Economia

18 aprile / Kate Raworth presenta “L’economia della ciambella”

economiadellaciambella

Martedì 18 aprile alle 17, villa del Grumello (via Cernobbio 11) ospiterà il primo dei nove incontri previsti per la seconda edizione di Now! Festival del futuro sostenibile, che coinvolgerà diverse località di Como e provincia fino al 26 maggio: la lectio magistralis di Kate Raworth, Senior Associate Visiting Research presso l’Environmental Change Institute della Oxford University.
Sedicente “economista eretica”, Raworth presenterà per l’occasione il suo secondo libro, “L’economia della ciambella: sette modi di pensare come un economista del 21°secolo” [Doughnut Economics: Seven Ways to Think Like a 21st-Century Economist, Chelsea Green Publishing, 2017].
La ciambella cui il titolo fa riferimento è una metafora della struttura circolare che l’economia del prossimo futuro dovrà adottare, tenendo presente la limitatezza delle risorse naturali la quale, a sua volta, è legata a doppio filo ai diritti umani e al rispetto (o mancato rispetto) di essi.

Sbilanciamoci il 25 novembre alla Cascina Masée di Albate

sbilanciamociLa Sinistra unita e plurale invita a partecipare martedì 25 novembre 2008 alle 20.45, nella sala della cascina Massée (Circoscrizione di Albate), via S. Antonino 4 a Sbilanciamoci. 100 proposte alternative alla finanziaria di Tremonti per utilizzare la spesa pubblica a favore di un’economia diversa  e per un nuovo mondo possibile. Interventi di Giulio Marcon, Sergio Giovagnoli e Mario Agostinelli. Conducono il dibattito Danilo Lillia e Marco Lorenzini.

Riportiamo da La manovra finanziaria per noi il capitolo La politica e la crisi finanziaria internazionale elaborato dalla campagna da Sbilanciamoci

«Con la crisi finanziaria internazionale e la grave recessione in arrivo in tutto il mondo, la politica economica – in Italia come in Europa, negli Stati Uniti come a livello globale – si trova ad assumere un ruolo essenziale per governare l’economia, regolamentare i mercati, guidare i comportamenti di banche e imprese. È il ritorno della politica, che deve fondarsi su valori condivisi: il benessere, l’equità, la sostenibilità ambientale, perseguire un interesse generale, tutelare diritti e controllare l’economia. È la fine di quarant’anni di politiche neoliberiste, che hanno imposto la ritirata dello Stato dall’economia e hanno “lasciato fare” a mercati, banche e grandi imprese multinazionali, con risultati devastanti nella finanza come nell’economia reale.

I meccanismi della crisi
La finanziarizzazione di un’economia sempre più globale ha portato alla crescita patologica di attività finanziarie con una logica speculativa: le transazioni annuali di titoli azionari e obbligazionari mondiali sono quattro volte il Prodotto interno lordo (Pil) mondiale, quelle sui mercati dei cambi superano di 15 volte il Pil mondiale.
Si è gonfiato il mercato dei prodotti derivati, (contratti che si appoggiano su altri titoli, scommettendo sul loro prezzo futuro) che è pari a 12 volte il Pil mondiale. Il sistema bancario si è lanciato in operazioni speculative che hanno portato l’esposizione finanziaria a breve termine delle banche (i debiti da pagare entro l’anno) a raggiungere l’86% del Pil in Italia, una volta e mezzo il Pil in Gran Bretagna, due volte il Pil in Islanda – il primo paese europeo a subire un crollo finanziario – quasi tre volte il Pil del Belgio (International Herald Tribune, 11-12 ottobre 2008).
Negli Stati Uniti, la crescita parallela dei valori immobiliari e del mercato dei mutui ad alto rischio ha moltiplicato crediti e strumenti finanziari fortemente instabili. Negli ultimi mesi, una dopo l’altra, le bolle speculative dei mutui sulla casa e della finanza sono scoppiate. Negli Stati Uniti e in Europa sono fallite decine di grandi banche e società finanziarie immobiliari, alcune sono state “salvate”, molte sono state nazionalizzate. La crisi finanziaria ha portato a crolli di Borsa in tutto il mondo. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna gli indici di Borsa di inizio ottobre 2009 sono caduti del 30% rispetto a un anno prima, in Francia, Germania e Giappone il crollo è stato vicino al 40%, in Italia del 42%; uguale il crollo in India, mentre in Cina la caduta è arrivata al 60% (International Herald Tribune, 9 ottobre 2008). In altre parole, il valore delle grandi imprese quotate in Borsa si è ridotto di un terzo o della metà rispetto a un anno fa. In tutti i paesi, infine, l’economia reale dà segni di rallentamento e si annuncia la più grave recessione da quella degli anni trenta. Questo gonfiarsi delle attività finanziarie mondiali è stato reso possibile dalla piena liberalizzazione dei movimenti dei capitali e del mercato dei cambi realizzate a partire dagli anno Ottanta. Ciò ha drasticamente ridotto gli strumenti di politica economica a disposizione dei governi.
Sul piano dei cambi tra le valute, si è aperta la possibilità di attacchi speculativi contro i paesi più fragili, che hanno portato a frequenti crisi finanziarie in Asia, Russia, America latina. Sul piano finanziario, i flussi di capitali speculativi hanno reso impossibile ai governi di governare gli investimenti e le trasformazioni dell’economia reale.

Evasione globale
Sul piano delle politiche fiscali, la libertà di movimento dei capitali ha consentito alle imprese e ai ricchi di tutto il mondo di trasferire denaro dove prometteva guadagni speculativi maggiori e minore tassazione.
Diversi paesi sono diventati dei “paradisi fiscali” (con tasse bassissime o nulle sui profitti delle imprese e sulle rendite finanziarie) e qui sono depositati 11.500 miliardi di dollari detenuti da persone fisiche; si valuta che un quarto della ricchezza generata in un anno sul pianeta finisca nei paradisi fiscali. Si tratta di risorse sottratte all’imposizione fiscale nei paesi dove la ricchezza viene prodotta.
Così in Italia circa tre quarti delle imprese dichiara di non fare profitti e quindi non viene tassata; negli Stati Uniti, secondo il Government Accounting Office, due terzi delle corporations non hanno pagato tasse sui redditi ottenuti tra il 1998 e il 2005. Con i profitti e i redditi più alti “al sicuro” nei “paradisi fiscali”, le politiche nazionali hanno finito per rivolgere l’imposizione fiscale soprattutto sui redditi da lavoro, e anche qui le misure realizzate in tutti i paesi hanno alleggerito le aliquote sui più ricchi. Le risposte alla crisi Le cause della crisi finanziaria attuale sono nell’insostenibilità di un sistema che lascia prevalere la speculazione sulle regole, la finanza sull’economia reale, i mercati sulla politica. Eppure le risposte alla crisi decise finora fanno di tutto per lasciare immutato il sistema; è stato fornito un credito quasi illimitato da parte delle banche centrali, sperando che ciò fermasse la caduta delle Borse; il piano Paulson, approvato negli Stati Uniti, fornisce 700 miliardi di dollari per l’acquisto di “titoli tossici” (quelli che ora sono praticamente senza valore) delle banche, con la possibilità che il governo acquisisca quote azionarie di minoranza delle banche, da rivendere a crisi finita; l’entrata dello Stato nella proprietà delle banche è invece la strada presa in Gran Bretagna.

Proposte alternative
La logica degli interventi realizzati all’inizio di ottobre 2008 resta quella di salvare i responsabili della crisi, facendone pagare i costi a tutti i cittadini. Una serie di proposte alternative sono state avanzate in diversi paesi per dare una risposta alla crisi che ne impedisca l’aggravarsi, eviti una grave recessione per l’economia reale, ridimensioni il ruolo della finanza e della speculazione. Anche l’Italia potrebbe introdurre una serie di misure di questo tipo, e contribuire a spostare le decisioni del Consiglio Europeo e della Banca Centrale Europea in questa direzione.
Ecco un sintesi delle misure possibili.

1. Chi ha speculato, paghi I costi per “salvare” la finanza devono essere a carico di chi ha beneficiato delle rendite finanziarie.
Anche se i benefici della finanziarizzazione sono stati ottenuti da banche, imprese e  persone che operano anche fuori dai confini nazionali, l’Italia può introdurre alcune misure concrete per recuperare le risorse pubbliche necessarie per gli interventi di “salvataggio” di fronte alla crisi finanziaria. Esempi di misure possibili sono i seguenti. – aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, almeno in linea con la tassazione prevalente in Europa (una misura già contenuta nel programma del governo Prodi); – nel caso di costi di “salvataggio” particolarmente elevati, valutare la possibilità di un’imposta patrimoniale una tantum sui patrimoni più elevati; – aumento della tassazione sugli immobili e sulle rendite immobiliari, con misure per ridurre l’evasione fiscale da parte dei percettori di redditi da locazione; – forte aumento della progressività dell’imposizione fiscale sui redditi delle persone fisiche, in particolare a partire dagli scaglioni superiori ai 100 mila euro l’anno.

2. Serve un governo pubblico della finanza Nuove istituzioni e regole devono guidare le attività finanziarie in Italia e a scala globale.
Per governare la finanza globale è necessario un nuovo sistema internazionale che definisca regole condivise tra tutti i paesi. L’Italia deve contribuire a questa discussione, contribuendo a modificare l’orientamento fin qui tenuto dall’Unione Europea. Una misura urgente e necessaria in questo campo è l’introduzione della Tobin Tax sulle transazioni valutarie, in modo da ridurre il volume delle attività speculative sui mercati dei cambi e accrescere la stabilità. Inoltre, il Governo italiano può prendere alcune decisioni dirette per quanto riguarda le politiche da realizzare all’interno del paese. Esempi delle misure possibili sono i seguenti: a. I finanziamenti forniti dallo Stato alle banche devono prendere la forma di quote azionarie; un’agenzia pubblica, sul modello dell’Iri, potrebbe detenere tali azioni e svolgere un ruolo anche nell’orientamento delle attività svolte dalle società partecipate. b. È necessaria una forte regolamentazione delle attività finanziarie per limitare le operazioni speculative e aumentare la solidità e la trasparenza; tra queste si può proporre di: – aumentare le riserve necessarie per l’attività degli operatori finanziari – porre forti restrizioni alla vendita e all’acquisto di prodotti finanziari derivati, specie nel settore energetico, ambientale e delle materie prime; inoltre, dovrebbe essere vietato l’uso di derivati da parte di enti pubblici italiani.

3. Limitare la recessione Per ogni euro investito nel salvare il sistema finanziario, ci dev’essere un euro investito per tutelare e riconvertire l’economia reale.
L’Unione Europea e l’Italia dovrebbero impegnarsi a finanziare – con risorse pari a quelle destinate alla finanza – un piano d’investimenti pubblici su tre fronti principali: – infrastrutture e servizi: le “piccole opere” di tutela del territorio, miglioramento di scuole e servizi sanitari pubblici, sistemi di trasporto urbano e regionale, miglioramento della qualità della vita; – un piano di costruzione e ristrutturazione di abitazioni di proprietà pubblica, da assegnare in affitto, con prezzi controllati, a giovani e famiglie a basso reddito; – incentivi pubblici a investimenti privati in energie rinnovabili e attività sostenibili dal punto di vista ambientale. La domanda di beni e di lavoro attivata da un tale programma consentirebbe di evitare (e limitare) la recessione in arrivo, dare una risposta alle emergenze casa in molte città , di compensare le perdite di posti di lavoro prodotte dalla crisi e di riorientare lo sviluppo della nostra economia.

4. Redistribuire risorse e ridurre le diseguaglianze La politiche devono rovesciare l’aumento delle diseguaglianze e il trasferimento di risorse dai poveri ai ricchi associato alla finanziarizzazione.
Negli ultimi vent’anni l’Italia è diventato uno dei Paesi con le peggiori diseguaglianze di reddito e di ricchezza d’Europa. La quota dei profitti e delle rendite finanziarie è aumentata in modo abnorme; le politiche di risposta alla crisi finanziaria devono essere coerenti con la necessità di avviare una redistribuzione di risorse dai ricchi ai poveri. Esempi di misure che possono contribuire a questi obiettivi sono i seguenti. – un aumento dell’imposizione fiscale sulle imprese (l’Ires) in modo aumentare del 30% le entrate in due anni, magari intoducendo una progressività dell’imposta; – reintroduzione della tassa di successione, che consente di redistribuire risorse tra le generazioni e di ridurre le diseguaglianze di ricchezza che derivano dai privilegi familiari; – valutare la possibilità di introdurre un limite al divario tra i superstipendi dei manager e quelli dei lavoratori; si potrebbe individuare l’obiettivo che il rapporto tra il dipendente più pagato e quello meno pagato di un’impresa o di un’amministrazione pubblica sia di 25 a uno. Tale rapporto dovrebbe essere vincolante per le istituzioni pubbliche. Per le imprese private, potrebbero essere introdotte misure che favoriscano scelte coerenti con una tale convergenza dei redditi; ad esempio, le imprese che superino tale rapporto potrebbero essere escluse dall’accesso ad agevolazioni fiscali e incentivi pubblici. Tale proposta è di particolare attualità negli Stati Uniti, dove il Presidente guadagna circa 25 volte il lavoratore del governo federale peggio pagato; anche il “guru” aziendale Peter Drucker ha suggerito che un rapporto di 25 a 1 tra i redditi più alti e più bassi assicura un equilibrato sistema di incentivi e una maggior efficienza produttiva. Misure di questo tipo potrebbero da un lato fornire le risorse necessarie per gli interventi straordinari necessari per far fronte alla crisi finanziaria internazionale, riducendo gli effetti negativi sull’economia reale, l’occupazione, i redditi più bassi; dall’altro lato potrebbero assicurare un’equa ripartizione dei costi del risanamento e porre le premesse per uno sviluppo stabile, equo e sostenibile del nostro Paese».

Sbilanciamoci

Al Sesto forum internazionale per una economia diversa a Torino sabato 6 settembre al centro del dibattito il lavoro e la proposta di una nuova fiscalità per un piano casa, una differente politica dell’immigrazione e una rinnovata attenzione al welfare.

Sabato 6 settembre si è concluso a Torino, in uno spazio circoscrizionale della zona Mirafiori, la tre giorni di Sbilanciamoci. Il Sesto forum internazionale per una economia diversa che tradizionalmente si svolge in contemporanea con il convegno della Fondazione Ambrosetti che richiama a Villa D’Este (Cernobbio) i potenti della Terra. Il lavoro, tema chiave di quest’anno, è stato affrontato in una sessione specifica attraverso le testimonianze di sindacalisti Fiat di tutto il mondo (Polonia, Turchia, India, Brasile, Serbia). Interventi dai quali è emerso il seguente quadro: aumentano le Zone speciali, territori a forte investimento produttivo nei quali vengono sospesi tutti i diritti sindacali e la legislazione nazionale; diminuisce il ricorso alla delocalizzazione continentale e aumenta quella nazionale; aumenta l’orario medio di lavoro settimanale; vi sono fenomeni di industrializzazione forzata a scapito dei diritti di altre categorie di lavoratori (emblematico è il caso del Bengala con il governo comunista e la multinazionale automobilistica Tata da una parte e i sindacati dei braccianti e dei senza terra dall’altra). Il seminario di Sbilanciamoci è l’occasione per la presentazione della controfinanziaria con le 100 proposte per un’Italia capace di futuro, come recita il documento conclusivo della tre giorni. Il ragionamento non si basa sul Pil, ma su macroindicatori quali l’ambiente, i diritti, l’istruzione e la cultura, la salute, la partecipazione, le pari opportunità. Una diversa concezione della fiscalità e una diminuzione secca del 20 per cento delle spese militari sono la leva per proposte quali un piano casa speciale, una differente politica dell’immigrazione e del lavoro, una rinnovata attenzione al welfare. Il dibattito continuerà nel sito dedicato agli aspetti economici www.sbilanciamoci.info, new entry del panorama della Campagna Sbilanciamoci.org. [Marco Lorenzini, ecoinformazioni]

Il bilancio di Acsm

«Quello del 2007 è il miglior bilancio della storia di Acsm dalla quotazione in borsa», questo il commento sui dati dell’anno passato espresso dal presidente del gruppo Giorgio Pozzi.

Martedì 18 marzo alla sede dell’Acsm il presidente Giorgio Pozzi e il direttore generale Enrico Poliero hanno commentato i dati del bilancio 2007 dell’azienda. Il presidente ha posto l’accento sull’andamento più che positivo dei risultati raggiunti che non solo hanno superato gli obiettivi raggiunti nel 2006, ma anche gli scenari previsti dal piano industriale 2007-2010. In cifre vi è stato un aumento del margine operativo lordo del 27,9 per cento rispetto al 2006, pari a ventuno milioni di euro. Questo risultato è stato raggiunto, ha sottolineato il dirigente, nonostante il 2007 sia stato un anno in cui si sono verificati tre episodi a sfavore per l’attività dell’Acsm. Innanzitutto l’andamento climatico sfavorevole ha portato ad una diminuzione del consumo di gas, poi sono state accentuate gli interventi decisi dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas ed infine è aumentata la concorrenza. Il gruppo continuerà a prestare attenzione all’ambiente, come già sta facendo, ha aggiunto Giorgio Pozzi che ha concluso dichiarando che «le discariche verranno sempre più spesso chiuse a causa dei costi economici e ambientali superiori agli impianti di termovalorizzazione. I rifiuti invece verranno sempre prodotti, altrimenti il mondo si fermerebbe».
Enrico Poliero è entrato maggiormente nello specifico analizzando i dati del bilancio 2007 e i propositi per il futuro. Per quanto riguarda la distribuzione e vendita di gas vi è stato un aumento delle vendite sia verso i privati che i pubblici. Il dirigente ha espresso soddisfazione per l’impianto di termovalorizzazione che verrà potenziato per aumentarne la produttività e portarne la capacità a 300 tonnellate al giorno dal febbraio 2009. Il piano dei rifiuti recentemente approvato in Provincia sostiene l’utilizzo dell’impianto dell’Acsm come strumento di smaltimento dei rifiuti. L’impianto di teleriscaldamento andrà potenziato per aumentarne gli utenti, che oggi sono 130, connettendo all’impianto delle “isole”, cioè dei gruppi di abitazioni, e stendendo nuove reti. Il progetto è ambizioso, ha ammesso Enrico Poliero, poiché tutta la città di Como è ad oggi riscaldata a metano. Il settore dell’acqua è quello più in crisi poiché richiede degli investimenti importanti per la manutenzione dell’impianto e perché il costo dell’acqua sottostà ad un blocco del sistema tariffario. Anche se l’Ato porterà ad un graduale aumento delle tariffe. L’Acsm, ha concluso il direttore generale, ha da sempre prodotto ricchezza per il territorio comasco e ha sempre investito e investirà sempre di più nella sicurezza e nella salvaguardia ambientale. [Francesco Vanotti, ecoinformazioni]

Ecoinformazioni è un circolo Arci

Anche ecoinformazioni in Pressenza