Dacci oggi la nostra acqua quotidiana

Un centinaio di persone hanno partecipato al Centro pastorale cardinal Ferrari lunedì 16 maggio all’incontro promosso da Acli, Caritas e Azione cattolica di Como, con il Comitato provinciale per il sì ai refererendum sull’acqua, a proposito dell’”oro blu” e delle prossime consultazioni popolari. Ospite della serata Riccardo Petrella del Comitato mondiale Acqua, che ha esortato i presenti a votare sì il 12 e 13 giugno prossimi per «essere cittadini e non più consumatori», per riappropriarsi del diritto all’acqua e sradicarne la mercificazione.

L’acqua è vita. E ha un valore simbolico ancora più importante per il mondo cattolico. Per questo, lunedì 16 maggio, le Acli di Como, la Caritas Diocesana e l’Azione cattolica lariana hanno organizzato, con il Comitato provinciale per il sì ai referendum sull’acqua, un incontro di approfondimento sul tema. Come ha spiegato introducendo la serata Luisa Seveso, presidente delle Acli, vi è «grande attenzione da parte della Chiesa all’acqua», tanto che la prossima Giornata per la salvaguardia del creato, il 1° settembre, sarà dedicata appunto a questa risorsa. Relatore principale dell’incontro è stato Riccardo Petrella, docente tra i maggiori esperti della materia, “professore militante del bene comune” come si è definito all’inizio del suo intervento.

Perché l’acqua è diventata una merce, anzi tutto? «Le nostre società – ha spiegato Petrella – da 25 anni non sanno più vivere bene, insime, si insegna come conquistare i mercati, il valore oggi è definito da quanta ricchezza si crea per il capitale finanziario privato. Dietro l’obiettivo della salvaguardia del cretao, anche tra tanti governi di ispirazione cattolica, negli ultimi anni si è monetizzata la natura. E si è dato un prezzo anche all’acqua. Trent’anni fa, con l’instabilità economica, con la globalizzazione, emerse la tendenza alla privatizzazione di tutti i servizi pubblici: i beni naturali diventano più importanti e devono essere considerati economici, nel concetto di un’economia capitalista di mercato». Dal punto di vista legislativo la svolta avviene nel 1992. «Per la prima volta nella storia dell’umanità occidentale a Dublino, in occasione della Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sull’acqua, gli europei – nel quarto principio della dichiarazione finale del summit – riescono ad imporre il concetto dell’acqua come bene economico. A quel punto – ha continuato Petrella – l’anno seguente, nel 1993, la Banca mondiale (Bm) diffuse un rapporto che sanciva la gestione integrata dell’acqua come modello economico: e questo divenne il criterio per erogare prestiti ai Paesi che ne avessero avuto bisogno. L’acqua, secondo Bm, doveva aprirsi al mercato: stop ai monopoli pubblici». Venne introdotto così un principio fondamentale nella storia della privatizzazione delle risorse idriche globali: il prezzo contiene tutti i costi di produzione. Un principio sancito in Italia dalla legge Galli, opera del già deputato Dc, il comasco Giancarlo Galli, oggi consigliere provinciale di Autonomia comasca. «Nel ’94 la legge Galli ha sancito la tariffa come strumento per recuperare i costi di produzione (e il profitto dev’essere il 7 per cento) e la gestione integrata basata sui bacini e sugli Ato: siamo stati il primo Paese a ricalcare il modello della Bm». Ma come si valutano i costi di un bene tanto prezioso? «Il capitale è l’unico riferimento del costo – ha dichiarato Petrella – : le imprese idriche infatti devono diventare per forza Spa. Hera, ad esempio, il primo grande gruppo idrico italiano, è una holding. E all’interno delle società per azioni che controllano la gestione delle acque i Comuni hanno un doppio ruolo: azionisti e difensori dei diritti del popolo. Per questa contraddizione è stata creata la Carta dei servizi: ma non è vincolante. Per tanto i Comuni diventano solo dei buoni azionisti, che devono valorizzare l’obbligo del provato a fare profitto. Considerato che è stato stabilito che il pubblico non possa e non sappia fare profitto e che quindi solo i privati siano deputati a questo».

Quindi si arriva al costo dell’acqua, alla sua tariffa. E chi paga? «Tutti! Chi consuma paga! Questo vuol dire che si consuma un diritto, invece che esercitarlo. Ma si può consumare l’acqua? Si può consumare la vita? Un altro errore sta proprio nel costo: non è perché ci sono dei costi che ci debba per forza essere un prezzo per il consumatore. La gratuità di un bene vuol dire che i costi sono assunti dalla collettività. Ad esempio, i costi dell’esercito ci sono e vengono pagati dalla collettività. E l’acqua è meno importante della Difesa?». Ecco allora la crucialità dell’appuntamento referendario, per Petrella: «attraverso l’acqua si rivela che non siamo più cittadini, siamo consumatori e abbiamo diritti solo se possiamo pagarli. Votare sì vuol dire rifiutare di essere consumatori: il 12 e 13 giugno cambiamo storia!».

Perché mentre in Italia siamo consumatori mediamente in grado di sostenere i costi dell’acqua, in altri Paesi la privatizzazione significa non avere accesso, letteralmente, alle risorse idriche. È il caso dell’Africa subsahariana, e in particolare del Cameroun, realtà raccontata attraverso le parole di don Giusto Della Valle, parroco di Rebbio, che ha conosciuto da vicino il problema dell’acqua in quel Paese. «In Cameroun – ha spiegato – l’approvigionamento dell’acqua avviene attraverso tre canali. Il primo, il più diffuso, è il pozzo, che viene costruito e la cui gestione è appannaggio di un comitato di villaggio ad hoc: a nessuno viene in mente di privatizzarlo, ogni anno il comitato tassa le famiglie e sorveglia il pozzo, in caso di siccità raziona l’acqua. Poi c’è l’acqua del rubinetto, che arriva solo nelle città e a pochissime persone, ed è gestita da una società che era nazionale fino al 2008. in quell’anno il Fondo monetario internazionale e gli altri organismi sovranazionali hanno sancito la privatizzazione dell’ente e il 51 per cento è passato nelle mani di una multinazionale marocchina. Il risultato? È diminuito di certo il numero di persone che non pagavano l’acqua ma è stato tagliato il personale e non sono mai più stati fatti interventi per migliorare la rete idrica, tanto che anche chi vi accedeva, nei momenti di scarsità o in caso di rottura di tubi e impianti, deve andare ai pozzi: così si scatena una vera guerra per i pozzi. La privatizzazione, quindi, ha portato solo guai, con una multinazionale che ‘usa e getta’ il sistema e la risorsa che gestisce. Nell’impossibilità, per i cittadini, di acquistare acqua in bottiglia, là dove una bottiglia da un litro costa 80 centesimi, quanto un metro cubo di acqua prodotta dall’acquedotto pubblico».

Per tutte queste ragioni, italiane, locali e globali, è necessario votare per il referendum. Edi Borgianni, portavoce del Comitato provinciale “2Sì acqua bene comune”, nato nel 2006, che ha raccolto 15.400 firme a Como e provincia, è ottimista: «vinceremo! Hanno provato a toglierci il diritto al referendum ma non ce l’hanno fatta». Al termine della relazione di Petrella sono intervenute alcune persone tra il pubblico, chiedendo delucidazioni soprattutto in merito agli sprechi, agli scenari futuri in caso vincesse il sì e alla possibilità di una tariffazione equa. Per l’economista e fondatore del Contratto Mondiale dell’Acqua c’è anzi tutto un principio da stabilire, senza se e senza ma: «stiamo parlando di un diritto umano». Quanto al numero di litri da consumare, «50 litri è la quantità minima sancita dall’Organizzazione mondiale della Sanità come necessaria per vivere bene; 50 litri sono il diritto. Ora, in Belgio, ne consumiamo al giorno 109 a testa, in Italia 258, in Francia 230, in Germania 130, in Svezia 119 e in Norvegia 102. 120 litri al giorno pro capire è quindi la quantità media per un livello di benessere. In Fiandra funziona così: circa 50 litri al giorno non sono fatturati in bolletta, la differenza tra i 120 e questi 50, quindi 70 litri vengono pagati con un contributo del cittadino. Oltre questa soglia si paga attraverso una tariffa progressiva. Ma fino a 250 litri massimi, che è la quantità considerata non nociva per l’ambiente e le risorse idriche: oltre non si può. E così dovrebbe essere in altri Paesi, come negli Usa, dove si consumano 801 litri di acqua al giorno a persona, arrivando a 1017 litri per il cittadino americano urbano».

C’è poi l’annosa questione delle acque minerali…«Ci sono 51 criteri di potabilità in Europa e un’acqua è potabile solo se trattata secondo questi criteri. La morale è che l’acqua potabile è migliore di quelle in bottiglia, anche se c’è stata una grande campagna che ha sostenuto il contrario. Chiedete l’acqua del rubinetto nei bar e nei ristoranti, sono obbligati a darvela». La morale della serata, insomma, è proprio questa: fuori l’acqua dal mercato. Perché, come ha dichiarato Roberto Bernasconi, direttore della Caritas diocesana, si tratta di una vertenza dall’alto valore simbolico e culturale, «è una questione di de-umanizzazione di un bene che è vita, di una risorsa che fa parte del creato». E certamente laici e cattolici insieme devono difenderla come bene comune.

Infine l’appello di Giuseppe Costingo: «A Como si stima che ognuna delle persone che hanno già firmato per l’acqua pubblica debba convincere a votare al referendum almeno altre 16 persone: diamoci da fare!» [Barbara Battaglia, ecoinformazioni]

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