La primavera araba nel Paese delle spose bambine

Le rivolte arabe al femminile, in Yemen (e non solo) nello specifico, sono state il tema al centro dell’incontro con Farian Sabahi, scrittrice, docente, giornalista, esperta di Paesi arabi, venerdì 2 settembre, a Parolario. Alla scoperta del Paese che Pier Paolo Pasolini raccontò nel 1971 nel suo corto «Le mura di Sana’a», dove oggi le donne sono parte attiva della protesta, della «primavera araba» che ha investito anche il popolo yemenita.

 

Nel 1970 Pier Paolo Pasolini ne descrisse la bellezza, rimase folgorato dallo Yemen; ne fece un corto, a partire dallo splendore della sua capitale, «Le mura di Sana’a», e lanciò un appello all’Unesco per preservare quel Paese. Oggi, a quarant’anni di distanza, anche in Yemen è arrivata la «primavera araba» e il Paese, in una situazione politica pur complessa e delicata, si affaccia ad una lenta democratizzazione. Se ne è parlato, venerdì 2 settembre, a Villa Olmo, nell’ambito della rassegna Parolario, con Farian Sabahi, docente di Culture e politiche dell’Islam e Storia dei Paesi islamici all’Università di Torino, scrittrice, giornalista e regista.

«Lo Yemen – ha spiegato la studiosa – è l’unica repubblica – dal 1962 – della penisola araba. La religione principale è un Islam particolare, composto in parte da sunniti della corrente shafi’ita, in parte da sciiti zayditi. Il Paese, diviso in Nord e Sud, è stato unificato nel 1990 dal Governo assolutista di Abdallah Saleh, e nel 1994 c’è stato un tentativo di secessione del Sud, che anche oggi rappresenta uno dei pericoli più grandi per lo Yemen, considerate anche le profonde differenze tra una parte settentrionale molto “tradizionale” e un meridione più laico».

Dappertutto, tantissime armi e pochissime risorse. «Su 24 milioni di abitanti – ha continuato Sabahi – ci sono 60 milioni di armi. L’economia è fragilissima: c’è poco petrolio ma anche pochissima acqua, mentre altissimo è il consumo di qat, uno stupefacente, derivato da un alcaloide, consumato dalla maggior parte della popolazione e la cui coltivazione è una delle attività più diffuse in quello che resta il paese più povero del Medioriente, con un reddito annuo pro capite medio di mille euro».

Da pochi mesi, da marzo del 2011, anche in Yemen è scoppiata una rivolta popolare, dal basso, contro il presidente Abdallah Saleh, che «per trentatre anni ha governato il paese con la forza». In primavera la società civile, i cittadini, scendono in piazza e cominciano a protestare. «I cecchini appostati sui palazzi governativi sparano sulla folla – presumibilmente dietro ordine del presidente o dei suoi generali: ci sono oltre 50 morti. A quel punto un personaggio di primo piano, ai vertici delle forze militari, decide di passare all’opposizione: è il segnale di un grande cambiamento politico e di un dissenso crescente, a seguito della decisione di aprire il fuoco sui civili. Ad aprile e maggio si svolgono altri scontri e il 2 giugno viene attaccato il compound presidenziale e ferito Saleh, che, in convalescenza a Riyad, ha comunque promesso che tornerà». Dunque lo Yemen attraversa oggi «un momento estremamente difficile per le tensioni interne, la situazione politica delicata, la crisi economica con l’assenza di assistenza sanitaria, la mancanza di combustibile, i prezzi del cibo aumentati del 43 per cento e il costo dei prodotti al mercato nero cresciuto del 500 per cento».

E il resto del mondo, che ne pensa? «Hillary Clinton si è detta a suo tempo preoccupata della situazione yemenita ma il punto è che oggi al potere, nella capitale Sana’a, restano i nipoti di Saleh, appoggiati proprio dagli Stati Uniti che li vogliono per mantenere lo status quo, principalmente per evitare le minacce terroristiche in un Paese che è ad alto rischio, da questo punto di vista».

In questo quadro articolato, la «primavera», però, ha un significato particolare, perché è nata e continua ad essere alimentata dalle donne, in un luogo dalla cultura tradizionalista affermata a tutti i livelli sociali, e dove la poligamia è riconosciuta e legalizzata. «Lo Yemen è il paese delle spose bambine – ha spiegato la relatrice – con appena tre deputate, solo il 31 per cento delle ragazzine iscritte alle elementari e sole cinque donne – tutti le conoscono – che girano col volto scoperto a Sana’a. Ma ad innescare le proteste è stata una donna: Tawakkol Karman, 32 anni, giornalista, presidente dell’associazione «Donne senza catene». Arrestata, le autorità sono state costrette poi a rilasciarla e lei è tornata in piazza. E le donne, di fronte agli arresti dei loro mariti, figli, fratelli, sono dovute uscire di casa. È nato un movimento femminile: non possiamo parlare di emancipazione ma di una maggior partecipazione, le donne chiedono di contare qualcosa, di avere un ruolo quando si scriverà la Costituzione, di valere. Nel frattempo anche Jamila Ali Raja, già consulente del ministero degli Esteri yemenita, sta partecipando attivamente a questo processo di liberazione delle donne, istruendole sui loro diritti e bisogni. E c’è una letteratura yemenita al femminile che si sta affermando sempre più, anche se ha ancora bisogno di superare l’autocensura delle quali sono vittime le stesse scrittrici, spesso». E poi c’è l’annosa e complessa questione del velo integrale (che, ha spiegato la scrittrice, a detta di una donna yemenita può rappresentare anche una certa libertà di movimento, perché le impedisce di essere riconosciuta dal padre o dal marito-padrone…), i problemi legati al rapporto tra diritti umani e Islam, o meglio tra diritti e strumentalizzazione dell’Islam…Ma un altro Yemen, per le donne, per le bambine, è possibile? «Sì, e il motore del cambiamento – ha concluso Farian Sabahi – non può che essere l’istruzione femminile».

Per altre informazioni sulla relatrice dell’incontro, che sarà presente a Parolario anche sabato 10 settembre, alle 17, per un incontro sull’Iran: www.fariansabahi.com.

Per leggere il programma dei prossimi eventi in calendario: www.parolario.it. [Barbara Battaglia, ecoinformazioni]

 

 

 

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