L’altra Cernobbio/ Finanza di guerra: una questione di immaginario politico

La mattinata del contro-forum L’altra Cernobbio è proseguita con la sessione Le conseguenze sulla globalizzazione, il lavoro e le produzioni, coordinato da Sara Sostini e Giulia Rho per ecoinformazioni. Un panel, questo, dall’impronta fortemente economica che ha visto gli interventi di Lucrezia Fanti ed Alessandro Volpi, economistə rispettivamente dell’università Cattolica e di Pisa, Duccio Facchini, direttore di Altreconomia e Valentina Cappelletti, segretaria generale Cgil Lombardia.

Come è emerso già nella prima plenaria della giornata, i tempi per costruire un’alternativa all’economia di guerra sono sempre più stretti. La domanda con cui le due moderatrici hanno aperto il secondo momento di dibattito è, allora, se il movimento controcorrente rispetto alla frenesia bellicista tanto politica quanto economica debba orientarsi ad un’ulteriore accelerazione o, piuttosto, ad un rallentamento che vada contro la logica che il capitale sembra giocoforza imporre.
In risposta a questa domanda, lə relatorə hanno presentato un quadro complesso in cui proporre azioni in controtendenza al post-liberismo è possibile solo intervenendo sul complesso nodo tra finanza, politica e narrazione mediatica.

I fronti di crisi, in questa fase del capitalismo globale, sono sempre più numerosi: al pullulare di guerre in un mondo tutt’altro che pacificato dopo la caduta del blocco sovietico si aggiungono le tensioni di un mondo post-liberista. Se sul fronte politico si assiste alla contrapposizione di tre potenze globali, Occidentale, cinese e russo, sul piano economico si assiste ad un nuovo protezionismo trumpiano e a quella corsa al riarmo di cui il patto Nato sta, letteralmente, pagando lo scotto.
Lucrezia Fanti ha sottolineato come i dazi siano un dispositivo che, strutturalmente, favorisce tensioni tra stati e guerre commerciali, senza però benefici interni sul lungo termine. Sul piano del riarmo, si tratta di seguire due direttrici: quella dello sviluppo dual use delle nuove tecnologie (una su tutti l’IA) e quella dell’accentuazione dell’estrazione di rendita che porta il capitalismo a ridurre il ritorno salariale per i lavoratori e, di fatto, a rallentare il progresso industriale stesso.
Se a livello sistemico la corsa alla guerra peggiora le condizioni di chi lavora, invece il riarmo è un obiettivo che si raggiunge solo aumentando il debito; ma questo porta ad un aumento degli interessi sul debito che crea un circolo vizioso che condanna gli stati occidentali a conti statali irrimediabilmente in rosso ma, al contempo, a farsi concorrenza sul fronte della spesa militare, causa prima dell’indebitamento stesso.
Comune agli interventi dellə due economistə è insomma un concetto chiaro: la mossa di stare al passo della finanziarizzazione spinta degli Usa ha portato e porterà il mondo occidentale ad uno smantellamento sempre più pervasivo dello stato sociale a cui, a livello di mercato, si affiancherà il collasso del rapporto azioni-obbligazioni, con spese sociali vertiginose.

Nonostante la bolla della finanza di guerra sembri destinata a scoppiare con conseguenze gravi a livello globale, le banche continuano a credere in questo settore (in Italia, è Leonardo s.p.a. la principale beneficiaria degli investimenti).
Questa fiducia dissennata, in Europa, si alimenta con quel mito della “pace da ottant’anni” che porta ad una certa leggerezza nel supportare l’impiego militare delle risorse laddove le minacce sono vicine (si veda la Russia, nella narrazione della Nato), ma le conseguenze in termini di guerra paiono lontane (Gaza, Sudan, Yemen tra gli ultimi) e dunque la responsabilità locale e individuale è, illusoriamente, minimizzata.
Duccio Facchini e Valentina Cappelletti, invece, hanno ben mostrato come questa sia una narrazione politica e mediatica che, ignorando i bisogni delle persone, si è adeguata a diktat e tendenze sovranazionali che si rivelano ogni anno che passa più deleteri.
In continuità con l’intervento di Maranzano nel panel d’apertura, Facchini ha sottolineato come le stesse industrie italiane non riescano a stare al passo con logiche di profitto connesse alla guerra che si alimentano di una narrazione, anche mediatica, per la quale sul mercato degli armamenti c’è sempre un nuovo prodotto su cui investire.
Riarm Europe, insomma si costruisce sul doppio livello finanziario e narrativo. Continuando su questo secondo versante, Cappelletti ha ripreso il lavoro decostruttivo iniziato dal direttore di Altreconomia mostrando come il discorso economico sia l’unico strumento con cui agire per contrastare le derive finanziario-belliciste a cui si assiste.
Citando un report pubblicato da Maranzano e colleghi sui temi del rapporto tra spese belliche e di welfare, si evidenzia come sia responsabilità politica il fatto di ri-orientare lo sviluppo al pubblico. Una mancanza di responsabilità che non si data al governo Meloni, ma va fatta risalire almeno agli anni ’90 e i cui effetti si riscontrano oggi con investimenti, si è visto, a rendita zero.

Dunque, il panel tecnico ha mostrato le falle di un sistema di economia bellica che indebolisce il lavoro, indebolisce le casse statali e contribuisce a strutturare un sistema finanziario il cui crollo pare inevitabile. Politica e narrazione mediatica, in un circolo di interdipendenza rispetto a queste dinamiche, alimentano la credenza liberista che non ci siano alternative, deresponsabilizzandosi rispetto agli eventi globali e al proprio ruolo di orientarli in una prospettiva di welfare.
Laddove la mattinata della contro-iniziativa L’altra Cernobbio ha presentato lo stato dell’economia di guerra globale nel pomeriggio si andrà a valutare se, a fronte di una situazione critica e di tempi strettissimi, è possibile quantomeno immaginare, ma auspicabilmente anche mettere in atto un’alternativa. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

Guarda tutte le foto di Massimo Borri e Beatriz Travieso Pèrez, ecoinformazioni a questo link.

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