Israele, Palestina, noi: Jeff Halper a Milano

L’ultimo libro di Jeff Halper, noto attivista israeliano contro l’occupazione dei territori palestinesi (sua la fondazione dell’ICAHD – Israeli Centre against House Demolition, centro israeliano contro la demolizione delle case palestinesi), relega Israele e i palestinesi nel sottotitolo. Si intitola infatti La guerra contro il popolo. Israele, i palestinesi e la pacificazione globale. E, quindi, come si intuisce facilmente, ha molto da dire anche a noi, che crediamo di essere così distanti da Israele e dalla Palestina.


Nel suo giro per la presentazione del libro in Italia (l’abbiamo ascoltato la settimana scorsa a Milano, poi è stato a Monza, a Torino e in questi giorni in altre città italiane), Jeff Halper, nel suo inglese-americano molto espressivo (e chiarissimo), spiega la genesi del libro con una premessa autobiografica-politica, a partire dalla crisi che ha investito gli attivisti anti-occupazione quando si sono resi conto che la soluzione dei “due stati” (Israele e Palestina separati dai confini precedenti alla guerra dei 6 giorni del 1967) era ormai diventata irrealizzabile. E quindi si è reso necessario un ripensamento generale della situazione, che da una parte riflettesse sulle ragioni del declino di quell’ipotesi (per cui, a lungo, in molti si erano spesi) e dall’altra facesse chiarezza sul come lo stato israeliano potesse continuare «a farla franca impunemente», in spregio a tutte le decisioni internazionali (anche quelle più moderate, e inoppugnabili sul piano del diritto internazionale).

La risposta risiede nel ruolo internazionale di Israele e nel modello di gestione della crisi del capitalismo che propone.

Ed ecco che la lucidissima analisi di Jeff Halper evidenzia una serie di questioni di fondamentale importanza anche per le “società occidentali” nel loro complesso. Il modello israeliano è un modello iper-sicuritario teso al controllo totale della popolazione. È quel modello che qualche esponente del governo israeliano riassume in questo modo (che può apparire provocatoriamente paradossale, ma che temiamo sia tragicamente efficace): «uno stato tra i più sicuri al mondo, nonostante che metà della sua popolazione sia fatta di terroristi». L’analisi di Jeff Halper su questo punto è spietata, e documentatissima; Israele ha messo a punto sistemi di sicurezza e armi leggere – di più: ha ideato sistemi di controllo globale – efficientissimi, ed è in grado di proporli a tutto il mondo.

I corollari di queste affermazioni sono principalmente due, uno di carattere locale (medio-orientale, diciamo così) e l’altro di carattere globale.

Il primo è che Israele ha bisogno dei territori occupati come gigantesco laboratorio di sperimentazione di tutti i sistemi di controllo. Un laboratorio drammaticamente vero, dove le pallottole “di gomma” (in realtà di metallo rivestite di gomma) possono essere sparate dal vero su obiettivi reali, verificandone le conseguenze non secondo modelli teorici o algoritmi, ma secondo morti e feriti. Sembra di capire che in questa situazione di sperimentazione reale, il ruolo della Striscia di Gaza potrebbe essere quello di terreno per la verifica dei sistemi “letali” (per esempio i droni utilizzati per le “esecuzioni mirate” che l’esercito israeliano continua impunemente a perpetrare), mentre la Cisgiordania potrebbe assolvere al compito di laboratorio per i test non-letali e – anche – per il controllo integrale della popolazione.

Il secondo corollario è che il modello si sta estendendo a tutte le nazioni occidentali (ma anche a quelle di altre parti del mondo: la partnership sicuritaria non ha confini né filtri ideologici, e gli stati “islamici” spesso sono ottimi clienti delle aziende militari israeliane), così che – come ha ben chiarito Jeff Halper – la lingua che parla la polizia di Milano non è diversa da quella che parla Tsahal (cioè l’esercito dello stato israeliano).

Questa fase tarda del capitalismo in crisi si avvia ad essere una vera e propria “sicurocrazia”, in cui l’obiettivo principale degli organismi statuali asserviti alle logiche delle grandi multinazionali è quello del controllo delle “proprie” popolazioni – in modo “democratico”, si intende. (È questo il significato del termine “pacificazione”, dall’inglese pacification, che poteva forse essere reso in modo più esplicito con “normalizzazione”, ma mi si lasci osservare che la pacificazione evoca in modo efficace la nota citazione di Tacito «dove fanno il deserto dicono che è la pace»)

Ed è un obiettivo globale che vale qualcosa come 3,5 trilioni di dollari all’anno…

Le ragioni del declino dell’ipotesi della soluzione “a due stati” sono quindi le stesse per cui Israele è al di sopra del giudizio: l’occupazione serve per affinare un modello a cui tutti gli stati egemoni ormai fanno riferimento. Israele è diventato indispensabile al modello capitalistico e l’occupazione è indispensabile a Israele così com’è adesso.

Ma lo studioso Jeff Halper (non si dimentichi che all’università insegna antropologia e storia contemporanea, e che è facile riconoscere gli effetti di questi molteplici approcci nel suo argomentare) non ha neutralizzato l’attivista.

Se la soluzione “a due stati” non è più percorribile, bisogna battersi per quella di uno stato “democratico bi-nazionale”, in grado di garantire sicurezza a entrambi i popoli in gioco e di mettere in crisi proprio quel modello iper-sicuritario su cui lo stato israeliano si fonda attualmente.

In maniera abbastanza inaspettata per il pubblico milanese, piuttosto disilluso, Jeff Halper si è dimostrato assai ottimista al riguardo: mentre un gruppo (israeliano e palestinese, bi-nazionale appunto) cerca di lavorare a ipotesi concrete per l’ordinamento statuale da proporre, la società della terra tra il Mediterraneo e il Giordano – a suo avviso – comincia a indirizzare i suoi desideri in quella direzione. Grande importanza, secondo Jeff Halper, potrebbe anche avere la campagna internazionale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) per evidenziare quanto sia deleterio – per la gente, prima ancora che per i governanti – proseguire su questa strada. La naturale evoluzione di questa campagna è riassumibile, per Jeff, nel nuovo acronimo BDS 4 BDS (ovvero, in inglese: Boycott, Divestment, Sanctions for Binational Democratic State – cioè, in italiano: Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni per uno Stato Democratico Bi-nazionale).

Significa, in sostanza, che la situazione palestinese ci deve coinvolgere su tutti i piani: poiché ci riguarda da vicino, per quello che può comportare nelle nostre vite quotidiane, ci deve vedere partecipanti anche per quel che riguarda la situazione sul terreno medio-orientale: cambiare le cose in Palestina può significare cambiare le cose anche in Europa.

Jeff Halper, La guerra contro il popolo, Epoké, Novi Ligure 2017, pp. 338, euro 16

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

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