Sbilanciamoci! dallo speciale di ecoinformazioni

ecoinformazi1Al Forum di Sbilanciamoci! del 5 settembre sarà in distribuzione un numero speciale del mensile ecoinformazioni. Anticipiamo l’articolo di Marco Lorenzini.

«Le esperienze di economia solidale fanno crescere un diverso paradigma globale di vita, una concezione che valorizza la ricerca della felicità collettiva e non il consumo individuale massificato e il mito del possesso
È possibile ridisegnare un futuro di rinnovata speranza sociale, un’idea di cambiamento della società, in piena crisi economica? In altri termini, come è possibile trasformare la prima crisi finanziaria del neocapitalismo, in questo millennio (crisi finanziaria che ha acuito la crisi ecologica e che è diventata crisi del lavoro, dei salari, dei consumi) in opportunità per far crescere un diverso paradigma globale di vita, quello che negli ultimi quindici anni è stato chiamato nuovo mondo possibile? La domanda può apparire retorica e si presta a facili risposte ideologiche, inoltre parlare delle buone pratiche presenti nella società e di economia solidale può sembrare ingenuo agli occhi di chi ritiene (a destra) che volontariato e terzo settore siano soltanto una ruota di scorta del welfare in crisi o di chi ritiene (a sinistra) che questo mondo non possa sostituire l’idea di un soggetto sociale capace di essere trainante e centro di trasformazione. Molte sono le novità che mi rendono fiducioso e mi fanno pensare che questa lunga crisi che stiamo attraversando sia la prima opportunità storica globale di cambiamento: la crisi ha reso palese anche a grandi masse nel mondo che vi è un rapporto stretto e indissolubile tra modello economico capitalistico e crisi ecologica, tra privilegi del mondo ricco e impoverimento dei tre quarti del mondo, tra consumo delle risorse e organizzazione della società, tra consumi collettivi e stili di vita, tra presente e futuro.
I due demoni che la letteratura di fine ottocento cominciava a intravedere, la velocità e il possesso, sono diventati oggi la forma di una vita globale che ha perso la sostanza del senso delle cose. Due miliardi e mezzo di persone si affacciano alla porta del neocapitalismo e chiedono di vivere come un europeo medio; tutti sappiamo che per garantire uno stile di vita simile a tutti servirebbero tre Terre, e noi umani ne abbiamo una, con risorse finite e poco tempo a disposizione per offrire un futuro possibile alle nuove generazioni. Ecco perché diviene centrale garantire la persistenza e la formazione di capitale sociale, brutta categoria che andrebbe rivista, ma che evidenzia la capacità di creare relazioni e reti sociali, amicali e associative tra individui e famiglie. In Italia, secondo uno studio dell’Università di Bologna un italiano, in media, può contare sul sostegno di 4,8 persone, ma ben il 28,3% degli intervistati non ha nessuno a cui rivolgersi. Il capitale sociale familiare è minore fra chi ha bassi livelli di istruzione e di status socioeconomico, è minore nel Mezzogiorno rispetto al Nord Italia. Secondo la ricerca, quindi, esiste un legame fra lo status sociale e la cultura civica degli italiani e la qualità delle loro relazioni sociali: più basso è lo status, minore è il capitale sociale. La Commissione Europea stima che in Europa vi siano impegnati nel volontariato oltre 100 milioni di cittadini, con un apporto al Pil che arriva al 5% a livello europeo (con picchi dell’8%, come nel Regno Unito). Ulteriori stime ritengono che un euro investito nel volontariato venga moltiplicato fino a trenta volte dal lavoro dei volontari.

Buone pratiche
È in questo contesto che si collocano tutte le esperienze di terzo settore e in particolare di volontariato: quello di lavorare per l’inclusione a partire dal sostegno e la promozione di relazioni e reti sociali. In Italia le organizzazioni di volontariato sono più di 35.000, con 1.123.000 volontari e oltre 3,2 milioni di ore settimanali di volontariato, equivalenti al lavoro di 80.600 operatori a tempo pieno. Sono oltre 10 mila le imprese sociali oggi in Italia, di cui più di 7300 le imprese sociali tradizionali, ovvero le cooperative sociali, e oltre 2600 tra fondazioni e altre organizzazioni non profit, di queste però soltanto 501 sono le imprese che a fine aprile 2009 risultavano iscritte ai registri camerali ai sensi della legge 118/05 sull’impresa sociale. Se leggiamo il dato complessivo del terzo settore, come risulta dall’ultima ricerca a disposizione dello scorso anno, emerge che cresce con una media del 15% all’anno, con un fatturato complessivo di circa 38 miliardi di euro. A Milano esiste una città nella città di 70 mila volontari e la Lombardia formigoniana rimane tra le regioni a più alto tasso di esperienze di economia solidale. A fianco di questa parte di società che non si arrende al pensiero unico e alla vita disciplinata dal consumo e dal possesso ci sono le esperienze di economia sociale, i distretti di economia solidale (o Des) che a Torino, Milano, Brianza, Como, nelle Marche, a Lucca, in Trentino, a Verona, a Venezia, a Pisa, ad Arezzo, Varese, Modena, Cremona, Bologna e a Sud in Abruzzo e a Napoli hanno attivato canali di scambio di informazioni, beni e servizi tra botteghe del commercio equo, gruppi di acquisto solidale, realtà di finanza etica e di turismo responsabile, produttori biologici, cooperative sociali e associazioni. Le organizzazioni equosolidali, che si occupano di mercato equo, garantiscono lavoro a circa 1000 persone in tutta Italia e sono in forte crescita (di vendite, di investimenti, di assunzioni). Ciò che avviene attraverso queste iniziative è un incontro tra valori d’uso (reali o simbolici) e dignità umana, è un investimento libero e volontario in compiti d’interesse comune che possono essere un modo per salvare le reti sociali dall’imbarbarimento dei rapporti umani ridotti a rapporti economici.
Le contraddizioni sono molte e sono oggetto di dibattito (tra l’altro il 4 e 5 dicembre di quest’anno ci sarà la prima autoconvocazione del Volontariato italiano per discutere proprio di questo), ma grande è lo sforzo anche culturale per affrontare in positivo la crisi e per dare una forma complessiva a quello che ormai è il settore di economia solidale, un settore non alternativo, ma complementare al sistema di mercato, eppure capace di creare una riserva enorme di anticorpi sociali e di suggerire percorsi di felicità lontani dall’idea predatoria del possesso individuale e dal consumo come metro di livello di vita».

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: