L’Altroverso dei diritti

Presso la Biblioteca Comunale di Cassina Rizzardi, venerdì 14 maggio 2010, alle ore 21, si è tenuto l’incontro I diritti delle donne. Relatori esponenti di Amnesty International, Telefono Donna, Il Sole, Donne in Nero; organizzatori il Coordinamento Comasco per la Pace, l’Asci, Prospettive. L’iniziativa rientra nel progetto L’Altroverso dei diritti, rivolto in parte alle scuole ed in parte, con incontri serali, all’intera cittadinanza.Il rappresentante della sezione di Como di Amnesty International ha illustrato le due campagne nelle quali è attualmente impegnata l’associazione per quanto riguarda i diritti delle donne, ovvero Mai più violenza sulle donne e Io pretendo dignità.
Violenze domestiche, violenze nella comunità, mutilazioni genitali, condizione della donna nelle guerre sono i temi di riferimento di Mai più violenza sulle donne. In merito al primo problema, quello delle violenze domestiche, alcuni dati delineano un quadro globale estremamente drammatico. L’Organizzazione Mondiale della Sanità calcola che, nel mondo, il 70% delle vittime femminili di violenza domestica venga poi uccisa. In Francia, una donna su quattro ha subito percosse; negli Stati Uniti una su tre; in Gran Bretagna due donne alla settimana vengono ammazzate; in Russia, nel sono anno 1999, 14000 donne sono state uccise dai partner ed, ad oggi, non vi è ancora una legge a loro tutela. Amnesty chiede ai governi di condannare esplicitamente la violenza domestica, di mettere in campo iniziative che aumentino la consapevolezza dell’opinione pubblica (soprattutto femminile) e che siano tese a formare le nuove generazioni. Sollecita gli stati ad abolire le leggi discriminatorie, a considerare la violenza domestica come un reato. Le violenze che le donne subiscono al di fuori delle mura domestiche sono molteplici. Vi sono la tratta e la riduzione in schiavitù, a cui spesso fa seguito la prostituzione coatta; vi è il fenomeno delle bambine soldato che non sono impiegate in combattimento ma come strumenti della soddisfazione sessuale dei comandanti militari; si aggiungono le mutilazioni sessuali femminili che, ormai, come conseguenza dell’emigrazione, sono un fenomeno presente in tutto il mondo. Infine, le guerre civili, conflitti in cui le donne subiscono le maggiori violenze, in modo particolare nella forma degli stupri etnici. In Bosnia ventimila donne hanno subito violenza sessuale negli anni Novanta; in Ruanda, alcune stime arrivano a quantificarne nel numero di cinquecentomila.
Importante è dunque, per Amnesty, puntare sull’informazione e sulla sensibilizzazione dell’opinione pubblica: è necessario prevenire la discriminazione, la ghettizzazione delle donne e diffonderne i diritti.
Nella campagna Io pretendo dignità, il tema dei diritti femminili si concretizza nel combattere la piaga della morte per parto delle donne sudamericane e africane, in special modo in Sierra Leone, paese che ne detiene il tasso più alto al mondo: una su otto, infatti, muore di parto a causa della mancanza di strutture adeguate e soprattutto gratuite.
Le due relatrici di Telefono Donna, associazione nata nel 1991, unico centro antiviolenza del comasco, che offre un servizio di volontariato e partecipa alla rete delle case delle donne maltrattate, hanno spiegato l’articolazione dell’attività del gruppo, attività che sono gratuite e garantiscono l’assoluto anonimato e la riservatezza dei dati raccolti. L’opera dei volontari inizia con l’accoglienza telefonica, per poi proseguire con colloqui in sede e con le consulenze specialistiche (psicologica e legale). L’azione procede con l’inserimento delle donne in gruppi di auto-aiuto e nei casi più gravi chiedendo la collaborazione dei servizi territoriali e del coordinamento degli altri Centri anti-violenza. A disposizione delle donne maltrattate vi sono, inoltre, Case di Accoglienza in cui possono essere ospitati anche i figli. Presso la sede di Como si attuano percorsi di formazione rivolti sia agli operatori interni sia a quelli esterni ed è attivo un centro di documentazione. I dati italiani e locali riferibili a questo fenomeno sono impressionanti. L’Istat stima che negli ultimi dodici mesi il 31,9% delle donne fra i 16 e i 70 anni abbiano subito una violenza o fisica o sessuale. La proiezione sul comasco quantifica che 5,2% delle donne sia stata oggetto di violenza. Le donne italiane subiscono molti tipi di violenza: fisica, economica, stalking, psicologica. Nei confronti del maltrattamento delle donne da parte degli uomini (la maggior parte dei quali appartenenti alla sfera parentale), vi sono molti pregiudizi. Il maltrattamento viene spesso interpretato come una relazione conflittuale e non come un abuso; gli uomini che esercitano violenza in famiglia vengono etichettati come individui soggetti a patologie psicologiche o a comportamenti border-line (tossicodipendenti, alcolisti), in realtà i dati dimostrano il contrario; la violenza nei confronti delle donne viene percepita come qualcosa che accade nelle comunità straniere presenti in Italia, invece è ugualmente diffusa. Per far fronte a questi fenomeni, in provincia di Como si è messo a punto un Protocollo d’Intesa fra Provincia, Asci e Telefono Donna, finalizzato alla promozione di strategie condivise e di azioni integrate miranti alla prevenzione ed al contrasto della violenza delle donne. Nel marzo 2009 al Protocollo hanno aderito altri soggetti come l’Ospedale Sant’Anna, l’Asl, la Questura, i Carabinieri, l’Ufficio Scolastico Provinciale, la Caritas; a breve si prevede l’adesione dei vari distretti della provincia.
L’ong Il Sole, organizzazione che tutela l’infanzia nei paesi in via di sviluppo, invece, ha creato le Case delle donne in Burkina Faso, perché è ormai convinzione diffusa che il benessere dei bambini passi attraverso quello delle loro madri. La situazione delle donne in Burkina è molto difficile: la scolarizzazione è molto bassa, intorno al 21%, mentre solo il 40% accede a titoli di proprietà. L’associazione comasca punta soprattutto a far diventare le donne minimamente produttive per poter provvedere alle loro famiglie, in un contesto sociale e culturale dove gli uomini quasi sempre non lavorano. Il Sole favorisce la diffusione di pozzi d’acqua in modo tale da non costringere le donne a fare lunghi spostamenti per approvvigionarsene. Problemi gravissimi che attanagliano la società rurale del Burkina sono quelli della violenza sessuale sui bambini e della mancanza per molti del riconoscimento ufficiale. Un terzo dei bambini non viene registrato poiché questo atto ha un costo elevato per le scarse risorse delle famiglie e perché non usuale nella tradizione locale. Non avere identità ufficiale vuole dire non esistere: niente scuola, niente assistenza sanitaria, nessun assistenza legale in caso di stupro.
Le Donne in Nero, invece, hanno evidenziato l’aspetto dell’importanza del protagonismo delle donne che rivendicano i loro diritti. Questo movimento femminile nasce nel 1987, quando sette donne israeliane protestano, completamente vestite di nero e silenti, contro l’occupazione dei territori palestinesi da parte del loro governo. Il movimento presto si diffonde in altre città israeliane e nel mondo. Lo scopo è il rifiuto della guerra, del terrorismo e del fanatismo. Il silenzio ed il nero sono le modalità di protesta mantenute nel tempo, a cui si aggiunge, una forte spinta a stabilire relazioni fra donne di stati diversi. Le Donne in nero di tutto il mondo, infatti, spesso si recano nei posti dove ci sono conflitti, guerre e mancanza di diritti. Nel 1999 nasce il coordinamento italiano a sostegno delle donne afgane, che nel 2004 si trasforma in una onlus per raccogliere finanziamenti e donazioni a favore di varie associazioni di donne afgane. I progetti, finalizzati a creare scuole di alfabetizzazione e insegnamenti di diritti umani, hanno origine nei campi profughi afgani in Pakistan e successivamente si spostano nel territorio afgano. Gli interventi in terra afgana, mirano alla formazione professionale e alla valorizzazione di talenti, all’accoglienza di donne maltrattate o che scappano per decisioni prese dagli uomini della famiglia, alla cura di bambini orfani. Rawa, l’associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan, fondata nel 1977 da Amina, una donna assassinata nel 1987 da agenti afgani del Kgb e da un gruppo di fondamentalisti islamici, è la principale associazione con cui collaborano le Donne in Nero. Rawa è una organizzazione indipendente di donne che lottano per i diritti umani e la giustizia sociale nel loro paese, fin dai tempi dell’invasione sovietica del 1979-1989, proseguendo successivamente nel periodo dei Mujahaden e del governo talebano. Oggi è una associazione socio-politica clandestina le cui donne girano con il volto coperto dal Burka per non farsi riconoscere, aprono scuole per le ragazze afgane sotto altro nome, pubblicano un giornale ed attuano progetti umanitari. Se i diritti delle donne afgane si sono ridotti nel 1992 con l’avvento dei fondamentalisti, nel 1996 con i talebani hanno subito un’ulteriore contrazione: vengono, infatti, private di molti diritti quali l’istruzione, il lavoro, il viaggiare, la salute, la possibilità di ricorrere alla legge, lo svago. Il diritto insomma di essere una persona umana. La guerra al fondamentalismo doveva migliorare questa situazione: in realtà il fondamentalismo non si è modificato ed i diritti delle donne non sono stati ripristinati. Nel corso degli ultimi anni molte ragazze di Rawa sono venute in Italia per denunciare la situazione. Una di queste è Mariam Rawi del comitato relazioni estere che in una recente intervista italiana dichiara: <<La “guerra al terrore” e la “liberazione delle donne afgane” sono state mere bugie per coprire i veri obiettivi degli Stati Uniti in Afghanistan >>, ovvero il controllo delle immense risorse naturali del paese (oppio, gas, rame, ferro e altri minerali e pietre preziose). <<I sogni di liberazione del nostro popolo sono stati distrutti i primissimi giorni dopo l’invasione, quando abbiamo capito che i criminali di guerra e gli assassini e gli stupratori dell’Alleanza del Nord che hanno distrutto l’Afghanistan, sono stati appoggiati ed aiutati dagli Stati Uniti e dai relativi alleati, dopo la caduta del regime dei Taleban […] Nonostante i molti modi di piagnucolare sui “diritti delle donne” e sulla “liberazione delle donne afgane”, l’Afghanistan deve ancora affrontare del tutto la catastrofe dei diritti umani delle donne. Non vi è alcun tangibile cambiamento nelle condizioni delle donne afghane; in alcune parti del paese, la vita è peggiore di quella sotto i Talebani. Il tasso di rapimenti, stupri, la vendita di ragazze, i matrimoni forzati, le aggressioni con l’acido, la prostituzione e l’auto-immolazione di giovani ragazze e donne, ha superato il record anche rispetto al regime dei talebani. [Patrizia Di Giuseppe, ecoinformazioni]
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