La nave dei folli: il seminario all’Insubria


downloadOspitato dall’Università dell’Insubria nelle aule di Sant’Abbondio, si tenuto nella giornata di lunedì 17 novembre l’incontro La nave dei folli: Devianza ed emarginazione socio istituzionale: la realtà comasca dell’ex manicomio S.Martino, organizzata dal dipartimento di Diritto, Economia e Cultura dell’Università dell’Insubria e che visto tra i partecipanti anche l’associazione Animatamente

La devianza come etichetta sociale, come definizione in cui “rinchiudere” diversità e problematicità di ogni sorta, come luogo fisico in cui confinare, in senso letterale e metaforico, tutto questo. Di questo e altro si è parlato a Devianza ed emarginazione socio istituzionale: la realtà comasca dell’ex manicomio S.Martino, lezione aperta organizzata dal dipartimento di Diritto, Economia e Cultura dell’Università dell’Insubria, che ha visto tra i suoi ospiti anche la dottoressa Vittoria Speltoni, educatrice della comunità La Quercia ed esponente dell’associazione Animatamente, insieme alla dottoressa Maria Adele Pozzi, psicoterapeuta e presidente dell’associazione Educare A.

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La professoressa Cristina Reale e la dottoressa Franca Duvia, docenti nell’ambito dell’Istituto di Sociologia del Diritto, hanno così affrontato il complesso tema della devianza e del suo contenitore per eccellenza, il manicomio, con un excursus dedicato al San Martino comasco. Il punto di partenza è stata la definizione stessa di devianza, come riportato dal testo della Legge Giolitti: questa infatti definiva come criteri d’internamento la pericolosità sociale e il pubblico scandalo, dove il malato non era ricoverato in quanto tale ma come pericolo sociale, senza bisogni né diritti e sottoposto al potere di un “ordine” come quello della psichiatria italiana.

Nonostante alcuni tratti innovativi, la Legge che porta il nome dello storico premier dell’Italia liberale continuava a seguire una tradizione secolare, che vedeva il “matto” come qualcosa da confinare in luoghi sperduti, spogliati della propria umanità in strutture dove l’obiettivo era presidiare, non riabilitare.

Il deviante, come riportato dalla teoria dell’etichettamento proposta tra gli altri dagli americani Lemert e Becker, è così definito dalla definizione di normalità data dalla Legge e dalla società che la produce, un modo per definire l’identità di “noi” contro l’esistenza di “loro”. La presenza stessa del “pazzo”, e del manicomio che lo ospita, è sia monito che confine fisico tra sano e malato, come l’Istituzione impone.

Il matto fa quindi paura, perché è contaminante, come riportato negli studi sullo stigma di Mary Douglas, e ciò vale ancora di più nella nostra attualità. Una modernità che ha fatto della psichiatrizzazione di ogni comportamento umano un proprio tratto distintivo, tanto nessuno si può dire più al sicuro: dal bruxismo al dipendenza da caffeina, sono ormai diverse centinaia i nuovi disturbi riconosciuti dall’Oms.

In un contesto del genere la battaglia portata avanti nel nostro Paese da Franco Basaglia ha assunto un carattere rivoluzionario, in virtù di una definizione semplicissima, per cui “i malati – citano le professoresse – sono cittadini con pieni diritti costituzionali”. Un pensiero quasi elementare, che ha accompagnato il percorso per l’approvazione della legge 180, ossia la chiusura proprio di quel luogo simbolo che era il Manicomio.

Le conseguenze della Legge, profonde e ancora oggi forse non pienamente dispiegate,hanno così imposto all’ attenzione dell’opinione e degli “addetti ai lavori” un nuovo tema: la recuperabilità, sociale ma anche economica, del malato. Ed è qui che sono intervenute le ospiti, Vittoria e Maria Adele, che hanno parlato della loro esperienza all’interno della Quercia e nell’associazione Animatamente, che ha distribuito ai partecipanti un opuscolo dedicato ad alcuni racconti della comunità La Quercia, intitolato “Le calze di Maria e altre storie”, proprio in quel San Martino un tempo “prigione” cittadina. Un’esperienza difficile e non semplice, come si può ritrovare nei racconti del libro prima riportato, ma che ha consentito agli ospiti di ricostruirsi una propria umanità, con i propri limiti e tempi, alla riconquista di uno spazio dove vivere, amare, lavorare e costruirsi come comunità. [Luca Frosini, ecoinformazioni]

 

 

 

1 thought on “La nave dei folli: il seminario all’Insubria

  1. ottimo intervento, purtroppo gli ospiti della Quercia sono solo poche decine..mentre i bisognosi in tal senso di strutture e cooperative di tipo B-C in provincia di Como stanno raggiungendo quota 7.000 unità. Quali prospettive hanno loro? Quali progetti sull’area San Martino, unica area pubblica che può avere un rilancio con cooperative e alloggi veramente protetti? Logico che se il comune è sordo e cieco in tal senso, come pure l’azienda sanitaria, le cooperative e il volontariato non possono operare e portare in porto nessun progetto residenziale piuttosto che lavorativo. Quindi attendiamo il messia…

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