A Dongo la fine della guerra in un museo

È una giornata di festa per Dongo, per l’inaugurazione del nuovo museo civico. Ma sabato 12 aprile è anche una giornata di reticenze, di allusioni e di assenze: comunque la si voglia mettere, il nuovo museo è dedicato ai cruciali fatti che, proprio in questo angolo del Lago di Como, misero fine, quasi settant’anni fa, al fascismo. E allora dovrebbe spiacere l’assenza, tra le tante bandiere delle associazioni combattentistiche, dei vessilli delle associazioni partigiane. Del resto non è folta nemmeno la partecipazione della cittadinanza, se si detraggono i molti sindaci dei paesi vicini, i politici, gli alpini con cappello e penna, e le classi delle scuole dell’obbligo che festanti agitano bandierine italiane…

La cerimonia

Proprio per i tanti livelli di discorsi in gioco, più o meno esplicitati, vale la pena di seguire tutto lo sviluppo della lunga cerimonia, pur senza avere l’ardire di stilarne un vero e proprio verbale.

L’intervento del sindaco di Dongo, Mauro Robba, è imperniato su un omaggio insistito al sindaco di Arromanches-les-Bains, punto centrale dello sbarco in Normandia, paese con cui Dongo ha da anni un gemellaggio, che viene accreditato come il vero motore per la realizzazione del nuovo museo. La ricostruzione delle vicende del museo è infatti caratterizzata da significativi sbilanciamenti: si tace dell’esistenza di un precedente Museo della Resistenza comasca, si sottolinea che l’idea è nata “alla buona”, quasi si trattasse di una chiacchierata tra amici, si mettono al centro il gemellaggio con Arromanches e la conciliazione tra esigenze di ricerca storica e sviluppo economico di una zona che ha perso le sue connotazioni industriali, ci si dilunga su quanto avvenuto tra 2009 e 2010 e poi nelle “ultime settimane”, sorvolando su tutto quanto è successo nel frattempo… Al nuovo museo sono dedicate parole di grande entusiasmo: il contenuto tecnologico è “ipermoderno”, l’aggiornamento dei contenuti storici è stato condotto grazie al fondamentale e cordiale contributo dei consulenti scientifici, primo fra tutti Valter Merazzi, l’attrazione turistica del museo potrà raggiungere nei prossimi anni “alcune decine migliaia di persone”. In sintesi la nuova realizzazione è una “piccola opera d’arte”. Finalmente, la parte finale dell’intervento del sindaco di Dongo è dedicata ai contenuti e ai valori ideali che sono racchiusi del museo, che non deve quindi rappresentare solo uno “strumento di attrattività turistica”, ma anche di divulgazione di quegli avvenimenti che costituirono l’antefatto fondamentale della Liberazione. L’ultimo incitamento è “Viva l’Italia! Viva la Francia!”.

E tocca quindi a Patrick Jardin, sindaco di Arromanches, il compito di sviluppare il contenuto politico di questa inaugurazione: in sintesi, ma con molta nettezza, afferma che gli avvenimenti accaduti nell’uno e nell’altro paese sono “il simbolo della fine dei regimi fascisti”; e aggiunge: “abbiamo guadagnato la nostra libertà a un caro prezzo”.

Prima degli altri interventi, il coro del CAI di Dongo intona Fischia il vento, ma un venticello proveniente dal lago si porta via le note e la maggior parte della piazza non sente proprio nulla. Qualcuno pensa che questo incidente potrebbe assumere un vago sapore metaforico.

Poi si passa agli interventi centrati propriamente sul museo. L’assessora alla cultura del Comune di Dongo, Elena Caproni, racconta l’iter fecondo del gemellaggio con Arromanches. Il rappresentante di Asteria, l’azienda di Trento che ha prodotto l’allestimento, insiste sulla necessità di “far parlare la storia” e di “suscitare emozioni”; la presenza di molti specchi nelle sale del museo, dice, è la “metafora della riflessione interiore”; il direttore del museo di Arromanches sottolinea quanto sia alto il valore del museo come “simbolo della Resistenza”; Valter Merazzi ricorda l’importanza della Resistenza non solo per i suoi aspetti militari ma anche e soprattutto per la partecipazione dei civili. Il percorso di conoscenza di questa avvenimenti è ancora lungo e quindi “il museo deve essere anche un veicolo di studio e di approfondimento”; “io ho lavorato per un Museo della Resistenza – aggiunge, alludendo alle discussioni sul nome del museo e sulla “derubricazione” della resistenza nella sua intitolazione – e credo che a quell’obiettivo abbiamo tenuto fede”. Il suo saluto finale è: “Viva la Resistenza! Viva la Liberazione in Italia, in Europa, nel Mondo!”.

Gli ultimi interventi sono quelli dei politici. Del tutto fuori luogo è il breve comizio di Mario Mantovani, vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia, esponente di Forza Italia, che dopo un richiamo a una equidistanza di maniera poiché la storia si fa stando “non solo tutto da una parte e non tutto dall’altra”, si profonde in un elogio della richiesta di autonomia per la Lombardia e in un accenno alla salvaguardia dell’ospedale di Menaggio. Ugo Parolo, sottosegretario della Regione Lombardia, si limita a richiamare l’importanza simbolica della pace che si esprimerebbe a suo parere nel nuovo “azzeccato nome” relativo alla fine della guerra. È Massimo Dadà, sindaco di Fosdinovo, altro paese simbolo della Resistenza e della conservazione della memoria, a riportare il ragionamento a livelli più alti; cita Gustav Mahler per dire che la memoria non è “culto delle ceneri ma custodia del fuoco” e quindi che la memoria può e deve essere bruciante.

L’ultimo intervento, prima della benedizione e del rituale taglio del nastro, è quello del prefetto di Como, Bruno Corda, che, dopo aver citato il messaggio d’augurio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sottolinea l’importanza di una solida base scientifica condivisa e quella del rapporto di trasmissione della memoria tra anziani e giovani.

Il Museo

Al netto delle polemiche sul nome che, come si è detto, rinuncia all’intitolazione alla Resistenza, il nuovo museo civico di Dongo è e resta un museo della Resistenza. Non c’è – è doveroso sottolinearlo – alcun intento revisionista, non c’è alcuna sottovalutazione del ruolo della lotta partigiana nella liberazione dal fascismo e dal nazismo. C’è, semmai, una sottovalutazione del ruolo della narrazione, per cui la storia degli avvenimenti precedenti, connessi e seguenti alla sconfitta, alla cattura di Mussolini e alla fine del fascismo (o – come direbbero gli amministratori – alla fine della guerra) è frammentata e scomposta fino al limite di essere non facilmente comprensibile per chi non abbia ben chiaro non tanto e non solo la successione degli eventi ma la loro concatenazione logica. Si comincia dalla fine, dal proclama dell’insurrezione letto dalla voce grave di Sandro Pertini, si va avanti alla fucilazione di Mussolini, alle allusioni all’oro di Dongo, ma anche ai riferimenti alla guerra partigiana della 52a brigata Garibaldi, e ancora alla caduta del regime, poi di nuovo si torna alla lotta in montagna, poi al ruolo della resistenza civile e alla vita quotidiana di una “fabbrica resistente”. Non basta la pausa di riflessione dei “racconti intorno al focolare” cioè la narrazione dei fatti nelle interviste di alcuni protagonisti e testimoni (ma perché poi questa patina “favolistica”?) per riprendere il filo. L’esplicitazione più evidente di questo criterio è nel doppio filmato Simmetrie della liberazione in cui, per instaurare un concreto rapporto con Arromanches, vengono messi a confronto lo sbarco in Normandia e la liberazione di Como, avvenimenti che di simmetrie ne hanno ben poche: basti pensare che l’arrivo degli alleati a Como avvenne con la città già liberata dai partigiani e quindi (per fortuna) senza sparare nemmeno un colpo. Ecco quindi che i filmati dello sbarco in Normandia sono i meno drammatici possibile, e quello della liberazione di Como è capovolto (con l’autoblindo partigiana che arriva alla fine), mentre l’attraversamento del canale della Manica è paradossalmente accoppiato alle gite in battello dei militari americani ripresi nei primi giorni di maggio. A conclusione del tutto, nella settima sala, una proiezione complessa su specchi scomposti enfatizza la decostruzione della narrazione.

Messo bene in evidenza che maneggiare queste storie e queste memorie non è facile, e che il rischio di commettere errori è sempre presente, qualche riflessione si impone. E – alla fine – il peso della storia è tutto sulle spalle di pannelli scritti e di un paio di schermi non poi così tanto ipermoderni. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Un momento dell’inaugurazione: da sinistra Patrick Jardin, sindaco di Arromanches-les-Bains, Bruno Corda, prefetto di Como, e Mauro Robba, sindaco di Dongo.

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Un altro momento dell’inaugurazione: le bandierine delle scuole.

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Due sale del nuovo museo.

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