Attualità di Gandhi: l’attivismo della satyagraha

Giovedì 17 maggio, nell’ambito dell’iniziativa Ganghi e i tessitori di pace, si è tenuta, all’Accademia di Belle Arti Aldo Galli, la tavola rotonda Attualità di Gandhi: l’attivismo della satyagraha a cui hanno partecipato circa quaranta persone. Satyagraha è il termine indiano che indica la nonviolenza attiva, intesa quindi non solo nel suo significato  di non fare del male ad alcun essere vivente, ma nell’astenersi dalla violenza verso chicchessia fino a quando non diventa necessario opporsi ai soprusi e all’ingiustizia. Allora è fondamentale agire in modo attivo contro il male e non solo astenersi dal farlo. Letteralmente infatti satyagraha significa “forza della verità”. Il metodo nonviolento gandhiano rompe l’alternativa tra la reazione violenta e la passività rassegnata: in presenza di una situazione di violenza, l’uomo è tenuto a reagire, ma non con gli stessi metodi di coloro che combatte. Nella tavola rotonda si è aperto un confronto per rispondere alla domanda : in che modo l’insegnamento di Gandhi può considerarsi significativo anche oggi? E la pratica della nonviolenza in che modo può essere applicabile, ed essere efficace, nei conflitti che caratterizzano la modernità? Oppure dobbiamo arrenderci al potere delle armi? Ritirarci e subire, se disarmati, o accettare che a vincere saranno sempre coloro che possiedono le armi più sofisticate, tecnologicamente “avanzate”?

Per rispondere a questi interrogativi la giornalista Danila Bezzi ha concepito l’incontro come una diretta dal cuore di alcune situazioni di conflitto e dalla vivavoce di coloro che da tempo si sono assunti il ruolo del testimone . Cecilia Brighi, che da oltre trent’anni, dall’interno del Dipartimento Politiche Internazionali della Cisl, e per un certo periodo di tempo dell’Organizzazione Internazionale del lavoro, è impegnata nella difesa dei diritti sindacali e umani in Asia, ha portato come esempio  la drammatica vicenda personale di Aung Sang Suu Kyi, che, dopo anni di reclusione, condannata agli arresti domiciliari per complessivi 15 anni da una spietata dittatura militare, è attualmente leader dell’opposizione all’interno del neo-eletto Parlamento della Birmania. Aung Sang Suu Kyi è cresciuta nel gruppo dirigente indiano vicino a Gandhi e quindi ha fatto propria la cultura non violenta. Durante la carcerazione è cresciuta la sua determinazione attraverso anche un grande esercizio di riflessione: non è il potere che corrompe, ma la paura di perdere quel potere. Ancora oggila Birmanianon è un Paese risolto. C’è un conflitto aperto tra l’area militare e un’altra ala che cerca di costruire una transizione. Dal 1988 ad oggi più di 3000 militanti non violenti sono morti, più di 200 oppositori politici sono stati condannati a anni e anni di galera, tenuti in celle usate solitamente per i cani e costretti, come i cani, ad abbaiare ogni volta che passava il supervisore. Solo recentemente il sindacato clandestino è riuscito ad ottenere una legge che concede il diritto di riunirsi in attività sindacale. I ragazzi giovani non sanno che cosa sia la democrazia, sono convinti che il cambiamento è arrivato e non si preoccupano del pericolo ancora esistente.La Birmaniaè un Paese molto ricco di materie prime: tungsteno, uranio, pietre preziose, gas, petrolio, teak. Fino ad ora è stato un Paese chiuso. I villaggi sono paragonabili a quelli dei nostri contadini dell’800. La meditazione è stata il solo strumento utilizzato dalla popolazione per mantenere la propria dignità. L’attuale classe dirigente è ansiosa di eliminare, almeno in parte, quelle sanzioni che fino ad ora hanno inibito le relazioni economiche con le economie occidentali e gli investitori non vedono l’ora di arrivare in un Paese ricco, senza regole e tra i più corrotti. Questo potrà voler dire concessione di licenza di sfruttamento, appalti, ma a che prezzo e in quali condizioni, per esempio, sul fronte dei diritti e del lavoro, che in Birmania significa ancora lavoro forzato in condizione di schiavitù? Aung Sang Suu Kyi è molto determinata, ma la sua forza e la sua popolarità tra la popolazione, dà fastidio a molti, anche ad alcuni governanti occidentali. A questi lei si oppone affermando: “io non odio i miei nemici”. Secondo la pratica gandhiana, la non violenza, per essere attuata, richiede infatti delle condizioni precise: la prima è che la causa per la quale ci si batte sia giusta; la seconda che ci sia l’assoluta assenza di odio per l’avversario; la terza, forse la più difficile, che ci sia la disponibilità a sacrificarsi finchè sarà necessario, per far prevalere il giusto principio e per ristabilire la concordia.

Il secondo testimone è stato Gigi Richetto, Professore di Storia e Filosofia, autore del libro “Gandhi, la lezione di Achille Croce”, e sin da bambino educato ai principi di Gandhi dal padre Giovanni Maria Richetto- che fu tra i primi a sentire parlare di Gandhi e dell’incredibile potere della non violenza, quando da militare si trovava prigioniero in India.

Il Professor Richetto ha parlato di una situazione di conflitto a noi più vicina,la Valdi Susa, da molto tempo in stato di allerta e da un anno in condizioni di vera e propria guerra a causa del controverso progetto ferroviario dell’Alta Velocità. Ciò di cui difficilmente si viene a conoscenza attraverso i media, la grande stampa e la televisione, che trattano esclusivamente della contrapposizione tra il no e il sì al Tav, è la straordinaria pratica nonviolenta che i valsusini stanno portando avanti a partire dagli inizi degli anni ’70, attraverso il Gruppo Valsusino di Azione nonviolenta. Questa pratica nasce da una storia di associazionismo cattolico e socialista, ma già prima degli anni ’60, Achille Croce, operaio dell’officina Moncenisio di Condove, godeva all’interno della fabbrica di un grande carisma che gli derivava dalla sua capacità di saper guardare sempre positivamente gli altri. La solidarietà e non la competizione erano i suoi fondamenti basilari. Quando si andava a fare i picchetti, per convincere tutti a scioperare, Achille non insultava i krumiri, ma si sedeva sulla strada, davanti allo stabilimento e guardava solamente coloro che andavano al lavoro: il suo sguardo era più efficace di un insulto. Ma il capolavoro di Achille fu la mozione contro la produzione di armi alla Moncenisio, approvato all’unanimità dai lavoratori riuniti in Assemblea il 24.09.1970. Più di 500 tra operai e impiegati determinarono questa conquista per la prima volta nel mondo, non solo in Italia.

Da allora sempre più persone hanno aderitoal Gruppo valsusino di azione nonviolenta, convocate solo dalla coscienza, dove “l’amicizia è vissuta come un legame di solidarietà fondato sul rapporto umano di sentirsi uno con uno tra molti” (Ada Gobetti del Gruppo di Difesa della Donna). La motivazione della lotta non deve essere l’odio. Si è ribelli per amore della propria terra, della propria dignità, per le generazioni future. Il Professor Richetto ha ricordato alcuni degli strumenti più significativi della lotta dei No tav.La BaitaClarea, utilizzata come sede della formazione non violenta, dove spesso viene proposto l’insegnamento di Gandhi laddove non ha messo in evidenza solo gli aspetti spirituali, ma ha anche sostenuto che la religione deve essere politica e che bisogna rispondere alle ingiustizie con la configurazione di scelte diverse, ma con strumenti e mezzi coerenti con queste scelte. Le serate informative e i Convegni all’aperto con cucina da campo e viveri che arrivavano da tutti i luoghi, dibattiti che nel corso del tempo si sono arricchiti di consulenze scientifiche ai più alti livelli in materia di geologia, ambiente, sostenibilità, ingegneria, economia. La costruzione di un’edicola come pilone votivo nella zona che sarebbe diventata cantiere e che, per il suo significato religioso, non può essere spostata se non con l’approvazione del vescovo. Campagne di informazione in cui si è dimostrato come molti articoli della Costituzione siano stati violati. Installazione di tende in molte piazze d’Italia con la parola “Ascoltate” e anche la denuncia circa il finto dialogo con L’Osservatorio. Ci si accorge che le ragioni dei valsusini non sono mai arrivate nella loro ragionata articolazione e complessità e non si può fare a meno di ammirarli per la forza, la pazienza, la coesione, l’auto-organizzazione, il ruolo di guardiani dell’ambiente che nel corso degli anni hanno assunto a staffetta, in una parola per l’autentica e gandhiana satyagraha che ha caratterizzato la loro resistenza. Poi la scorsa estate sono iniziati gli scontri più violenti: il conflitto che per anni si era limitato ai presidi, all’incessante coordinamento su e giù per la valle e anche a Torino, nelle affollate aule universitarie, coinvolgendo studenti, consulenti, professionisti, persino imprenditori, è degenerato in guerra. Ma è accettabile uno Stato che si mette in guerra con una delle sue valli e poi si rifiuta persino di incontrarne i portavoce – e continua a definirsi democrazia?

La Tavolarotonda si è conclusa con l’intervento di Nanni Salio, iscritto al Mir-Movimento nonviolento, membro del direttivo Ipri-Rete corpi civili di Pace, autore di varie pubblicazioni ma soprattutto presidente di un luogo nel cuore di Torino che è il Centro studi Sereno Regis, dove il 2 e 3 giugno prossimo si festeggeranno trent’anni di attività. Con lui si è cercato di rispondere alla domanda: che cosa è la nonviolenza? E’ solo un bel discorso, un’aspirazione, una buona intenzione, oppure la si può coltivare, apprendere e insegnare, praticarla e farla propria e poi condividerla all’interno di un progetto continuo di in/formazione e naturalmente azione?

Il Centro Studi Domenico Sereno Regis è stato costruito nel 1982 per promuovere la cultura della nonviolenza in tutti i suoi aspetti più significativi, e raccogliere il patrimonio di conoscenze ed esperienze dei movimenti di base non violenti operanti sul nostro territorio. Sin dagli anni ’60 questi gruppi sono stati particolarmente attivi nel sostenere le lotte per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza al servizio militare (1972) e in seguito nel sostegno alla campagna di obiezione di coscienza alle spese militari e per la difesa popolare nonviolenta, che ha permesso di raggiungere alcuni importanti obiettivi come l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile e il Comitato consultivo per la difesa civile non armata e nonviolenta. I principi basilari del Centro sono rappresentati da :ricerca, educazione, azione. C’è un estremo bisogno di ricerca su tutte le tematiche per portare a conoscenza di tutti le principali esperienze di critica della guerra e di alternativa nonviolenta presenti nel mondo. L’educazione vissuta come formazione dalla scuola materna all’università con la partecipazione di una rete di studiosi tra i più grandi del mondo che promuovono una trasformazione nonviolenta dei conflitti. Il conflitto non è una condizione che si può eliminare, è una dimensione esistenziale, c’è dappertutto. E’ però importante apprendere le modalità per trasformare il conflitto in modo creativo. E infine l’azione, propria dei movimenti.

Presso il Centro c’è la più grande Biblioteca specialistica sulla nonviolenza (più di 25.000 volumi). In questi anni si sono formati giovani che sono andati a lavorare nei luoghi di conflitto. In particolare è in atto un’azione di monitoraggio in India, che non è più l’India di Gandhi. Sono state fatte in questo Paese scelte neoliberiste in ambito economico e quindi adesso si trovano tassi di povertà tra i più alti del mondo (700 milioni di persone che vivono con meno di mezzo euro al giorno) a fronte di una crescente minoranza di super ricchi e con un degrado ambientale, un vero e proprio attacco alla terra e alle sue risorse, anche attraverso la scelta nucleare. Questa situazione dove si evidenzia anche la violenza strutturale di un modello economico, apre quindi un’altra grande sfida: il rapporto tra nonviolenza e sostenibilità.

Infine uno sguardo all’arte con il Laboratorio Irenea, che nel campo delle arti audiovisive, promuove la cultura della nonviolenza e del rispetto verso tutti gli esseri viventi. La ricerca si focalizza su come il cinema mette in scena i conflitti, come insegna a superarli e comunica la pace tramite la scelta dei contenuti e l’impiego degli strumenti. L’estetica conquista così un suo posto accanto all’ecologia e all’economia promuovendo una riflessione sul senso pieno della bellezza.

Una serata quindi ricca di stimoli e di riflessioni che mi piace concludere con una frase di Gandhi. Nel capitolo Rafforza e perfeziona la democrazia ha scritto. «Democrazia significa essenzialmente autogoverno o governo di popolo. Coloro che vogliono edificare una vera e solida democrazia devono essere uomini e donne capaci di governare responsabilmente se stessi come individui. Coloro che non hanno messo ordine nella loro vita e che sono incapaci di autodisciplina, non saranno mai dei veri democratici, appunto perché non hanno la capacità di governare nemmeno la propria esistenza individuale». [Manuela Serpentino, ecoinformazioni]

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