Guido Comis

Mostre/ A Lugano Meret Oppenheim donna dell’arte

La nuova mostra del Museo d’Arte della Svizzera italiana, al LAC di Lugano, è dedicata a Meret Oppenheim, grande artista che ha attraversato, col suo operare e il suo sguardo di donna, gran parte delle avanguardie del Novecento.

Nell’esposizione luganese, in realtà, la considerazione di genere, con l’obiettivo esplicito di conferire la giusta importanza al ruolo femminile in campo artistico, si coniuga con un omaggio di sapore locale poiché l’artista, berlinese di nascita, ma elvetica per parte di madre, risiedette a lungo a Carona, passandovi non solo periodi di vacanza, ma anche una buona parte dell’ultimo periodo della sua vita, e lì creando, in un piccolo studio appositamente allestito, non poche opere.

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Il ruolo di Meret Oppenheim nell’arte contemporanea è centrale, ma ciononostante ancora sottovalutato: arrivata giovanissima (poco più che diciottenne) nella Parigi degli anni Trenta, fonte di gran parte delle sperimentazioni moderne, si lega al gruppo degli artisti d’avanguardia, aderendo poi al surrealismo. In quell’ambiente attraversa molti ruoli: è artista, ma anche musa ispiratrice e modella. In effetti nella cerchia dell’avanguardia parigina la presenza femminile è sempre forte, ma assai controversa e spesso relegata in posizioni di secondo piano (basti pensare alle storie personali di Dora Maar e Lee Miller, percepite quasi unicamente come affascinanti modelle o compagne, rimuovendo la loro autonoma elaborazione); per evidenziare, viceversa, il rapporto dialettico tra Meret e i suoi colleghi, maschi, già affermati e magari già attempati, la mostra mette “in dialogo” le opere dell’artista con quelle di altri esponenti dell’avanguardia, Marcel Duchamp, Man Ray (che la ritrasse in straordinarie fotografie accanto al torchio da stampa di Louis Marcoussis), Hans Arp, Max Ernst, René Magritte. E con tutta evidenza, il confronto è equilibrato, la sua “fresca” lettura surrealista della realtà non sfigura affatto in rapporto a quelle di tanti “maestri”; la sua arte nelle varie declinazioni (disegno, pittura, scultura, fotografia, performance) si colloca sul proscenio di molte elaborazioni successive. E l’esposizione evidenzia quindi il lascito fecondo dell’opera di Meret Oppenheim, operante fino ad anni recentissimi (significativo è, per esempio l’accostamento con un’opera di Mona Hatoum: le tazzine gemelle siamesi che si rifanno da un lato alla famosa tazza da colazione “impellicciata” e dall’altro alle calzature saldate in punta).

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Le opere sono quindi presentate in una sequenza complessa, organizzata per assonanze tematiche (in cui non è difficile cogliere un implicito riferimento alle libere associazioni surrealiste, in qualche modo innervate dal pensiero psicanalitico) e distribuita con ritmo pausato sulle pareti del LAC: un’esposizione che il curatore Guido Comis ha definito “non ridondante” e che risulta assai suggestiva e stimolante. La maggior parte delle opere è in effetti poco nota e si presta a più di una riflessione (certo, come è stato notato, manca l’originale di Le déjeuner en fourrure, “La colazione in pelliccia”, che del lavoro di Meret Oppenheim è sicuramente l’esempio più noto – in mostra evocata dalla fotografia che ne fece nel 1936 Man Ray –, ma il boccale-scoiattolo quasi quasi vale il cambio…). Evocative del clima divertito e al tempo stesso tenebroso di quegli anni sono le maschere originali utilizzate nel corso delle feste di carnevale a Berna e Basilea, che si accompagnano alla sezione di ritratti (in fotografie e in dipinti) dell’artista.

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Non mancheranno per altri versi divagazioni in libertà, nel più puro stile surrealista. A chi scrive è capitato nella visita seguita alla conferenza stampa, di fronte al Tavolo con le zampe di uccello, di cogliere al volo una battuta “Ah sì, certo, ce l’ho anch’io”. Meret Oppenheim ne avrebbe sicuramente gioito.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

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Meret Oppenheim

Opere in dialogo da Max Ernst a Mona Hatoum

a cura di Guido Comis con la collaborazione di Maria Giuseppina Di Monte

LAC Lugano Arte e Cultura

piazza Luini 6, Lugano

12 febbraio – 28 maggio 2017

 

Orari: martedì-domenica ore 10.00-18.00,  giovedì fino alle 20.00, lunedì chiuso

info: www.luganolac.ch

 

Ingresso alle esposizioni temporanee

Intero: CHF/Euro 15.-

Ridotto: CHF/Euro 10.-

Gratuito ogni prima domenica del mese

Arp e Licini in mostra a Lugano: dialoghi d’arte

Proseguendo nella linea di ricerca inaugurata l’anno scorso con la straordinaria mostra su Klee e Melotti, il Museo d’Arte di Lugano propone quest’anno l’indagine su Jean (o Hans) Arp e Osvaldo Licini.

I due artisti, esponenti assai poco “disciplinati” delle avanguardie europee del Novecento, mostrano di intrattenere, pur non conoscendosi direttamente, un fecondo dialogo sulle premesse e gli esiti della loro arte. Rispetto alla precedente mostra, infatti, l’esposizione di quest’anno presenta anche opere di altri autori e autrici, per documentare la complessità della genesi di “un” linguaggio (o, forse, più linguaggi) che durante lo scorso secolo seppe ribaltare inveterate consuetudini nella comunicazione artistica. Ne deriva, anche a uno sguardo non particolarmente esperto, l’evidenza di flussi ideali che passano tra Jean Arp e Sophie Taeuber (che fu anche sua moglie), si riflettono su Osvaldo Licini – o viceversa -, fino a includere Henri Matisse, Paul Klee, Alberto Magnelli e Georges Vantongerloo. Sia chiaro: questi rapporti non vanno intesi come dipendenze o influenze meccaniche, piuttosto come una dialettica aperta, suggerita da confronti sempre stimolanti ed evocativi. Supportata da una ricerca attenta, curata da Guido Comis e Bettina Della Casa (con il contributo di approfondimento di numerosi altri studiosi e studiose), la mostra si esprime in un allestimento chiaro e mai banale, in cui spesso si coglie il divertimento e la soddisfazione di aver trovato l’accostamento rivelatore, di poter indicare la genealogia di un motivo, di saper suggerire l’origine di un modello comunicativo. Grazie a questa cura, le numerose sale, che accolgono oltre 150 opere, non producono alcuna assuefazione, anzi: si ha l’impressione di poter cogliere che il vero nocciolo dell’arte moderna (o almeno di una sua consistente parte) risiede in una profonda consapevolezza linguistica (qualcuno direbbe epistemologica) ma anche in una gioiosa voglia di entrare in relazione con l’altro.

Così, la mostra di Lugano, anche se forse meno immediatamente popolare di quella dell’anno passato, è un ottimo esempio di come si possa costruire un’esposizione che, senza rinunciare al rigore documentario e all’approfondimento critico, riesce a entrare in sintonia con il pubblico.

Aperta da una settimana, la mostra Jean Arp – Osvaldo Licini è visitabile fino al 20 luglio 2014 al Museo d’Arte di Lugano, nella sede di Villa Malpensata, Riva Caccia 5.

Contemporaneamente alla mostra su Arp e Licini, i Musei luganesi, nella sede di piazza san Rocco, offrono anche una interessante esposizione di fotografie storiche di Gerusalemme, provenienti dai ricchissimi fondi del convento domenicano della città: distribuite tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi decenni del Noveeento, le immagini di numerosi autori propongono la città antica ancora intatta dalle trasformazioni (alcune fortemente traumatiche) della modernità; tra gli altri scatti, assai insuali sono alcuni particolari interni dei monumenti musulmani della città.

Ancora dedicata ai monumenti gerosolimitani è l’esposizione della Galleria Canesso di Lugano, vicino al municipio, che presenta alcuni dipinti di epoca barocca provenienti dalla chiesa del Santo Sepolcro e realizzati da manifatture napoletane nel XVII secolo. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Jean Arp, Bouteille et oiseau, 1925

5A Arp, Bouteille et oiseau, 1925

 

Osvaldo Licini, La Grande Amica n.2, 1948-50

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