utilizzati per monitorare le colture, sono tutti esempi di tecnologie nate per scopi militari che poi vengono convertite a uso civile. E questo ci dice una cosa semplice, che il cibo che mangiamo, il gas che scagliamo, diciamo, e che utilizziamo e gli oltre 50 conflitti armati a livello mondiale sono di fatto non sono di fatto tre storie separate, diciamo, ma parti della stessa storia semplicemente guardiamo da diverse angolazioni e quindi sono alla prova che l’agricoltura intensiva non ha semplicemente preso in prestito alcune tecnologie dall’industria bellica, ma è nata chimicamente all’interno dell’apparato militare e poi ne ha ereditato le logiche, le stesse logiche, la stessa mentalità, diciamo, e le stesse sostanze applicandole per trattare la terra e i parassiti, così come trattano e annientano il nemico oltre il confine e i territori oltre confine.
E quindi quest’anno la guerra tra Stati Uniti, Iran e Israele ha bloccato parzialmente il Golfo Persico, lo stretto di Hormuz, no? Cosa è successo? che da qui dallo spirito del Munz passa una quantità enorme di fertilizzanti che vengono impiegati nell’agricoltura intensiva in Europa e nel mondo. Conseguenza i prezzi sono schizzati alle stelle, sia i prezzi nei nostri carrelli della spesa. Ma perché quei prezzi schizzano alle stelle? Perché i costi di produzione per gli agricoltori schizzano alle stelle. e quindi anche cioè è la prova che una guerra per il controllo del gas e del petrolio è allo stesso tempo una guerra del cibo, no? Che la sicurezza alimentare e sicurezza energetica sono due facce della stessa medaglia. Quindi, quando il prezzo dell’energia aumenta, di fatto aumentano i costi lungo tutta la filiera agroalimentare.
E c’è un altro modo, diciamo, per raccontare un questo meccanismo che forse è anche più semplice, perché un tempo la stragrande maggioranza del dei campi, diciamo, e torniamo al concime, si concimano con quello che il territorio produceva, quindi era un ciclo chiuso, veniva da letame, rotazione delle colture, piante ricche di azoto per natura che sono tipo le leguminose. Basta pensare, appunto, e ci sono ancora dei dei modelli produttivi che funzionano così, basta pensare ai sistemi agro sivo pastorali, alle comunità di supporto all’agricoltura e gli ristretti che, diciamo, per quanto spesso arranchino, comunque sono una prova tangibile del fatto che esiste un modello riproduttivo che si basa su principi altri, su principi agroecologici e ma l’agricoltura industriale quello che ha fatto è stata rompere questi cicli, creare quella che chiamiamo una frattura metabOlica, no? E per colmare, diciamo, questa discrepanza, quello che ha fatto è stata inserire input esterni, quindi fertilizzanti chimici e quindi non è un caso poi e da quel momento, diciamo, un campo di grano in Puglia dipende da una nave bloccata nel nello stretto di Ormo, quindi non è un caso che intorno, diciamo, a quelle stesse rotte poi vediamo che si concentrano basi militari e barchi perché che di fatto la mappa delle guerre di oggi si sovrappone e spesso coincide con la mappa che traccia l’origine dei dei concimi l’origine dei mangimi e quindi la mappa del cibo.
Quindi cosa vuol dire davvero cambiare rotta, no, oggi? Cioè, se vogliamo cambiare questo modello che di fatto dipende da input fossili, è organizzato per il profitto, è organizzato per l’esportazione per la rendita più che per la riproduzione dell’ecosistema. Come possiamo fare? Primo, appunto, smettere di parlare di agroecologia come un’utopia, ma effettivamente iniziare a mappare, finanziare mettere in rete quello che c’è già esiste, perché basta guardarsi attorno, ce ne sono di realtà che lavorano con princi secondo principi altri, no? E secondo, questa è la cosa forse, non lo so, che trovo più assurda, smetterla con l’accanimento terapeutico. Io lo chiamo accanimento terapeutico, nel senso ogni volta che scoppia una guerra, che fosse sia l’invasione russa dell’Ucraina, piuttosto che, appunto, quello che sta succedendo con l’Iran, eccetera, ogni volta che scoppia un conflitto mi dico, ci sono ripercussioni sui prezzi e sui costi di produzione e dico adesso qualcuno si sveglierà, no? si chiederà perché tutto questo succede e come possiamo prevenirlo, perché ci sono modi per prevenire questa cosa. E invece quello che facciamo è mettere le pezze, è creare decreti emergenziali che vengono infatti utilizzati per approvare coltivazioni di nuove GM piuttosto che conflitti e guerre che vengono utilizzate per giustificare lo smantellamento di quelle politiche verdi già al ribasso dei Green Deal.
E poi non so, io è due mesi e mezzo in realtà ormai che lavoro in montagna, lavoro in Valle d’Aosta. La quantità di bacini idrici che ho visto scavare nell’arco di 2 mesi e mezzo fa impressione perché scavano baci idrici in montagna? Perché? Perché ormai la neve sotto i 1800 m non la vede più nessuno e quindi cosa facciamo? o ci spostiamo più in su e quindi spianiamo altri crinali, facciamo altre piste da sci oppure facciamo bacini idrici. Così prendiamo l’acqua e poi spariamo neve. Perfetto. Quei bacini idrici vengono finanziati per la maggior parte con soldi pubblici. I biglietti e tutti i profitti invece dell’impianto cissico finiscono nelle tasche dei privati e parliamo di milioni di euro all’anno e anche lì, appunto, non ci si chiede perché non come la neve sotto i 1800 M e perché lo zero termico sia 5000. No, noi scaviamo fosse e ci mettiamo l’acqua dentro perché tanto di acqua in Italia ce n’è.
Come possiamo fare tutto questo, no? Allora, da una parte c’è bisogno dall’alto di politiche pubbliche degne di questo nome, no? Quindi abbiamo bisogno di un piano nazionale che sostenga effettivamente la conversione agroecologica dei nostri sistemi agroalimentari invece di finanziare quelle briciole. Abbiamo bisogno di una politica agricola comune a livello europeo che con criteri che premino chi pratica, appunto, chi chiude i cicli sul territorio, chi fa presidio territoriale si cura della riproduzione dell’ecosistema anziché accaparrarsi i soldi attraverso una produzione a qualunque costo e poi abbiamo bisogno di investimenti pubblici nella ricerca in agroecologia con la stessa serietà con cui oggi si investe nella clinica di sintesi di cui parlavo prima e poi visto che oggi parliamo di questo, una politica estera che non subordini la sicurezza alimentare e di interi popoli alle rotte del gas del petrolio. E dall’altra parte dal basso serve che le pratiche che già esistono, quindi pratiche agroecologiche, vengano riconosciute e finanziate e non reinventate, no? I ristretti, le cooperative di braccianti.
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Cecilia Begal, co-portavoce Sbilanciamoci!
…le comunità che tornano a gestire la terra in modo collettivo, quindi le associazioni fondiarie, le comunanze agrarie, sono tutte pratiche che già esistono. Il fatto è che nessuna di queste due leve basta da sola, perché le politiche pubbliche senza pratiche dal basso sono di fatto parole su carta. Le pratiche dal basso senza sostegno pubblico sono esperienze isolate bellissime, perché la maggior parte delle volte sono bellissime, ma di fatto sono utopiche e estremamente fragili perché rischiano di essere schiacciate da quella stessa filiera che cercano di smantellare. Quindi quello e qui concludo, secondo me il compito un pochino che abbiamo è quello di tenere insieme queste due cose, no? Le politiche pubbliche dall’alto e dal basso invece continuare a riconoscere e a supportare quelle iniziative che già esistono.
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Fabio Ciconte, Presidente di Terra
Visto che poi i cambiamenti climatici portano anche a un calo dell’attenzione con temperature di questo tipo, proverò ad essere, diciamo, più stringato possibile rispetto alle cose che ci stiamo dicendo, anche perché sia Giovanni che Cecilia hanno detto molto di quello che potrei dire dirò anch’io. Prima di fare una battuta io 10 anni fa avevo pubblicato un libro con la terza e si chiamava Fragole d’inverno e voleva essere un titolo che fosse un po’ uno stimolo, no? Perché uno dice “Vabbè, fragole d’inverno non si possono mangiare perché non sono di stagione”. In realtà noi siamo arrivati all’assurdo che ormai le fragole d’inverno sono in realtà di stagione. Questo per sintetizzare un po’ tutto quello che noi ci stiamo dicendo e che non stiamo affrontando come si deve.
Ora, quando noi parliamo di agricoltura e di tutto quello che hanno raccontato Cecilia e Giovanni, però dobbiamo capire il campo da gioco dentro il quale ci stiamo muovendo e dobbiamo capire, cioè che il campo da gioco nel quale ci stiamo muovendo è quello del settore più corporativo che esista in questo paese. Cioè, noi ieri siamo stati alla assemblea agricola, io ho partecipato, sono intervenuto all’assemblea agricola del Partito Democratico che ha avuto il coraggio di convocare ieri alla festa dell’unità a Reggio Emilia tutte le parti che si occupano di di agricoltura, quindi delle associazioni agricole, ai sindacati, a quelle ambientaliste come quelle che io rappresento, per fare un ragionamento sul sui modelli di sviluppo dell’agricoltura. Allora, la metà la metà e oltre degli interventi sono state tutte, diciamo, una specie di grande questua di soldi, di risorse, di come investire la Pac per dare per fare la produttività al massimo, di come cioè mentre noi ragioniamo su questo dobbiamo sapere che il campo da gioco è blindato e utilizzo il termine blindato appositamente da una serie di gruppi corporativi che stanno spingendo in una direzione unica che prevede il fatto che, per esempio, la politica agricola comune, cioè la Pac, destini la maggior parte dei soldi, com’è oggi, a chi ha più terra possibile, lasciando fuori le piccole e medie imprese, i piccoli e medi agricoltori che nel frattempo stanno chiudendo e se noi non capiamo questa cosa, stiamo raccontandoci da ormai un decennio l’idea che esiste un made in Italy fatto da questi gioiosi piccoli agricoltori nelle campagne, nelle montagne, nelle pianure di questo paese che in realtà piano piano stanno sparando, sostituiti da un sistema fondiario che sta rimettendo in campo il latifondismo capitalistico puro. Questo è il modello che noi stiamo costruendo oggi in questa agricoltura. ce lo dicono i dati. Il censimento degli Istat dice esattamente questo. I dati di Unioncamere senza diciamo ci dicono che per esempio nel 2025 hanno chiuso 8.000 aziende agricole. Guardate che 8.000 aziende agricole non sono una passeggiata. Negli ultimi 20 anni hanno chiuso il 50% di aziende agricole perché si sta trasformando il modo di produzione agricola che è fatto ormai da grandissime produzioni che vivono solo perché hanno i grandissimi fondi della della Pac, si stanno industrializzando sempre di più, ma il modello agroecologico di cui parlava Cecilia è fuori dalla portata di questa cosa e c’è un disegno preciso intorno a questo e noi questo o lo cogliamo o diciamo nei prossimi mesi faremo finta di raccontarci come questo modello debba cambiare.
Perché lo dico questo? Perché io credo che nei prossimi mesi abbiamo davanti a noi una sfida importante, cioè quella di mettere al centro del dibattito pubblico questo tema che ha a che fare, guardate, non solo con la vita degli agricoltori che abbiamo detto sono allo stremo, non solo con la vita dei braccianti su cui Giovanni ha detto “Con terra ci stiamo battendo, lo sapete insieme da tantissimi anni”. Poi faccio una battuta fra un attimo sul tema del caporalato, ma perché ha a che fare anche con la nostra capacità di avere accesso a un cibo sano. Perché guardate che il fatto che oggi il il fare la spesa costi il 30% di più non è una cosa che possiamo lasciar correre così, perché questa cosa non vuol dire solo il fatto che i nostri stipendi non reggono quel l’impatto del 30% in più, ma vuol dire il fatto che la spinta del modello agroindustriale, del modello della grande distribuzione organizzata, spingerà ad avere prodotti che costeranno sempre di meno per far fronte alla risposta del mio stipendio che non riesce a sostenere tenere quel 30% in più e questo schiaccerà le intere filiere agricole e le sta già trasformando e questo secondo me la cornice dentro la quale dobbiamo guardare il ragionamento che stiamo facendo e anche a che fare con i cambiamenti climatici.
Guardate ora ormai abbiamo siamo tutti d’accordo sul fatto ci sono i cambiamenti climatici. Dopodiché, per esempio, il direttore agricolo è quello che dice: “Noi siamo vittime del cambiamento climatico, che è verissimo, ma è un settore che oggi ancora, essendo corporativo, non ha la capacità di dire beh, anche io devo fare qualche sforzo per cambiare il modello di produttivo che ho, per esempio, ragionando sul modello degli allevamenti intensivi che sono quanto di più dannoso c’è in questo tipo di di meccanismo e invece questo non è possibile ed guardate Quando io mi trovo a fare, lo faccio spesso, conferenze con con loro, incontri, riunioni, è molto difficile affrontare un tema di questo tipo senza che tu non venga attaccato, come dire, di di settarismo. Quello, guarda, non è un tema di searismo, qui c’è un tema di essere tutti in grado di fare la propria parte e non mi sta bene se tu non sei in grado di fare la tua parte, anche se tu eri agricola e dall’altra parte chiedi ristori, chiedi fondi e poi dici come è successo quest’estate e lo dico al a Giovanni e abbiamo anche parlato insieme di questa cosa. Ricordate che cambierà il modello di produzione agricola per cui i lavoratori delle campagne dovranno andare a raccogliere di notte. E quello che stanno dicendo le associazioni di categoria è benissimo, facciamo andare i braccianti di notte, però a parità di salario, cioè a parità di costo di lavoro. E allora attenzione, io dico che su questo noi dobbiamo fare una battaglia nei prossimi mesi e chiaramente guidati dalla la Cg noi diamo una mano, ma insomma io penso sia importante sottolineare il fatto che se un bracciante straniero italiano che sia lavora nelle campagne di notte debbe avere il salario adeguato a questo, come si fa nelle migliori famiglie.
La domanda che voi avete fatto è che cosa fare? Chiudo su questo. Guardate, noi in questa frattura che si è determinata in questi anni fra mondo agricolo e mondo ambientale, mondo ambientalista, noi quello che stiamo provando a fare è quello di di provare a riunire insieme per dire una cosa semplice, che le battaglie sociali, quelle ambientali, quelle per l’agroecologia e per la giustizia sociale viaggiano di pari passo, stanno nella stessa nella stessa traiettoria. E allora su questo noi abbiamo messo in piedi un’alleanza a cui abbiamo dato un nome che è terra comune. è un’alleanza di cui fanno parte molte delle realtà che io vedo qui, cioè Sbilanciamoci, c’est il sostegno, il supporto e il protagonismo della F Cg, c’est Slow Food, c’est Libera, mi auguro e sono convinto che ci sono i biodistretti, c’est il mondo del biodinamico, insomma ci sono tantissime realtà che stanno partecipando con forza a costruire un’alleanza a cui spero che tutti e tutti voi vogliate essere parte protagonisti e mi rivolgo anche al ai sindacati. L’Arci sta partecipando con dei loro con dei loro membri. Perché abbiamo bisogno di mettere al centro questi temi che tengono insieme i diritti dei braccianti, i diritti di chi lavora sulla terra e i diritti ad avere un accesso a un cibo sano e di qualità. Su questo chiudo. Ci siamo dati un appuntamento. Saremo il 18 di ottobre a Roma dove presenteremo una serie di proposte alla politica, alle forze progressiste, perché a quello è inutile girarci attorno. Noi ci stiamo rivolgendo perché a quelle crediamo possano essere un pezzo di alternativa del prossimo futuro e quindi su questo ne approfitto anche per invitare Angelo Bonelli. Stiamo già interloquendo con Fratoianni, con Elly schlein, con il Movimento 5 Stelle che saranno presenti a questo momento perché è importante che tutte e tutti insieme possiamo dare senso e dignità a una terra che sia contro la guerra, che sia per la pace e che sia una terra comune. Grazie.
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Celeste Grossi, Arci
Adesso diamo davvero la parola ad Angelo Bonelli. Ieri, mentre Meloni si autocelebra, Avs ha pubblicato un dossier con molti dati su quello che è successo in Italia in questi 4 anni. E questi dati sono dei dati impressionanti perché ci dicono che vabbè che abbiamo i salari più bassi d’Europa e ahimè lo sappiamo sulla nostra pelle che abbiamo un costo dell’energia che tra i più cari d’Europa che 5,7 milioni di persone in Italia sono in povertà assoluta che 5,8 milioni rinunciano alle cure che l’inflazione è altissima. dicevamo già prima che i costi dei prodotti alimentari sono enormemente saliti, più 30% in 5 anni e a parte il costo della benzina che in questi 5 anni addirittura raddoppiato e da questa analisi, che è un’analisi, come dire, molto severa su quello che ha fatto il governo Meloni in questi anni, Avs naturalmente ha tratto delle proposte proposte che Angelo Bonelli ora ci illustrerà. Prego.
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Angelo Bonelli, co-portavoce Avs
Innanzitutto grazie dell’invito e cercherò e darò un mio contributo breve perché non voglio togliere, come dire, spazio alla vostra importanza di discussione. Sì, ieri Giorgia Peroni a Bari ha superato se stessa, devo dire, io l’ho definita un egoismo cinico, cioè sentirla a parte dire che tutto va bene nel nostro paese e vabbè abbiamo dato i numeri, ma non c’è bisogno che diamo noi i numeri veri reali dell’economia del nostro paese. Però sentire da presidente del consiglio dire che lei darà il via all’estrazione del petrolio in Basilicata dei nostri mari e del gas. E poi per non parlare del nucleare è come avere una persona che non si è accorta che i nostri fi si sono prosciugati, i nostri ghiacciai si sono sciolti, che la vita nelle nostre città è ormai invivibili, che i danni e all’agricoltura sono enormi e che abbiamo persi nel nostro paese dove le culture, penso alcuni vigneti, ma anche agrumeti, sono stati espiantati a causa delle enorme siccità. Penso ad esempio alla Sicilia.
Quindi, quando sentivo prima dire tutti noi siamo d’accordo che ci sono i cambiamenti climatici, sì, sono d’accordo quando diciamo tutti noi, perché se invece guardiamo chi governa questo paese, ma guardiamo anche l’orientamento della destra europea e anche di Ursula von Len che ha cambiato a seconda di di dove va la direzione del vento, perché noi, io non posso dimenticare, ma non dimenticate voi, la fine che ha fatto fare al regolamento sui pesticidi oppure l’atteggiamento, il voto contrario l’Italia alla le al alla direttiva sul restauro della natura che è riuscita a superare grazie alla posizione, devo dire in questo caso eroica, importante della mista dell’ambiente austriaca, la verde che poi ha pagato duramente con quel voto in dissenso con il capo di governo austriaco anche il suo futuro, la sua carriera politica, però salvaguardo un pezzo importante di una legge ambientale e devo dire quindi che Giorgia Meloni si è superata, anche perché lo voglio dire qua fa, l’ho detto oggi in un’intervista che non non è in grado nemmeno di conoscere i dati perché se lei comunica da presidente del Consiglio che risolverà di fatto il problema dell’energia nel nostro paese riandando a estrarre petrolio o gas, andiamo a vedere quali sono i dati perché le riserve certe per estrarre gas nel nostro paese sono pari a 42 miliardi di metri cubi, quelle estraibili e come del resto dice lo stesso sito del Mase. Questo significa, sapete, che 42 miliardi di metri cu sono riserve che possono soddisfare il vabbisogno per 8 mesi e per quanto riguarda il petrolio parliamo di una di mesi, qualche mese in più.
E allora la vera questione è che noi dobbiamo dire all’Italia che vogliamo costruire una politica energetica che fa pagare di meno l’energia alle famiglie italiane perché in Spagna 4 anni fa era il marzo del 2022 il costo dell’energia elettrica in Spagna era pari a €290 Mw hora e in Italia poco più oggi l’Italia ha il costo dell’energia che è tre volte volte maggiore rispetto a quella spagnola, perché nel frattempo c’è stato uno sviluppo molto importante, un investimento molto importante della Spagna in questa direzione. Quindi l’investimento sono rinnovia è un investimento molto importante che deve consentirci diminuire le differenze sociali perché la crisi climatica e lo stiamo vedendo in questa brutta estate che i meteorologici e climatologici ci dicono che la rimpiangeremo rispetto a quella che verrà e questo fa venire un po’ i brividi da tutti i punti di vista. ha aumentato le diseguaglianze sociali tra chi si è potuto permettere il condizionatore, quindi permettere una qualità della vita che gli consentisse di superare il problema dell’Afa e tante altre questioni. Invece le fasce sociali più deboli che il condizionatore non se lo possono permettere oppure se ce l’hanno non lo accendono perché non si possono permettere la stangata della bolletta elettrica.
Quindi, noi abbiamo proposto al Partito Democratico e ad Movimento 5 Stelle un testo di legge e che su cui poi avvieremo una consultazione proprio sull’energia che ponga questo tema della semplificazione sulle rinnovabile che individui anche questo aspetto sociale. Alcuni giorni fa è venuto fuori un dato da parte di Area che insomma deve fare un po’ riflettere, ovvero che 800 Gw di energia rinnovabile è andata perduta perché le nostre reti di distribuzione di impianti di accumuli non erano adeguate. Cioè capite che cosa significa 800 Gw? Significa alimentare una città da 300.000 1000 abitanti e noi abbiamo perso quell’energia perché questo governo non ha ritenuto di dover investire nel potenziale nelle reti di distribuzione e invece parla del nulla, parla del nucleare che chissà quando ci sarà e che comunque sia non voglio aprire qui il dibattito sul nucleare, anche perché la mia la nostra posizione è abbastanza chiara ed esplicita e dall’altra parte noi lavoriamo per costruire una politica che si colleghi molto alle politiche agricole che non possono vedere questa contraddizione che di un contraddizione evidente, diciamo, di una sindacato che di fatto controlla il Ministero dell’Agricoltura, la Coldiretti, che ogni giorno fa ogni estate fa i comunicati di quanto costa la crisi climatica, però poi è la prima che contessa la crisi. climatica, quindi quello di di lavorare su un rapporto molto più stretto sul tema delle politiche della biodiversità, delle politiche agricole è un altro elemento fondamentale che un altro elemento fondamentale che intendiamo porre con forza è una legge sul consumo suolo zero perché è una delle questioni e l’altra questione veramente mi mi fermo perché potrei parlare ancora un po’ di più ma non voglio, che è la questione dell’acqua.
La posizione dell’acqua va rimessa con molta determinazione sul tema della gestione pubblica perché dobbiamo onorare un impegno che ci ha visto protagonisti tutti quanti nella vittoria del referendum sia sull’acqua che quello del nucleare. E quindi questo è un punto essenziale quello di riaffermare il tema della gestione pubblica. Ma l’altra parte è che noi non possiamo accettare e tollerare che in questo paese 3,7 miliardi di metri cubi di acqua ogni anno vanno persi ed è una quantità di acqua che potrebbe dare da bere a una popolazione di 43 milioni di persone. mentre abbiamo la Sic Sicilia che ha un processo di desertificazione in atto che fa paura, che mette a rischio in maniera grave, come dice il Cnr, le coltivazioni, ma non solo.
Quindi la questione ecologica è una questione economica, una questione sociale. Dobbiamo in maniera chiara costruire una proposta che contrasti e mi fermo veramente questa narrazione tossica di questa destra assolutamente clima franchista che vuole fermare la transizione ecologica perché vuole tutelare gli interessi dei petrolieri e società energetiche che negli ultimi 4 anni hanno fatto 80 miliardi di euro di profitti senza che questo governo abbia ritenuto di dover di tassare €1 per ridistribuirlo negli investimenti sulle rinnovabili o nelle fasce sociali. e più deboli. Altro che Underdog e Giorgia Meloni. Oggi Giorgia Meloni è il punto di riferimento della grande finanza, delle banche, delle grandi società energetiche a partire dall spetta a noi come forze politiche, ma insieme alle forze sociali di movimento associative costruire una proposta di una visione diversa per il paese che metta insieme la giustizia sociale con la giustizia climatica. Grazie. Grazie molto per la vostra attenzione, per l’invito.
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Celeste Grossi, Arci
Grazie davvero a te. per essere stato con noi e contiamo che porterà le nostre proposte al tavolo della quale
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Barbara Meggetto, presidente Legambiente Lombardia
No, dicevo che tra l’altro bisogna anche convincere un po’ di persone ad andare a votare perché finché vota meno del 50% in questo paese diventa più complicato. È una questione anche qui di rete, di come dire, no, di divulgazione, di andare capillarmente a a anche a passare i messaggi giusti. Si parla di disuguaglianze sociali. La do la parola a Stefano Malorgio, segretario Fit Cg, perché io penso che il trasporto collettivo sia anche un tema sociale, come dire, c’è chi può rinunciare all’auto perché si trova in una grande città e riesce comunque a muoversi con mezzi diversi anche con il caring, insomma, con altre situazioni. che invece eh il per cui invece il sistema di trasporto collettivo è un sistema fondamentale per muoversi, per andare a lavorare, per andare a prendere i figli, per fare tutto quello che non può fare con un sistema che non ha. Però sappiamo come è messo oggi il trasporto collettivo, quindi trasporto pubblico locale e in generale il trasporto in questo paese. Quindi come ne usciamo? Insomma, questo è un pezzo importante della transizione ecologica, non è secondario. Ecco, ti lascio ti lascio la parola. Grazie.
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Stefano Malorgio, segretario generale Filt)
Io cerco di essere vi ringrazio, cerco di essere molto breve perché dopo una bella discussione, insomma, evitiamo di uccidere, si sente? Di uccidervi per cambiamento climatico e mercato, no? Intanto una cosa volevo dire sui trasporti.I trasporti credo siano il più grande fallimento del governo. Un ministro totalmente inesistente, devo dire, qualche viceministro che ci ha provato, insomma, ma non riuscendoci perché poi non è andata molto bene. E fatemi dire questa cosa, 4 anni buttati perché poi al netto, voglio dire, del colore politico di questo governo, la verità è che tu avevi una solidissima maggioranza con la quale avresti potuto mettere in campo una serie di trasformazioni, non lo hai fatto e hai puntato 4 anni dal paese. Questo è un paese, soprattutto nel settore dei trasporti e delle infrastrutture che muove che muore per assenza di programmazione e un’ultima vera programmazione di infrastrutture trasporti nel paese, vera, la più importante e la più grande, risale, diciamo, al periodo Prima Repubblica per dirvi di fronte a che cosa siamo. Tutto il resto è stato tagli, è stata mancata scelta su investimenti infrastrutture e poi l’esito disastroso che imparte sotto gli occhi di tutti i pendolari che prendono i treni, chi deve utilizzare un mezzo pubblico, chi vuole utilizzare un mezzo pubblico, ma ci sono tante cose che sono poco sotto l’occhio di tutti. Faccio un esempio, il prossimo governo si troverà di fronte ad una questione drammatica e che non si potrà risolvere solo, diciamo, raccontandola. Non ci sono più i soldi per costruire le infrastrutture necessarie e sono necessarie, non immaginate solo nuove opere. Cambiamento climatico significa anche adeguamento del sistema infrastrutturale a temperature che non erano state previste nel momento in cui si è fatta la progettazione. Tanto è vero che uno dei passaggi che il governo sta facendo in questo momento è la cosiddetta privatizzazione sistema infrastrutturale, il tentativo di far entrare anche i fondi d’investimento privati nel settore delle infrastrutture. Uno può dire va bene una soluzione, ma attenzione perché se il paese perde il controllo delle proprie infrastrutture e la gestione pubblica delle infrastrutture perde la sua capacità di competere perché tutto quello che viene prodotto a partire dal cibo, dai fertilizzanti che devono arrivare passa attraverso un sistema complesso di trasporti. sistema di di complesso dei trasporti, tra l’altro, fondato su su grandi navi sempre più grandi, sempre più gigantesche e non meno inquinanti. È un tema. i dati di consumo di quelle di quelle navi sono impressionanti. Vi invito e sarebbe interessante, visto che poi è sempre un luogo anche di scambio e di ricerca, sarebbe interessante focalizzare uno studio su che cosa significa oggi trasportare la merce via mare da un punto di vista di impatto ambientale. è una cosa devastante per non parlarvi dell’impatto meno, diciamo, fondamentale nella vita delle persone, ma ci lavorano tante persone, per esempio, del delle grandi navi crociera che sono quando arrivano nelle città sono inquinanti tanto quanto la città che ospita il porto. Quindi vabbè, ci sono questi elementi e andrebbero in qualche modo approfonditi. Quindi dicevo 4 anni di totale fallimento sui trasporti. Noi abbiamo un unico ragionamento di questo governo sul sistema trasporti infrastrutture che è stato l’attuazione del Pnr con qualche fatica che ereditavano da una frase precedente e questa grande chimera del punto sullo stretto che poi è stata come dire un una discussione che ha distratto dalla condizione complessiva del sistema sul quale non si è fatto nulla.
Ora io non so, ogni tanto scherzavamo prima, insomma, a sentire queste discussioni viene il dubbio sul su sul fatto che ce la possiamo fare, insomma, perché, come dire, qualche elemento di fatica, qualche dubbio arriva, perché è vero che dalla discussione di oggi arrivano speranze, no? Poi guardi in Germania e dici “Ma è possibile? In realtà questo quest’estate così torrida ci ragionavo, poteva essere una grande occasione elettorale?”, Cioè, come diceva Giovanni, noi discutiamo oggi anche con un certo seguito popolare di ciò che è il cambiamento climatico, perché la gente questa volta la botta, l’ha sentita, ma se questa cosa diventa chiusura degli occhi e rivolgersi, diciamo, a forze che lo negano, cosa che a noi pare incredibile, ma che invece così incredibile non è, perché di fronte a problemi così grandi, all’assenza di soluzioni, alle volte le persone tendono a nascondere il problema e far finta che non esiste. Allora poi ti viene il dubbio se ce la faremo o non ce la faremo. Cioè, se neanche di fronte a questo si assume il tema della priorità, io non so come altro chiamarla, ma della salvezza, della salvezza nostra e delle nostre persone più care nelle scelte politiche conseguenti e delle risorse economiche che vanno utilizzate. Se non la facciamo questa volta qui, ho l’impressione che non avremo grandi altre occasioni per poterla discutere. Per cui questo è un elemento che metto lì, insomma, alla discussione.
Ragione Giovanni, poi torno al merito eh della domanda. Ha ragione Giovanni, c’è un tema che riguarda i rapporti di forza, cioè non è che dall’altra parte c’è un una popolazione che non partecipa al voto, dall’altra parte ci sono gigantesche lobby che si muovono perché anche in questa fase così terribile in cui fronteggiamo, evidentemente siamo arrivati ormai al punto di non ritorno, quello che sono gli effetti del cambiamento climatico, c’è una lobby Non unica grande lobby, ma tante lobby che lavorano, perdonatemi, che lavorano perché ogni possibilità di cambiamento reale si spegne. Guardate, se nel mondo dell’autotrasporto durante il governo di centrosinistra ci fosse stato l’aumento del costo dei carburanti che abbiamo visto in questo periodo, ci sarebbero state le piazze in base. Questo cosa ci dice? ci dice, che lo diceva il presidente dell’Arci prima, che il tema di chi controlla i meccanismi di informazione, neanche le televisioni, ma i meccanismi di informazione, è un tema fondamentale perché se non si passa da lì ed è la necessità di una battaglia, perché i meccanismi di controllo di luoghi come quelli che sono diventati la vera arena politica, la vera piazza di discussione, non possono non essere controllate dal pubblico da un punto di vista di trasparenza e regole, altrimenti noi questa cosa la perdiamo. Dentro questo quadro ha costruito un rapporto di forza che perché lo diceva Ciconte dall’altra parte c’è una lobby potentissima che si muove per evitare ogni cambiamento che possa danneggiare economicamente.
Quindi chiusa questa parte, diciamo, torno alle cose un po’ più strette. Il tema della mobilità collettiva è un tema di sopravvivenza anch’esso. Nelle grandi città stati come queste subiscono effetti di climatici di accelerazione dalla totale assenza di un sistema di mobilità collettivo che funziona. Se noi non non iniziamo a domandarci come quando ci dicono questa è un’estate che rimpiangerete a parte programmare il suicidio al 31 di maggio del 2027 dovremmo provare a ragionare intanto su come sopravviviamo. Io so che nel dibattito ambientalista questo tema di puntare tutto sulla sopravvivenza e la riduzione del danno è discusso. Ma intanto dobbiamo intanto superarli quell’estate. Io credo, guardate, che l’effetto di un potenziamento della mobilità collettiva nelle grandi città è un effetto ormai che riguarda la condizione di vita dentro quelle città. E su questo non ci sono balle e non ci sono ricette e non ho un progetto. Su questo vanno spostati circa 1 miliardo di euro sul Fondo Nazionale Trasporti. Se non lo fai, togliendolo da qualche parte, mettendolo da qualche altra parte, noi possiamo avere, e spesso discutiamo di questa cosa, mezzi pubblici belli, puliti all’idrogeno, che non consumano nulla ma che non prende nessuno. Questo è il punto. E a proposito di desertificazione, la desertificazione dei sistemi di mobilità collettiva ormai è come l’avanzata del deserto in Sicilia. Ci sono intere regioni, intere città che la mobilità collettiva non sanno neanche che cosa significhi. Non concentriamoci, vi prego, sulle tariffe. Ho sentito anche nel dibattito del centrosinistra la gratuità per gli studenti. È una trappola. È una trappola. È una trappola che sposta il punto di attenzione. Il trasporto pubblico non è per gli studenti che già lo prendono da quella parte. Il trasporto pubblico deve servire al manager, deve servire all’operaio, deve servire all’immigrato, come succede a Londra. Devi prendere quel mezzo interclassista e tutti devono fare quella scelta. Il punto è in spesa corrente spostare risorse perché altrimenti se una persona non può arrivare da casa sua sul luogo di lavoro, anche con un costo più alto del biglietto che non sarà mai comparabile col costo del carburante, perché non si spostano a Milano il costo del biglietto è ancora più basso del carburante, eppure tu non hai ancora uno shift modale sufficiente perché il tema non è solo il costo del biglietto, il tema è la capacità che hai di spostarti da A delle rotture di carico, ma sapendo che tu quel servizio lo hai sempre, lo hai puntuale, lo hai pulito ed efficiente. Questo però non si fa gratis. Questo significa disposti alcune risorse da alcune partite, per esempio a tutti i temi che riguardano le incentivazioni sull’auto, che riguardano le incentivazioni sul carburante anche per l’autotrasporto e gli sposti sulla mobilità collettiva, sul servizio.
Poi c’è un tema infrastrutturale che dicevo prima e concludo su questo, nel quale noi avremo una discussione complicata perché una discussione io mi è capitato, ho visto che il Pd e le forze diciamo del campo largo si stanno molto interrogando questa volta sui trasporti. Sono ben contento. Attenzione perché lì non ce la caveremo dicendo risorse pubbliche perché siamo in un deficit tale che dobbiamo provare a immaginare come mantenere il controllo pubblico in un quadro di risorse che sarà complicato sul piano dell’infrastruttura e non possiamo farne a meno perché gli effetti climatici sui porti, gli effetti climatici sulle reti autostradali e ferroviarie non sono optional. Se non le affronti salta il sistema. Questo significa intervenire, interrogarsi sulle risorse, fare delle scelte chiare e vincere una battaglia culturale a partire dall’uscire dalla disperazione. Possiamo farcela, possiamo ancora provare a cambiare, ma quello è l’asse ed è un asse che produce buona occupazione, è un asse che produce produttività del paese, competitività del paese, è un asse che produce benessere. Lo dico sempre, nei posti dove il sistema di trasporto e infrastrutture funziona si vive meglio. Si vive meglio. La nostra vita è migliore. L’auto peggiora la nostra qualità di vita. non solo il nostro sistema ambientale, la nostra qualità della vita. Questo significa costruire su questo movimento culturale rapporti di forza che possano al momento opportuno dire quelle risorse da lì vanno là. Perché se non facciamo questo o immaginiamo un mondo che non c’è risorse infinite e va bene in campagna elettorale, ma dopo la campagna elettorale questa cosa non va bene più e oppure costruiamo il, come posso dire, un movimento culturale che su questo coglie questo elemento. Penso che iniziative come queste da molti anni e frequento, servano molto sia nell’interscambio sia nella costruzione di rilevazione, sia nell’apprendere come ho fatto dai vostri interventi tutta una serie di cose sull’agricoltura che non mi hanno rassicurato, ma almeno insomma vado via consapevole di alcune questioni. Grazie.
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Barbara Meggetto, presidente Legambiente Lombardia
Allora, ringraziamo tutti i nostri nostri ospiti. Insomma, mi sembra che siano uscite delle considerazioni importanti. ne cito qualcuna sicuramente fare alleanze con mondi diversi, insomma, a partire dall’agricoltura, gli ambientalisti con gli agricoltori all’interno dello stesso mondo dell’agricoltura, il cambiare l’agricoltura, quindi ad esempio meno fertilizzanti e anche col meno esigenti d’acqua, ad esempio, come le abbiamo viste fino adesso, un sistema collettivo di trasporto che è fondamentale e che, come dire, va nella direzione anche di favorire il il cambiamento climatico, o meglio e rallentare il cambiamento climatico, che il cambiamento climatico ne abbiamo già abbastanza, quindi insomma come dire cose adesso le ho riassunte molto brevemente, molto male, ma per fare una sintesi super veloce, vi consiglio solo un libro che ha a che fare con un po’ di tutto quello che ci siamo detti oggi, ma in particolare col cambiamento climatico di Bruno Arpaia, il primo, diciamo, dei due volumi, perché uno segue l’altro, si chiama qualcosa là fuori, parla di un mondo al 2100. Beh, leggetelo perché è interessante capire quante delle cose che abbiamo detto oggi potrebbero anche essere, pur in un romanzo, come dire, essere quantomeno da considerare e da vedere anche in un’ottica, insomma, di non caderci dentro così proprio senza consapevolezza. Grazie davvero a tutti e do la parola a don. Eccolo lì,
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Don Giusto Della Valle, Parroco di Rebbio
Parlo da qui così son più veloce. Stiamo concludendo, quindi da prete mi avrebbe da dire andiamo in pace. Però poi va interessato il discorso sugli umanoidi. Nella chiesa si parla di crisi vocazionali, ci sono pochi preti, potrebbe essere cambi presidi, no? Un’ottima idea quella di preto e visto che c’è un calo demografico, magari i piccoli sarebbero piccoli bambini di qui fuori nel parco della parrocchia, organizzare il grest in futuro, insomma. Scusate, volevo dire alcune cose brevissime. L’economia di pace fondata sul progetto di uomo e di società e sul quale occorre interrogarsi perché se pensiamo che l’uomo ideale sia l’uomo super tecnologico, ma magari vuoto dentro, incapace di relazione, allora vuol dire che stiamo andando magari verso una direzione che può essere un po’ la moda che segue che segue la corrente la corrente del momento. Allora, qual è il progetto di uomo, di società? Eh, la tradizione cristiana dice che il progetto giusto di società è quello della della fraternità universale, della condivisione dei beni, del mettere i beni in comune, non l’accumulo dei beni, ma i beni messi in comune, distribuiti in modo equo, da qualcuno che provvede a una distribuzione in modo equo.
Si è parlato di cambio del clima. Ecco, se ognuno cerca di avere il suo climatizzatore in casa, non facciamo altro che aumentare il calore. Se a piano terra ne mettiamo uno per tutti assieme o magari tre, quattro persone anziane si mettono assieme e un climatizzatore unico, magari vedovi e vedove, magari viene fuori anche qualcosa di allegro per il futuro della vita, no? Non si sa mai. Quindi il mettersi assieme perché il Covid c’ha non c’ha resi migliori, ci ha resi peggiori, perché ognuno cerca la soluzione individuale. Qui attorno ci sono tante piscine, esempio, no? Ognuno chi ha un po’ di soldi si fa la sua piscina, la sua piscinette, no? Quelle gonfiamo. Perché non mettersi insieme e farne una per tutti i bambini del quartiere, no? E poi alla fine magari dopo i bambini vanno i nonni così fanno i fanghi, no? Perché alla fine scherzo un po’ ecco un’economia di pace.
Le case, i beni del popolo, le case popolari, le strutture popolari vanno restituite al popolo. Lottare perché ciò venga. Le case popolari devono tornare al popolo, le scuole chiuse devono tornare al popolo, le case ale devono tornare al popolo e per questo occorre lottare, altrimenti non accadrà assolutamente assolutamente nulla.
Attiro, visto che è anche un tavolo politico questo, alcune attenzioni. Perché in Italia non proponiamo il decreto flussi? Scusate, perché non proponiamo una sanatoria alla Sanchez sempre che ci arrivi? E occorre che le coalizioni di sinistra abbiano questo coraggio di proporre una sanatoria che permetta a 500.000 persone circa di mettersi in regola, di vivere bene, poter avere una casa, un lavoro, un accompagnamento sanitario. Occorre questo coraggio, quindi, sbilanciarsi anche in questa direzione. Il decreto flussi non funziona in Italia, occorre farlo funzionare anche come differimento al calo al calo demografico.
Non si parla del genocidio che sta producendo il 30% di tagli. all’Organizzazione Mondiale della Sanità da parte degli Stati Uniti. Un genocidio che porterà, si dice, dai 6 ai 24 milioni di morti, soprattutto in Africa, per mancanze di cure nei prossimi 25 anni. Quei genocidi silenziosi che non si vedono, ma di cui non si parla, però basta sentire chi opera negli ospedali della parte est dell’Africa.
Infine, l’altro giorno hanno arrestato condannato qui vicino in canton Ticino un mafioso di Fino Mornasco, appartenente all’andrina di Fino Mornasco. L’ultima operazione antimafia chiamata ITRA della Procura di Milano ha portato arresti che hanno messo in evidenza la collaborazione tra le tre grandi mafie italiane. Han sequestrato un qualcosa come 500 milioni di euro. Questa è un’economia che finale che funziona eh che va alla grande e che trova un territorio lombardo generalmente addormentato e classi politiche che se la prendono coi migranti anziché prendersela coi mafiosi. Grazie.
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Giulio Marcon, co-portavoce di Sbilanciamoci
Io vorrei ringraziare ancora una volta don Giusto perché in questi anni ha sempre sostenuto questo evento la realizzazione di questo evento, ci ha dato veramente una mano ospitando studenti, volontari, mettendo a disposizione le sedi di insomma facendo tutto quello che era possibile per perché questa iniziativa si realizzasse. E ovviamente c’è una particolare simpatia perché giusto, scusa, dire un prete disobbediente, possiamo dirlo, ma d’altronde nei Vangeli nei Vangeli diciamo io non sono non sono esperto della materia, ma insomma di era anche lui, insomma, un bel disobbediente, insomma, no? Quindi diamo un esempio che poi è giusto seguire, nel senso che la disobbedienza alle leggi ingiuste, la disobbedienza a quello che di disumano avviene nella nostra società è solo leo, ma necessario. C’era un democristiano Dossetti che voleva inserire il principio di resistenza nella Costituzione. Poi purtroppo, la sua proposta non fu non fu approvata, però la resistenza e la disobbedienza quando sono fatti in nome di valori più alti, valori del diritto all’abitare, i valori del diritto allo studio, il valore del diritto a avere un futuro di obbedienza necessaria ed è un valore positivo, come naturalmente l’obbedienza alla Costituzione, cosa che non fa questo governo, è ugualmente un valore positivo.
Grazie poi a Francesca Tuliani e a Alessandra Izzianci che sono qui e con noi hanno collaborato, lavorato in questi mesi per la realizzazione di questo evento. Grazie a Giampaolo, a Danilo, a tutti, fatti tutti noi gli amici e le amiche di Como e degli altri comuni, diciamo, della rete comasca della della pace, di tante altre organizzazioni che hanno collaborato a questa iniziativa.
Io penso sia stata, posso dire una giornata, come purtroppo facciamo sempre noi, molto densa, con tanti interventi, molto eh posso dire con con tanti contenuti, però la la l’edizione di quest’anno è stata secondo me molto buona perché la qualità degli interventi, dei contributi che ci hanno portato i nostri amici sono stati dei contributi significativi. Quello che è importante non è solo discutere, ma fare sono le pratiche. sono le pratiche sociali, le pratiche sociali accanto agli ultimi, stare sempre, come si dire in prima linea, ecco, in un termine con un espressione non dovremmo usare per difendere le persone e per lottare insieme a loro. Io penso che anche questo sia un messaggio che noi vogliamo lanciare. Continuiamo a studiare, continuiamo a confrontarci, continuiamo a essere, come si direi di questa elaborazione collettiva, ma continuiamo a lottare perché questo è quello che purtroppo dobbiamo fare di fronte alle tante ingiustizie e diseguaglianze che abbiamo di fronte. Grazie ancora.
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Gianpaolo Rosso, Arci provinciale Como
Telegraficamente sempre allegri dobbiamo stare perché il nostro piangere fa male a me, perché, come è stato detto, non serve un programma, serve un sogno e non può essere un incubo. ottenere che la nostra lotta sociale, anche aspra, anche dura, anche radicale, passi anche dalla gioia, è una condizione indispensabile politicamente e personalmente. Forse su questo abbiamo ancora molto da lavorare. Vediamo l’orrore, vediamo gli errori anche i nostri, ma abbiamo una certa difficoltà a porci nella trasformazione, nella rivoluzione in modo pronto anche alla gioia.
Non solo, abbiamo parlato di convergenze, abbiamo giustamente, io lo condivido pienamente, compreso la necessità di stare insieme, sbilanciamoci, è un caso evidente in cui stiamo insieme e stiamo bene insieme, però forse abbiamo dimenticato la necessità di un almeno di altri due piani di convergenza. Il primo piano è quello che assegna certamente alla politica della rappresentanza l’importanza che ha e che deve avere e che è giusto che abbia. Ma c’è un altro piano che è quello dell’azione, dell’azione diretta, dell’azione collettiva e dell’azione individuale che forse dovremmo sviluppare di più insieme a quello della rappresentanza politica e non in antitesi a quello della rappresentanza politica.
Nella giornata di oggi c’è una parola che forse dobbiamo aggiungere tra le meravigliose tante. Io ho imparato tantissimo e sono, come dire, tutte le volte felice di stare qui un po’ sudato, ma felice. E la parola che forse è mancata, che in questi giorni ha avuto anche un grande sviluppo a proposito della questione di Gaza e non solo, è l’idea del boicottaggio, l’idea di usare i consumi come modalità rivoluzionaria, l’idea del disinvestimento e poi, ma qui siamo nuovamente piano politico, quello delle sanzioni.
L’altra sintesi e qui approfitto per invitarvi al banchetto regale che offriamo tra poche tra pochi minuti, tra poche decine di minuti al Gloria, a Como, al coronamento gioioso della nostra avventura di oggi e poi è quello del mettere insieme formale e informale. Noi non vogliamo seppellire nessuno, non vogliamo che le nostre risate seppelliscano neppure la Meloni, forse su Vannacci, ma insomma lasciamo perdere. Ma vorremmo e per questo c’è uno spettacolo che chiude la giornata di oggi, è un concerto teatrale, un concerto di insieme tante compagnie che si mettono insieme per festeggiare i reo, speriamo, di felicità. Siete invitati.
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