Scuola: Vite precarie, solitudini e crucci ministeriali

Anticipiamo dal numero 78 di école, rivista di idee per l’educazione, l’editoriale di inizio anno scolastico  della direttrice Celeste Grossi.  L’assistente tecnico precario Giacomo Russo − prima di essere ricoverato in ospedale a causa dello sciopero della fame attuato come forma di protesta contro le politiche del governo sul sistema d’istruzione, dell’università e della ricerca pubblica − ha dichiarato: «Questa non è la battaglia dei precari della scuola, è la battaglia della scuola per il futuro del Paese».  Che la scuola e il Paese lo ascoltino. Solo quando le lavoratrici e i lavoratori più tutelati si renderanno conto che i diritti o sono di tutti o non sono di nessuno e che la perdita di garanzie democratiche si estende a macchia d’olio e rapidamente, si realizzeranno mobilitazioni unitarie visibili oltre la cerchia degli addetti ai lavori e per questo capaci di svelare che le questioni sollevate dai precari della scuola sono di rilievo generale e non possono essere liquidate come “rivendicazioni corporative”.

Solo allora in Italia si capirà che l’investimento in istruzione «non è un problema economico, ma il problema economico prioritario», come ha detto degli Stati Uniti Barack Obama. È proprio la solitudine che accompagna le lotte dei precari a rendere possibile l’atteggiamento sprezzante della ministra Gelmini (che fino ad oggi, 1 settembre, ha rifiutato di incontrare i partecipanti alla mobilitazione) e del governo Tremonti-Berlusconi. Per ora i finiani, impegnati in questioni di bottega, tacciono.

Ma come potranno continuare a ignorare le proteste di quello che soprattutto a Sud è stato il loro bacino elettorale? In questa situazione assai difficile per la vita di lavoratrici e lavoratori, di milioni di studenti, delle loro famiglie e di tutti le cittadine e i cittadini italiani, con o senza figli, interessati al luogo dove la società educa se stessa, la ministra dell’Istruzione il 20 agosto si è permessa di dichiarare: «Non vedo difficoltà per quanto riguarda l’apertura dell’anno scolastico, in modo particolare nella scuola primaria e nella scuola secondaria di primo grado, la scuola media, perché da quest’anno non ci sono particolari innovazioni o particolari modifiche».

A parte più ripetizioni dell’aggettivo “particolare” in tre righe, meno male che l’ha usato per circoscrivere la sua considerazione alle elementari e alle medie. Perché a sentire chi ha partecipato ai collegi dei docenti del primo settembre la secondaria di secondo grado è nel caos per l’entrata in vigore della riforma. E non è bastata a diradare la confusione la scarna circolare ministeriale (30 agosto 2010, n. 76) sulle “Misure di accompagnamento al riordino del secondo ciclo del sistema educativo di istruzione e formazione – Anno scolastico 2010-2011”.

Di tutt’altro tenore sono le dichiarazioni dei precari della scuola. Caterina Altamura − che si autodefinisce deportata al Nord, dove ha lavorato lo scorso anno, dopo 14 di insegnamento a Palermo − ha detto: «Oggi voglio dire con forza a Tremonti, alla Gelmini, al mio Presidente del Consiglio e ai numerosissimi parlamentari siciliani che le cose devono cambiare! Che non permetteremo la morte né nostra né della nostra scuola pubblica! Che non permetteremo che la mafia approfitti della disperazione di tanta gente! Che la scuola pubblica sia di serie B e che i soldi pubblici vengano dati alle private! Che anche al Sud deve essere garantito il tempo pieno! Che non mi farò trattare come spazzatura!». Ancora più drammatiche le parole pronunciate, dopo alcuni giorni di sciopero della fame, da Pietro di Grusa: «Da qui me ne andrò con un lavoro oppure morto». Pietro è collaboratore scolastico precario da 25 anni. Venticinque anni, più o meno l’età di tanti giovani laureati disoccupati che non riusciranno a lavorare neppure come precari, se gli insegnanti “anziani” non riusciranno ad andare in pensione. Allo sciopero della fame partecipano anche molti insegnanti di sostegno tra i più colpiti dai tagli. A Bergamo, nel profondo Nord, rispetto all’anno scolastico precedente sono 99 quelli in meno (a fronte di 142 iscritti con handicap in più); a Messina, nel profondo Sud, 149 alunni che nel 2009/2010 hanno usufruito del sostegno non lo avranno per la diminuzione di 86 docenti. Con buona pace della Corte Costituzionale che il 22 febbraio 2010 ha prescritto l’obbligatorietà della copertura di eventuali ore aggiuntive o posti di sostegno a fronte delle richieste presentate da parte delle famiglie e certificate dalle Asl. Sulla questione è intervenuta anche la ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna: «Ho un cruccio che è insieme un desiderio: vorrei tanto migliorare le condizioni dei disabili: con le loro famiglie, vivono spesso situazioni non facili, per non dire drammatiche. Sono certa che riusciremo a fare qualcosa per aiutarli». La coerenza non è più una virtù.  [Celeste Grossi]

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