L’altra Cernobbio/ All

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Un’economia di pace – XVI Forum nazionale dell’Altra Cernobbio 5 settembre 2026

Trascrizione/ Apertura de L’altra Cernobbio/ L’impatto della guerra sull’economia e la società

Testi ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Julia Mattesini, stagista della Castellini, Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni. Trascrizioni non sottoposte a revisione da parte dei relatori e delle relatrici.

Testi ottenuti dalla trascrizione dei video da Youtube rivisti con la, poi redatti da Julia Mattesini, stagista a ecoinformazioni della Scuola arti e mestieri G. Castellini, da Amelie Di Matteo e Giulia Rho, della redazione di ecoinformazioni. Trascrizioni non riviste da3 relatur3.

Danilo Lillia, Arci provinciale Como

Buongiorno a tutte e a tutti. Direi che possiamo iniziare questo nostro forum di Sbilanciamoci 2026. Sono Danilo Lillia dell’Arci di Como. Io amo dire Arci-Anpi di Como e ho il piacere di potere aprire questa sessione di quest’anno di Sbilanciamoci. Ancora una volta siamo qui a Cernobbio grazie all’organizzazione Sbilanciamoci e Rete Italiana Pace e Disarmo e poi dopo ringrazierò anche altri. sono felicissimo, Al mio fianco quest’anno ci sono Cecilia Begal, portavoce o co-portavoce di Sbilanciamoci. Qui c’è una sorta di passaggio generazionale e lo dico anche a Giulio Marcon e mi fa molto piacere. Il tema di quest’anno, voi lo saprete, è l’impatto della guerra sull’economia e la società. Quindi un tema particolarmente importante ed è difficile anche da affrontare. Sono felice di trovarmi ancora in questo luogo che ci ospita dopo che l’amministrazione comunale di Cernobbio negli ultimi anni ci ha negato la possibilità di poter svolgere in un ambiente, diciamo, più laico e più istituzionale questo forum e quindi ringrazio particolarmente la parrocchia di Cernobbio. Voglio iniziare comunque con i ringraziamenti che sono dovuti alle persone, ai soggetti che hanno permesso questo evento. Innanzitutto, non è un ordine, è un ordine casuale: ringrazio la Cgil Nazionale che è sempre presente, la Cgil Lombardia che è sempre presente, molto vicina non soltanto dal punto di vista economico, ma anche da un punto di vista delle relazioni e del contributo che ci viene dato. Ringrazio la Flai Cgil, un altro pezzo importante di questa storia di Sbilanciamoci. Ringrazio la Filcams Cgil e la Cgil di Como che ha contribuito alla realizzazione di questo evento. Poi sicuramente un altro ringraziamento è dovuto all’Arci, l’Arci Nazionale e in particolare all’Arci di Como. All’interno dell’Arci di Como, mi permetto, anche perché sono anch’io socio, a ecoinformazioni e al Circolo Arci Terra e Libertà. Grazie a ecoinformazioni che organizza e che segue tutta la struttura della comunicazione, anche in questo momento sta registrando e poi porterà all’esterno tutti i temi che noi andremo a trattare con un impegno e una professionalità importante fatta da tanti giovani e giovani. E Terra e Libertà che segue l’aspetto logistico. Poi personalmente voglio ringraziare appunto lo staff di Sbilanciamoci, oltre al coportavoce Giulio Marcon, soprattutto anche a tutte le collaboratrici di Sbilanciamoci che veramente sono preziosissime e che svolgono un lavoro molto importante. Spero di non avere dimenticato nessuno, di avere citato a Como anche il Coordinamento Comasco della Pace che parteciperà anche nelle varie sessioni e che ha dato anche il suo contributo, credo che sia importante. Ringrazio comunque anche tutti i relatori e le associazioni che i relatori stessi rappresentano che sono qui per portare il loro contributo, che ritengo estremamente importante perché oltretutto loro portano la sintesi di quello che durante tutto l’anno svolgono, e dopo lo vedrete e ne riparleremo. Concludo prima di passare la parola a Cecilia con un pensiero, permettetemi di esprimerlo, lo faccio tutti gli anni, con un pensiero, con delle parole che voglio dire sommessamente, ma che vogliono essere un grido per coloro che si ritrovano anche al lago di Como in questo momento a discutere del futuro di un mondo che poi non so se è quello occidentale oppure se questo mondo occidentale pensa di parlare di tutto il mondo, di tutto il globo, e rappresentarlo in un luogo sicuramente bellissimo, esclusivo, dove parlano di crescita. Ho sentito ieri sera parte della TV proprio cercando di capire i temi che vogliono affrontare e come vogliono affrontarli. Li ho sentiti parlare di crescita, crescita di percentuali, di investimenti, di confronti, di letture che si fanno anche in modo parziale dei dati economici. Ma sento parlare più di un’economia che riguarda il profitto, le ricchezze, il potere, e non di un’economia che invece riguarda le popolazioni, i popoli. Le misurazioni infatti da noi vengono fatte con il Pil, che non riguarda il benessere di una società, ma il prodotto interno lordo che viene svolto poi non si sa bene come e in che modo. E volevo fare una riflessione facendo questo discorso: chiedo scusa se ancora una volta, testardamente, siamo qui in questo bellissimo luogo per parlare, per confrontarci, per esprimere delle proposte sull’impatto devastante che hanno le guerre sulla società, sugli uomini, le donne, i bambini e le bambine. Chiedo scusa se continuiamo a sostenere che la pace non è assenza di guerra, che la pace non si realizza pensando alla costruzione di armi sempre più potenti e devastanti e pensando che questo possa portare alla pace, perché questo è un discorso che viene riportato. Ma la pace è il risultato di un processo che mette al centro non la forza, il denaro, il potere, la ricchezza, ma semplicemente la Terra con tutti i suoi esseri viventi. Chiedo scusa se riteniamo non essere utopia pensare di convertire le aziende che producono bombe, missili, droni, cacciabombardieri, carri armati con scuole, ospedali ed elicotteri che servono per il servizio civile contro gli incendi, come abbiamo visto anche a Como; è una cosa che si può fare. Chiedo scusa se diciamo che questo si può fare, si può realizzare, e riprendendo uno slogan storico ma assolutamente attuale e valido oggi e domani: un altro mondo è possibile e noi siamo qui e vogliamo contribuire a realizzarlo.

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Cecilia Begal, co-portavoce di Sbilanciamoci

Io mi unisco ai ringraziamenti di Danilo e vi do il benvenuto all’Altra Cernobbio. Anche quest’anno siamo qui, mentre a 700 metri, dall’altra parte del lago, abbiamo il Forum Ambrosetti, per dimostrare — dove il generale Vannacci viene trattato come un ospite d’onore proprio in queste ore — che esiste un’altra Cernobbio. Una Cernobbio fatta di associazioni, di persone, di movimenti e di reti che ogni giorno tengono in piedi i territori e fanno comunità. La 16ª edizione dell’Altra Cernobbio cade in un anno che non possiamo raccontarci come uno dei tanti. La democrazia in Europa e in Italia è sotto attacco. Abbiamo governi che restringono il dissenso, parlamenti che vengono scavalcati da logiche e decreti emergenziali, e abbiamo un’informazione sempre più concentrata in pochissime mani e censurata. Abbiamo spazi di partecipazione sempre più ristretti e confini sempre più militarizzati. Stiamo assistendo a una democrazia che viene smontata pezzo per pezzo, nel silenzio complice di chi questa democrazia dovrebbe garantire. E la si smonta insieme a un’altra cosa: la si smonta assieme alla pace. Il riarmo è di fatto diventato senso comune imposto dall’alto. Abbiamo governi e bilanci europei e nazionali che vengono riscritti per finanziare l’industria bellica, e RearmE che diventa di fatto il nuovo nome della ragione di Stato. Il complesso militare-industriale detta l’agenda di governi che si dicono democratici e all’interno della cui Costituzione c’è scritto che ripudiano la guerra. La militarizzazione dell’economia è poi la militarizzazione della vita quotidiana e della società di tutti i giorni. Ed è quello di cui vorremmo parlare oggi: il fatto che si stanno militarizzando i confini, le periferie, e perfino il linguaggio con cui parliamo di crisi climatica, di migrazione, di conoscenza, di cultura e di conflitto sociale. È dentro questa cornice che va letta la repressione dei movimenti in Italia e in Europa. In Italia quest’anno abbiamo assistito a una vera e propria stagione di sgomberi: a partire da Milano, dal Leoncavallo, per poi passare per Torino, per l’Askatasuna, e in questi giorni tutti i nostri occhi sono puntati su Spin Time a Roma. Spazi che da decenni facevano welfare dove lo Stato si è ritirato, dove lo Stato non arriva. Sappiamo che ogni sgombero non è solamente la cancellazione di un luogo, ma è la cancellazione di relazioni, di reti di mutuo soccorso e di persone che hanno deciso di ribadire che gli spazi pubblici appartengono alla comunità e non alla rendita. E poi c’è quest’estate. Non possiamo aprire un forum sull’economia proponendo un modello di sviluppo alternativo e sostenibile senza parlare del fatto che in Europa abbiamo appena vissuto l’estate più calda di sempre. Giugno e luglio sono stati i mesi più caldi; luglio in Italia è stato il mese più caldo dal 1950. Abbiamo il 60% del territorio italiano in stato di fortissima siccità e dall’inizio dell’anno si stimano già 3 miliardi di danni nel settore agricolo causati dalla crisi climatica. Quindi la crisi climatica non è più una previsione del futuro, ma è la cronaca di agosto, la cronaca di luglio e sarà la cronaca dei mesi che verranno. Quello che continuiamo a dire è che non si tratta di un problema tecnico da correggere con un po’ più di tecnologia o innovazione verde all’interno dello stesso modello: è il modello stesso che si basa su un’idea di crescita infinita su un pianeta finito, sullo sfruttamento continuo di risorse umane e non umane, e su una logica di profitto che continua a decidere cosa vale e cosa no, causando insieme guerre, disuguaglianze e collasso climatico. La pace che rivendichiamo non vuole essere un’aggiunta gentile allo stesso modello, ma un’altra economia che mette al centro il clima, i limiti biofisici del pianeta, l’uguaglianza e la ridistribuzione della ricchezza e del potere. Non lo diciamo in modo astratto, ma lo facciamo attraverso pratiche di un’altra idea di sicurezza: quella di una trama fitta, non la sicurezza intesa come sgomberi e identificazioni. È l’idea di sicurezza che si basa sulla convergenza, sull’intersezionalità delle lotte e su una trama fitta che regge anche quando un singolo filo viene reciso dall’esterno. Resistere insieme non vuole essere uno slogan da striscione, ma è un metodo di lavoro ed è l’unica scala capace di reggere il confronto con un potere che si organizza, si coordina e soprattutto si arma. Se loro in queste ore al Forum Ambrosetti stanno facendo sistema per la guerra, noi qui vogliamo fare sistema per la pace, per la terra e per un sistema di cura a misura d’uomo. Non lo diciamo in modo astratto, è quello che facciamo da anni come campagna delle associazioni della società civile: ogni anno con la campagna Sbilanciamoci!, con la Controfinanziaria, con la Staffetta Antifascista, con le Carovane per la Pace e qui a Cernobbio. Tutte quelle iniziative che ci vedono scendere in piazza e mobilitarci insieme per un’altra economia fondata sul disarmo, sulle politiche di welfare, sulle politiche di cooperazione, su salari giusti, sul diritto di asilo, sulla libertà di movimento, sull’uguaglianza e su un modello di sviluppo ancorato alla giustizia climatica. Lo facciamo attraverso proposte concrete, attuabili e attuali fin da subito, di cui discuteremo assieme nel corso della giornata. Adesso inizieremo con la prima sessione dedicata alla militarizzazione dell’economia e della società. Dopodiché, nella seconda sessione, riflettiamo insieme sulle conseguenze di questi processi sul lavoro, sulla globalizzazione e sulle produzioni. Nel pomeriggio, dopo il pranzo collettivo, andremo più nello specifico e nel dettaglio delle proposte: quali sono le proposte concrete per raggiungere e realizzare questo modello di sviluppo che vogliamo. Grazie e buon lavoro a tutti e a tutte.

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Trascrizione/ Sessione I/ La militarizzazione dell’economia e della società

Testi ottenuti dalla trascrizione dei video da Youtube rivisti con la, poi redatti da Julia Mattesini, stagista a ecoinformazioni della Scuola arti e mestieri G. Castellini, da Amelie Di Matteo e Giulia Rho, della redazione di ecoinformazioni. Trascrizioni non riviste da3 relatur3.

Roberta Capone, segretaria generale Flc Cgil Como

A tutti e a tutte, permettetemi un ringraziamento alla rete Sbilanciamoci, alla CGIL, all’Arci per questa occasione di confronto. Parlare di pace e di riarmo per noi non significa occuparsi di qualcosa che sta fuori dal nostro mondo. Al contrario, significa parlare esattamente di ciò che ci riguarda tutti i giorni, perché la guerra ha un costo e quel costo non è soltanto quello drammatico, purtroppo, delle vite umane. È un costo sociale, economico e democratico che ricade soprattutto sulle persone che lavorano, sui giovani, sulle famiglie e sui territori, perché ogni euro destinato agli armamenti è un euro che non può essere investito in welfare, sanità, scuola, ambiente e politiche sociali.

Io sono Roberta Capone, la segretaria generale della Flc Cgil di Como, l’organizzazione che tutela i lavoratori e le lavoratrici del mondo della scuola e della ricerca, e oggi insieme a Massimo Alberti, giornalista di Radio Popolare, coordino questo tavolo, questo panel sulla militarizzazione dell’economia e della società. Io, prima di lasciare la parola a Massimo, ovviamente ritornerò sul tema perché credo che sia, soprattutto in questo momento storico, importante parlare anche di una cultura della militarizzazione, una cultura della guerra che si sta insediando sempre di più nella nostra società; e inevitabilmente parlare di scuola non può essere un argomento da tenere in secondo piano, perché è da lì che si formano le future generazioni. Per cui ritornerò sicuramente su questo argomento, perché quando le risorse pubbliche vengono destinate sempre di più al riarmo, inevitabilmente dobbiamo chiederci quali risorse rimangono per tutto il resto: per scuola, sanità e servizi pubblici. Oggi siamo qui perché abbiamo fatto una scelta ben diversa: crediamo che la sicurezza non si costruisca con più armi, ma con più diritti. Per cui lascio la parola a Massimo, che poi presenterà anche gli altri interventi. Grazie.

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Massimo Alberti, Radio Popolare

Buongiorno anche da parte mia. Non preoccupatevi se vedete prevalentemente maschi sul palco, perché poi in realtà il rapporto si invertirà, per cui manteniamo un equilibrio di genere ben saldo. Se siamo qui, evidentemente, è perché abbiamo un problema. Il problema lo spiegavano molto bene Daniele e Cecilia nella presentazione di queste due giornate: c’è un tentativo in atto, anche piuttosto pesante e forte, di permeare la società in cui viviamo di una retorica bellicista che parte dai media e di tenerci in qualche modo sotto una cupola anche piuttosto cupa — scusate il gioco di parole — dove la minaccia di guerra incombente dovrebbe poi condizionare non solo le nostre scelte economiche e politiche, ma anche le nostre scelte di vita.

In quest’oretta, oretta e mezza, cercheremo proprio di raccontare questo: sia per illustrare cosa sta succedendo e cercare di leggerlo, sia per darci degli strumenti per riconoscerlo e contrastarlo. Ci torneremo poi con i nostri primi ospiti. Da un bel po’ con Sbilanciamoci e con Alleanza Clima Lavoro ci stiamo interrogando su come questa retorica bellicista stia entrando all’interno dei settori produttivi ed economici, cercando di dare un peso sempre maggiore alle produzioni militari rispetto a quelle civili. Se ce la stiano facendo è chiaramente una domanda. Così come è una domanda quanto questo avvenga in vari ambiti della società. Roberta parlava prima della scuola, che in questo momento è un tassello fondamentale, con una presenza sempre più invasiva dell’apparato militare che cerca di entrare nelle aule, così come sempre più invasiva è la presenza militare sui territori. L’Italia, lo sappiamo, è ricca di basi militari.

Per poi arrivare a un tema generale che sta entrando anche nella legislazione, una legislazione che cerca di restringere il dissenso: perché è chiaro che una situazione di questo genere — che vede la popolazione italiana abbastanza riottosa nell’accettare questa retorica di guerra — genera dissenso, e l’impostazione e la retorica militare entrano nella legislazione proprio per cercare di limitare gli spazi possibili di dissenso. In questo quadro, l’intervento iniziale che vi proponiamo oggi ha bisogno di poche presentazioni, perché credo che tutti conosciamo Emergency, il ruolo materiale che svolge sul campo e ormai anche nei nostri territori per dare supporto alle vittime di guerra e alle vittime della mancanza di stato sociale nelle nostre città, che indirettamente sono vittime dello spostamento di risorse verso l’economia militare. Emergency è anche il nostro faro ideale nel cercare di tenere salda questa impostazione e questa battaglia, che sarà dura contro il tentativo di imporci una società sempre più militarizzata.

Dovrebbe già essere in collegamento la presidente di Emergency, Rossella Miccio, che salutiamo e ringraziamo e a cui volentieri cedo la parola. Aspettiamo un secondo. Perfetto, ti sentiamo Rossella.

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Rossella Miccio, presidente di Emergency

Perfetto. Buongiorno a tutte e a tutti. Scusate, come al solito ogni anno lo dico, ma purtroppo la concomitanza con il nostro festival a Reggio Emilia non mi permette di essere in presenza con voi. Però per me era importante salutarvi e soprattutto condividere e rafforzare questi legami che sono fondamentali per tutte le motivazioni che dicevate prima.

Io stamattina, svegliandomi, leggevo il giornale e continuo a sorprendermi di come sia possibile che anche in una struttura e iniziativa come il Forum Ambrosetti — insomma, abbastanza istituzionale e seria — i commenti fossero: “Siamo interessati ad ascoltare le proposte di Vannacci”. Ecco, a me questa cosa lascia continua a stupirmi: di quanto velocemente ci adattiamo a questa radicalizzazione del discorso politico e sociale su temi e con linguaggi che sono assolutamente quelli della guerra. Noi la conosciamo direttamente la guerra, quella vera, quella con le bombe e sempre più con i droni, ed è frustrante, soprattutto in un Paese come l’Italia, ritrovare le stesse logiche e le stesse dinamiche all’interno del discorso pubblico.

Quindi penso sia fondamentale continuare e avere il coraggio — perché di questo stiamo parlando — di proporre invece non solo una narrativa diversa, ma un approccio e delle soluzioni differenti, che saranno sempre meno mainstream. Questa sarà la vera sfida ormai da un po’ di tempo: dobbiamo trovare strade sempre nuove per riuscire a far passare questa visione alternativa della società e del mondo, che secondo me è anche estremamente pratica e realistica, molto più di quella bellicistica che ci propinano. In un mondo in cui basta che un signore si svegli al mattino e, magari a causa del clima troppo caldo, perda la ragione, ci vuole poco a fare un errore e schiacciare un pulsante che sgancia una bomba capace di cancellare intere comunità. Il rischio è reale.

Quello che non è facilmente trasmissibile alle persone è quanto si possa e si debba lavorare tutti insieme, dal singolo individuo alle realtà associative. Le scuole sono fondamentali per provare ad agire, perché vi dico sinceramente che a volte mi ritrovo abbastanza sconcertata da quello che vedo, non solo in Italia ma nel resto d’Europa, per non parlare degli Stati Uniti — ovvero la parte di mondo che dovremmo sentire più vicina dal punto di vista della cultura e dei valori e che invece ormai considera la guerra non solo una possibilità, ma qualcosa di desiderabile verso cui bisogna prepararsi. Questo è estremamente pericoloso.

Allo stesso tempo sono convinta che, almeno in Italia — non so dirvi in tanti altri Paesi d’Europa — ci sia una maggioranza della popolazione che non condivide questa visione. Lo dico non solo perché l’esperienza diretta di relazione con le persone ci dà questo feedback, ma perché, come tanti di voi, lavoriamo nelle scuole e nei nostri ambulatori in giro per l’Italia, che ci restituiscono l’immagine di periferie cittadine e zone agricole che non sentono così forte e urgente questo bisogno di guerra. Si sentono però, allo stesso tempo, senza strumenti per poter reagire. Il nostro compito è proprio quello di fornire non solo una visione diversa, ma degli strumenti diversi, ciascuno nel proprio ambito di lavoro.

Noi lo facciamo in ambito sanitario, ma sempre di più lavoriamo anche con le amministrazioni locali e, nell’ultimo anno e mezzo con la campagna Riprendiamoci il Comune, abbiamo trovato tantissima disponibilità all’ascolto e all’impegno civile e di cittadinanza attiva. C’è bisogno di coesione e di ricostruzione di un tessuto sociale che questa narrazione e politica mainstream stanno sfasciando — dalla riduzione dei finanziamenti per la cooperazione allo sviluppo, ai tagli al welfare, alla sanità, alla scuola, fino alla legislazione sempre più restrittiva iniziata nel 2017 con i codici di condotta per le Ong e arrivata ai vari decreti sicurezza.

Detto questo, non credo che nessuno dei presenti si lasci abbattere: il fatto che siamo tutti qui oggi testimonia la volontà di reagire. Spero sinceramente che ce ne sia il tempo, perché leggendo i giornali sembra che la corsa agli armamenti e la ricerca di un nemico vadano velocissime. Noi però non molliamo, anzi lavoriamo sempre di più insieme per proporre questa alternativa. Grazie davvero a tutte e a tutti, spero prima o poi di riuscire ad esserci di persona. Sappiamo che il percorso che abbiamo davanti lo portiamo avanti insieme. Buon lavoro. 

Abbiamo delle iniziative a cui devo partecipare di persona, quindi non riuscirò a rimanere collegata, ma ci sentiamo in continuazione e ci saranno altre occasioni per lavorare insieme. Buona giornata.

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Massimo Alberti, Radio Popolare

Grazie Rossella. Come dimostra la giornata di oggi, fortunatamente abbiamo una rete solida e ben avviata che lavora su questi temi. Michele De Palma, segretario generale della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil: io credo che in questo momento il sindacato abbia un ruolo estremamente complesso e anche piuttosto scomodo. Cito un episodio a cui peraltro c’eri anche tu, meno di un anno e mezzo fa, al convegno di Alleanza Clima Lavoro e Sbilanciamoci a Torino con i delegati dell’automotive. Iniziamo a chiederci cosa stesse succedendo all’interno delle loro fabbriche, se vedessero uno spostamento della produzione dal civile al bellico.

Sappiamo che l’Italia è sulla strada della deindustrializzazione: qualcuno ha pensato di vedere nella crisi dell’automotive un buon motivo per spostare quel tipo di produzione verso l’industria militare. Se allora ci chiedevamo se una fabbrica che produce biciclette da un giorno all’altro sarebbe passata a produrre proiettili, forse stavamo sbagliando bersaglio: quello che stiamo vedendo in questo anno è una produzione che sta mescolando la filiera civile a quella bellica. Le fabbriche continuano a produrre quello che facevano prima — metalli, robotica di precisione — ma hanno cambiato committente, inserendosi sotto la rete molto solida della principale industria bellica italiana, Leonardo.

Ecco perché parlavo di un ruolo scomodo del sindacato: sia perché dall’interno delle fabbriche può essere una sentinella per capire cosa sta succedendo, sia soprattutto perché contrastare questo scivolamento serve a evitare che chi lavora debba scegliere tra il tenersi uno stipendio o il produrre qualcosa che servirà alla nostra stessa distruzione. Credo che questa sia la vostra sfida per i prossimi mesi, ed è estremamente complicata perché immagino che le contraddizioni su questo siano pesanti.

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Michele De Palma, segretario generale Fiom Cgil

Ma io, vi dico la verità, di contraddizioni non ne sento, nel senso che la storia dei metalmeccanici e quello che abbiamo fatto nel corso degli ultimi anni penso sia abbastanza limpido e chiaro. I metalmeccanici della Fiom, insieme alle categorie della Cgil e a tutta la Cgil, hanno preso una posizione che nessun altro sindacato di grande rappresentanza in Europa e nel mondo ha preso. La Cgil è stata l’unico sindacato al mondo a decidere di scioperare contro il genocidio a Gaza, prima con 4 ore e poi con 8 ore di sciopero.

Lo dico nello specifico per i metalmeccanici: eravamo nel pieno del rinnovo del contratto nazionale, dopo un anno di trattative, e avevamo dovuto fare decine di ore di sciopero per il contratto. Mentre facevamo le assemblee unitarie con Fim e Uil, a un certo punto, dato quello che stava succedendo in Palestina, i metalmeccanici della Fiom decisero di scioperare. Vorrei che ci capissimo su un punto che riguarda la natura stessa del sindacato: se il sindacato si riduce a essere semplicemente un soggetto che contratta l’orario e il salario — tema fondamentale — ma perde la sua natura politica, cioè l’idea che il lavoro è lo strumento con cui una società sceglie di dotarsi dei beni e dei servizi necessari alla sua costruzione, si arriva a una scissione tra il lavoro svolto e la mercificazione della prestazione lavorativa. A quel punto, permettetemi di dirlo, il capitale ha vinto.

Io credo che il problema che abbiamo stia nel fatto che sia assolutamente indispensabile reagire. Si diceva che stamattina al Forum Ambrosetti è stato invitato il generale Vannacci. Nella storia, quando il capitale ha scelto e sdoganati interlocutori incostituzionali, neonazisti e neofascisti come il generale Vannacci, il preludio sul piano del rispetto della democrazia è un elemento che dovrebbe farci riflettere tutti. Il processo di normalizzazione del genocidio, della guerra, del fascismo, del maschismo e del razzismo — che addirittura sale in cattedra a spiegarci i futuri dell’economia — vuol dire che il capitale sta scegliendo di combattere il lavoro, perché il lavoro è l’unico soggetto in grado di contrapporsi a questa deriva.

Questo è lo scenario dentro cui siamo. È complicato, perché il punto è non salvarsi semplicemente la coscienza come gruppi dirigenti. Quando sono andato a fare le assemblee per lo sciopero sulla Palestina nel pieno dello scontro sul contratto o con fabbriche a rischio chiusura, trovavi anche chi diceva: “Ma cosa c’entra questo con il tuo ruolo da sindacalista?”. Quello che c’è nella società lo trovi anche dentro la fabbrica. Il punto è se le organizzazioni e le strutture democratiche — che ancora esistono, anche se non se la passano bene — decidano di fare questa battaglia.

Durante Genova 2001 chiamavamo la militarizzazione “guerra globale e permanente”. Quell’analisi non riguardava semplicemente il conflitto tra Stati, ma la guerra dentro gli Stati. Quello che vediamo negli Stati Uniti o dalle nostre parti — le ronde che rischiano di diventare un controllo delle contraddizioni sociali, o gli youtuber che vanno in giro con i carabinieri nelle metropolitane — sfocia nella legittimazione della violenza contro il disagio sociale delle nostre città. Ci stiamo abituando ad avere carri armati, o mezzi simili, davanti alle stazioni ferroviarie e ai militari che controllano i documenti. A me è capitato di essere fermato dalla polizia semplicemente perché indossavo una maglietta di Zerocalcare sulla Palestina. Questo è il processo di militarizzazione della società.

Il problema è capire che le questioni economiche e sociali sono quelle intorno a cui o si costruisce un’alternativa o non ci si può confrontare con chi deve portare a casa un salario per vivere. Dobbiamo liberarci da un inganno: la storia che ci raccontano da tempo sulla transizione metalmeccanica dalla produzione civile a quella militare. Per l’esperienza che sto facendo io, quando vi dicono che si crea occupazione investendo sul militare, la realtà è che stiamo chiudendo.

Certo, qualcosa produciamo anche in Italia, ma questa politica porta a un solo fatto: le armi le stiamo comprando dagli Stati Uniti, da Israele, insieme ai sistemi informatici di controllo della sicurezza. La narrazione per cui “al posto di fare la Panda faccio il carro armato” è smentita dalle imprese, che dicono che non è possibile. Sono stato convocato da Renato Brunetta al Cnel perché hanno fatto uno studio. Pensate: al Cnel dovrebbero studiare come fare la transizione verso il green, e invece gli è venuta la brillante idea di studiare la transizione dall’automotive al militare. Tutti gli abbiamo spiegato che non ci sono le condizioni: produzione e mercato non c’entrano nulla l’uno con l’altro. È un totale inganno.

Perché siamo passati dallo scontro sul Green New Deal al passaggio alla guerra? Me lo ricordo quando a Torino dissi: “Occhio, perché mentre discutiamo del Green New Deal, stiamo passando al Green War”. In Italia le industrie con il maggior numero di addetti e capitalizzazione sono tutte partecipate pubbliche: Leonardo e Fincantieri nella Difesa. Quando andiamo negli osservatori strategici a porre il tema degli investimenti sul pubblico e sull’economia civile, ricordo che siamo rimasti da soli a fare una battaglia — poi persa — sul fatto che Leonardo poteva produrre autobus elettrici. I governi che si sono alternati hanno fatto lo spin-off dell’unico pezzo pubblico di economia civile rimasto e lo hanno venduto a soggetti su cui ora c’è un’indagine della magistratura. Risultato: compriamo 10.000 autobus dalla Cina, ne facciamo 2.300 in Italia e teniamo la gente in cassa integrazione.

Il punto è: quale industria per quale futuro dell’Italia e dell’Europa? In Europa si discute dell’industria bellica come acceleratore. Quello che mi stupisce è che si possa andare in disavanzo per gli investimenti nelle armi, ma non per salvare l’elettrodomestico. In questa regione abbiamo una vertenza in corso, ieri abbiamo dichiarato altre 8 ore di sciopero su Electrolux: è meglio investire in un missile o in una lavatrice? Scusate la banalizzazione, ma l’Europa sta decidendo di investire sui missili e sta perdendo la struttura industriale dell’economia civile. Ci dicono ogni volta che l’elettrodomestico, l’auto o l’acciaio non si possono più fare perché il lavoro costa troppo e il mercato non li percepisce, ma nel frattempo ci indebitiamo per comprare armi.

Questo è il nodo industriale dentro cui ci troviamo. Per questo stiamo facendo una battaglia con il resto del sindacato europeo, chiedendo una manifestazione delle organizzazioni sindacali industriali a Bruxelles per intervenire esattamente su questa questione.

Chiudo dicendo che non è più il tempo in cui ognuno può pensare di difendersi dalla propria parzialità. Usando una metafora calcistica: non possiamo più giocare in difesa, perché alla fine la palla in porta te la mettono. Dobbiamo provare a giocare in attacco. Se vuoi cambiare l’economia e l’industria del Paese, considerando che il Patto di Varsavia è finito e neanche la Nato mi sembra messa benissimo (visti gli accordi di alcuni membri con altri Paesi, penso ad Erdogan con Pakistan e Arabia Saudita), bisognerebbe riaprire un dibattito politico. L’Italia dovrebbe candidarsi a essere un Paese neutrale, di una neutralità attiva, diventando nel cuore dell’Europa e del Mediterraneo uno spazio diplomatico di risoluzione delle controversie internazionali e un centro di ricerca e sviluppo per un’altra industria ed economia, fondata sulla democrazia.

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Massimo Alberti, Radio Popolare

Facciamo un passettino ancora più in là, perché il quadro descritto da Michele De Palma ha un impatto concreto sull’economia. L’idea di spostare la produzione civile verso il militare, o di inserire la filiera civile in una filiera verticale integrata guidata da Fincantieri e Leonardo, ha un impatto negativo. Nessuno ce lo dirà mai apertamente, ma gli studi dicono che un’economia spostata sul militare riduce il Pil e i posti di lavoro.

Paolo Maranzana, statistico economico dell’Università di Milano-Bicocca, è una delle persone che ha realizzato questi studi sull’impatto dello spostamento verso l’industria bellica. Gli chiedo di illustrarli, aiutandoci a capire cosa sta succedendo nella filiera e quali sono le potenziali conseguenze.

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Paolo Maranzano, Università di Milano-Bicocca

Il ruolo accademico è una brutta bestia!

Intanto vi ringrazio per essere qui ad ascoltare il mio intervento. Ammetto che l’intervento di Michele mi ha colpito profondamente, perché ha toccato sul piano economico, sociale e politico tutti i temi su cui proverò a dirvi qualcosa. Il compito che mi rimane è mettere alcuni punti nero su bianco: non è solo una questione etica o morale, bisogna avere riferimenti chiari e numeri per difendere motivazioni che vadano al di là del semplice “giusto o sbagliato”. Ci sono misure che permettono di capire il bluff che stiamo vivendo. Ho la sensazione che sia tutto molto gonfiato, una questione momentanea e congiunturale, a meno di un cambio radicale nella società in cui l’economia è solo la punta dell’iceberg.

Vi darò alcune indicazioni sui trend degli ultimi 15 anni sul processo di riarmo in Europa, per poi concludere parlando degli studi che abbiamo fatto insieme al gruppo di Sbilanciamoci, guidato da Mario Pianta, con cui abbiamo provato a quantificare numericamente quanto possiamo “portare a casa” da questo processo.

Parto da una considerazione: la questione della guerra anche in Europa non l’abbiamo mai davvero accantonata. È una bellissima storiella quella che ci raccontiamo sui 70 anni di pace e sulle armi che da noi non si usano più, ma non è esattamente così.

Storicamente non abbiamo mai visto livelli così elevati di spesa in armamenti militari come negli ultimi 3-4 anni. Terminata la Guerra Fredda avevamo iniziato un processo di disarmo, con una spesa mondiale in calo. Ma anche questo è vero solo in parte: semplicemente fino agli anni 2000 gli Stati Uniti hanno leggermente ridotto la propria spesa militare, mentre gli altri non hanno ridotto niente. La Cina cresce linearmente e costantemente dal 1995: i cinesi hanno iniziato un percorso 30 anni fa per essere più attivi sugli armamenti. E quindi loro sono cresciuti, mentre gli Stati Uniti, come vedete…

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Paolo Maranzano, Università di Milano-Bicocca

Fanno quel su e giù perché il processo di riarmo negli Stati Uniti non va letto semplicemente come un “ho bisogno di scaricare il mio potere su qualcun altro”, ma è una leva economica: è forse l’unico caso in tutto il mondo di Paese o continente dove effettivamente il settore militare è un settore di rilievo, porta un sacco di investimenti e un sacco di ricerca, e questo segue chiaramente l’andamento del ciclo economico. Quando l’economia va bene spingono tantissimo sugli armamenti, poi quando le cose vanno un pochino meno bene tendono a ridursi.

L’Europa, che invece è quella linea costante nel mezzo, quella blu, ci racconta una storia diversa: noi diciamo “sì, non vogliamo armamenti, abbiamo una storia di pace”, dopodiché però la nostra spesa l’abbiamo sempre mantenuta a un bel livello costante. Poi dal 2014 in poi — quindi non dal 2022, questa è un’altra storiella che ci viene raccontata, che nel ’22 è cambiato tutto — in realtà quello che salta fuori è che il processo di riarmo è iniziato almeno 8 anni prima, nel 2014, in coincidenza anche con la prima questione sul Donbass e sulla Crimea. Però, punto numero uno: tra le storie che non sono la realtà e che ci vengono propinate, noi abbiamo iniziato questo processo ormai più di 10 anni fa e lo stiamo continuando.

Andiamo pure avanti. Ci troviamo quindi in una situazione paradossale dove, in un periodo storico in cui l’economia cresce mediamente poco in Europa e l’occupazione ancora meno — e questo già la dice lunga —, la spesa militare fa il botto e fa il pieno.

Andiamo avanti. Addirittura, quando andiamo a vedere alcune voci di spesa dei bilanci europei, la spesa militare è quella che guadagna maggior terreno tra il 2014 e il 2023-24. I numeri sono ancora quelli. La sanità cresce un po’, ma come vedete abbiamo parlato un attimo fa di transizione green: io qua la transizione green non la vedo, onestamente. È la spesa che guadagna meno di tutte le altre, sta 30 o 35 punti sotto la protezione ambientale.

Andiamo pure avanti. Quindi c’è un cambio di passo in Europa, non per tutti, ma essenzialmente per chi i soldi per questo riarmo li deve trovare. Adesso vi faccio vedere alcune cose. Prego.

Nel giugno dell’anno scorso siamo andati al vertice Nato e abbiamo detto: “Fantastico, da domani tutti al 5%, giusto?”. La spesa militare deve raggiungere questo livello automatico del 5% del Pil. Ora, intanto uno dice: “Quanto ti manca ad arrivare a quel 5%?”. Noi siamo in fondo, quindi fondamentalmente quel numero lì che abbiamo accettato dicendo “sì, certo, senz’altro da domani mattina lo facciamo”, non lo raggiungeremo mai. E adesso lo quantifichiamo anche. Gli unici che si avvicinano — e questo secondo me spiega tantissimo della situazione politica — sono l’ex blocco di Visegrád e l’ex Patto di Varsavia, fondamentalmente chi confina con la Russia. Loro sì: i polacchi, gli estoni, i lituani sono già arrivati praticamente al 5%. Peccato che però siano Paesi che partivano da un livello economicamente inferiore, quindi per loro un investimento in armi può davvero essere equivalente a un investimento green. Da noi, che siamo un Paese di sessanta e rotti milioni di abitanti, non è proprio la stessa identica cosa. Vabbè, poi i campioni indiscussi in alto a destra penso che li conosciamo tutti quanti, purtroppo: campioni del mondo.

Andiamo avanti. Quanto ci serve per arrivare a quel 5%? Ora, qua è un po’ incasinato, ma l’unico numero che conta è l’Italia a destra: 71. Per raggiungere quel livello del 5% che ci siamo impegnati a raggiungere — ed è irrealistico —, dovremmo piazzare, rispetto a quello che già facciamo, altri 70 miliardi all’anno, per un totale di 100 miliardi all’anno. Sono numeri che non hanno senso, perché non c’è nessuna voce di spesa che arriva a cifre simili: 70 miliardi oltre ai 30 già esistenti.

Andiamo verso la fine: chi è che ha guadagnato da questa cosa? Ve lo dicevamo prima, andiamo pure avanti. Queste sono le 30 più grandi aziende produttrici di armi al mondo (su 100). Ne abbiamo 31 europee, di cui due italiane, che però si collocano non esattamente all’apice della catena alimentare: Leonardo sta al 12º posto e occupa circa 60.000 persone nel mondo. 60.000 in tutto il mondo! Fondamentalmente sono una decina di comuni della Bassa Bergamasca messi insieme — perché quando sali più su, cinque sono già sufficienti. E poi al 53º posto abbiamo Fincantieri. Quindi, punto numero uno: non stiamo parlando di giganti. Questa cosa del riarmo, anche a volerla imporre forzosamente, non ci farà vedere un euro perché i soldi non andranno qui, punto. Con due aziende che contano relativamente poco.

Cosa dobbiamo fare? Andiamo verso la chiusura. Ancora qua, riguardo alle italiane: la prima è appunto Leonardo, e di quei 60.000 dipendenti solo 26.000 lavorano in Italia. Abbiamo ridotto l’equivalente a cinque comuni della Bassa Bergamasca. Molto interessante.

Andiamo pure avanti. Detto questo, dal punto di vista finanziario le cose sono andate particolarmente bene, perché i listini azionari delle aziende del settore aerospazio e difesa in alcuni casi sono raddoppiati nell’arco di tre anni: se uno valeva 5 ora vale quasi 10. Soprattutto — e andiamo alla prossima — se sono aziende europee. Quelle americane molto meno. Questo identifica il fatto che in Europa c’è qualcuno che sta portando a casa la pagnotta, e sono aziende del settore che ovviamente registrano guadagni stellari.

Andiamo in chiusura, andiamo alla prossima. Abbiamo due numeri. Questo mi è stato chiesto di dirlo esplicitamente: a ottobre usciremo con il libro Se l’Europa va alla guerra, edito da Feltrinelli, e all’interno c’è uno dei nostri lavori che mostra due cose fondamentali. Prima parlavamo delle ricadute: in termini economici è un risultato eccezionale far vedere che nel settore degli armamenti ogni miliardo di investimento non porta a casa più di 400 milioni di euro in Italia. Tu investi 1.000 e porti a casa 400. Guardate invece gli altri settori: ambiente, istruzione e sanità. L’istruzione porta a casa una volta e mezzo: investo 1.000 e porto a casa 1.500. Già solo per me la questione si chiuderebbe qua; si potrebbe dire “vabbè, grazie e arrivederci”. È un settore che non porta nulla.

Uno dice: “L’Italia è un caso particolare?”. No, perché sono tutti grosso modo così. C’è qualcuno che porta a casa un po’ di più — la Spagna, il Regno Unito e la Germania non sono messi malissimo —, ma in termini occupazionali il ragionamento è lo stesso: economicamente porti a casa poco come valore aggiunto, e come posti di lavoro la situazione è forse ancora peggiore. Se la sanità per ogni miliardo aggiuntivo genera circa 10.000 posti di lavoro, in Italia il settore difesa ne genera tra i 3.500 e i 4.000. Dove ballano 7.000 potenziali famiglie non è proprio la stessa cosa. Nel resto d’Europa, con l’unica eccezione della Spagna, è così.

Sintetizzo andando all’ultima slide per tirare le fila. I Paesi europei in termini di bilancio nazionale portano a casa pochissimo. A guadagnarci sono i grossi gruppi industriali di quel settore micro, che comunque hanno un indotto su cui ad oggi non si può fare affidamento per la crescita. Dobbiamo necessariamente sacrificare lo Stato sociale per arrivare a una situazione totalmente diversa. La ciliegina sulla torta è che, se guardiamo la manovra prevista per quest’anno, parliamo di 8-10 miliardi solo per colmare le differenze; per quanto riguarda gli armamenti servirebbero 70 miliardi, cioè sette manovre in un solo anno. Non c’è nulla sul piatto, fatico a vederla prospetticamente. Questo è quanto, grazie.

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Massimo Alberti, Radio Popolare

Grazie per questi dati che sono il cuore e la sostanza di quanto dicevamo prima, e che ci danno l’idea per chiudere questa parte centrale dedicata all’economia. Chiedo a Francesco Vignarca della Rete Pace e Disarmo: se devo ricapitolare quello che abbiamo sentito, la transizione di cui parlava De Palma è sostanzialmente poco realizzabile (lo dicono anche le imprese), gli impegni di bilancio pubblico sono difficili se non impossibili da mantenere, e l’impatto su economia e occupazione necessita di pochi commenti. L’impatto sulla finanza invece è notevole — beati loro e chi ha comprato questo tipo di azioni, verrebbe da dire. E allora perché si continua a portare avanti questo discorso e che cosa si può fare sul piano produttivo ed economico per contrastarlo?

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Francesco Vignarca, Rete italiana Pace e Disarmo

Grazie. Buongiorno a tutte e a tutti. Io qui rappresento la Rete Pace e Disarmo, che da due anni insieme a Sbilanciamoci organizza quest’evento dopo aver sempre partecipato all’Altra Cernobbio. Abbiamo voluto rendere ancora più concreto, evidente e forte questo lavoro che facciamo insieme da tanto tempo. Come Rete Pace e Disarmo — mettendo insieme sindacati, organizzazioni, enti di ricerca, realtà laiche e religiose, piccoli gruppi territoriali ed enti nazionali — ci siamo resi conto fin dall’inizio (sia dalla nascita di Rete Disarmo nel 2004, sia dal 2020 con la convergenza in Rete Pace e Disarmo) che parlare di pace, disarmo e nonviolenza non poteva rimanere solo un discorso politico, ideale o morale. Doveva entrare nella gestione economica, che è la traduzione operativa quotidiana delle idee generali. Altrimenti facciamo solo letteratura: la letteratura va benissimo, ma se la politica non si confronta con l’economia non ha alcun senso.

Da qui abbiamo sempre lavorato in quest’ottica, evidenziando come le scelte di guerra non fossero solo decisioni politiche finali, ma un percorso costruito da scelte politico-economiche. Il lavoro che il gruppo di Paolo, insieme a Mario Pianta e tanti altri, sta concretizzando è un lavoro che abbiamo anticipato. Ricordo la prima ricerca in questo senso nel 2010 per Science for Peace della Fondazione Veronesi, recuperando i lavori della Brown University, di UMass, di Seymour Melman e altri sull’insensatezza economica del riarmo.

Per dare delle ricette dobbiamo prima fare un analisi. L’analisi la facciamo sempre, ma non dobbiamo limitarci a questo, altrimenti il rischio — come dicevano Michele e Rossella — è di dire “è sempre peggio, non possiamo farci nulla”. Le analisi le facciamo non per lamentarmi, ma per costruire controproposte concrete, reali, realistiche e più efficaci della ricetta che ci viene imposta. Questo è fondamentale da tenere in testa, altrimenti facciamo solo gruppi di autoaiuto in cui ci diciamo quanto va male tutto.

Un elemento fondamentale emerso è comprendere come le decisioni finali non nascano all’ultimo momento, ma vengono preparate prima. Anche la militarizzazione dell’Europa è dimostrata dai dati politici oltre che da quelli di Paolo. Tutti gli strumenti messi in pista negli ultimi tre anni per riarmare, dare soldi all’industria militare e trasferire sistemi d’arma sono nati prima, nel 2015, con l’European Defence Fund e i suoi precursori (E Didp, Asap, ecc.). Sono cose nate da un gruppo di esperti della Commissione Europea a cui era stato chiesto come strutturare meglio la difesa — declinata purtroppo solo come difesa e sicurezza “dura” e non come vera sicurezza civile e personale.

Quel gruppo era composto da 16 esperti, 11 dei quali appartengono all’industria militare. È come chiedere all’oste se il vino è buono! Questo è un problema di democrazia e dobbiamo capirlo: se stacchiamo l’azione di protesta contro una guerra specifica dall’azione contro il riarmo economico e culturale — un martellamento nato anche con il Covid —, non riusciremo a intervenire su niente. Mia moglie è medico in Lombardia e durante il Covid secondo loro “andava in trincea”: andava a curare la gente, non in trincea, è un’altra cosa! Se teniamo separate queste cose non porteremo a casa nulla.

Il lavoro sulla riconversione non lo abbandoniamo: in particolare il gruppo coordinato da Carlo Cefaloni ha fatto un lavoro su Torino, sulla zona di Roma con Colleferro, su La Spezia. È difficile e complicato, ma il cuore della questione è che dobbiamo ricostruire una proposta culturale, sociale ed economica. Trent’anni fa alla gente raccontarvi una cosa collettiva e la capiva; oggi l’individualizzazione — nata anche da una distruzione voluta della scuola — porta le persone a dire “io penso ai fatti miei”. Finché non siamo in grado di far capire che questi numeri hanno un riscontro positivo per le persone solo se guardati collettivamente e socialmente, ciascuno penserà solo al proprio stipendio.

Le armi non sono un normale mercato: sono un monopsonio, cioè un mercato in cui c’è un unico acquirente, lo Stato. Dobbiamo tornare al cuore di ciò che diceva un generale della Seconda Guerra Mondiale come Eisenhower prima di lasciare la presidenza degli Stati Uniti: il vero pericolo per la nostra democrazia è il complesso militare-industriale. Oggi è un complesso militare-industriale-finanziario, perché l’unico scopo di questo aumento delle spese militari è garantire alla bolla finanziaria (a fondi come BlackRock, Vanguard, Kkr) di stare in piedi. Rischiamo lo scoppio di una bolla finanziaria molto peggiore di quella del 2008.

Ogni volta che cediamo a un dibattito superficiale da tifosi facciamo loro un favore: la cosa di cui hanno veramente paura è che la gente comprenda che da quella parte si va a sbattere socialmente ed economicamente, mentre con la nostra proposta si starebbe meglio tutti e ci perderebbero solo i loro interessi.

Tra le nostre proposte concrete c’è la legge di iniziativa popolare per la Difesa civile non armata e nonviolenta. Mancano 15 giorni alla fine della raccolta firme: include l’opzione fiscale per destinare una parte delle proprie tasse alla difesa civile invece che a quella militare. Sarebbe un sondaggio annuale su quanti cittadini vogliono investire in una difesa non armata, che funziona meglio anche per la risoluzione dei conflitti. Se leggete le motivazioni di chi scrive a favore del riarmo, non vi dicono mai perché comprando certe armi si otterrebbero determinati risultati; dicono solo che il riarmo è ineludibile. Questa è una vera debolezza.

Non so se riusciremo a portare la legge in Parlamento, ma romperemo le scatole alle forze politiche anche in vista dell’anno elettorale. C’è un’alleanza forte tra Rete Pace e Disarmo, Sbilanciamoci, La Via Maestra, Alleanza Clima Lavoro: dobbiamo mettere insieme la campagna contro le armi autonome, la tutela del lavoro, la scuola e la repressione del dissenso. Stiamo lavorando anche a un libro sul “disarmo climatico”, che mostra la connessione tra militarizzazione, inquinamento degli eserciti e impossibilità di contrastare la crisi climatica.

Abbiamo un’analisi forte, sappiamo cosa dire e cosa fare. Non lasciamoci scoraggiare da una cappa mediatica ostile: usiamo i nostri network territoriali e teniamoci stretti. L’Altra Cernobbio è preziosa per fare il punto. Dobbiamo continuare in ciò che è giusto e vedere che la concretezza di ciò che proponiamo prima o poi riuscirà a squarciare questa cappa di militarismo con l’arcobaleno della pace. Grazie.

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Massimo Alberti, Radio Popolare

Grazie a Michele De Palma, Paolo Maranzana e Francesco Vignarca. È stata una prima parte molto densa. Invito a salire Federica Borlizzi e Marta Passarin. Fortunatamente riequilibriamo la proporzione di genere sul palco!

Citando quanto diceva poco fa Francesco sui territori e sulle realtà di base, Marta Passarin fa parte della Cnesc / Servizio Civile ed è di Vicenza, una città che ospita quattro basi militari tra Nato e Stati Uniti sul proprio territorio. Questo ha un impatto sulla vita quotidiana della società civile, ma attraverso l’attività con i giovani del servizio civile si possono trovare gli anticorpi per mostrare ciò che c’è sul territorio e mettere in campo un’alternativa.

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Marta Passarin, Asc nazionale Aps

Grazie. Buongiorno a tutte e a tutti. Sì, vengo da Vicenza, una delle città più militarizzate d’Europa. Abbiamo quattro basi: spesso i media dicono che sono basi Nato, ma sono basi americane. L’ultima costruita è la base Dal Molin nel 2007, ed è stata costruita con l’avallo di un governo di centrosinistra (il governo Prodi). È una città di 115.000 abitanti che convive con circa 10.000 tra soldati, civili e famiglie statunitensi, dove le strade sono asservite alla logistica di guerra.

Ogni giorno vediamo container spostarsi da una parte all’altra della città, nel centro storico vicino alle opere del Palladio (patrimonio Unesco): passano materiali che immaginiamo non essere caramelle, altamente pericolosi. A Vicenza non esiste un piano di Protezione Civile per la presenza delle basi americane. Vediamo soldati americani che si allenano sulle nostre piste ciclabili e sugli argini dei fiumi, scuole che confinano con le basi militari e perfino gemellaggi degli scout all’interno delle basi. Viviamo la militarizzazione ogni giorno ed è difficile spiegare ai ragazzi: c’è una sorta di rimozione di questa convivenza coatta.

È militarizzata anche l’infrastruttura: stanno avviando i lavori per la Tav, che sarà a servizio della logistica di guerra, e tra qualche mese partiranno i lavori per la tangenziale, il cui ultimo pezzo collegherà la base Camp Ederle con Camp Dal Molin (l’ex aeroporto militare). È militarizzata l’industria: a Vicenza c’è la sede di Icm Impresa Costruzioni Maltauro, leader mondiale nella costruzione di basi USA, e Officine Stellari, collegata a Leonardo. C’è la militarizzazione degli enti locali, con politici che si mostrano tronfi nei loro rapporti con i generali americani. Perfino la toponomastica è paradossale: Camp Ederle è in viale della Pace, il quartiere americano si chiama Villaggio della Pace, e il grande parco conquistato con la battaglia del Dal Molin si chiama Parco della Pace — uno dei parchi urbani più grandi d’Europa, situato accanto alla base e a laboratori per la costruzione di droni.

Come associazioni e società civile abbiamo il dovere di informare e sensibilizzare per evitare la normalizzazione della presenza militare. Come Arci e Servizio Civile lo facciamo con i giovani: a settembre partiranno 2.500 giovani in tutta Italia, di cui 150 a Vicenza. Li formiamo e li sensibilizziamo perché crediamo che il servizio civile sia uno dei pochi spazi in cui la narrazione alternativa sia reale. Troviamo occasioni di confronto sui conflitti, sulla storia del servizio civile e su come stare in piazza in sicurezza personale di fronte ai decreti sicurezza e alle azioni dirette non violente. Li formiamo anche sulla tutela della libertà sul web: quello che sta succedendo ad Autistici/Inventati è una compressione di libertà gravissima verso piattaforme che hanno regalato anni di attivismo ai movimenti italiani ed europei.

Viviamo il servizio civile come uno spazio di protagonismo giovanile per dare loro il potere di cambiare le cose. Faccio un inciso: c’è il Ddl Giovani e Servizio Civile che è passato alla Camera e ora andrà al Senato. Questo governo ha avuto la brillante idea di sradicare dalla sua storia: nel testo non c’è alcuna parola o richiamo alla difesa nonviolenta della patria. Per noi è gravissimo e ci stiamo mobilitando, anche perché il Terzo Settore è stato coinvolto pochissimo nella stesura.

Per scrivere questo Ddl, oltretutto è stato coinvolto pochissimo il terzo settore che è l’anima del servizio civile, quindi ecco, abbiamo del lavoro da fare sulla formazione dei ragazzi, sul provare a dargli più potere perché se queste sale non si riempiono di tanti più giovani, purtroppo ci manca un pezzo di vitalità, creatività di cui abbiamo un bisogno assoluto. Grazie.

Massimo Alberti, Radio Popolare

Marta ci parlava adesso del lavoro sui giovani. Ora, è una parola che è un po’ tornata in tanti interventi, in realtà, il discorso della scuola che credo che sia uno dei punti centrali del discorso che stiamo facendo quest’oggi perché è chiaro che l’istruzione, che lo sappiamo è definanziata e stremata anche nella sua parte pubblica, diventa da questo punto di vista un terreno di conflitto perché la formazione dei giovani, il lavoro, quello che loro cercano di fare, se devo farli crescere in una società che non è una società che abbiamo conosciuto finora, ma una società che guarda alla guerra come qualcosa di permanente, costante, deve partire da lì. In qualche modo è qualcosa che sta succedendo con una presenza sempre più invasiva di apparati dell’esercito con l’alternanza scuola-lavoro all’interno dei luoghi di lavoro dell’industria legata all’apparato bellico, con finanziamento che citavamo prima. Per questo ci tengo molto che Roberta Capone ci raccontasse quello che sta accadendo all’interno della scuola, perché il sindacato, chiaramente, segretaria della Flc Cgil ha un punto di vista privilegiato su questo perché è uno di quei punti dove invece la battaglia civile, sindacale e politica la dobbiamo portare avanti.

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Roberta Capone, segretaria generale Flc Cgil Como

Innanzitutto grazie e ringrazio chi è intervenuto prima di me perché mi permette, insomma, di non girarci intorno e di mettere al centro la questione della scuola che normalmente nell’immaginario generale è sempre qualcosa che viene vista in maniera a parte rispetto a tutto il resto e invece la scuola è un comparto della nostra società, è un comparto lavorativo importantissimo.

Da quando si è insediato questo governo vi è stato un cambiamento economico quasi senza precedenti e un cambiamento radicale, fatto anche sottobanco ogni giorno, che sta trasformando la nostra scuola pubblica in qualcosa di ben diverso, sicuramente ben lontano da quello che noi intendiamo e che intende la nostra Costituzione.

Non vi sfuggiranno le dichiarazioni del ministro Valditara di questi giorni, in cui ama sempre fare queste cose plateali, molto populiste, di investimenti eccezionali. Dice: “20 milioni per la scuola”, poi vai a vedere, per aiutare le scuole in questa emergenza caldo. Ovviamente sono tutte frottole, perché questi 20 milioni, calati nella realtà di fronte a più di 40.000 scuole, vi rendete conto che sarebbero 57 euro per classe: una cosa ridicola.

A fronte invece di investimenti importanti, come abbiamo visto nel settore degli armamenti. Perché quando la nostra Presidente del Consiglio Meloni insieme a Crosetto dicono “No, ma non ci saranno questi soldi”, si dimenticano di dire sempre un particolare: che questi sono investimenti a debito. Cioè, non è che ce li stanno regalando, noi stiamo contraendo un debito per finanziare l’industria degli armamenti, e ovviamente a discapito di settori centrali come quello della scuola, dove c’è un 12% di precari che affrontano una diminuzione dei salari di oltre il 40% in base all’inflazione e non ci sono risorse.

E non vi sfuggirà neanche tutta la propaganda che si è fatta in questi mesi anche sui rinnovi di briciole contrattuali. Mentre accade tutto questo, però, assistiamo anche a un cambiamento culturale. Perché la scuola, che è un elemento importante della nostra società, la scuola che è il luogo dove si formano le giovani generazioni, i cittadini del futuro, che dovrebbe formare a creare delle coscienze, ad avere delle idee, a fornire gli strumenti agli studenti e alle studentesse per poter pensare con la loro testa… ecco, tutto questo viene smantellato ogni anno da quando si è insediato questo governo. Non vengono più finanziati i progetti per la pace perché il ministro Valditara sostiene che si fa propaganda politica nelle classi, e ovviamente vuole rivedere le indicazioni nazionali.

Non vi sfuggirà il modo in cui dicono di voler contrastare la violenza nelle scuole: mettiamo i metal detector, così all’ingresso i ragazzi verranno schedati. Tutta una serie di linguaggi, un vocabolario che entra a far parte del linguaggio comune del mondo della scuola.

Io voglio ricordare a voi due elementi del nostro territorio che mi hanno particolarmente scosso, perché significa che c’è una deriva culturale enorme. Cito l’esempio di come nel Canturino, lo scorso anno, due istituti superiori abbiano organizzato con delle classi, all’interno di un teatro, un vero e proprio allestimento per mettere in scena un attacco terroristico. Sono venute in teatro queste persone incappucciate con dei mitragliatori e hanno messo in scena l’attacco terroristico del Bataclan. Ora voi mi dovete spiegare qual è l’offerta formativa di tutto questo. Qual è il messaggio che la scuola vuole dare ai suoi studenti?

Si è citata la manifestazione del 3 ottobre scorso, la grande manifestazione a sostegno della Palestina in cui abbiamo visto circolari che vietavano di parlare di Palestina, vietavano di parlare di pace; addirittura in una scuola primaria i ragazzi, insieme alle loro maestre, avevano creato uno striscione per la pace che dava fastidio ed è stato tolto. Poi ci accusano di essere ideologici, ma loro cosa sono? Qual è la società che vogliono raccontare e cosa vogliono trasformare nella scuola?

Io invece credo, e sono d’accordo con chi lo dice, che non sia più il tempo di raccontarcela tra di noi. Noi dobbiamo mettere in campo un’altra narrazione, un’altra narrazione volta a stanarli su ogni cosa che dicono. E dobbiamo essere chiari, perché noi siamo quelli che credono che la sicurezza non si costruisca con le armi, ma si costruisca quando c’è un lavoro stabile e dignitoso, con un salario che permette di vivere con dignità e sicurezza, con la sanità pubblica accessibile a tutti, con una scuola pubblica di qualità e un sistema di protezione sociale che non lascia indietro nessuno.

Citava prima Alberto anche la questione dell’aver istituito i Pcto all’interno di aziende che producevano armi e munizioni nella provincia di Roma. Per il ministro Valditara è tutto normale. Dunque è sbagliato parlare di pace, ma si consente che i nostri ragazzi possano maneggiare in un’industria senza un’indagine sulla sicurezza? Cosa c’entra tutto questo? E la riforma dei tecnici? Al governo non interessa nulla della formazione dei nostri studenti, è interessato soltanto a creare forza lavoro da mettere in campo: riduciamo le ore di istruzione e mandiamoli a fare l’alternanza scuola-lavoro nelle aziende militari.

Noi dobbiamo essere quell’altra parte di mondo che crede che educare alla pace, al confronto, al pensiero critico, alla solidarietà e al rispetto dell’altro significhi dare alle nuove generazioni gli strumenti per reggere in un mondo sempre più frammentato. Ed è chiaro che loro hanno tutto l’interesse a frequentare questo mondo, a creare solitudine. Perché quando una società è frammentata è molto più facile soffiare sul disagio sociale di chi non riesce ad arrivare alla fine del mese o degli insegnanti precari da tempo immemore. Tutto questo a discapito della qualità dell’offerta formativa.

Non ci sono risorse per gli investimenti sul rifacimento degli edifici scolastici. Notizia tristemente di cronaca odierna nel comasco: abbiamo visto le immagini del corridoio della sede di via Fiume a cui dovevano accedere gli studenti della Corridoni. Questo è lo stato dell’arte, e per il ministro Valditara e per il governo Meloni queste non sono priorità; eppure hanno un impatto quotidiano su tutti noi. Ecco perché il tema della scuola non è slegato da tutto questo, ed ecco perché investire nella scuola significa investire sul futuro delle nuove generazioni.

Non è più tempo di dirci le cose tra di noi, è il tempo di fare passi concreti e di agire. Quando dicono che il sindacato che rappresento fa politica, io lo rivendico con orgoglio: il lavoro è alla base del nostro mandato, ma non ci può essere lavoro se non c’è democrazia e se non c’è lotta politica. E siccome c’è anche il rischio di ritorni neofascisti, non è più il tempo di girarci intorno e di limitarci a dire che siamo contro il riarmo e per la pace. Dobbiamo proporre un’altra idea di società, completamente diversa da quella che sta proponendo questo governo e che è estremamente preoccupante.

Vengono finanziati totalmente i progetti sulla pace e sulla democrazia, e c’è un bruttissimo clima all’interno delle scuole perché si ha paura di avere un’idea e di esprimere il proprio pensiero. Mi sono avvicinata al mondo della politica nelle organizzazioni giovanili proprio perché ho avuto insegnanti che, mantenendo il loro ruolo, mi hanno permesso di crescere, di avere le mie idee ed esprimermi. Penso che dobbiamo salvare la scuola pubblica, ed è una battaglia che coinvolge ognuno di noi. Grazie.

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Massimo Alberti, Radio Popolare

Per dare l’idea del clima di guerra, ammetto che quando prima parlava Marta Passarin ho avuto un riflesso condizionato: quando ha detto “insegniamo ai nostri ragazzi a mettere gli adesivi sui pali”, siamo quasi alla sovversione per la scala in cui siamo stati portati in questo periodo. Temo che ci sia qualcuno che lo pensi davvero: se vede attaccare un adesivo ad un palo, pensa che si stia facendo qualcosa di grave.

In effetti c’è da dire che per come sta scivolando la legislazione di fronte al dissenso — la popolazione italiana è abbastanza contraria a questa pratica di riarmo, magari non lo esprime in maniera organizzata e politica, ma sappiamo che questo fondo c’è —, limitare gli spazi di dissenso, come è stato fatto con i decreti sicurezza, è un tassello che sta colpendo anche le pratiche normali del movimento operaio, come i picchetti o gli scioperi, ed è qualcosa che riguarda tutta la società. Sono molti gli studenti che sono stati sottoposti a procedimenti giudiziari.

Federica Borlizzi, avvocata, ricercatrice universitaria e attivista della rete A Pieno Regime — costituita per contrastare l’approvazione dei decreti sicurezza insieme ad attivisti, giuristi e avvocati — ha creato insieme alla campagna Stop Riarmo Europe la rete No Kings Italia, che ha organizzato le manifestazioni contro la guerra e la restrizione degli spazi democratici nel nostro Paese.

Roberta prima citava la questione di un vocabolario che pervade ormai anche l’ambito scolastico. Il problema è che quel vocabolario militaresco ha invaso anche uno spazio come quello del diritto, diventando un ulteriore elemento di repressione.

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Federica Borlizzi, avvocata, ricercatrice, rete A Pieno Regime / No Kings Italia

Grazie a Sbilanciamoci e alla Rete Pace e Disarmo per questo momento e per l’organizzazione. In questa fase storica è un momento ancora più prezioso, perché ci troviamo davanti a un regime di guerra che sta ridefinendo completamente i nostri territori, la nostra economia e la nostra società.

Volevo focalizzarmi sulla questione della militarizzazione della società. Il regime di guerra ha bisogno di essere reso continuamente possibile all’interno della nostra società: orientare le risorse e gli investimenti, rendere servili le infrastrutture civili e mobilitare il mondo della conoscenza e della ricerca. Le priorità collettive vengono rese servili rispetto alle esigenze militari, e questo è un dato di fatto.

Però il regime di guerra comporta anche un’altra questione: una determinata modalità di esercizio del potere che è completamente antitetica rispetto alla logica democratica. La militarizzazione della società ha comportato l’accentramento decisionale. Abbiamo vere e proprie forme di cesarismo regressivo; l’eccezione che si fa norma, con uno stato d’eccezione che diventa la nostra quotidianità; l’impossibilità di dissentire.

Tutta questa modalità di esercizio del potere si è normalizzata con quello che è accaduto a Gaza. Gaza e il genocidio a Gaza sono stati una soglia e un laboratorio: la violenza brutale, l’impunità e la sospensione delle regole sono state rese compatibili con l’ordine liberale internazionale. Dentro quella normalizzazione si sono resi possibili altri scenari, perché quello che si è normalizzato sul piano internazionale poi si è sedimentato all’interno dei singoli Stati, e la logica di guerra è diventata una modalità ordinaria di governo.

Da sociologa del diritto mi chiedo: cosa c’è di nuovo rispetto agli ultimi 30 anni? Da 30 anni abbiamo decreti sicurezza che si succedono, abbiamo un’ideologia securitaria che ha comportato l’arretramento dello Stato sociale e l’avanzamento dello Stato penale di polizia. L’ideologia securitaria ci dice una cosa semplice: tutte le principali problematiche sociali vengono trattate come questioni di ordine pubblico per depoliticizzare.

Cos’è successo in questi ultimi anni? Che cambio di paradigma c’è stato? Il securitarismo si è saldato con il militarismo e con il regime di guerra all’interno di una più generale torsione autoritaria. I decreti sicurezza ci hanno detto che l’unica sicurezza da tutelare era quella dell’autorità e delle reti di potere che la proteggono. Questo ha molto a che fare con il regime di guerra, dove la difesa è la difesa della catena di comando e della capacità di imporre l’ordine voluto da chi detiene il potere. Sicurezza e difesa sono anzitutto sicurezza e difesa di chi oggi esercita un potere arbitrario al di fuori di ogni limite previsto dal diritto internazionale o dalle Costituzioni.

Le categorie del regime bellico le troviamo applicate nel nostro quotidiano: la dialettica amico-nemico, l’eccezione che si fa norma, ma soprattutto la neutralizzazione preventiva di ogni forma di dissenso. A cui abbiamo assistito è una rifondazione in senso totalmente autoritario del rapporto tra Stato e società civile come rapporto di imperio e di fedeltà. Questo è proprio del regime di guerra, che per stabilizzarsi deve imporre la logica dello schieramento e identificare ogni tipo di dissidente come nemico.

Venendo al concreto: abbiamo normalizzato un genocidio, e oggi è in discussione alla Camera un Ddl sull’antisemitismo che di fatto impedirà, pena sanzioni disciplinari soprattutto per docenti e studenti nelle scuole e nelle università, di operare qualsiasi tipo di critica al governo israeliano. A questo siamo arrivati. Negli ultimi anni, con un costo sociale della guerra che è pesato su tutti noi e con un dissenso sempre maggiore nei riguardi della guerra, quello che hanno fatto è stato impedirci la possibilità di protestare.

Negli ultimi due anni sono cambiate in maniera repentina le tecniche di governo del conflitto. Nel primo decreto sicurezza vedevamo la logica amico-nemico: un diritto penale “dell’amico”, con forze dell’ordine a cui sono state date tutele, privilegi e immunità. Ricordiamo che oggi nel nostro Paese una resistenza in piazza a un agente di pubblica sicurezza comporta fino a 7 anni e 6 mesi di reclusione, più di quanto previsto per l’omicidio colposo. Dall’altro lato abbiamo avuto una sovra criminalizzazione delle pratiche di dissenso anche pacifiche con un diritto penale “sartoriale”, cioè cucito addosso alle pratiche di conflitto e alle forme di solidarietà degli ultimi anni.

Sui decreti sicurezza abbiamo avuto da un lato la criminalizzazione di una pratica tradizionale come il picchettaggio e il blocco stradale, puniti fino a 2 anni di reclusione. A cosa serve? A intimidire e neutralizzare le lotte, perché quel reato è stato già applicato in maniera chirurgica contro i metalmeccanici che protestavano per il rinnovo del contratto e contro gli attivisti per la Palestina.

E non ci si è fermati lì. Nel recente decreto legge si nota ancor di più il regime di guerra: è un provvedimento subdolo e inquietante perché si sposta il baricentro. Non si parla più solo di diritto penale, tutto viene calibrato sulle misure di polizia. La ratio è stata spiegata dal ministro Piantedosi: abbiamo deciso di puntare tutto sulle misure di polizia per neutralizzare il controllo giurisdizionale dell’autorità giudiziaria.

Si sono ripresi vecchi strumenti della legislazione degli anni di piombo, inasprendo. In questo momento le forze dell’ordine possono trattenere fino a 12 ore chiunque venga considerato, sulla base di un fondato motivo, un pericolo per lo svolgimento di una manifestazione o di un’assemblea. Questa norma è stata già applicata a Mantova, dove degli attivisti sono stati prelevati al bar mentre facevano colazione perché avevano dei volantini, un megafono e una kefiah. Stessa cosa per le perquisizioni: le forces dell’ordine attendono gli attivisti fuori dalle assemblee per perquisire, estendendo enormemente il potere di perquisizione (accaduto a Padova con gli attivisti del centro sociale Pedro). I questori possono emanare il Daspo dalle piazze se qualcuno è semplicemente denunciato per reati commessi nel corso delle manifestazioni.

Ci troviamo di fronte a un regime che sta cercando di impedire la stessa capacità operativa del conflitto, governando se, come, quando e dove il conflitto può avvenire, per evitare che possa riprodursi nel tempo o interrompere flussi necessari a garantire il regime di guerra.

C’è un nesso evidente tra militarizzazione e catena di comando nelle “zone rosse” dei prefetti: assistiamo a un commissariamento dei nostri territori, spesso con il benestare dei sindaci progressisti, dove i prefetti decidono chi debba essere sorvegliato, controllato o espulso dallo spazio urbano.

Come smilitarizziamo la società? Come togliamo risorse e potere alla guerra? La guerra non ha consenso tra la popolazione, visti i costi materiali e umani, ma non ci basta essere maggioritari se non ribaltiamo i rapporti di forza. La sfida è far sì che l’ottimismo metodologico diventi la nostra prassi: creare convergenze e alleanze che ci permettano non solo di avere ragione, ma di dimostrare che un’alternativa è possibile, necessaria e che la stiamo già praticando. Grazie a tutti e a tutte.

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Massimo Alberti, Radio Popolare

Grazie mille per un intervento così denso e appassionato. È stata un’ora e mezza piena di contenuti di cui fare tesoro per la prossima sessione, che si occuperà delle conseguenze sulla globalizzazione, il lavoro e la produzione.

La sessione sarà coordinata da Giulia Rho e Sara Sostini, con Valentina Cappelletti, Duccio Facchini, Lucrezia Fanti e Alessandro Volpi. Grazie per l’ascolto e buon proseguimento.

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Trascrizione/ Sessione II/ le conseguenze sulla globalizzazione, il lavoro e le produzioni

Testi ottenuti dalla trascrizione dei video da Youtube rivisti con la, poi redatti da Julia Mattesini, stagista a ecoinformazioni della Scuola arti e mestieri G. Castellini, da Amelie Di Matteo e Giulia Rho, della redazione di ecoinformazioni. Trascrizioni non riviste da3 relatur3.

Sara Sostini, ecoinformazioni

Siamo stati per la resistenza fino a questo momento qui. Apriamo ufficialmente la seconda sessione della mattinata. Io sono Sara Sostini di ecoinformazioni, condurrò questo panel insieme a Giulia Rho, mia collega di ecoinformazioni.

Una nota di servizio: abbiamo creato del materiale di lavoro che vi è stato distribuito all’entrata. C’è un Qr code: se siete interessate e interessati, lì trovate gli articoli in tempo reale, le foto e i video dell’intera giornata di oggi e della rassegna di teatro collettivo di questa sera.

Dunque, apriamo questa seconda sessione in cui andremo a trattare le conseguenze sulla globalizzazione e sul lavoro delle produzioni proprie dell’economia di guerra. Abbiamo pensato di aprire i lavori con una domanda un po’ provocatoria e un po’ no. In realtà abbiamo sentito prima, nel corso della mattinata, citare il fatto che il mondo non ha mai davvero smesso di percorrere la strada della guerra e che, a quanto pare, ci venga detto che il riarmo e la militarizzazione siano diventati praticamente ineluttabili. Ecco, noi ci siamo chieste: in un mondo che va effettivamente sempre più veloce anche nella corsa agli armamenti, quale sia l’alternativa? L’alternativa è correre ancora più veloci per indirizzare la produzione e il consumo energetico altrove, o rallentare e frenare tale ritmo incessante, nonostante il tempo sia sempre meno?

Io penso che da tutti gli interventi molto preziosi del panel precedente ci si sia resi conto — ma credo che lo sappiamo un po’ tutte e tutti — del fatto che di tempo ce n’è sempre meno e che questa cosa diventi sempre più urgente. Soprattutto: è ancora possibile fermarsi o correre più veloce?

Cominciamo a parlarne con Lucrezia Fanti, economista dell’Università Cattolica, e Alessandro Volpi, economista dell’Università di Pisa. Chiederei di cominciare a Lucrezia, a cui volevo chiedere se può contestualizzare, anche attraverso il suo lavoro e i suoi studi, la crisi attuale all’interno degli assestamenti globali in corso.

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Lucrezia Fanti, economista Università Cattolica

Grazie per l’introduzione, grazie a tutte e tutti. Come dicevo poco fa sotto al palco a qualcuno, ogni anno ci ritroviamo qui ed è un piacere. È il mio quarto anno non consecutivo all’Altra Cernobbio. Negli anni i fronti di crisi e le dimensioni di diversa natura che colpiscono le nostre economie e le nostre società si intersecano e diventano sempre più complesse, tanto da arrivare a parlare apertamente di guerra, appunto. Siamo passati — non dico in un batter d’occhio, ma quasi — a livello di policy dell’Unione Europea dal Green Deal, la transizione verde e la digitalizzazione (un modo diverso per affrontare il medio-lungo periodo in termini di produzione e sostenibilità) al ReArm Europe e all’agenda militare. Questo è stato ampiamente detto nella sessione di stamattina.

Aumenta quindi la spesa militare e si fanno strada i progetti — come dicevano stamattina De Palma e gli invitati della prima sessione — di possibile riconversione delle attività manifatturiere con un fine di rilancio dell’occupazione e della produzione. Sono casi ancora non solo sparuti (tre o quattro in Germania ad oggi), ma che hanno anche risvolti e un impatto economico e occupazionale davvero ridotto. Riprendo solo due numeri. Si diceva dell’Italia stamattina, ma anche nella manifattura d’Europa, no? La famosa locomotiva d’Europa che è in crisi: in Germania abbiamo avuto, tra le top aziende per spesa militare in attività produttive legate al settore militare, un aumento di circa 20.000 unità occupazionali contro le circa 245.000 perse nello stesso periodo nella manifattura. Quindi un impatto davvero molto ridotto e non un automatismo nell’aumento della spesa in attività produttive e militari rispetto al famoso effetto moltiplicatore, come lo chiamano gli economisti: l’effetto sul valore aggiunto e sull’occupazione.

Quello che aumenta invece, dicevo prima, sono i fronti di crisi e la bussola ahimè punta verso un’escalation del ricorso alla spesa militare e alla militarizzazione. La crisi in Medio Oriente, la crisi di Hormuz, la guerra in Iran, il genocidio in Palestina, insomma tutti i fronti che si stanno aprendo, anche con risvolti piuttosto pratici sulla vita delle persone che abitano nel cosiddetto ricco Occidente in termini di costo e reperibilità delle materie prime, colpiscono in una fase di riassestamento possibile degli equilibri internazionali.

Stiamo vivendo un momento di scontro tra due blocchi per l’egemonia sia geopolitica che economica: da una parte gli Stati Uniti e dall’altra la Cina, ma anche la Russia, vecchi e nuovi attori dello scacchiere globale. È di pochi giorni fa la notizia del superamento del dollaro da parte dell’oro, quindi un altro puntello nell’egemonia apparentemente inscalfibile degli Stati Uniti come leader globale. Tutto è a venire, vedremo che cosa succederà.

Questo nuovo ordine globale che si sta affacciando qualcuno l’ha definito addirittura post-liberale e per alcuni versi post-liberista in termini economici, anche se non nei termini che ci auspichiamo in senso marxiano o comunque alternativo alla prospettiva liberista. Questo nuovo ordine che si sta profilando è caratterizzato da due fenomeni drammatici e interconnessi: il ritorno del protezionismo (quindi la guerra commerciale, la postura protezionista degli Stati Uniti di Trump) e il ricorso al riarmo, e quindi il passaggio dalla guerra commerciale alla guerra guerreggiata, come si sarebbe detto un tempo.

Partiamo dal primo punto: ritorno al protezionismo, crisi del liberismo, crisi del laissez-faire, per usare un termine un po’ vintage. È la prima volta che il liberismo entra in crisi? Sicuramente no. Nella storia recente del capitalismo moderno ci sono infatti altri due momenti storici in cui i dazi e le importazioni hanno vissuto e registrato un picco: uno prima del 1914 e uno prima del 1939. Non voglio fare allarmismi, però è un momento che ci porta a fare delle riflessioni molto serie rispetto al ricorso al protezionismo e alla guerra commerciale come risposta alla crisi dell’egemonia in termini di leadership nell’economia internazionale. Non è neppure la prima volta che oscilliamo tra soluzioni mercatiste e il ritorno dell’apparato statale-militare e spinta autoritaria. A pochi metri da qui — è stato detto e ridetto — l’alfiere del rigorismo dei conti pubblici, l’alfiere dell’ordine liberismo, si confronterà con Vannacci. Quindi il capitale si confronta con il fascismo; non è la prima volta neanche questa e ha un carattere simbolico abbastanza rilevante, anche archetipico, e ci auguriamo che si fermi lì e che sia solo un po’ un momento di teatro.

Ma stavolta, rispetto alle due precedenti, l’economia globale si presenta notevolmente trasformata, soprattutto dopo decenni di globalizzazione dei mercati. Il processo di globalizzazione non è una porta girevole: i dazi di Trump, almeno nella teoria, avrebbero dovuto avere degli effetti diretti in termini di internalizzazione dei processi produttivi e di stimolo dell’occupazione interna. Quello che i dazi non fanno — e questa è teoria economica — è stimolare le competenze produttive che servono a produrre determinati beni o che servono a impiegare determinati processi di produzione che nel frattempo sono stati esternalizzati o delocalizzati. E sicuramente i dazi non stimolano l’innovazione tecnologica.

Quindi la possibile discrasia tra effetti di breve periodo, qualora ci fossero, ed effetti di lungo periodo strutturali è tutta da vedere. Negli Stati Uniti ad oggi gli effetti in termini di inflazione e disoccupazione sono molto sotto le aspettative rispetto a quanto ci si aspettava: quasi nessun effetto in termini di reshoring, ad oggi c’è soltanto una tensione continua e una guerra commerciale. Inoltre, le cosiddette catene globali del valore — cioè quella dislocazione a livello globale delle catene di produzione avvenuta con la globalizzazione — non sono una porta girevole e sono il risultato di decenni di accumulazione di competenze e conoscenze dislocate nel tempo. Esistono delle eterogeneità settoriali, esistono delle interdipendenze tra settori produttivi, le famose relazioni input-output che sono a questo punto dislocate a livello globale. È facile scomporre e spacchettare a livello globale le catene di produzione, ma non è scontato ricomporre. Questo è un elemento che dobbiamo tenere in considerazione.

Qui arriva il secondo punto di quest’ordine post-liberale: la guerra commerciale e poi il passaggio alla guerra guerreggiata. Che relazione c’è? L’aumento della spesa militare e le priorità belliche diventano uno strumento fondamentale di mantenimento dell’egemonia non solo geopolitica, ma anche economica e soprattutto tecnologica. Oggi stare sulla frontiera tecnologica significa investire ed essere leader in quelle tecnologie e infrastrutture tecnologiche che consentono di avere una leadership per uso civile, ma soprattutto per uso militare: il famoso dual use. Quali sono queste tecnologie? L’intelligenza artificiale (non una tecnologia singola, ma un dominio tecnologico molto eterogeneo), l’accumulazione e lo sfruttamento dei Big Data e le infrastrutture di piattaforma.

E qui veniamo all’ultimo pezzetto del puzzle per ingrandire l’immagine. C’è un’ulteriore mutazione genetica che il capitalismo sta vivendo negli ultimi anni, e di cui in particolare ci stiamo occupando con altri colleghi del Sant’Anna e della Cattolica: quello che abbiamo chiamato una fase di “capitalismo della rendita”. Lo dico legato ai dati perché sono alcuni dei nuovi asset scarsi — o, come dirò tra poco, mantenuti artificialmente scarsi grazie a un’asimmetria di potere su cui ruota un’estrazione di rendita.

Questa estrazione di rendita non minaccia solo il lavoro, ma minaccia anche il capitale. Minaccia il lavoro come fonte di valorizzazione, di estrazione di un salario e di un reddito, ma minaccia anche il capitale industriale, quel capitale che storicamente ha avviato i cicli di accumulazione nella storia del capitalismo moderno e contemporaneo. Se la valorizzazione progressivamente avviene tramite l’estrazione di rendita, significa che il capitalismo in qualche modo cede nella sua capacità non solo di generare ricchezza e valore tramite la produzione, ma anche nella sua capacità di generare progresso sociale.

Negli ultimi 50 anni abbiamo osservato una riduzione progressiva e persistente della quota di valore aggiunto che va ai salari — la cosiddetta wage share o labor share —, quella fetta della torta che va ai lavoratori sotto forma di salario a favore dei profitti di investimento di capitale produttivo o dei profitti finanziari. Ma contemporaneamente si sono messi in moto tutta una serie di canali di estrazione di un terzo attore nella distribuzione funzionale del reddito: la rendita.

Cosa colpisce questa rendita? Diverse sfere: la rendita immobiliare, la distribuzione del reddito, la finanziarizzazione, diversi fenomeni che hanno trasformato le nostre economie. Ma quello che c’è da dire è che di fatto ha come controparte sia il capitale industriale sia il lavoro, e questa è una grossa novità in termini sia di conflitto capitale-lavoro, sia di trasformazioni che stiamo sperimentando.

Qui arriva il nesso con le altre due trasformazioni: la guerra commerciale e la militarizzazione e guerra vera e propria. Chiaramente il problema della spesa militare che sottrae risorse ad altri utilizzi è un aspetto affrontato stamattina e approfondito, ma bisogna anche capire qual è il rapporto tra Stato e mercato, tra capitale e lavoro — quel “modo di regolazione”, si diceva una volta —, capace di vivere questa trasformazione. Quale Stato? Quale rapporto nell’era dei nuovi feudatari digitali, come qualcuno dice, nell’epoca in cui queste strutture di potere assumono delle configurazioni addirittura premoderne e precapitalistiche?

Dico questo perché durante i “Trenta Gloriosi”, come li chiamano gli storici, nel periodo post-bellico, in quell’unicum e idillio socialdemocratico del secondo dopoguerra, la configurazione fordista tra politiche economiche keynesiane e misure progressiste non è piovuta dal cielo: è stata in qualche modo innescata dalle lotte operaie e dalla minaccia sovietica. Forse ci dovremmo interrogare: per ora le minacce dell’egemonia statunitense e le lotte operaie in questo momento non sono quelle degli anni ’60 e ’70, e ci stanno portando, anziché verso una configurazione più socialdemocratica che garantisca una pacificazione del conflitto capitale-lavoro, verso gli scenari prebellici più cupi. Ci dobbiamo interrogare materialmente su come governare anche noi da qui queste trasformazioni in corso.

La concatenazione di queste trasformazioni a livello globale — economiche, relative alla guerra commerciale, alla militarizzazione, alla progressiva accumulazione di ricchezza nelle mani di pochi grazie alla rendita e non più soltanto ai profitti delle attività produttive e men che mai ai salari — porta a una trasformazione parallela delle nostre economie e dei nostri sistemi di welfare verso il modello statunitense. Questo vuol dire finanziarizzazione ed estrazione di rendita. Significa che i nostri modelli di welfare (beveridge anni, mediterranei) si stanno avvicinando sempre di più al modello anglosassone.

Esempi concreti: la normativa sul Tfr dei lavoratori privati con l’assenza di scelta nei fondi pensione, la progressiva privatizzazione della sanità per chi può con il ricorso a forme di assicurazione sanitaria e coperture pensionistiche integrative. È di poche settimane fa la notizia che un noto supermercato romano dà la possibilità ai consumatori di rateizzare la spesa pagando con la piattaforma Klarna. Ci sono gli effetti dell’inflazione e della guerra in termini di costo delle materie prime e dei beni di prima necessità, ma anziché alzare i salari ti si dà la possibilità di rateizzare. Se l’avessimo letta degli Stati Uniti avremmo detto “quelli d’oltreoceano”. Questi sono gli esempi concreti di come anche qui da noi oggi questi fenomeni impattino in maniera molto concreta.

Diventa fondamentale parlare di come gestire l’oggi, di quale agenda darci da qui al medio periodo per cercare di orientare la bussola verso un momento di pace e un’economia di sviluppo sostenibile e soprattutto di pace: non solo produzione industriale, ma produzione industriale in un contesto di pace.

Molti di questi interventi li scriviamo ogni anno nella contro-finanziaria e li diciamo qui. Sono pacchetti di interventi redistributivi e distributivi: investimenti nella sanità e nell’istruzione pubblica, valorizzazione del salario e della forza lavoro come elemento cardine della valorizzazione, politiche industriali che ci rimettano su un sentiero di scelta su cosa produrre, come produrre e soprattutto perché produrlo. E poi politiche redistributive progressive che vadano a riorientare il carico fiscale a favore delle fasce di reddito medio-basse, del lavoro e della piccola e media impresa, e certamente non dei colossi del digitale, oltre a una lotta senza quartiere all’evasione e all’elusione fiscale per liberare risorse da investire in tutte le cose che ci diciamo ogni anno. Grazie.

Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 5 settembre 2026/ L’altra Cernobbio/ Hd IMGA0175

Sara Sostini, ecoinformazioni

Grazie Lucrezia. Sicuramente, come hai illustrato tu, il lavoro da fare è tanto e faticoso. Con Alessandro Volpi dell’Università di Pisa vogliamo focalizzarci su qualcosa anticipato negli interventi precedenti, cioè sul fatto che il complesso militare in senso ampio stia diventando, con un incremento esponenziale e velocissimo, sempre più legato al sistema finanziario. Volevo chiederti di illustrare il legame che esiste tra guerra, riarmo, debito e inflazione, e di come questo legame porti a un aumento insostenibile del costo degli interessi sul debito pubblico e privato, in evidente contrasto con l’ineluttabilità del doversi riarmare che ci stanno proponendo. Grazie.

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Alessandro Volpi, economista Università di Pisa

Sì, grazie. Intanto grazie a voi per l’invito. Proverò a rispondere alla domanda concentrandomi su due aspetti specifici: il debito e l’inflazione. Immagino che Francesco Vignarca — non l’ho sentito stamani sfortunatamente, ma so cosa dice — abbia già detto molte cose, e l’intervento di Lucrezia Fanti mi esime da una serie di riferimenti generali.

La considerazione da fare è fondamentalmente questa: il riarmo a cui stiamo assistendo nel corso degli ultimissimi anni è in larghissima parte finanziato attraverso il debito. Abbiamo un sistema di riarmo che si finanzia in larghissima parte attraverso il debito pubblico e, in parte minore, il debito privato. In più, da tenere presente, abbiamo una gigantesca bolla finanziaria — quella a cui faceva riferimento Lucrezia Fanti — anch’essa fondamentalmente finanziata a debito. Pensate alla vicenda dell’intelligenza artificiale: la bolla dell’intelligenza artificiale dipende in larga misura da un livello di indebitamento di queste società che è spaventoso.

Questo dato lo terrei ben presente e lo metterei in relazione a un altro aspetto: noi non stiamo finanziando le spese di guerra (e la bolla finanziaria) con un aumento del carico fiscale. Nel mondo occidentale abbiamo assistito a una progressiva riduzione del carico fiscale, quindi è evidente che il finanziamento della nuova e maggiorata spesa per il riarmo si farà facendo ricorso non a un processo di fiscalizzazione (che avrebbe conseguenze di consenso tutt’altro che banali, perché alzare le tasse per andare in guerra creerebbe problemi a chi sostiene il riarmo). La teoria e la prassi sono esplicite: cosa dice ReArm Europe? Nuovo debito: 650 miliardi a carico degli Stati e 150 con titoli europei che fanno capo a un’agenzia. Ma è tutto debito.

Questo porta con sé una considerazione tutt’altro che banale. Il fatto che cresca così pesantemente la mole del debito — gli Stati Uniti hanno un debito federale ormai intorno ai 40.000 miliardi di dollari e la spesa militare di 1.000 miliardi è per il 65% finanziata con il debito; il debito mondiale pubblico e privato ha superato i 350.000 miliardi e a fine anno si avvierà a essere di 360.000 miliardi — indica numeri che il capitalismo contemporaneo degli ultimi 50 anni non ha mai conosciuto.

Quali sono i problemi impliciti in questa dinamica? Ce ne sono due principali.

Il primo: se ti indebiti per il riarmo e hai già un debito importante, è difficile che tu ti possa indebitare per altre tipologie di spesa. Tanto più se le norme europee dicono che, se ti indebiti per il riarmo, quel tipo di indebitamento pesa meno sui conti pubblici rispetto a qualsiasi altro. Quindi una parte del debito andrà obbligatoriamente lì e non potrà essere destinata ad altro. Teniamo presente che le leggi di bilancio del nostro Paese sono per il 35-40% finanziate con l’emissione di debito. Se devo fare ricorso al mercato del debito per finanziarmi il riarmo — perché i riarmi europei non ci danno soldi gratis, lo Stato italiano come gli altri deve indebitarsi e destinare quell’indbitamento alla spesa militare —, questa quota viene tolta ad altre spese.

Il secondo aspetto, meno evidenziato: se il mondo cresce così rapidamente nel ricorso al debito (gli Stati Uniti nel 2022 avevano un debito federale di 32.000 miliardi, ora sono a 40.000 e crescerà ancora; l’Europa è passata da 14.000 e si sta avviando a 18-20.000 miliardi), succede automaticamente che il costo del debito lievita. Gli interessi sul debito salgono e diventano l’elemento che trascina il debito stesso verso l’alto. Se quattro anni fa lo Stato italiano collocava un titolo decennale all’1% e ora lo colloca a quasi il 4%, per lo Stato italiano vuol dire che gli interessi sul debito sono passati dal 2022 ad oggi da 65 miliardi a 104 miliardi. È inutile che ci raccontino la favola dello spread: lo spread non cresce perché nel frattempo anche la Germania ha aumentato il proprio livello di indebitamento, poiché tutti i Paesi si stanno facendo una concorrenza feroce sulla capacità di trovare risorse per finanziare le proprie spese, in primis la spesa militare.

Se si immette in un sistema già indebitato un volano così impegnativo di risorse pubbliche da raccogliere a debito per il riarmo, si produce una guerra fra i vari Paesi che, oltre a essere commerciale, diventa una guerra sugli interessi. Pensate alla vicenda giapponese: crolla lo yen, gli Stati Uniti hanno paura che il Giappone possa vendere debito americano (il Giappone ha circa 1.000 miliardi di debito americano, che sarebbe un’aggravante per quei 40.000 miliardi). Cosa fa? Decide di vendere gli euro a disposizione per comprare yen, per evitare che il Giappone venda il debito americano.

L’aumento della spesa e del debito genera una concorrenza per cui devi pagare interessi alti. Se gli Stati Uniti sul decennale pagano quasi il 5%, l’Italia deve pagare il 4%. Questo vuol dire che nella legge di bilancio del prossimo anno dobbiamo mettere, su 27 miliardi complessivi, una quota di finanziamento degli interessi sul debito che è di 3-4 miliardi superiore. Aver generato una concorrenza così marcata sul piano del finanziamento delle spese con il debito determina una lievitazione degli interessi che rende inevitabile lo smantellamento dello stato sociale e l’indebolimento della spesa pubblica per altri settori. E quando si parla di interessi si parla di spesa corrente e primaria (stipendi, rinnovi contrattuali dei lavoratori pubblici). Questa voce viene contratta dal clima di guerra e dall’esplosione del debito. Negli Stati Uniti il 2024 è stato il primo anno nel quale la spesa per interessi sul debito (1.100 miliardi) ha superato la spesa militare.

Questo è un tema intrinseco alla crisi profonda del capitalismo. Quel tasso di interesse che lo Stato deve aumentare rende i titoli di Stato in qualche modo competitivi rispetto all’acquisizione di titoli azionari, che in questo momento stanno in piedi perché hanno rendimenti particolarmente significativi. Se c’è un mercato azionario che ha bisogno di raccogliere il risparmio e indebitarsi con le banche, e contemporaneamente un sistema pubblico che ha bisogno di indebitarsi, salgono i tassi di interesse e i due mercati entrano in rotta di collisione.

Il debito pubblico e privato a livello mondiale è di 350.000 miliardi. L’indice Standard & Poor’s delle 500 società principali fa 80.000 miliardi di valore. Ma i soldi da dove vengono? Vengono da un meccanismo drammaticamente semplice: per finanziare quel debito, visto che i prestiti bancari costano troppo, bisogna rastrellare il risparmio di tutti noi. Tutti dobbiamo essere spinti a farci il fondo pensione o la polizza sanitaria privata perché non c’è più la sanità o la previdenza pubblica. I soldi del fondo pensione si traducono nell’acquisto di titoli finanziari o titoli di Stato americani che i grandi gestori (come BlackRock) mettono in portafoglio. Il sistema sta in piedi se, all’aumentare dell’indebitamento, i risparmiatori sono sempre più coinvolti nel processo di sostegno. Tutto il meccanismo della previdenza integrativa con sgravi fiscali marcatissimi serve a questo. Se andate a vedere i portafogli dei fondi pensione più diffusi, vi accorgete che il titolo Nvidia c’è in tutti. Il paniere è costruito in maniera omogenea per servire al finanziamento di un sistema che, con l’aumento dell’indebitamento generato dalle armi, rischia di non stare in piedi.

E vengo all’ultima considerazione: l’inflazione. Questa situazione è ulteriormente complicata dall’altro effetto della guerra. Se vuoi creare un clima di guerra devi fare spesa e indebitarti, e quel tipo di spesa non è in grado di generare un’economia produttiva che crei occupazione e ricchezza reale. Ti devi indebitare per armarti. Ma cosa produce la guerra? Le guerre attuali (Ucraina e Iran) sono guerre dell’energia, e le guerre dell’energia provocano la peggiore delle infrazioni, articolando la geopolitica mondiale sulla base dei combustibili fossili.

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Alessandro Volpi, economista Università di Pisa

L’inflazione, a meno che non arrivi una recessione gravissima, allora siamo già nei guai oltre ogni limite; se aumenta l’inflazione, i tassi di interesse aumenteranno ancora di più. Guardate la grande e drammatica crisi americana che ci dovrebbe indurre — attenzione —: noi stiamo coinvolgendo i nostri futuri pensionati nel mercato finanziario americano, perché quei fondi comprano quella roba lì per il 32% anche nel caso dei fondi chiusi. Attenzione, andiamo là. E cosa gli raccontiamo a quei signori? Guardate che la finanza è andata benissimo negli ultimi 30 anni, le azioni hanno reso di più del TFR, ma la domanda è: siamo nelle stesse condizioni?

Gli Stati Uniti avevano 40.000 miliardi di debito, pagavano qualcosa come 1.400 miliardi di interesse, non erano più la più grande potenza economica di questo pianeta, avevano una bilancia commerciale così sgangherata non solo nell’entità, ma nella incapacità di produrre beni da esportare. Avevamo gli ETF che erano una sorta di cartolarizzazione, sono una sorta di cartolarizzazione diffusa sul modello dei subprime in cui ci troviamo tutti quelli che hanno il fondo pensione nel loro portafoglio. Non è così.

Gli Stati Uniti in questo momento sono in una fase difficilissima e su questo davvero chiudo, che è rappresentata dal fatto che se aumentano i tassi di interesse — e li devono aumentare perché sennò la gente non compra il loro debito, perché come sappiamo c’è una corsa, abbiamo detto la concorrenza sul debito e quello americano è troppo grande —… Se i tassi non aumentano, evidentemente nessuno compra più il debito americano e il debito americano entra in crisi perché non è più in grado di finanziare la spesa degli Stati Uniti, che dipende in parte dai consumi e in parte dal debito, ma i consumi dipendono dal debito. Quindi gli Stati Uniti devono necessariamente aumentare i tassi, ma se aumentano i tassi il loro debito costa ancora di più, il prestito bancario costa di più e gli americani si impoveriscono.

Cioè, gli americani sono in una situazione davvero difficilissima, tant’è vero la testimonianza che nei giorni scorsi è successa — perché ormai succedono cose ogni giorno e si dice: “Vabbè, sono novità assolute” — che il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha detto: “Noi, per sostenere il debito degli Stati Uniti, noi Tesoro, quindi noi Stato federale, compriamo il debito americano perché sennò non se lo compra nessuno”. Contemporaneamente, il Presidente della Federal Reserve nominato da Trump per abbassare i tassi ha detto: “Quello che fa Bessent è pericolosissimo. Io alzo i tassi di interesse perché se noi svalutiamo il debito comprandolo attraverso i buyback dello Stato, rischiamo che i titoli non se li ricompri più i cinesi — cosa che non fanno già più — e non se li ricomprino più le banche europee perché valgono sempre meno”. E allora dice Wall Street: “Io dovrò alzare i tassi”. Un corto circuito fra un ministro di un’amministrazione e un presidente di una banca centrale nominato dal Presidente degli Stati Uniti, che dicono due cose diametralmente opposte, è la testimonianza che sta per arrivare una crisi.

Allora noi, per dare… cosa dovremmo fare? Dovremmo starne lontani, dovremmo costruire i meccanismi per stare lontani da quella crisi, non per moltiplicare le forme di integrazione in quei sistemi, che invece è quello che stiamo facendo con la finanziarizzazione, con la privatizzazione che è sempre e soltanto in direzione americana. Quindi io penso che questi elementi siano elementi che emergeranno e io spero servano a costruire una mobilitazione, come si diceva anche prima, perché altrimenti la crisi rischia di essere profondissima. Ma non sarà soltanto la crisi dei vertici del capitalismo finanziario: come il modello neoliberale ha infiltrato nel risparmio collettivo quel tipo di capitalismo, la tragedia sarà una tragedia diffusa e quindi io penso sia necessario mettere mano a delle soluzioni radicali. Grazie.

Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 5 settembre 2026/ L’altra Cernobbio/ Hd IMGA0176

Giulia Rho, ecoinformazioni

Allora, innanzitutto grazie mille per questi primi due interventi. Io procederei menzionando quello che è un testo, un libro menzionato questa mattina già da Francesco Vignarca, scritto nel 2012 e intitolato Armi, un affare di stato. E chiedo — scritto a quattro mani, menziono anche Michele Sasso insieme a Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, a cui pongo questa domanda —: come sono cambiati gli scenari descritti all’interno di questo testo? In particolar modo vorrei menzionare il caso di Finmeccanica, di come le banche continuino a sostenere e a investire nella ribattezzata Leonardo, un nome noto, così come sono noti i crimini commessi che leghiamo sicuramente allo scenario di Gaza, ma non solo, anche ad esempio a uno scenario geograficamente che sentiamo più distante da noi come quello dello Yemen, di cui ha scritto più recentemente.

Quindi pongo una sorta di provocazione: proprio perché il panel si intitola “L’impatto e le conseguenze sulla globalizzazione” — oserei dire anche della globalizzazione — possiamo dire che una scelta eurocentrica di riarmo produce conseguenze diversificate a seconda della scala delle distanze terrestri su cui impatta, e talvolta questa ci rassicura su quelli che poi andiamo a definire come presunti coinvolgimenti, normalizzando? Qui risiede la provocazione.

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Duccio Facchini, direttore di Altreconomia

Buongiorno a tutti e a tutte. Grazie infinite per l’opportunità di ascolto, innanzitutto, perché non si smette mai di imparare. Però dall’altra parte dico anche: “Uffa!”, perché Vignarca prima — che è coautore di Armi, un affare di stato, non facciamolo noi, non giriamo la sua posizione —, il ricercatore della Bicocca, Volpi e tutti gli altri interventi che ci sono stati… io sinceramente, anche perché siamo super lunghi con i tempi, avrei poco da aggiungere in realtà. Quindi mi limito, nel rispondere anche alle dinamiche sulla compianta Finmeccanica e al impropriamente detto riarmo, ad aggiungere alcuni punti di riflessione, anche un po’ di provocazione, sennò ce la diciamo tra di noi.

Il primo: abbiamo appunto ascoltato — ed è giusto — dinamiche globali quasi inafferrabili. Poi però, se vogliamo, sia sotto il profilo dell’informazione (per quanto mi riguarda come giornalista di Altreconomia) sia sotto il profilo della mobilitazione (perché il mondo lo vogliamo trasformare e non farci convegni in cui dirci quanto male siamo conciati), dobbiamo anche un po’ far atterrare le questioni vicino e farle percepire nella loro realtà sostanziale. Perché poi alla fine la realtà passa attraverso i territori, e quindi se davvero noi vogliamo avere uno spaccato delle dinamiche del monopsonio che descriveva prima bene Francesco Vignarca, non dobbiamo andare molto lontano dal ramo comasco del lago. Io sono lecchese, quindi ovviamente non posso che andare di là — scherzo, perché non me ne frega niente —, ma comunque andiamo sul Monte Legnone.

Qualcuno di voi ci sarà stato, a 2.600 metri, nel marzo del 2022. Questa è una roba che non ricorda nessuno, ma la prossima udienza del processo che ne è scaturita sarà il 9 settembre al Tribunale di Lecco. C’è un M-346 che sta facendo un volo di prova con su due piloti: uno ci resterà e uno è riuscito a dilettarsi in tempo. Quell’M-346 che era decollato dalla provincia di Varese, dalla linea Aermacchi del gruppo Leonardo, nel marzo di 4 anni fa si schianta sul Monte Legnone. Uno dei piloti, inglese, il pilota che lo testava, perde la vita. Da lì nasce un processo di cui ovviamente in Italia sappiamo tutto… di Ranucci, tutto di… cioè mettetevi dentro tutte le dinamiche, Bari, il discorso della Meloni e Vannacci. Permettetemi di dire, provocandomi: andiamo avanti. Cioè, io di Vannacci da stamattina mi porto dietro la descrizione di Francesco, il baby pensionato; mettiamo le cose, secondo me, nella loro proporzione e poi però cambiamo anche un attimo registro, tiriamo fuori le cose di cui non parlano gli altri, sennò saremo ostaggio intellettuale, un sequestro intellettuale garantito al limone, d’accordo?

Un processo di cui non parla nessuno, che nasce da lì. Perché cosa si chiedono i magistrati, quei pochi ancora indipendenti che ci sono nel nostro Paese? Referendum sì, referendum no? Si pongono una domanda e costruiscono un’inchiesta che ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio, e appunto la prossima udienza sarà il 9 settembre. L’accusa della Procura di Lecco, che riguarda sette dirigenti di Leonardo e uno operativo, è che quell’M-346 lì che stava sorvolando il Legnone non era pronto per sorvolare e fare il volo di test. E che cosa aveva spinto Alenia Aermacchi a mandare quell’M-346 con su due persone, di cui una è morta? Il pepe, diciamo così, di consegnare quella partita di M-346 al committente dell’ordine, alla Leonardo, che è la principale beneficiaria in Italia delle dinamiche di cui abbiamo parlato stamattina, che non solo non portano posti di lavoro, non solo portano ricchezza, ma non c’entrano neanche niente con la logica del blocco che ci vogliono imporre: cioè noi e gli altri, no? Lipsia, no? Noi, la NATO e gli altri, ok?

Chi era il committente dell’M-346 della Leonardo? Qualcuno lo sa? Caduto sul Legnone sotto il nostro naso, era il Turkmenistan. Se voi cercate Turkmenistan dal punto di vista delle notizie, lo cercate con Putin, scoprirete notizie di ore fa di Putin che annuncia, in occasione di un’imminente visita diplomatica, di portare le relazioni tra il Turkmenistan e la Russia a un nuovo livello. E allora la domanda che noi dobbiamo farci è: ma infilarci intellettualmente nel ricatto che vuole armi brutte e armi belle? Seguendo anche il discorso che ha costruito prima Francesco Vignarca, noi dobbiamo rompere questa dinamica perché ce l’abbiamo sotto il naso. Quindi la dinamica del blocco (“noi ci amiamo, fa brutto, però insomma siamo la NATO e lì c’è il bau bau”) basta; ma non perché Putin non sia un despota infame, ma perché è il profitto che regola la dinamica, lo stesso profitto che ci porterà alla tragedia diffusa, per usare le parole di Alessandro Volpi, che facciamo finta di non vedere.

E anche qui, non è che dobbiamo andare troppo lontano. Se ci prendiamo la relazione Uama di quest’anno e andiamo a vedere le autorizzazioni rilasciate dall’Autorità Nazionale, non in numero di licenze, ma in valore delle licenze: su 100 licenze siamo a più di 7 miliardi; in questo caso il valore considerato, 62 di valore su 100, è a beneficio di Paesi extra-Ue ed extra-Nato. Ma quindi noi ci stiamo riarmando, stiamo mettendo i nostri risparmi, stiamo costruendo e alimentando tutta questa bolla speculativa per imprese sì il più delle volte consociate, ma che poi si comportano sul mercato fottendosene della dinamica del blocco, fottendosi della dinamica della democrazia liberale che oggi al Forum Ambrosetti dovrebbe essere rappresentata da Mario Monti versus il bau bau di oggi, Roberto Vannacci?

Rompiamole queste dinamiche con la lente dell’economia, che va bene, che è il punto: l’economia in senso alto, non la fuffa dei convegni, ma la pratica quotidiana, perché sennò, ripeto, rimaniamo ingabbiati in un dibattito da cui non usciamo più. Quindi rompere questa dinamica insieme anche a un’altra bolla — non la dico del riarmo perché è già stata detta prima —, però anche qui, ridendo un attimo, disinneschiamo attraverso… è una cazzata, ve la dico così per strapparci un riso: Il Sole 24 Ore. Perché Il Sole 24 Ore, che è un giornale serio, ci mancherebbe altro, ma che è rappresentante di poteri ben costituiti, io vi invito a leggerlo, perché stamattina, quasi immaginando che arrivasse Volpi, pubblica un pezzo nell’inserto dedicato agli investimenti finanziari che si intitola così: “Guerra in corso, sorpresa: i titoli della difesa per ora si ritirano”. Quindi la famosa bolla che raccontava Volpi… anche questo racconto che ci facciamo: “E adesso le armi sono quelle che tirano”. Lo diceva anche prima Bene De Palma: sterilizziamo questa storia che adesso tutte le imprese italiane si stanno riconvertendo al militare, alla difesa. Alt a diventare ostaggio di questi racconti! E lo stesso racconto è la finanza tutta sulle armi perché le armi rendono, perché le armi tirano, perché le armi producono risultati economici.

Oggi Il Sole, subodorando come funziona una bolla speculativa, inizia a dirci — naturalmente nel gergo confindustriale che può avere l’autrice dell’articolo, vi attacco —: “Le guerre continuano dinanzi a una rinnovata tensione geopolitica”. Come a dire: tranquilli, tutto bene, cioè le guerre… non ti preoccupare, l’asset c’è, ma il settore della difesa non brilla in borsa; anzi, dall’avvio della guerra in Iran l’andamento di molti titoli è preceduto dal segno meno: Northrop Grumman, Lockheed Martin, Boeing, Rheinmetall -36%, Leonardo -9%, Thales -6,7%. Che cosa succede letterale? Che cosa succede? Ci sono ragioni tecniche e strutturali, e interviene il classico rappresentante degli investimenti finanziari che dice: “Scendono perché abbiamo iniziato a vendere anche qualcosa per tirar su alla luce dei risultati, e quindi se una bolla dovesse un po’ restringersi tranquilli, perché ne abbiamo un’altra sempre di Lipsia memoria”.

Qual è la nuova bolla? E anche qui i giornali ci dettano la linea: la nuova bolla sono i droni, d’accordo? E gli elefanti della difesa fanno fatica, hanno liquidità ma fanno fatica a marginare, ma ci sono le startup dei droni. Infatti Il Sole, dopo averci detto che i droni tirano quanto le Big Tech — che per chi conosce un po’ e non è servo sa che dirti che sei come una Big Tech in borsa bene bene non è che proprio ti vada benissimo —, ci dice anche quali sono le nuove società su cui credere: RTX negli Stati Uniti e Kongsberg in Europa. Sempre a proposito di “Armi, un affare di stato”, dove non solo gli Stati ti fanno da committenti, ma anche i giornali, che inquinando il mercato ti dicono quali sono quelle che tireranno. A rivederci in insider trading, perché se lo fa Trump fa schifo; se lo fa la von der Leyen nel marzo del ’22, proprio quando — scusate, nel marzo dell’anno scorso — veniva aperta l’inchiesta per il Legnone su Fincantieri e Leonardo, quello non è insider trading. Ma Il Sole ci dice che RTX e Kongsberg tirano, e vi leggo letteralmente le caratteristiche di queste imprese che sono state presentate oggi: “Tra i leader mondiali nel settore missilistico” — che uno dice: “Mizzega!” —, “nel 2026 gestisce un portafoglio ordini record oltre i 270 miliardi di dollari”; e anche Kongsberg è ugualmente molto ben presente sui “sistemi di missili di altissima qualità”. Che uno dice: “Ma che cazzo è un missile di altissima…?” Ma in che senso missili di altissima qualità?

Siamo in questa nuova fase. Siamo in questa nuova fase perché — ed è la dinamica retorica — con un drone da 50.000 euro fai saltare un carro armato da 60 milioni di euro. E quindi il punto di caduta non è: “Ma che mondo osceno, perché devo mettere i miei risparmi?”, il punto di caduta è: “Molla i carri armati, vai sui droni, chiaro? E chiedi alla tua banca o al tuo fondo pensione di acquistare dei titoli di società che si occupano di questa mansione”.

Ora, per concludere: occhio ai discorsi che poi si autoalimentano (il riarmo che non c’è perché spendiamo in crescita da 30 anni, quindi occhio all’uso delle parole, il blocco, il mercato, la finanza; sulla riconversione è stato già detto prima nel panel). Però volevo anche un po’ concludere in maniera provocatoria degli M-346, veramente due minuti — mi è scattato adesso il timer dei 10 —, perché è un po’ il nostro mondo, ma è un po’ la cifra del nostro tempo: metabolizziamo tutto troppo in fretta, troppo in fretta. E certe cose si perdono, anche qui, troppo in fretta. Cioè, non è passato un anno dall’intervista a Roberto Cingolani, amministratore delegato di Leonardo, liquidato con una buonuscita da 4,4 milioni. D’accordo? Poverino. Ah, poverino! Però non è il bau bau Vannacci, eh: laureato ITI di Genova, ministro della transizione nel governo Draghi… Fa un po’ meno paura, però era l’amministratore delegato della Leonardo che ha continuato a fornire ricambi, assistenza e manutenzione per gli M-346 che sono cascati sul Legnone, ma che abbiamo venduto a Israele nonostante il 7 ottobre ’23.

Quella partita lì, quell’intervista di Cingolani che un anno fa diceva: “Eh, ma noi l’abbiamo dovuto fare in forza di licenze rilasciate prima del 7 ottobre, stiamo aspettando un decreto del Ministero degli Esteri che sterilizzi la possibilità di onorare quei contratti”… quella partita lì non è mica chiusa. Non è mica chiusa la responsabilità, che non è una responsabilità aziendale, ma è una responsabilità penale dei dirigenti della Leonardo che, in pieno genocidio in corso, hanno continuato a vendere, spalleggiati dal governo Meloni, sistemi d’arma anche di valore economico irrisorio, ma dal valore umanitario colossale, a un Paese come Israele. Quella partita lì non è chiusa, ma noi ci volgiamo dall’altra parte, facciamo fatica a tenere insieme queste informazioni.

Passa come niente il fatto che a luglio di quest’anno Leonardo ha festeggiato la firma del contratto per la destinazione di 12 M-346 a chi? All’Indonesia, il più grande Paese musulmano del mondo. Lo dico a titolo provocatorio, visto che adesso il mondo è diviso in civiltà, ma noi vendiamo gli M-346 e va benissimo. Ma quando vi dicevo che il blocco è ovviamente corrotto alle sue fondamenta… però il tema provocatorio è: facile sparare su Leonardo, tra virgolette, facile sparare su Eni, facile sparare sul capitalismo; però noi dobbiamo anche un po’ abituarci — e qualsiasi riferimento al tema sanzioni, Ofac, conti correnti — dobbiamo anche un po’ abituarci a guardarci allo specchio.

Quindi noi, nel numero di luglio-agosto di Altreconomia, abbiamo fatto la copertina sulle fondazioni di origine bancaria. Perché se oggi, in quella dinamica che veniva ben descritta in apertura con la regressione dello stato sociale e del welfare state pubblico, gran parte del welfare sta in piedi grazie a progetti finanziati dalle fondazioni di origine bancaria (Altreconomia ha fatto anche progetti con Cariplo, sono qui a dire che noi siamo impuri)… ragazzi, vogliamo parlare di come le fondazioni bancarie gestiscono i loro patrimoni miliardari e trovare dei titoli, compresi i titoli di Stato russi, nella holding di cui Cariplo è la prima azionista, che si chiama Quercus Holding ed è domiciliata in Lussemburgo? Cioè, dobbiamo un attimo guardarci allo specchio e non solo dirci: ha ragione Alessandro, la fuga dall’azionario, potremmo intitolarla così, questo nuovo kolossal del nostro tempo, la fuga dalla borsa, dall’obbligazionario e dall’azionario. Però dall’altra parte, noi, oltre che consumatori critici della finanza incazzarci su come la nostra banca o il nostro fondo pensione gestisce i soldi, dobbiamo anche un po’ iniziare a chiedere conto di certe scelte di investimento. Perché sennò un mondo va da una parte, parla di certe cose, e poi la leva finanziaria vera che puoi muovere… certo, non è dagli investimenti di Cariplo che risolviamo il mondo, però lì secondo me c’è un problema che non è solo rappresentato dal fatto che saresti anche un azionista di riferimento della prima banca italiana e certe scelte, come Intesa Sanpaolo, potresti anche contribuire un po’ ad orientare. Queste cose ce le dobbiamo dire.

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Giulia Rho, ecoinformazioni

Grazie Duccio Facchini per questo denso intervento. Allora, procediamo. Procedo a chiedere a Valentina Cappelletti, segretaria generale della Cgil Lombardia, a partire da un’intervista di maggio di Impresa Lavoro in cui hai detto: “Oggi serve una strategia industriale capace di sostenere imprese e occupazione, accelerando sugli investimenti e sulle energie rinnovabili. Una transizione che non può essere lasciata al mercato, ma deve essere governata e controllata mettendo al centro lavoro, salari, formazione e qualità dell’occupazione”. Ora ti chiedo: in che modo questo si concilia con l’aumento della spesa pubblica per la cosiddetta difesa e l’incremento della produzione nel settore bellico in Italia? Quanto pesa questa scelta su lavoratori e lavoratrici? Chiaramente una scelta a svantaggio della transizione ecologica.

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Valentina Cappelletti, segretaria generale Cgil Lombardia

Sì, certo. Allora, intanto l’incremento di questa spesa noi, dal punto di vista tecnico attraverso il bilancio dello Stato, l’anno scorso non lo abbiamo ancora fatto, quindi per fortuna non rientravano nei criteri che ci avrebbero consentito di farlo e quindi non lo abbiamo fatto. Questo non vuol dire che la pervasività dell’orientamento preferenziale della scelta a favore degli investimenti dual use non sia già incominciata l’anno scorso, poi ci torno. A maggior ragione, se non lo abbiamo fatto l’anno scorso, siamo nella condizione di evitare di farlo quest’anno nel caso in cui rientrassero nei requisiti che ci consentono di rientrare nei criteri europei per accedere all’utilizzo di Safe.

E mi spiego, cerco di farlo brevemente in questi 10 minuti. Allora, ci hanno già detto questa mattina negli interventi precedenti che Rearm Europe, poi definita Readiness Eu — perché Rearm più la coppia Von der Leyen era un po’ troppo per i deboli stomaci europei, come qualcuno li ha definiti —, è stata ridefinita Readiness EU per cercare di recuperare anche quella dimensione linguistica che era la preparedness EU con cui avevamo risposto al Covid. Quindi il tipo di mobilitazione è: mobilitiamo il debito pubblico europeo per orientarlo rispetto ai nuovi obiettivi di protezione pubblica europea, cioè la protezione dai bau bau.

Sappiamo già che la storia inizia prima: è iniziata nel 2014 e ancora prima, quando è stato consentito di sterilizzare la spesa dal totale del calcolo della spesa degli investimenti. Sono stati sterilizzati gli investimenti in strumenti di difesa per i Paesi in via di sviluppo che dovranno rendicontare la propria spesa pubblica al Fondo Monetario Internazionale. Questa sterilizzazione è avvenuta all’inizio degli anni ’10 del 2000, in una fase nella quale l’obiettivo era utilizzare tutto quello che era utilizzabile per difenderci nello scontro di civiltà. Vi ricordate allora?

Allora, quello che noi non abbiamo fatto fino ad adesso dobbiamo non farlo neanche nella prossima legge di bilancio, anche se dovessimo accedere ai requisiti tecnici consentiti dalla Commissione e nonostante le raccomandazioni della Commissione Europea. Perché la raccomandazione numero uno della Commissione Europea è aumentare la spesa per la difesa, o nella versione diretta o nella versione duale.

Piccola decostruzione: condivido una domanda che mi sono fatta. Quando ho ascoltato la Von der Leyen l’anno scorso, alla fine di settembre, fare il discorso sullo Stato dell’Unione, sono rimasta orripilata e poi ho letto i documenti collegati. Mi sono domandata — non subito dopo —: ma non è che questa mobilitazione pubblica, anche della retorica e dei discorsi pubblici, che sono una parte fondamentale delle politiche da parte della Commissione, sia sintomo della consapevolezza di aver completamente perso ormai la partita tecnologica più rilevante in questa fase, che è la partita per le tecnologie della decarbonizzazione? Me lo sono chiesto l’anno scorso; quest’anno mi rispondo: secondo me è così. Poi magari è una domanda sbagliata, ma io sono convinta del fatto che siamo ormai di fronte al fatto che la Commissione pensa di poter utilizzare la leva dell’innovazione tecnologica connessa allo sviluppo e alla spesa militare, o dell’investimento militare, per recuperare spazi nel posizionamento della specializzazione internazionale che abbiamo completamente perso per colpa nostra, per colpa delle scelte della Commissione e anche per colpa delle scelte di quegli Stati e di quelle Regioni — Regione Lombardia in primis — che hanno fatto battaglia per il superamento e l’ammorbidimento degli obiettivi di decarbonizzazione, perché siamo fuori dalle principali catene tecnologiche che sostengono l’innovazione per la decarbonizzazione. Basta stare 5 minuti in un’autostrada urbana di Pechino per capire che siamo completamente fuori. È finita quella storia lì.

In questo c’è una responsabilità molto rilevante da parte dei sistemi industriali e della classe politica dirigente del nostro Paese, in modo particolare della Lombardia. L’assessore allo Sviluppo Economico della Lombardia è stato, insieme e in alleanza con il Land Sassonia-Anhalt, uno dei principali lobbisti politici — quindi un lobbismo esplicito — per orientare le decisioni che la Commissione poi ha preso di ammorbidimento degli obiettivi di decarbonizzazione. Questa è una scelta. Questa è una scelta che ha delle conseguenze dirette sul posizionamento dei nostri sistemi produttivi nella competizione internazionale per rispondere ai bisogni essenziali.

Poi noi ci troviamo… non parlo dell’Italia, parliamo di Parigi. La città di Parigi che nel mese di luglio manda a casa tutti i ragazzini che stanno andando a scuola e che si riversano negli uffici delle madri o dei padri che stanno lavorando perché a scuola non c’è l’aria condizionata (come non c’è neanche da noi, ma i nostri a scuola a luglio vanno ai centri estivi, quindi lo so perché c’ho lavorato, muoiono di caldo nelle aule dei comuni o nelle piscine pubbliche che non ci sono più).

Quindi la seconda domanda che io mi faccio è: bene, noi che margini di manovra abbiamo nel nostro bilancio pubblico l’anno prossimo, quindi legge di bilancio del 2025, per fare quello che la Commissione Europea ci dice che dobbiamo fare? Margini secondo me non ce ne sono. E questa cosa bisognerebbe dirla con buona pace del baby pensionato fascista climatico che oggi viene ricevuto con tutti gli onori qua accanto. I margini non ci sono. Mi preoccupo? Ovviamente mi preoccupo. Mi preoccupo del fatto che non ci sono i margini per riorientare la spesa lì, ma ci sono pochissimi margini per riorientare la spesa verso quello di cui abbiamo bisogno.

Lo dico in tre parole. Leggete Maranzano e Romano, così loro lo dicono meglio di come lo dico io. Io lo imparo da loro, ma lo riporto qui: la ripartizione della spesa pubblica italiana rispetto alla ripartizione della spesa pubblica dei principali Paesi europei non è che sia drammaticamente diversa. Questo a testimonianza del fatto che i vincoli di spesa pubblica orientano ormai in maniera uniforme le decisioni di spesa in tutti i bilanci pubblici dell’Unione, tranne che sulla vicenda dell’incidenza del debito sulla spesa. Però, anche se la nostra spesa sanitaria è inferiore del 2,5% rispetto alla media della spesa UE o la nostra spesa per l’istruzione è inferiore dell’1,5% rispetto alla spesa media eccetera eccetera — che sembrano briciole, ma recuperare quel 2,5% e quell’1,5%… —, usare la scuola della Peace Economics, usare quella strumentazione teorica che è un paradigma concettuale che per un sindacalista è essenziale, serve per far crescere la domanda interna, che è la cosa che a noi drammaticamente manca da 30 anni a questa parte.

Ora è anche piuttosto inutile, è anche piuttosto facile imputare tutti i mali del mondo al governo della Presidente Meloni. Il problema che noi non siamo in grado come Paese di orientare le politiche pubbliche dello sviluppo perché non ne abbiamo più la cultura, non ne abbiamo più gli strumenti concettuali, è un problema molto consolidato. Lo dimostra che cosa? Lo dimostra il fatto che negli anni nei quali il nostro Paese ha potuto beneficiare della maggiore crescita di spesa per investimenti grazie alla cosiddetta orrida messa a terra della spesa Next Generation Eu che si ricordi dal dopoguerra, noi abbiamo speso quei soldi, stiamo spendendo quei soldi dal 2022 in avanti, e gli effetti moltiplicatori di quella spesa sono zero. Noi non abbiamo nessun effetto rilevante sulla crescita dei consumi, nessun effetto osservabile sulla crescita dei salari. Non sto a dirvi, perché mi viene male, che non abbiamo nessuna variazione rilevante sull’intensità tecnologica degli investimenti, e questo è drammatico: cioè, neanche quando noi veniamo coperti di soldi per fare spesa pubblica (in parte a debito e in parte no) per cambiare la macchina o il motore della nostra macchina, noi riusciamo a dotarsi di quella strumentazione, di elementi di struttura indispensabili per poter fare un salto quantico e liberarci dai nostri vincoli di struttura che abbiamo rispetto agli altri Paesi europei.

Allora questo che cosa vuol dire? Non solo vuol dire che già il PNRR quando era stato scritto — perché me lo ricordo benissimo —, lo stesso Draghi che lo ha scritto aveva calcolato l’effetto moltiplicatore di quel PNRR poco sopra il 3% in 7 anni di implementazione… Ma neanche quello! Questa è la cosa drammatica. Possiamo dare la colpa a tutto quello che è successo da qua ad allora? Forse sì, io propenderei per dire assolutamente no, perché quello che è successo a noi è successo anche agli altri Paesi europei che hanno preso di meno, usato di più e utilizzato meglio con maggiori effetti moltiplicatori. Perché? Perché hanno messo a disposizione una competenza e una capacità di programmazione che nella cultura politica noi abbiamo perso, e che abbiamo perso anche nel dibattito pubblico sollecitato dagli attori collettivi in questo Paese.

Allora, l’intervento di Fanti diceva prima: “Rimettiamo la testa sulla relazione fra Stato, capitale e mercato”. Sì, rimettiamo la testa lì. La legge di bilancio è il luogo in cui si determinano — lo dico qua, una banalità — le relazioni tra Stato, mercato e capitale. Quindi chiudo su questo: quando ancora per l’ennesima volta — e mi dispiace dover dire ennesima perché è sbagliato — noi cercheremo di costruire insieme opposizione sociale alla legge di bilancio di questo Paese, lo facciamo come se fosse un compito del terzo o del quarto trimestre della fine dell’anno, o lo facciamo consapevoli del fatto che quello è il luogo della determinazione delle scelte?

Come le determiniamo le scelte? Domandandosi di che cosa abbiamo bisogno. Di che cosa abbiamo bisogno? Se noi rispondiamo alla domanda “di che cosa abbiamo bisogno?”: abbiamo bisogno di tecnologia per la decarbonizzazione? Sì, perché stiamo morendo anche qui in questo momento. Abbiamo bisogno di riconversione dell’apparato energetico? Sì. Abbiamo bisogno di riconversione della tecnologia dei trasporti? Sì. Siamo in ritardo su questo? Sì, forse abbiamo anche perso la partita. Allora è inutile che ci nascondiamo dietro la retorica della contrapposizione degli interessi strategici, perché è retorica e perché ciascuno fa i propri interessi strategici.

Il punto è se dalla voce del lavoro, nella relazione con lo Stato e con il capitale, viene la capacità per riarticolare quali sono i bisogni non rinunciabili, i bisogni di sviluppo e i bisogni di protezione. Questo è il nodo e a questo devono rispondere le politiche pubbliche, che siano capaci oggi o che non lo siano e debbano impararlo. Ma questo è quello su cui noi dobbiamo abituarci a misurare noi stessi, perché altrimenti avviene così.

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Trascrizione/ Sessione III/Un’economia del lavoro, dell’ambiente e dei diritti

Presto le trascrizioni dei panel pomeridiani

Trascrizione/ Sessione IV/ Un modello di sviluppo sostenibile PRESTO ON LINE

Presto le trascrizioni dei panel pomeridiani

Addio alle armi! – XV Forum nazionale dell’Altra Cernobbio 5 e 6 settembre 2025

è l’unica che abbiamo – XIV Forum nazionale dell’Altra Cernobbio 6, 7 e 8 settembre 2024

Un’economia per le persone e il pianeta – XII Forum nazionale dell’Altra Cernobbio 3 settembre 2022

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