2 giugno 1946 – 2 giugno 2010

Il Comitato per la Costituzione di Como e l’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta hanno promosso venerdì 28 maggio un incontro di approfondimento con Filippo Pizzolato e Maria Paola Viviani Schlein sulla Costituzione per la prossima ricorrenza del 2 giugno per rimarcare le necessità delle regole della convivenza civile ricordando la nascita della Carta costituzionale nata dal processo di progressione civile e di maturità politica della Resistenza.All’incontro, introdotto da Aniello Rinaldi e Antonia Barone, hanno partecipato alla biblioteca comunale di Como una cinquantina di persone.

«A cosa serve una costituzione?». È la domanda con cui ha aperto il suo intervento Filippo Pizzolato, docente di Diritto pubblico all’Università di Milano Bicocca che ha proseguito spiegando: «Il Costituzionalismo è una tecnica di imbrigliamento del potere dal momento che, come ci insegna la storia, anche la maggioranza può impazzire e il buon senso popolare non sempre è infallibile», ma una costituzione serve anche a «custodire l’identità più profonda, i valori più durevoli di un popolo, è un patto, un patrimonio che deve passare per più generazioni.»

Il problema è dato dalla tendenza a coincidere di democrazia e maggioranza  e per questo servono regole per la difesa dei diritti delle minoranze anche perché la democrazia deve essere la possibilità di espressione anche per loro perché basata sull’assunto fondamentale della pari dignità di tutti i componenti del corpo sociale.

Una costituzione deve salvare paradossalmente la democrazia da se stessa ad esempio per evitare che il popolo in un proprio atto di libertà concentri il potere in una sola persona.

In questo risiede una delle particolarità della Costituzione italiana: per Pizzolato «si può dire che la cittadinanza non è acquisita dalla nascita, ma si acquisisce nello sviluppo dell’identità della persona in relazione con le formazioni sociali che permettono di dialogare col potere». Per questo la televisione dà l’impressione di un dialogo diretto con il potere quando in realtà schiaccia il cittadino».

In questo rapporto costante con le associazioni, i partiti, tutti gli ambiti della società, a partire dalla famiglia, della persona che interagisce contestualmente anche con il potere e lo Stato Pizzolato vede il «senso profondo della sussidiarietà, che non è il semplice abbandonare al privato».

La relazione come ruolo predominante della formazione del cittadino e della sua partecipazione alla comunità è ribadita negli articoli 6 e 11 della nostra Costituzione e la città diventa «la palestra della partecipazione» su cui però pende il rischio del localismo e della chiusura.

Pizzolato ha ricordato l’articolo 3, comma secondo, che ribadisce come sia compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli materiali che bloccano l’effettiva possibilità di partecipazione dei cittadini perché ci sia una compiuta libertà, di qui anche la necessità del lavoro «non perché la Costituzione sia classista, ma perché lì l’uomo trova una forma archetipica di libertà», ricordando, con Aldo Moro, la debolezza umana che rende indispensabile l’aggregazione.

La preside della facoltà di giurisprudenza dell’Università dell’Insubria è invece partita da un excursus storico ripercorrendo la genesi della Costituzione repubblicana dallo Statuto albertino fino al «collegamento Resistenza – costituzione per cui non c’è nessuna cesura». Per la formazione di un testo «di compromesso fra le diverse anime, cattolica e di ispirazione marxista, ma ci mancherebbe altro – ha esclamato – se no sarebbe una dittatura».

Lenta, ha ricordato la professoressa, ne è stata l’applicazione, a partire dagli organi di controllo come la Corte costituzionale e il consiglio superiore della magistratura (entrati in vigore solo nella seconda metà degli anni Cinquanta).

«Va sottolineato, ed è un fatto raro – ha chiarito Viviani Schlein – che in pochissimi paesi c’è stato un rivolgimento della forma costituzionale in modo pacifico e con un referendum».

La specificità italiana si riscontra anche nella comparazione con altri sistemi giuridici «la Corte costituzionale può occuparsi anche delle leggi passate che devono essere coerenti con l’ordinamento costituzionale per cui molte leggi fasciste sono state eliminate, contrariamente a quanto succede in Germania dove può esprimersi solo su quanto emanato dalla sua nascita nel ‘49».

Molto precisa e garantista per il rispetto della persona la costituzione italiana su questo punto supera anche costituzioni nuove come quella Svizzera approvata nel 2000. Ovviamente, contrariamente a quest’ultima, «alcune cose che oggi ci preoccupano, non erano all’ora all’ordine del giorno», quella italiana non tratta dei diritti di libertà di cosiddetta terza generazione, come la privacy o la salubrità e la conservazione dell’ambiente.

Un problema che tocca anche la libertà di informazione, ce vede la Costituzione molto attenta alla sola libertà di stampa in un’ottica un po’ miope», una possibile interpretazione dell’articolo 3 comma 2 potrebbe comunque ricomprendere queste nuove esigenze «dato che una opinione pubblica informata che partecipa alla vita politica del paese è funzionale alla democrazia e deve quindi avere accesso in maniera completa e soddisfacente al pluralismo dell’informazione».

Una Costituzione che non può comunque dirsi invecchiata anche perché, come ricordato dalla relatrice quella statunitense è del 1787 e in vigore da due anni più tardi, ma con i dovuti “assestamenti” ancora in vigore. Una Carta che dimostra la propria attualità anche ora con l’entrata in vigore del Trattato di Nizza, per molti versi più arretrato rispetto alla Legge fondamentale italiana. [Michele Donegana, ecoinformazioni]

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