Nell’ambito dei festeggiamenti per i dieci anni di apertura, la libreria Ubik di Como ha proposto, la sera del 10 ottobre, l’incontro con Donatella di Pietrantonio, autrice di L’arminuta, opera vincitrice del Premio Campiello 2017. 

Donatella di Pietrantonio è un’altra donna. Di primo acchito è stato veramente difficile riconoscere in quel volto gentile e sorridente la voce dura, aspra, brutale che ha tirato le fila del suo romanzo. Il tema trattato nel libro è infatti arduo e richiede una grande forza: l’arminuta, una ragazzina di tredici anni, è chiamata a costruire la propria identità, processo reso difficile dalla perdita di qualsiasi tipo di appartenenza. Il fatto è che «Non puoi dire chi sei, se non sai di chi sei.» sottolinea l’autrice, rendendo subito chiaro, anche a chi non avesse letto il libro, che esso tratta di un dramma psicologico in grado di segnare a fondo la vita di una persona. L’arminuta infatti, termine che nel dialetto abruzzese proprio della scrittrice vuol dire “ritornata”, all’inizio del libro viene riconsegnata ai propri genitori biologici, dai quali era stata data via a parenti lontani. Un traffico di merci quasi, piuttosto che di una bambina. La sua tragedia è accresciuta dal fatto che lo stile di vita dei suoi genitori adottivi è quando di più lontano possa esistere da quello dei genitori biologici: da una bella città di costiera l’arminuta viene catapultata nell’entroterra, in una famiglia povera e ignorante, che fatica a sostenere economicamente i numerosi figli.

Fulcro del racconto è la figura doppia e al contempo identica delle due madri della tredicenne, che si dice orfana di due madri viventi.  Il tema della maternità d’altra parte era già stato affrontato da Donatella di Pietrantonio nel suo primo libro, Mia madre è un fiume, ed è lei stessa a spiegare ai presenti che il rapporto con la madre è stato un nodo fondamentale nell’arazzo della sua vita. La scrittrice è nata 55 anni fa in un paesino abruzzese dell’entroterra, la terra dell’osso dice lei, dove solo a 9 anni ha conosciuto l’elettricità. Per lungo tempo gli agi della vita di città, facilmente fruibili nel paese a 40 chilometri di distanza, le sono stati sconosciuti. «Mia madre era una contadina, lavorava tutto il giorno e quando rincasava la sera, nel momento in cui mio padre allungava i piedi verso il fuoco, allora lei iniziava a svolgere i lavori da domestica. C’era poco tempo per le dimostrazioni di affetto». Un rapporto di assenza-presenza che si riflette notevolmente in quest’ultimo romanzo a proposito del quale la scrittrice afferma che «A volte mi sembra che la maternità sia una responsabilità troppo grande per noi donne, come se ci fosse stato un errore di progettazione.»

Eppure non c’è amarezza nella sua voce, in qualche modo, leggendo il romanzo e ascoltando le sue parole, scopriamo che non sempre il ruolo di madre è rivestito dalla madre, sia essa biologica o adottiva. Per l’arminuta ad esempio è determinante la conoscenza della sorella Adriana («eravamo sorelle ma non l’avevo mai vista»). Adriana è una bambina cresciuta in fretta, più dell’accettabile, una piccola donna che si è fatta le ossa in un ambiente estremo, privo di protezioni. Adriana ha imparato a sopravvivere nel vero senso della parola ed è in grado di condividere con la sorella ritornata tutto ciò che con gli anni ha imparato. Le due sorelle, in quanto complementari, riescono a sviluppare un rapporto indispensabile a entrambe, rapporto che permette loro di recuperare tutto il terreno perso nel corso della loro breve, ma a tratti drammatica, vita.

Ciò non toglie che la presenza nella sua vita non di una, ma di due madri inadeguate, che per motivi diversi decidono di abbandonarla, lasci in lei un segno profondo. Questa ferita tuttavia può rivelarsi uno spazio aperto, una feritoia, che permette alla tredicenne di guardare all’esterno, verso il mondo, e soprattutto all’interno, verso se stessa. Questo disagio profondo diventa per lei uno strumento di conoscenza. Donatella di Pietrantonio non risparmia i suoi lettori: una ferita del genere non permette mai un recupero totale, spiega loro, tanto nella realtà quanto nel libro; ci sono dei momenti nel romanzo in cui le due madri prendono coscienza delle conseguenze delle loro azioni e cercano di recuperare il rapporto con la figlia, senza soluzione. In questo senso agisce soprattutto la madre biologica, quella a cui va tutta la ricerca di attenzioni di una figlia abbandonata. Questa donna si rivela essere una madre viscerale, capace di vivere il rapporto coi figli in maniera quasi animalesca, e che per questo motivo risulta essere assolutamente imprevedibile. La sua imprevedibilità ferisce a più riprese l’arminuta, che, a causa dei continui tira e molla nel suo affetto, non smette mai di sperare di poter trovare un luogo sicuro tra le sue braccia.

Non meno significative, per la scrittrice, sono le figure dei due padri. Un uomo succube della moglie da un lato e un uomo bruto dall’altro. È soprattutto il secondo a destare la curiosità dei lettori, un uomo che, a dispetto delle proprie condizioni di vita e della propria indole a tratti animalesca, dimostra barlumi di affetto per la figlia ritrovata, che si esprimono con piccole azioni in grado di migliorare il futuro di lei. Cito ad esempio significativo la decisione, presa dal padre, di permettere all’arminuta di continuare a studiare, segnando così una netta differenza rispetto agli altri figli, destinati probabilmente a una vita di stenti e sacrifici come la sua. E’ un uomo martoriato dalla vita che però dimostra di possedere una profonda e autentica sensibilità. Qualche lettrice presente fa notare che non sembrano esserci nel romanzo personaggi maschili degni di nota e Donatella di Pietrantonio sorride, asserendo che più volte le è stato rivolto questo rimprovero, ma non si dice d’accordo. Cita il personaggio di Vincenzo, il fratello più grande dell’arminuta, l’unico che cerca di lottare contro il proprio destino. E’ un personaggio forte secondo l’autrice, un personaggio che non è riuscita a reprimere con l’inchiostro, ma in grado di avere vita propria, «Certi personaggi te lo dicono quello che vogliono fare» ci racconta.

Due temi altrettanto importanti nel romanzo, che si intrecciano a più riprese, sono la cultura e l’appartenenza linguistica. L’arminuta è una bambina intelligente, che ha studiato e sa parlare bene l’italiano, ma la sua famiglia di origine è profondamente ignorante e in casa si parla solo lo stretto dialetto abruzzese. Nel paese la tredicenne è guardata con sospetto per questo suo bagaglio culturale, quello che si porta dietro e dentro suscita invidia e fa paura. In quel paese rurale viene vista come un’aliena, in quanto detentrice di qualcosa che solo lei li possiede: la cultura. Ma anche lei si trova a vivere uno shock profondo, uno shock nello shock possiamo dire, dettato dalla lontananza delle abitudini linguistiche della famiglia dalle sue. Il dialetto abruzzese, come la sua storia d’altra parte, è rude, brutale, profondamente espressivo e, come il modo di fare della famiglia d’origine, privo di qualsiasi filtro protettivo.

È una lettrice presente all’incontro, a sua volta originaria dell’Abruzzo, a spiegarci che il titolo del romanzo va letto con questa secca intonazione, non con quella dolce verso cui ci spinge l’italiano standard.

L’Abruzzo poi è nel romanzo un vero e proprio personaggio, come lo è stato nella vita della scrittrice. Il carattere dei protagonisti stessi si riflette in questo territorio aspro dove, per la prima volta nei libri di Donatella di Pietrantonio, compare il mare. Ma il mare si rivela, in particolare per la sorella Adriana, estraneo e pericoloso. Per gli abruzzesi dell’entroterra, della terra dell’osso, il mare è solo una linea di contorno e di demarcazione che separa l’autentico cuore della regione dal cosiddetto paese della polpa, quello costiero.

Se l’incontro è partito con l’idea di dare una risposta alla domanda, iniziale e fondamentale, “cos’è una madre?”, è finito per essere un dialogo tra madri e, soprattutto, tra donne. Non mancava d’altra parte una piccola componente maschile all’incontro nella libreria, ma quella che ha prevalso è stata la voce delle donne. Un momento meraviglioso in cui ognuna ha avuto modo di esprimere alla scrittrice la gratitudine per una storia che ha fatto emozionare, ricordando ad alcune la rudezza della miseria, richiamando alla mente di altre esperienze e ricordi personalissimi. Molte di loro erano madri, molte altre semplicemente donne alle prese con la costruzione della propria identità, un percorso che non cessa mai nel corso di tutta la vita.

E in mezzo a queste donne emozionate e emozionanti Donatella di Pietrantonio dirigeva il coro dei sentimenti, condividendo con le sue lettrici e i suoi, silenziosi ma presenti, lettori la straordinaria esperienza della scrittura. Ha cercato di spiegare a tutti come nascano in lei le idee per i suoi romanzi, con estrema umiltà e voglia di ascoltare i loro pareri, al punto che, nella parte finale dell’incontro, era difficile distinguere tra scrittrice e lettori, tanta era la partecipazione dei presenti alla storia. Nonostante le inevitabili e inconsapevoli anticipazioni sorte dal dialogo, anche chi non ha ancora avuto modo di leggere questo romanzo si è lasciato trascinare dalla ruvida e profonda sensibilità di questa storia e di questa scrittrice che si è dimostrata ad un tempo diversa e uguale alla voce che ci parla tramite le pagine del libro.

Una scrittrice degna del premio che quest’anno le è stato conferito, ma soprattutto una donna che ha il coraggio di lasciarsi scoprire, fin nelle sue fibre più intime. [Martina Toppi, ecoinformazioni]

 

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