antimafia

Lotta alla ’ndrangheta «bisogna allenare il muscolo della curiosità»

indifferenticadorago«Lottare a testa alta,raccontando ciò che c’è» con questa frase Maria Rita Livio, presidente della Provincia di Como, ha introdotto l’incontro Il silenzio degli indifferenti di sabato 7 marzo nel Centro civico di Cadorago. Proprio questo  accomuna alcuni esponenti della Commissione antimafia e giornalisti come Giulio Cavalli (autore dello spettacolo Nomi, cognomi e infami e dell’omonimo libro e di articoli di inchiesta, motivo per il quale vive sotto scorta) coordinatore della discussione.  Guarda i video. Cavalli ha trattato nei suoi vari ambiti il problema della difficoltà di prendere atto della gravità dell’azione mafiosa nel territorio lariano e dell’importanza delle inchieste (Insubria,Fiori di san Vito, Infinito e Arcobaleno) che hanno ancor di più certificato il radicamento sempre maggiore della ’ndrangheta nella provincia. Il giornalista ha ricordando anche il comandante dei vigili che si è opposto ai fenomeni della malavita nella zona di Fino Mornasco e ringraziando i presenti per la partecipazione li ha invitati ad allenare il loro senso critico nel leggere i piccoli segnali nel territorio: «Bisogna allenare il muscolo della curiosità». Valentina Valentini ha letto una lettera di Marco Fortunato che ha ricordato ai presenti le radici storiche della malavita e illustrato le sue conclusioni su alcuni studi delle strutturazioni ‘ndranghetiste per quanto riguarda lo spaccio di stupefacenti e portato i saluti di Nando Dalla Chiesa. La parola è poi passata  a Diana De Marchi (segreteria regionale Pd con delega a Diritti e legalità) che ha invitato i presenti a non dimenticarsi della presenza ‘ndranghetista e di star vicino alle persone per combattere l’ignoranza e l’omertà che la mafia crea. Franco Mirabelli (consigliere regionale in Lombardia dal 2005 e nel 2013 senatore e membro della commissione Antimafia) ha esposto la sua visione sull’interesse cittadino alle tematiche dell’antimafia creando un quadro che descrive sì un ampia zona grigia come in alcuni comuni,come Cantù nel quale è stato a fare una conferenza recentemente, che sono soggetti a un indifferenza dettata dalla scarsa lettura delle spie e anche dai luoghi comuni che si sono creati intorno a questo fenomeno: «Bisogna sfatare i luoghi comuni» ,dice «La ’ndrangheta non si è infiltrata è già insediata e ben radicata» proponendo molti esempi come la “macchina” di produzione di stupefacenti che  incide anche sui terreni usati per produrre le droghe o su molti appalti privati dell’edilizia che sono gestiti e comprati dalla mafia per combattere il pubblico e portare una fittizia sensazione di benessere che cresce maggiormente coll’omertà e il consenso cittadino e comunale come è successo nel comune di Segrano dove il sindaco ha consegnato letteralmente la città agli ‘ndranghetisti. Mirabelli ha poi sottolineato che la’ndragheta non ha bisogno dicommettere crimini come omicidi o sparatorie in quanto si sente al riparo nel sistema che si è fabbricata e che l’ha fatta diventare un immensa macchina economica che la stessa Europa teme. Mirabelli ha infine sottolineato l’importanza di insegnare a riconoscere i segnali e di denunciarli nel momento in cui vengono osservati.

Lucrezia Ricchiuti (già vicesindaco nel comune di Desio e oggi senatrice e membro della Commissione antimafia) ha invece toccato la tematica legata al ricordo e all’importanza dei nomi, che spesso non vengono nemmeno detti,non solo delle vittime ma anche dei condannati che difatti fanno forza sullo stretto legame familiare che è insidiato nella ’ndrangheta rispetto ad altre forme di malaffare. La senatrice ha anche sollecitato ad interessarsi alle indagini come quella Insubria o Arcobaleno che hanno fatto saltar fuori legami tra le politiche comunali e le mafie molto significative e che ci danno un quadro di segnali sulle amministrazioni comunali, ponendo l’esempio di Desio dove molte  aziende edili ,che risultano colluse, hanno in porto affari col comune o il comune di Lomazzo dove i carabinieri hanno multato un bar gestito dalla moglie di un ‘ndranghetista che è riuscita a sollecitare il comune per farsi espiare la multa giustamente ricevuta. Bisogna come sempre insegnare l’importanza nel riconoscere i segnali dice la Ricchiuti soprattutto per avvicinarsi sempre più a chi prende le decisioni all’interno delle locali mafiose, «L’indifferenza e la mitizzazione sono armi letali e le si combatte con i loro opposti » ricorda l’onorevole che finisce il suo discorso ricordando che la lotta alle mafie non è solo di alcuni dipartimenti ma di tutti e che seppur lunga tutti dobbiamo combatterla poiché tutti ne siamo interessati.

Enrico Buemi (deputato dal 2006 poi senatore nel 2013 per la circoscrizione Piemonte e membro della Commissione antimafia) ha posto un accento molto incisivo sui regolamenti statali e comunali che danno alle mafie solo benessere e introiti,sottolineando inizialmente l’importanza nel definire la mafia come un problema dell’Italia e dell’Europa non solo del meridione e facendo molti esempi sulla scarsa forza economica che spinge i piccoli imprenditori privati a entrare forzati nel guanto degli appalti come la Pizzarotti o come l’errore della legge Bassanini che abolisce i controlli penali e non,dando così grandi vantaggi al malaffare. «Un filo si strappa facilmente, ma tanti fili formano una corda e una corda è più difficile da spezzare soprattutto se d’accordo col comune. La corda rappresenta la mentalità del singolo cittadino che va cambiata.» con questa frase l’onorevole pone un accento molto discusso e di ampio dibattito che è quello dell’istruzione scolastica attraverso l’educazione civica e la lettura dei fenomeni di malavita nel territorio,indicando anche ai comuni di avere una maggior considerazione degli spazi educativi e di cultura nel territorio.

Dopo i ringraziamenti, in particolare a Rossella Pera, ideatrice dell’iniziativa, e alla parlamentare del Pd Chiara Braga, l’appuntamento si è spostato alla caffetteria Fino Mornasco dove si è concluso l’incontro con una discussione coi giornalisti, senatori e organizzatori rimasti dopo il dibattito. [Lorenzo Lembo, ecoinformazioni]

Video/ Il silenzio degli indifferenti con Giulio Cavalli a Cadorago

indifferenticadoragoIl silenzio degli indifferenti, la mafia nel nostro territorio. Sala piena sabato 7 marzo a Cadorago per gli interventi contro le mafie di molti relatori e relatrici coordinati da Giulio Cavalli. Leggi l’articolo di Lorenzo Lembo. Già on line i primi video dell’iniziativa sul canale di ecoinformazioni. Presto on line tutti gli altri video. Vai al canale di ecoinformazioni.

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7 marzo/ Il silenzio degli indifferenti a Cadorago

ilsilenziodegliindifferentiI gruppi di minoranza Progetto Comune di Cadorago e L’Alternativa  di Fino Mornasco, promuovono sabato 7 marzo alle 14.30 un pomeriggio all’insegna della legalità in piazza Zampiero a Cadorago. Interverranno: Lucrezia Ricchiuti, vicesindaco nel comune di Desio, attualmente senatrice nella circoscrizione Lombardia e membro della commissione Antimafia. Franco Mirabelli, dal 2005 è consigliere regionale in Lombardia, nel 2013 è diventato senatore e membro della commissione Antimafia. Enrico Buemi, deputato dal 2006 diventa poi senatore nel 2013 per la circoscrizione Piemonte e membro della commissione Antimafia. Giulio Cavalli, autore dello spettacolo Nomi, cognomi e infami e dell’omonimo libro, collabora in articoli di inchiesta con alcune testate giornalistiche e online. Aprirà la conferenza la presidente della provincia di Como Maria Rita Livio. Oltre ai relatori saranno presenti Diana De Marchi, membro della segreteria regionale Pd con delega a diritti e legalità, e Marco Fortunato, membro wikimafia e cronista per stampoantimafioso.it, che porteranno anche i saluti di Nando Dalla Chiesa.

«La presenza della ndrangheta in Lombardia, nella nostra provincia, nei nostri paesi non è più, da tempo, un problema di “infiltrazione” ; è presente tra noi perché in Lombardia, nella nostra provincia, nei nostri paesi ha trovato occasioni e possibilità di crescita, di fare affari. Perché ormai controlla tutto il mercato della droga: è la grande fornitrice dello spaccio quotidiano diffuso sul nostro territorio. Che ci dà fastidio. Ma che non sappiamo eliminare. Dobbiamo tenere alta la guardia. Tutti. Abbiamo bisogno di affrontare concretamente il problema della ndrangheta sul nostro territorio. Ed abbiamo bisogno dell’aiuto delle forze di polizia e della magistratura. Abbiamo bisogno di essere uniti e forti. Di conoscere e di costruirci delle difese. Perché sono le nostre comunità ad essere in pericolo. Sono questi i motivi che portano due gruppi di minoranza, Progetto Comune e L’Alternativa, a condividere un pomeriggio all’insegna della legalità. Per chiamare cittadini ed istituzioni alla solidarietà ed alla attenzione.»

Dopo l’incontro alle 16.30 vi sarà un aperitivo offerto per far dialogare i cittadini con le personalità pubbliche coinvolte presso La Caffetteria di Fino Mornasco.

Nando Dalla Chiesa a Cantù col Pd contro le mafie

dallachiesaLa Ndrangheta è tra noi, bisogna prenderne atto e saperla osservare, con metodo scientifico, indagandone le reali condizioni, i reali obiettivi, senza farci influenzare da mitografie, rappresentazioni illusorie, facili sottovalutazioni. Questo il messaggio che Nando Dalla Chiesa ha lasciato ai canturini che gremivano il Salone dei convegni per l’incontro E io dico no!, organizzato dal Partito democratico di Cantù venerdì 20 febbraio.

Il professore di Sociologia della criminalità organizzata è stato introdotto dal segretario cittadino del partito democratico di Cantù, Filippo Di Gregorio, che non ha dimenticato si spiegare come questo incontro si svolgesse nell’ambito di una più vasta iniziativa di promozione delle legalità in un contesto sociale fortemente segnato da paura e da fenomeni  di presenza preoccupante delle locali mafiose: Desio, Cermenate, Mariano Comense, Seregno, Giussano, Fino Mornasco sono alcuni dei comuni nei quali la magistratura ha operato con iniziative giudiziarie anche pesanti, per sgominare la presenza mafiosa in Brianza: sembrerebbe quasi che Cantù sia come circondata dal fenomeno mafioso. A questa domanda, Dalla Chiesa ha risposto spiegando che fa parte proprio della strategia di occupazione del territorio geografico ricercata dalla Ndrangheta l’infiltrazione soprattutto in piccoli comuni, quei comuni in cui, per intenderci, manca un minimo di presidio istituzionale come la caserma dei Carabinieri. Da quei comuni parte la strategia di infiltrazione in una società culturalmente inadatta a reagire a tale pericolo.

Per tale ragione è fondamentale diffondere una cultura della legalità e della resistenza alla presenza di queste reti di relazioni criminali. La Ndrangheta si propone come rete di relazioni, ha affermato Dalla Chiesa, a tale rete relazionale occorre rispondere con una rete dell’antimafia. La zona grigia, cui accennavano tanti lettori del fenomeno mafioso negli anni passati, sta riducendosi, a detta del professore milanese, e questo è di per sé un fattore positivo, in quanto è proprio in quella zona grigia che traevano alimento i fenomeni di penetrazione delle organizzazioni criminali.

Secondo Nando Dalla Chiesa è però indispensabile che il fenomeno delle bande criminali legate alla Ndrangheta in Brianza sia conosciuto per quello che è, senza sopravvalutazioni e sottovalutazioni. È indispensabile che si sappia che a capo di tali organizzazioni non troviamo manager e colletti bianchi, come una letteratura romantica di tale fenomeno vorrebbe dare a intendere, e che le decisioni anche capitali riguardanti il traffico di armi, droga e delle operazioni edilizie non avvengono nei luoghi appartati e lontani degli attici dei grattacieli delle cittadelle finanziarie. Le locali di Ndrangheta sono rette da un personale criminale violento e ignorante, che si riunisce nei bar, negli ospedali, che agisce dal piano terra, perché dal piano terra controlli il territorio, non dall’undicesimo piano di un grattacielo. Semmai, a questo personale criminale potrà giungere un aiuto, spesso interessato e solerte, da parte di quanti sono esterni  alle affiliazioni mafiose: professionisti, imprenditori, amministratori locali. E proprio tale soccorso rappresenta la vera forza della mafia e del suo potere di distorsione del mercato, della legalità e della politica locale.

Occorre quindi vigilanza, coraggio nel denunciare le presenze aberranti e distorcenti del mercato economico e politico, cautela per quanti, svolgendo attività politica, sappiano quali mani stanno stringendo durante un comizio elettorale.

Tra il pubblico, sono intervenuti diversi presenti, tra i quali la Dirigente scolastica del Liceo Fermi di Cantù, Erminia Colombo, e un’esponente del direttivo del Circolo del Pd di Fino Mornasco, Monia Rivelli, che ha rammentato gli sforzi del Pd finese nell’arginare una presenza incombente sul Comune di quel paese e ampiamente dimostrata dalla magistratura inquirente in Lombardia.

Non è infatti passato sotto silenzio il fatto che la maggioranza che governa il Comune di Cantù avesse stretto un’alleanza con la maggioranza che amministra Fino Mornasco, per partecipare alle elezioni amministrative di secondo grado della Provincia di Como. Anzi, il sindaco di Fino ne sarebbe stato il candidato presidente, se solo fossero riusciti a raccogliere le firme per presentare tale candidatura. Un fatto che ha sicuramente creato imbarazzo nella maggioranza civica canturina, quando sono emerse le intercettazioni della magistratura dalle quali si dimostrava una contiguità tra pregiudicati legati alle organizzazioni della Ndrangheta e amministratori della maggioranza civica finese. [Filippo Di Gregorio per ecoinformazioni]

Politica/ Voci di Libera

libera__La “pizzata” del 14 febbraio all’Arci Mirabello ci ha offerto l’occasione per discutere con le persone di Libera Cantù dell’attualità politica dal percorso in atto per la costruzione della sinistra sociale e dell’incontro tra il leader indiscusso di Libera Luigi Ciotti ed il padre padrone del M5s Beppe Grillo. Senza alcuna pretesa di disegnare la mappa delle opinioni dei e delle presenti, ma solo per fornire alcuni squarci di una realtà spesso poco rappresentata, eccovi alcuni punti di vista.

Matteo Mascheroni (Coordinatore del presidio di Libera Gianluca Congiusta e Lollò Cartisano), 32 anni: «L’incontro con Grillo aveva come obbiettivo comune la formazione di una proposta di legge che potesse essere condivisa dall’associazione di Libera stessa ma che tenga Libera come associazione distaccata dal contatto politico stretto. C’è stato si un dialogo per essere presenti anche nelle istituzioni politiche ma senza legarsi a una forza politica e partitica precisa. Possiamo dire che è stata una discussione sulla realtà che attanaglia tuttora il nostro paese, come era difatti già accaduto in passato quando lo stesso Ciotti andò a parlare con l’ex presidente del consiglio Letta. Bisogna stare attenti perché Libera fa politica, ma non è schierata politicamente.»

Nora e Alessandro, 19 anni: «Libera è e deve restare apartitica, non apolitica. Se la politica decide di interessarsi ai problemi affrontati dall’associazione stessa è più che positivo ma non che l’associazione diventi politica lei stessa, difatti la lotta per la legalità deve essere una lotta di tutti non di un solo preciso schieramento».

Francesco Pavesi (vicesindaco di Cantù), 37 anni: «È bene che l’associazione tenga la sua libertà ,ciò nonostante fa politica per le motivazioni che la spingono a lottare e tali motivazioni la possono portare a costruire dei disegni di legge. L’importante è che non si vada in contro a una sovrapposizione partitica dell’associazione. Se devo pensare alla mia esperienza civica nel territorio soprattutto comunale porta avanti le idee di Libera a livello locale, certo ci sono delle regolamentazioni d’appalti ma i valori alla base di Libera sono condivisi dal comune stesso. Io sono contento della nascita e presenza del presidio a Cantù e non vedo l’ora dopo aver dato forza al presidio di iniziare una collaborazione col Comune».

Antonella, 45 anni: «L’associazione deve essere svincolata dalla politica proprio perché libera dai legami con essa e, anche, per la frequente corruzione politica all’interno dei partiti. È giusto l’interesse politico alle proposte che Libera ha in merito, ma i leader politici non devono puntare all’inglobamento dell’associazione e viceversa» [Lorenzo Lembo, ecoinformazioni]

14 febbraio/ Pizza, non pizzo

LIBERA PIZZA 2015Il 14 febbraio all’Arci di Mirabello (via Tiziano 5, Cantù) il locale presidio di Libera organizza la terza edizione di Libera pizza, un’ottima occasione per incontrarsi, conoscersi, gustare una deliziosa pizza (cucinata con i prodotti di Libera Terra) con bibita, dolce e caffè (12 euro, 10 euro per gli under 19) e riflettere sul tema della presenza mafiosa nel territorio lariano. Sarà inoltre possibile tesserarsi a Libera per il 2015.Dalle 19 pizza e a seguire serata di approfondimento con il documentario Uomini soli sul tema della criminalità organizzata.Info e prenotazioni pres.cantu@libera.it [Lorenzo Lembo, ecoinformazioni]

20 febbraio/ Nando dalla Chiesa a Cantù

dallachiesaIl circolo del Pd di Cantù invita venerdì 20 febbraio alle 21 nel Salone dei convegni di piazza Marconi a Cantù all’incontro E io dico no! sulle infiltrazioni mafiose in Brianza. Interverrà Nando Dalla Chiesa, professore di Sociologia all’Università degli studi di Milano.

17 gennaio/ La Brianza è cosa nostra

incontro 17 gennaio 2015 definitivoCronache e riflessioni sulle infiltrazioni mafiose nel nostro territorio, convegno con Giannatonio Girelli, presidente Commissione speciale antimafia – Regione Lombardia, Silvana Carcano, Commissione speciale antimafia – Regione Lombardia, Rossella Pera, consigliera comunale – Fino Mornasco, Marco Fortunato, staff Wikimafia.it, capigruppo consiliari marianesi, sabato 17 gennaio alle 17.30 nella Sala civica di Mariano, organizza l’associazione Penta. Per informazioni e-mail info@pentamariano.org, Internet https://www.facebook.com/AssociazioneP.E.N.T.A.Mariano.

Libera/ Corresponsabilità personale e politica

libera__Con l’intervento La mafia si può vincere che riportiamo integralmente Libera Como esamina le possibili reazioni alle notizie che rendono evidente l’entità del radicamento delle mafie anche nella provincia di Como. Per l’associazione, a Como è attiva, grazie all’impegno di tante associazioni e di un nutrito gruppo di persone, in ogni casso non è più possibile «parlare di “infiltrazioni” mafiose: questo è un termine che poteva essere valido negli anni ottanta, oggi non più». Leggi nel seguito il documento.

«Ci sono diversi modi di reagire di fronte a notizie come quelle che hanno riguardato Como nelle ultime settimane, notizie che ci raccontano di un territorio ormai divenuto terreno di conquista della criminalità organizzata. Le recenti operazioni antimafia “Quadrifoglio” e “Insubria” hanno nuovamente risvegliato l’attenzione sull’enorme problema “mafia” nel comasco. In realtà, il merito di questi arresti è soprattutto quello di svelare una presenza storicamente costante ben più che ventennale delle organizzazioni mafiose a Como, come del resto in tutta la Lombardia. Le operazioni e gli arresti dovrebbero però essere riuniti in una visione di continuità, non visti solamente come riflettori momentanei per poi lasciare che tutto si spenga come prima, evidenziando la difficoltà della società lariana nel comprendere e saper contrastare efficacemente questo fenomeno criminale.

Una possibile reazione è quella di chiudere gli occhi e di pensare che, tutto sommato, si tratti ancora di “segnali” e di fenomeni che ci riguardano poco, che qui non hanno radici profonde, magari confidando in una particolare resistenza delle nostre strutture istituzionali e sociali.

La verità è che non possiamo più permetterci il lusso di parlare di “infiltrazioni” mafiose: questo è un termine che poteva essere valido negli anni ottanta, oggi non più. Esattamente come al Sud, nelle regioni d’origine delle diverse mafie, anche da noi esiste un’omertà diffusa, in alcuni casi accompagnata dalla negazione, giustificata magari con l’assurda paura di rovinare la reputazione del proprio territorio o del proprio comune. Ma se è tanto forte questa presenza, soprattutto della ‘ndrangheta, è proprio perché il nostro territorio l’ha accettata, più o meno consapevolmente, grazie a diversi fattori che ne hanno alimentato la crescita e favorito l’insediamento.

Una seconda possibile reazione è poi quella di minimizzare e ricondurre questi avvenimenti a qualcosa di poco più che una chiacchiera da bar, perché tanto “tutti sapevano”, “si è sempre saputo”, “da sempre succedono certe cose”. «Ma quando la finiremo dunque di auto-immaginarci che cosa fa davvero la mafia nelle contrade settentrionali?», si è chiesto Nando dalla Chiesa, profondo conoscitore dei fenomeni mafiosi, in una riflessione di qualche giorno fa. Anche nel comasco i mafiosi «mettono bombe, incendiano, fanno estorsioni, uccidono, fanno riti di affiliazione, intimidiscono e terrorizzano testimoni, corrompono politici e pubblici funzionari, raccolgono voti, fanno prestito a usura, impongono servizi e forniture, smaltiscono rifiuti tossici, dettano piani regolatori». Questo succede da anni, rafforzando la mafia al di fuori dei propri affiliati e trovando pochissimi ostacoli nella società, spesso limitati alla sola azione giudiziaria, che però arriva sempre una volta commessi i crimini e danneggiati i territori. Solo partendo da questa consapevolezza si può comprendere come la sola reazione possibile passi necessariamente dalla prevenzione, dall’educazione e soprattutto dalla corresponsabilità, intesa come atteggiamento che mette ciascuno di fronte alla responsabilità delle proprie azioni, del proprio ruolo e del proprio impegno, piccolo o grande che sia.

È l’impegno dello Stato a farsi promotore di leggi complete, moderne e lungimiranti e garante del pieno rispetto della legge in ogni articolazione delle proprie Istituzioni. È l’impegno delle amministrazioni locali ad adottare meccanismi di trasparenza e legalità negli appalti e nella gestione del bene comune, e avviando percorsi per un concreto riutilizzo sociale dei beni confiscati. È l’impegno delle forze dell’ordine sia nello svolgere puntualmente il proprio servizio sia nel ristabilire la credibilità lesa da troppi episodi opachi. È l’impegno di tutte le rappresentanze e organizzazioni del mondo del lavoro nel rifiutare le scorciatoie del lavoro sommerso. È l’impegno delle istituzioni scolastiche di ogni grado a dare spessore e continuità all’attività di insegnanti e professori per tenere vivo l’incredibile stimolo della Cultura. È l’impegno di editori e giornalisti a non piegarsi a ricatti e convenienze per continuare a raccontare la verità dei fatti. È l’impegno a promuovere ideali e principi di giustizia nel lavoro formativo ed educativo di Parrocchie, Oratori, squadre sportive e ogni altra realtà che riguarda a vario titolo la crescita dei bambini e dei ragazzi di oggi che saranno i cittadini di domani. È infine l’impegno nelle scelte quotidiane di ciascuno di noi: ogni giorno abbiamo diverse opportunità in cui scegliere se alimentare il circuito illegale e criminale delle mafie oppure danneggiarlo.

In tutto questo, sono i rappresentanti politici locali i primi ad essere chiamati in causa direttamente: servono scelte nuove, a cominciare da quelle mancate fino ad oggi, per cancellare pratiche di corruzione più o meno diffusa e definibile, per costituirsi parte civile nei processi per mafia, per pretendere trasparenza e correttezza nella gestione del bene pubblico. È proprio il rapporto con la classe politica uno degli aspetti caratterizzanti delle associazioni mafiose e non possiamo dimenticarci che siamo in una regione in cui, appena due anni fa, un ex-assessore regionale è stato arrestato con l’accusa di voto di scambio con la ‘ndrangheta.

Giovanni Falcone diceva che «L’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata è emotivo, episodico, fluttuante. Motivato solo dall’impressione suscitata da un dato crimine o dall’effetto che una particolare iniziativa governativa può suscitare sull’opinione pubblica». Anche noi a Como corriamo questo rischio: che se ne parli solo in occasione di arresti eclatanti o di fatti straordinari. Le mafie lo sanno e, come hanno sempre fatto, sono pronte a rendersi silenziose e invisibili fino a quando l’indifferenza tornerà a proteggere i loro affari.

Ecco perché reagire, a questo punto, non è solo necessario ma è indispensabile. Indifferenza e omertà vanno combattute con prevenzione, cultura e con il quotidiano impegno corresponsabile di ciascun cittadino: sono queste le cose che, oltre a tutti gli arresti, agli articoli di giornale, più di tutti i proclami, di tutte le manifestazioni, fanno si che le mafie possano venire sconfitte. E questo i mafiosi lo sanno bene». [Libera, Como]

Arci/ Colletti bianchi e camicie nere. Il nuovo sacco di Roma

arciGli arresti dei giorni scorsi a Roma, che gettano un’ombra sinistra sulla capitale e sugli interessi convergenti tra politica, malaffare e pubblica amministrazione, confermano fra l’altro le nostre preoccupazioni sulle periodiche ‘emergenze procurate’ in tema d’accoglienza. L’emergenza impedisce infatti una programmazione e una gestione controllata attraverso i normali canali amministrativi, facendo spesso saltare regole e controlli. La cosiddetta emergenza nord africa ha per esempio consentito, con il ricorso ad affidamenti diretti al di fuori del sistema ordinario dei bandi pubblici, l’ingresso nel settore dell’accoglienza rifugiati di tanti soggetti che mai se ne erano occupati e che non avevano nessuna competenza specifica. Da anni sosteniamo la necessità di una programmazione nazionale, di un sistema unitario che faccia capo solo allo SPRAR e di un albo nazionale delle organizzazioni che possono offrire servizi nel campo dell’accoglienza, di provata esperienza e competenza.L’emergenza, oltre ad alimentare un vero e proprio business dell’accoglienza, comporta uno spreco di denaro pubblico insopportabile. Infatti i profughi, una volta usciti da grandi centri dove non sono stati in alcun modo seguiti, devono ricominciare da capo il loro percorso di integrazione. Si buttano via quindi risorse per strutture inadeguate e con personale incompetente, infischiandosene del danno anche psicologico che ne deriva per gli ospiti, che spesso dopo hanno bisogno di maggiori cure e attenzioni e di un periodo di accoglienza più lungo. Insomma l’agire in ‘emergenza’, con il ricorso a grandi strutture, senza controlli, con soggetti inadeguati, oltre a facilitare infiltrazioni di ogni tipo, avvelena le relazioni e appesantisce il già difficile carico di ingiustizie che i rifugiati si portano dietro. Ancora oggi, a causa dei bandi al massimo ribasso con i quali sono stati assegnati i posti in accoglienza dalle prefetture in giro per l’Italia, i rischi di affidamento a soggetti inadeguati e potenzialmente fuori controllo sono tanti e concreti. Questo metodo, di cui sono in primo luogo responsabili il governo e il Ministro dell’Interno, produce spesso un impatto negativo col territorio e le comunità locali, che possono sfociare in violenze strumentalizzate dalla destra xenofoba che alimenta il razzismo. Quanto tempo bisognerà aspettare ancora perché si decida di cambiare registro? [Arci Nazionale]

 

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