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Un Groviglio di serpi/ l’incontro con Gad Lerner

Cantù-2014set12-01Circa duecento persone hanno assistito al secondo appuntamento di Groviglio di Serpi, mobilitazione organizzata e promossa da Anpi, Arci, Partito Democratico, Giovani Democratici, Prc, Pdci, Ali, L’Alta Europa con Tsipras, Fiom e Cgil contro la nuova edizione del Festival neofascista a Cantù(qui il programma delle iniziative). Ospite d’onore, il giornalista e scrittore Gad Lerner.

«Già solo il nome della manifestazione, Campo di Marte, è una provocazione, un segnale di qualcosa di profondo e incontrollabile. Viene da chiedersi se l’atteggiamento del sindaco di Cantù sia dettato solo dalla pubblicità o dal proprio istinto». Così Gad Lerner ha aperto il suo intervento al secondo appuntamento di Groviglio di Serpi, tenutosi nella serata di venerdì 12 settembre nel salone delle conferenze di Cantù e che ha visto ospiti anche i parlamentari Chiara Braga e Daniele Farina, l’esponente dell’Arci regionale Luigi Lusenti e il presidente dell’Anpi regionale Tullio Montagna, coordinati da Filippo Di Gregorio(qui e qui la sua introduzione) del Pd locale.

Il celebre giornalista(qui, qui, qui i video del suo intervento) ha così compiuto, al pari degli altri intervenuti, un’ampia panoramica sul’ attuale situazione della Destra radicale e su certe tendenze, di cui il festival canturino può essere ritenuto la punta di un iceberg in via di emersione: «C’è spazio a destra in tutta Europa, le elezioni del 25 maggio scorso lo dimostrano. Tra Salvini e Le Pen, tra Farage e Orban, il tema del nazionalismo, del binomio“sangue e suolo” sta trovando nuovamente forza».

Una situazione ancora più complessa nel nostro Paese, dove «c’è una mentalità reazionaria diffusa e radicata- ha continuato Lerner- ora abbandonata da una destra “istituzionale” in fallimento e molto appetitosa per quegli imprenditori politici specializzati nella paura.» Un esempio può essere la metamorfosi della Lega salviniana, che abbandonando le ossessioni celtiche ha abbracciato linguaggi estremi, tanto che «molti iscritti di Forza Nuova stanno passando proprio sotto il Carroccio». Il tutto in un momento estremamente complesso, «un “tempo di guerra”, dove è esplosa una «frattura profonda nella società italiana, un filo rosso che lega Genny o Carogna e i Forconi, l’assenza di prospettive per i nostri giovani e le derive della classe politica, il razzismo e l’impotenza della Stato di fronte a queste situazioni». «Bizzozero-ha concluso Lerner- ha così toccato un nervo scoperto, trasmettendo il pericolosissimo messaggio del “liberi tutti”».

Cantù-2014set12-04Un’ allarme fatto proprio anche dagli altri ospiti, a cominciare da Tullio Montagna (qui e qui per i video), che ha ricordato il processo di «normalizzazione dell’esperienza fascista in atto da tempo, dato dal fatto che in Italia una vera e propria riflessione sul Fascismo e su quello che ha significato non c’è mai stato. Non ci sono state epurazioni e condanne, e molti dopo il 25 aprile si riciclarono nella Repubblica. Quella componente della “afascista” della società italiana, indifferente e spesso connivente». Dal caso del membro del Tribunale della Razza divenuto componente della Corte Costituzionale all’intitolazione di vie e monumenti a Graziani ed altri criminali il passo quindi è stato molto breve, tanto da mettere in pericolo l’eredità ideale di quanti hanno dato la vita per l’antifascismo.

Come rispondere? Reagendo e applicando finalmente le leggi di contrasto, oltre a «quel baluardo che è la nostra costituzione” , come ha ricordato  Luigi Lusenti dell’ Arci regionale(qui e qui i video) , perché «deve essere chiaro, non può esserci spazio per chi rifiuta la democrazia».

«La battaglia delle idee non può essere data mai per vinta- ha continuato il deputato di Sel Daniele Farina(qui e qui i video del contributo)- e sarebbe l’ora di applicare di applicare la legislazione. Quante volte è stato realmente fatto nella storia della Repubblica?». La situazione comunque è preoccupante, «tra una crisi infinita che sta lasciando segni profondi e una democrazia in evidente affanno», ha chiuso poi l’esponente di Sinistra Ecologia e Libertà.

Molto sentito anche il contributo di Chiara Braga(il video del suo intervento), che ha definito «uno smacco per la città di Cantù, famosa in tutto il mondo per le sue eccellenze e l’operosità dei suoi abitanti, la pesante e doverosa mobilitazione delle forze dell’ordine per il festival neofascista». La parlamentare democratica ha poi ricordato la contraddizione tra «un Bizzozero che tiene in studio delle frasi di Pertini per poi dare ospitalità a personaggi come Mirko Viola», il comasco implicato nel caso Stormfront e famoso per le sue sparate negazioniste, «che dal suo blog ha spesso usato parole molto forti nei miei confronti. Contro tutto questo dobbiamo far valere la forza del dialogo, la forza della democrazia».

L’ultima parte dell’incontro è stato poi dedicata ad alcuni interventi dal pubblico: tra giudizi sul reato di negazionismo, verso cui Farina e Lerner si sono detti non a favore, e testimonianze sulla necessità dell’impegno per l’antifascismo, Di Gregorio ha poi dato appuntamento a sabato, all’incontro a Villa Calvi nel tardo pomeriggio sulla psicopatologia del razzismo e al presidio serale in via XX settembre sempre a Cantù, conclusione della due giorni di “Groviglio di Serpi”.[Luca Frosini, ecoinformazioni, foto di Fabio Cani, video di Jlenia Luraschi]

34° anniversario della strage di Bologna

strage-bolognaDelegazione comasca guidata dall’assessore Iantorno.

 

Sabato 2 agosto: «In occasione del 34° anniversario dell’attentato alla stazione di Bologna, alla cerimonia commemorativa per le vittime delle stragi, il Comune di Como sarà rappresentato dall’assessore alla Legalità Marcello Iantorno. Con lui a Bologna ci saranno anche due agenti della Polizia Locale che faranno sfilare il gonfalone cittadino». [md, ecoinformazioni]

 

La strage di Bologna

«Il 2 agosto 1980, alle ore 10.25, una bomba esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna – ricorda il Comune di Como –. Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo delle strutture sovrastanti le sale d’aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell’azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L’esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario. Nell’attentato persero la vita 85 persone, provenienti da 50 città italiane e straniere; i feriti furono 200. Tra gli scomparsi, anche la famiglia Mauri, residente a Tavernola, composta dalla mamma Anna Maria Bosio (28 anni), il babbo Carlo Mauri (32 anni) e il piccolo Luca Mauri (6 anni). Anna e Carlo erano vissuti fino al matrimonio in centro città ed erano cresciuti nella parrocchia di San Fedele. Partiti in auto e diretti a Marina di Mandria in provincia di Taranto, i Mauri subirono un tamponamento alle porte di Bologna. Trainati da un carro attrezzi fino ad un’officina di Casalecchio dovettero lasciare l’auto dal meccanico e decisero così di raggiungere Brindisi in treno e da lì di farsi accompagnare a Taranto in auto. Arrivarono alla stazione di Bologna poco prima dell’esplosione e morirono tutti e tre tra le macerie del primo binario».

27 luglio/ Visita nei luoghi della Memoria

Gita a Boves, medaglia d’oro al valor civile e medaglia d’oro al valor militare, della Sezione Anpi di Dongo domenica 27 luglio.

 

Programma:

Alle 5.45, Partenza da Piazza Paracchini di Dongo (Fermate a: San Siro dopo il Bar Zanzibar; a Menaggio al deposito delle corriere; a Mezzegra al rondò; a Sala Comacina di fronte Bar di Proserpio);

Alle 10, circa arrivo a Boves: Incontro con alcuni rappresentanti dell’Anpi di Boves che ci guideranno per una visita al Sacrario dei Caduti, alla Scuola di Pace e alla Mostra di Adriana Filippi;

Alle 13 circa, Pranzo al Ristorante da Toju;

Alle 15 circa, visita guidata al Santuario Madonna dei Boschi, di origine medievale ma con fondazioni più antiche;

Alle 17 circa, visita al Museo della deportazione a Borgo San Dalmazzo;

Alle 18 circa, partenza e rientro sul lago».

Quota individuale 45 euro, viaggio in pullman, pranzo (2 antipastini, primo piatto, secondo piatto con contorno, dessert e bevande), visite guidate, iscrizioni entro il 16 luglio telefonando a Daniela 338.1238148, Silvio 393.9999819.

Le spose di guerra/ emigrazione sentimentale

cassamagnaghi-spose-COPAlla biblioteca dell’Istituto di storia contemporanea P. A. Perretta, giovedì 5 giugno, è stato presentato il libro di Silvia Cassamagnaghi: Operazione Spose di guerra. Storie d’amore e di emigrazione [Feltrinelli, 2014]. Un libro che parte dal fascino dello straniero sorridente (con il problema della lingua i sorrisi abbondavano), che lontano dalla sua terra cerca rapporti umani e affettivi, per poi entrare nelle storie d’amore in un tempo storico specifico, un segmento tra tutti gli accadimenti generati dalla guerra. Riguarda un tema marginale, ma quello presentato è un libro che copre un vuoto. Roberta Cairoli, lo ha definito : « il primo studio organico sulle spose di guerra tra il 1943 e il 1945, in grado di unire rigore scientifico e capacità narrativa».
Sono circa 10 mila i matrimoni tra italiane e militari americani durante la seconda guerra: si parla di emigrazione sentimentale. Il sentimento, unito forse all’incoscienza della giovinezza, fa affrontare un percorso faticoso e ostacolato dalla pubblica opinione, che mortifica chi viola il codice sociale di appartenenza :“le ragazze perbene non sposano gli americani!”. Anche gli americani cercavano di scoraggiare tali unioni, parlando delle segnorine, come donne dalla dubbia morale che cercavano una via facile e veloce per la terra promessa. Alla conclusione della guerra, gli Stati Uniti affronteranno la questione attraverso il war brides act, che permetterà alle mogli straniere di raggiungere i coniugi oltre oceano, con specifici dossier sulla salute e sulle abitudini delle donne.
Il tema, e quindi il capitolo, più caro all’autrice è quello sulle unioni interrazziali. Le difficoltà che incontravano queste unioni erano le medesime in entrambi le nazioni: basti ricordare che in America erano vietate. E’ stato citato il tragico fenomeno dei “mulattini”: bambini abbandonati, vittime di infanticidio per il disonore portato nella vita della giovane madre. A tal proposito è venuta alla mente nella riflessione finale la canzone Tammurriata nera, scritta da Edoardo Nicolardi, che nel 1945 era direttore amministrativo di un ospedale di Napoli. Sempre rimanendo a Napoli, e nell’ambito musicale, si è parlato di una vicenda analoga legata al sassofonista italiano James Senese. Quando le fonti tradizionali non bastano, è importante attingere alla ricostruzione visiva e alla rievocazione sonora, per vedere un quadro dalle ampie pennellate.

E’ stata una presentazione piena di aneddoti sulla vita di queste spose di guerra, che la storica Cassamagnaghi ha presentato con passione. Particolare insolito, la proiezione come sottofondo, del film di Luigi Zampa Un americano in vacanza. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

2 giugno/ Costituzione resistente

ANPI-2giugnoLunedì 2 giugno in piazza Cavour a Como alle 14.30 prenderà il via la terza edizione di Costituzione resistente. La Costituzione è alla base del vivere civile e in essa sono scolpiti i pilastri fondamentali della nostra democrazia. Occorre difendere la Carta fondamentale dai tentativi che cercano di delegittimarla. Questo appuntamento vuole celebrare il significato originario di riscatto storico e sociale del popolo italiano, che il 2 giugno del 1946 seppe decidere il futuro del paese, affidandoci i valori dell’antifascismo, della democrazia, delle libertà, dei diritti civili e della giustizia sociale. Il programma della giornata prevede, dopo i saluti dell’amministrazione comunale, l’intervento dell’on. Renzo Pigni. Saliranno poi sul palco l’orchestra del Baule dei suoni Musica Spiccia e il gruppo 7grani. Costituzione Resistente è promossa da: Anpi sez. di Como, Arci provinciale, Arci Xanadù, Italia Cuba Como, Cgil-Camera del lavoro, Comitato soci Coop, ecoinformazioni, Emergency, Istituto di storia contemporanea P.A. Perretta e Libera, con il patrocinio del comune di Como.  Partecipano anche il Comitato comasco per la difesa della Costituzione e le Donne in nero. Saranno presenti gli stand delle associazioni promotrici. In caso di pioggia l’evento sarà annullato.

Tra sirene e bombe/ difesa dei civili

Sirene e bombeAll’Istituto di Storia contemporanea “P.A.Perretta”, venerdì 30 maggio, è stato presentato il libro di Maria Antonietta Breda e Gianluca Padovan: Como 1915-1945: protezione dei civili e rifugi antiaerei. Una disamina sulle opere di difesa dei civili dai bombardamenti aerei nella città di Como. Inedita e piacevole la presenza di ricercatori, non storici, per la ricostruzione di un quadro veramente insolito, come appendice al ciclo dei seminari organizzati dall’istituto. Come ha simpaticamente apostrofato Fabio Cani in apertura: “se fossimo ad un concerto rock, quella di oggi sarebbe la bonus track”. E’ stato necessario verificare i materiali bibliografici sulla protezione dei civili, al fine di poter rivalutare documenti inediti e poterli mettere a disposizione in modo ragionato. Un libro che ha messo insieme due guerre (1915, 1945) per dare un quadro complessivo di come era organizzata la città. I due ricercatori, lei architetta e lui speleologo, avevano già pubblicato un volume con i rifugi milanesi, mentre quello appena uscito (marzo 2014) racconta di luoghi noti ai comaschi come rifugi: spiccano la Croce Rossa (attualmente in fase di restauro), il Tempio Voltiano e quello murato situato in via Lucini, ma nel 1942, a Como, erano presenti 2057 rifugi. Che fine hanno fatto? Si parla poi nel dettaglio dei rifugi, che per questioni politiche vennero chiamati ricoveri, come ha spiegato Padovan : « affinché risulti meno inquietante e più rassicurante alle orecchie dei civili »; si tratta di luoghi, spesso sotterranei (cantine, gallerie,…) per resistere ai crolli superiori, che venivano realizzati per proteggere le persone in caso di bombardamento, e per questo dovevano rispondere a parametri di sicurezza, che talvolta erano trascurati. Tra l’ingresso e il rifugio c’era un antiricovero, poi una porta d’acciaio lasciava alle spalle l’eventuale pericolo. All’interno c’erano delle sedute, in legno o mattoni; dovevano essere presenti scorte di viveri, acqua potabile, materiale di primo soccorso, materiale antincendio e pale-picconi. Erano dotati d’impianto per il ricambio d’aria, ma questo non era abbastanza: le maschere anti gas dovevano essere presenti. Un aneddoto raccontato è stato il ritrovamento, nel rifugio della Croce Rossa di Como, di maschere con attaccate etichette riportanti il nome delle persone che avrebbero dovuto usarle in caso di bisogno. L’aspetto più sorprendete e spesso dimenticato è la propaganda che era organizzata per diffondere informazioni sull’utilizzo delle maschere anti gas: come comportarsi al suono delle sirene, e in generale le normative diramate su come agire concretamente. Una pubblicistica che deve informare anche analfabeti: fatta da immagini, fumetti e fotogrammi; vennero preparati prontuari da distribuire agli operai delle fabbriche.
La loro è stata un’esposizione chiara, supportata da immagini che lasciano con la voglia di conoscere una Como sotterranea, legata al vissuto dei civili che hanno dovuto convivere con la paura soffocante di correre al riparo, seppur la città sia uscita praticamente intatta dai bombardamenti.

rocchelli_bambini2-660x330Come è stato ricordato, anche nell’ultimo reportage di Andy Rocchelli, giovane fotografo ucciso in Ucraina alcuni giorni fa, i rifugi esistono ancora e possiedono le stesse caratteristiche. Purtroppo, in casi come questo, vengono ancora utilizzati attivamente. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

Resistenti e resistenza/ Ultimato il secondo ciclo

ISCCo-23maggio-RosariaAllIstituto di Storia Contemporanea P.A.Perretta, venerdì 23 maggio, si è concluso il secondo ciclo di seminari sulla storiografia resistenziale del comasco. Gli ultimi volumi presi in considerazione dai ricercatori dellIstituto sono stati Como dal fascismo alla democrazia di Marco Pippione (Franco Angeli, 1991) e Cera la guerra di Rosaria Marchesi (Nodo Libri, 1992). Due testi che si supportano a vicenda per arricchire il quadro della città nel periodo che va dal 1940 al 1945. Come ha ricordato in apertura Gerri Caldera, il testo di Pippione è quello che viene definito un libro istituzionale, attento alle vicende dei partiti e alle loro rappresentanze. Un lavoro che si è avvalso di testi noti sulla resistenza comasca, materiali d’archivio e fonti (tra cui Coppeno e Morandi) che sono stati più volte messi in discussione durante il ciclo dei seminari, in quanto ampiamente inattendibili. Quella che emerge è una Como vista in modo politico e generale, mentre mancano le persone e il rapporto tra i resistenti e la città. Ma come spesso accade, solo l’anno successivo viene pubblicato un libro che sembra riempire, dando voce alle persone, i vuoti lasciati da Pippione. Rosaria Marchesi si è sempre occupata di divulgazione storica, ed ha contribuito con Cera la guerra ad un percorso intrapreso da Nodo Libri (collana In prima persona), per la raccolta di testimonianze il meno filtrate possibili. A distanza di ventidue anni, l’autrice ha ripercorso, con un piacere frizzante, la genesi del suo libro d’interviste, capace di mostrare il clima di un’epoca. Attraverso i contribuiti inediti di alcuni personaggi, che in modo diverso hanno cercato di ricostruire un puzzle del periodo storico, ha preso vita un libro ancora attuale e importante per descrivere Como e i comaschi e i non comaschi a Como. Le interviste, di differente spessore e con la presenza di persone appartenenti a tutti i ceti sociali (tra cui: operai, docenti, donne e preti), hanno permesso al lavoro di avere un ampio respiro, complice anche l’inclusione della testimonianza di un uomo che aderì alla Repubblica sociale. Con il senno del poi, ha dichiarato Marchesi, qualche domanda più scomoda, o una dose maggiore di dettagli, avrebbero reso il lavoro ancor più completo. Ed é proprio da queste mancate occasione che il presidente Calzati parte per la sua riflessione sul ciclo dei seminari e sul lavoro futuro. Alcuni nodi non sono stati ancora sciolti, forse perché i protagonisti hanno intrapreso vie istituzionali per la trasmissione della memoria. Servirebbero le persone: la popolazione civile e il loro vissuto. Le biografie aiutano a comprendere la scelta, perché dopo l’8 settembre chi ha scelto, per le ragioni più diverse, lo ha fatto sapendo di rischiare la vita. Manca la ricostruzione della guerra civile; il territorio non ha permesso il formarsi di grandi formazioni partigiane, poiché i gruppi dovevano essere mobili (basti pensare al problema del vettovagliamento per i gruppi stanziati sul lago); torna a sgomitare l’ingombrante assenza delle donne, che sembrano scivolate via (solo da vent’anni se ne parla, ha ricordato Roberta Cairoli). Quello che emerge, oltre alla carenza dei fatti e dei contesti, è uno spaccato fatto da tanti piccoli gruppi: come ha concluso Caldera:« bisogna mettere insieme il binocolo e il cannocchiale per capire la catena di comando». Quello dell’ Istituto è un piccolo gruppo di ricercatori, ma è molto attivo: difatti, si prevede un terzo ciclo di seminari dopo l’estate. Il prossimo appuntamento in programma in Istituto è per venerdì 30 maggio ore 18.00, per la presentazione del volume Como 1915-1945: protezione dei civili e rifugi antiaerei, di Maria Antonietta Breda e Gianluca Padovan. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

Mauthausen/ Il viaggio della memoria

SAM_2445Con la posa di una corona di fiori ai piedi del monumento  italiano, si è  concluso il viaggio della memoria nel campo di concentramento di Mauthausen, organizzato da Italia Cuba, Anpi, Arci , Cgil, Cisl, Uil,  Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perretta, Comitato soci Coop, Emergency e Libera nel weekend del 17-18 maggio 2014. Un’esperienza indimenticabile per i 104 partecipanti, venuti a commemorare le vittime delle barbarie nazifasciste nel settantesimo anniversario degli scioperi del ’44.

Fa freddo, a Mauthausen. Di sicuro è un’impressione personale, e la giornata plumbea non aiuta, con il cielo colore acciaio, ma varcate le porte del campo la temperatura sembra calare di svariati gradi.

E’ grigio, a Mauthausen. Il lager è un pugno di cemento nel mezzo di verdi colline, dominante su un altura che sovrasta fattorie e paesini da cartolina, da perfetto luogo comune mitteleuropeo.

Fa paura, Mauthausen. Fanno paura le mura con le torrette di guardia, fanno paura le squallide baracche dove ogni giorno vivevano assediati da fame e malattie 500 persone per stanza, fa paura il cortile dell’appello, dove ogni mattina gli aguzzini delle SS costringevano i detenuti a sadiche sessioni di “esercizi” per valutarne la resistenza, fa paura il muro dove venivano fatti accomodare, al loro arrivo, i nuovi ospiti del campo, in attesa che gli ufficiali del Reich decidessero con un cenno del capo il loro destino. E fa paura quella spianata poco prima della porte d’ingresso, con ancora oggi intuibili le forme di un campo da calcio.

SAM_2478Eh sì, un campo da calcio. Un luogo di normalità in mezzo all’incubo, un luogo dove i familiari del personale tedesco si recavano per passare il tempo libero, un luogo che di quell’inferno era interamente parte. Qualcuno, nel nostro gruppo che attraversa il campo accompagnato da una guida, si arrischia a paragonare il tutto alla trama di Fuga per la vittoria, il celebre film con Sylvester Stallone e Pelè, dove una raffazzonata squadra di detenuti riusciva ad avere la meglio, nello sport, sui nazisti loro torturatori. No, in quel luogo non c’era spazio per epiche sfide di riscatto e libertà, non c’era spazio per manifestazioni di orgoglio e di valore personale di fronte al Male. No, in quel luogo si consumava semplicemente il rito quotidiano della paura e dell’indifferenza, per far credere agli abitanti dei dintorni che, al di là di quelle mura, le stesse che ogni giorno accoglievano centinaia di persone senza che ne uscisse nessuna, la vita non era poi così male, se i prigionieri potevano giocare dietro un pallone.

Indifferenza. E’ una parola che ritorna spesso, parlando di quello che era Mauthausen. Non puoi fare a meno di chiederti come tutto questo sia stato possibile, a pochi chilometri dal centro dell’Europa, della civiltà occidentale un tempo padrona del mondo, a pochi chilometri, più semplicemente, da una città bella e vivace come Linz, sulle rive del Danubio. Indifferenza, come molti di quei locali così anonimi, in cui trovarono la morte un numero inconcepibile di esseri umani.

Indifferenza. E’ quella che hanno notato i ragazzi della 5’ T del liceo Carlo Porta di Erba, anche loro partecipanti al viaggio. Riporto qui, integralmente, la riflessione scritta dagli studenti:

«Un campo di calcio a pochi passi dal campo di concentramento. Da un lato si assisteva ad una partita tra SS e squadre civili. Dall’altro si stava giocando una partita fra la vita e la morte. L’indifferenza degli spettatori di allora è paragonabile a quella degli spettatori di oggi. L’attualità del messaggio di Mauthausen è ciò che più ci ha colpito di questa visita di commemorazione. Abbiamo subito rivolto il nostro pensiero agli imminenti mondiali di calcio in Brasile, guardati con interesse da tutto il mondo, che però non si preoccupa di denunciare la povertà e la miseria in cui la maggior parte della popolazione vive. Se prima l’omertà degli spettatori era “giustificabile” per paura delle possibili ripercussioni su se stessi e la propria famiglia, oggi non c’è nessun ostacolo che inneschi la paura di denunciare. E’ ancora più terrificante».

Terrificante, è il termine giusto. E’ terrificante l’attualità di quello che il lager rappresenta, è terrificante l’omertà che circondano certi temi, dimenticabili con un po’ di “scena”, indispensabile per potersi lavare la coscienza.

Ma come si può reagire a tutto questo? Come si può combattere il grigiore che qui, a Mauthausen, sembra dominare tutto? Una soluzione forse c’è: la Memoria.

SAM_2425Memoria. E’ la commozione di uno dei viaggiatori, nel visitare il luogo in cui venne richiuso il padre. E’ l’interesse mostrato dai giovani presenti, è il prato che ospita i vari monumenti onorari costruiti per piangere i caduti di tutti i Paesi, è la suggestiva stanza dei Nomi, per non lasciare nessuna vittima del campo nell’oblio. Ed è l’impegno dei pochi che riuscirono a tornare, come Ines Figini, è la loro volontà di non dimenticare i tanti che non ce la fecero, come Angelo Meroni, Rinaldo Fontana, Pietro Scovacricchi, comaschi e operai della Ticosa. Morti a Mauthausen.

Memoria, ed impegno per preservarla. E’ l’unica maniera per evitare che certe cose si ripetano, per impedire che l’indifferenza vinca. Perché è questo il vero pericolo: che il mondo non finisca seppellito da una risata, ma girando semplicemente la testa dall’altra parte. [Luca Frosini, ecoinformazioni, foto di Fabio Bellacanzone, contributo della classe 5 T del liceo Carlo Porta di Erba]

17-18 maggio/ Mauthausen: il viaggio per la memoria

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Nel settantesimo anniversario dagli scioperi del marzo 1944, la cui brutale repressione portò nel nostro territorio all’arresto e alla deportazione di molti comaschi, lavoratori della Ticosa e della Castagna, Italia Cuba, Anpi Como, Arci Como, Cgil, Cisl, Uil, Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perretta, Comitato soci Coop, Emergency e Libera organizzano, nel weekend del 17 e 18 maggio, un viaggio al Campo di Concentramento di Mauthausen, per onorare la memoria dei tanti caduti in quel luogo di orrore.

Il viaggio, che vedrà la partecipazione di una classe quinta del liceo Carlo Porta di Erba, è stato reso possibile, insieme agli sforzi di Antonio Russolillo e degli altri promotori, grazie anche ai contributi di numerosi soggetti, come Cgil, Cisl e Uil, che hanno messo a disposizione uno dei due pullman, il Comune di Como e la Coop Lombardia, donatori di 500 euro a testa per finanziare l’esperienza e abbattere i costi del viaggio.Partenza quindi, per gli oltre 100 partecipanti, da Rebbio sabato 17 nella mattinata, con pernottamento nella città austriaca di Linz e visita al campo il giorno dopo, con il rientro previsto per la mezzanotte. Presto on line su ecoinformazioni il resoconto del viaggio del nostro inviato Luca Frosini.

Bandite nella Resistenza/ docu-film

banditeAllo spazio Gloria, la sera del 24 aprile, è stato proiettato il docu-film Bandite, diretto da Alessia Proietti e Giuditta Pellegrini nel 2009: un lavoro svolto da donne per parlare di donne. L’evento è stato organizzato e promosso da Anpi sez. Como, Arci, Arci Xanadù, ecoinformazioni, Istituto di storia contemporanea P.A.Perretta, Comitato soci Coop, Cgil, Libera, Emergency, Circolo Italia-Cuba. Spesso la storiografia e il senso comune hanno lasciato alla memoria l’immagine delle partigiane come staffette che non imbracciavano armi, ma fungevano da contatto e da approvvigionamento, per quel loro spirito materno che le caratterizzava. Le due registe, partendo da questo dato, hanno cercato di dar voce alle donne che hanno combattuto nelle formazioni partigiane dal 1943 al ’45. Per farlo, hanno raccolto la testimonianza di sei donne che, in diversi gruppi e in diverse regioni, hanno scelto di mettere a rischio la propria vita per quella che è stata, prima che una ragione politica, una scelta per la conquista della libertà per tutti. Sei donne che non avevano ancora diritto al voto, e per conquistarlo hanno dato prova di una concreta parità, con i loro compagni combattenti che spesso erano i primi a diffidare delle loro capacità. A queste testimonianze s’intervallano documenti che scorrono troppo veloci per essere letti, e gli interventi di tre storiche, che portano il loro contributo meta riflessivo e sociologico sul tema di genere nella Resistenza e nell’Italia fascista. Purtroppo, le protagoniste hanno parlato poco della loro storia personale, scegliendo di concentrarsi sui macro contesti, e di scivolare velocemente sulle azioni, quasi come fossero delle curiosità. Rimanendo in superficie, si corre il rischio di lasciare soddisfatto solo un pubblico che non è avvezzo al tema. Ma gli occhi s’illuminano quando si racconta di aver fatto saltare un ponte; quando il reggiseno si sgancia lasciando cadere la pistola nascosta; quando la fortuna permette di sfuggire ad uno stupro; quando si ricorda la differenza di uccidere con cuore di donna. Il pubblico eterogeneo, secondo gli organizzatori un centinaio, dimostra come il tema Resistenza e donne sia d’interesse, e meriti uno spazio, affinché le Bandite non vengano bandite. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

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