Israele

13 gennaio/ In piazza per la Palestina

Di fronte alla violenza spropositata che in questi giorni sta lacerando la Palestina, una serie di realtà politiche e di movimento milanesi hanno chiamato un presidio in solidarietà alle vittime della violenza perpetrata da Israele.
La manifestazione si terrà giovedì 13 maggio alle 17.30 in piazza Duomo.

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Lo Stato di Israele, ora etnocratico (eufemismo di razzista) anche per legge

Ebbene sì, alla fine ce l’hanno fatta! La Knesset, nella notte tra il 18 e il 19 luglio ha votato la legge fondamentale (Basic law, la 14ª dello Stato) per cui Israele è  Stato ebraico, per gli ebrei, degli ebrei, solo per gli ebrei e degli ebrei di tutto il mondo. Era nell’aria da tempo, da anni. Si attendeva solo il momento propizio. Ora è arrivato. Come dargli torto? (altro…)

Israele, Palestina, noi: Jeff Halper a Milano

L’ultimo libro di Jeff Halper, noto attivista israeliano contro l’occupazione dei territori palestinesi (sua la fondazione dell’ICAHD – Israeli Centre against House Demolition, centro israeliano contro la demolizione delle case palestinesi), relega Israele e i palestinesi nel sottotitolo. Si intitola infatti La guerra contro il popolo. Israele, i palestinesi e la pacificazione globale. E, quindi, come si intuisce facilmente, ha molto da dire anche a noi, che crediamo di essere così distanti da Israele e dalla Palestina.


Nel suo giro per la presentazione del libro in Italia (l’abbiamo ascoltato la settimana scorsa a Milano, poi è stato a Monza, a Torino e in questi giorni in altre città italiane), Jeff Halper, nel suo inglese-americano molto espressivo (e chiarissimo), spiega la genesi del libro con una premessa autobiografica-politica, a partire dalla crisi che ha investito gli attivisti anti-occupazione quando si sono resi conto che la soluzione dei “due stati” (Israele e Palestina separati dai confini precedenti alla guerra dei 6 giorni del 1967) era ormai diventata irrealizzabile. E quindi si è reso necessario un ripensamento generale della situazione, che da una parte riflettesse sulle ragioni del declino di quell’ipotesi (per cui, a lungo, in molti si erano spesi) e dall’altra facesse chiarezza sul come lo stato israeliano potesse continuare «a farla franca impunemente», in spregio a tutte le decisioni internazionali (anche quelle più moderate, e inoppugnabili sul piano del diritto internazionale).

La risposta risiede nel ruolo internazionale di Israele e nel modello di gestione della crisi del capitalismo che propone.

Ed ecco che la lucidissima analisi di Jeff Halper evidenzia una serie di questioni di fondamentale importanza anche per le “società occidentali” nel loro complesso. Il modello israeliano è un modello iper-sicuritario teso al controllo totale della popolazione. È quel modello che qualche esponente del governo israeliano riassume in questo modo (che può apparire provocatoriamente paradossale, ma che temiamo sia tragicamente efficace): «uno stato tra i più sicuri al mondo, nonostante che metà della sua popolazione sia fatta di terroristi». L’analisi di Jeff Halper su questo punto è spietata, e documentatissima; Israele ha messo a punto sistemi di sicurezza e armi leggere – di più: ha ideato sistemi di controllo globale – efficientissimi, ed è in grado di proporli a tutto il mondo.

I corollari di queste affermazioni sono principalmente due, uno di carattere locale (medio-orientale, diciamo così) e l’altro di carattere globale.

Il primo è che Israele ha bisogno dei territori occupati come gigantesco laboratorio di sperimentazione di tutti i sistemi di controllo. Un laboratorio drammaticamente vero, dove le pallottole “di gomma” (in realtà di metallo rivestite di gomma) possono essere sparate dal vero su obiettivi reali, verificandone le conseguenze non secondo modelli teorici o algoritmi, ma secondo morti e feriti. Sembra di capire che in questa situazione di sperimentazione reale, il ruolo della Striscia di Gaza potrebbe essere quello di terreno per la verifica dei sistemi “letali” (per esempio i droni utilizzati per le “esecuzioni mirate” che l’esercito israeliano continua impunemente a perpetrare), mentre la Cisgiordania potrebbe assolvere al compito di laboratorio per i test non-letali e – anche – per il controllo integrale della popolazione.

Il secondo corollario è che il modello si sta estendendo a tutte le nazioni occidentali (ma anche a quelle di altre parti del mondo: la partnership sicuritaria non ha confini né filtri ideologici, e gli stati “islamici” spesso sono ottimi clienti delle aziende militari israeliane), così che – come ha ben chiarito Jeff Halper – la lingua che parla la polizia di Milano non è diversa da quella che parla Tsahal (cioè l’esercito dello stato israeliano).

Questa fase tarda del capitalismo in crisi si avvia ad essere una vera e propria “sicurocrazia”, in cui l’obiettivo principale degli organismi statuali asserviti alle logiche delle grandi multinazionali è quello del controllo delle “proprie” popolazioni – in modo “democratico”, si intende. (È questo il significato del termine “pacificazione”, dall’inglese pacification, che poteva forse essere reso in modo più esplicito con “normalizzazione”, ma mi si lasci osservare che la pacificazione evoca in modo efficace la nota citazione di Tacito «dove fanno il deserto dicono che è la pace»)

Ed è un obiettivo globale che vale qualcosa come 3,5 trilioni di dollari all’anno…

Le ragioni del declino dell’ipotesi della soluzione “a due stati” sono quindi le stesse per cui Israele è al di sopra del giudizio: l’occupazione serve per affinare un modello a cui tutti gli stati egemoni ormai fanno riferimento. Israele è diventato indispensabile al modello capitalistico e l’occupazione è indispensabile a Israele così com’è adesso.

Ma lo studioso Jeff Halper (non si dimentichi che all’università insegna antropologia e storia contemporanea, e che è facile riconoscere gli effetti di questi molteplici approcci nel suo argomentare) non ha neutralizzato l’attivista.

Se la soluzione “a due stati” non è più percorribile, bisogna battersi per quella di uno stato “democratico bi-nazionale”, in grado di garantire sicurezza a entrambi i popoli in gioco e di mettere in crisi proprio quel modello iper-sicuritario su cui lo stato israeliano si fonda attualmente.

In maniera abbastanza inaspettata per il pubblico milanese, piuttosto disilluso, Jeff Halper si è dimostrato assai ottimista al riguardo: mentre un gruppo (israeliano e palestinese, bi-nazionale appunto) cerca di lavorare a ipotesi concrete per l’ordinamento statuale da proporre, la società della terra tra il Mediterraneo e il Giordano – a suo avviso – comincia a indirizzare i suoi desideri in quella direzione. Grande importanza, secondo Jeff Halper, potrebbe anche avere la campagna internazionale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) per evidenziare quanto sia deleterio – per la gente, prima ancora che per i governanti – proseguire su questa strada. La naturale evoluzione di questa campagna è riassumibile, per Jeff, nel nuovo acronimo BDS 4 BDS (ovvero, in inglese: Boycott, Divestment, Sanctions for Binational Democratic State – cioè, in italiano: Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni per uno Stato Democratico Bi-nazionale).

Significa, in sostanza, che la situazione palestinese ci deve coinvolgere su tutti i piani: poiché ci riguarda da vicino, per quello che può comportare nelle nostre vite quotidiane, ci deve vedere partecipanti anche per quel che riguarda la situazione sul terreno medio-orientale: cambiare le cose in Palestina può significare cambiare le cose anche in Europa.

Jeff Halper, La guerra contro il popolo, Epoké, Novi Ligure 2017, pp. 338, euro 16

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Musica e Palestina: il maestro Muti a Tel Aviv

Ugo Giannangeli, da sempre impegnato nella difesa dei diritti del popolo palestinese, ha scritto questa lettera al direttore d’orchestra Riccardo Muti che domani dovrebbe dirigere un concerto con la Filarmonica d’Israele.

Questo messaggio ricorda a tutti, una volta di più, che nessuno può ignorare la drammatica situazione di quel pezzo di mondo, anche se la maggior parte dei mezzi di informazione continua a dimenticarla: l’opera di espropriazione delle terre, dei diritti e delle vite del popolo palestinese non si è mai fermata in questi. E anche la musica e l’arte possono dare il loro contributo a svegliare le coscienze.

 

«Illustre Maestro Riccardo Muti,

ho letto il Suo articolo sul Corriere della sera di ieri nel quale annuncia il Suo concerto a Tel Aviv il prossimo 20 Dicembre nell’80° anniversario del primo concerto di Arturo Toscanini nel 1936 con l’Orchestra di Palestina, oggi Filarmonica di Israele. Lei ricorda l’impegno antifascista di Toscanini nonché il suo senso altissimo di libertà, di dignità umana e di uguaglianza. Le chiedo: è certo che oggi Toscanini, portatore di questi valori, andrebbe a Tel Aviv e non piuttosto a Ramallah o a Gaza a portare la sua solidarietà ai Palestinesi che lo storico Bruno Segre ha definito “ gli ebrei del nostro tempo”? Lei ricorda anche la lettera di ammirazione di Albert Einstein nei confronti di Toscanini. Si rilegga la bella lettera di Einstein, Hanna Arendt ed altri intellettuali ebrei al New York Times nel Dicembre 1948 dopo la strage di Deir Yassin. Il partito di Begin è definito senza mezzi termini “fascista”. E si era solo all’inizio della storia di Israele, oggi Stato fiero della sua etnocrazia realizzata attraverso l’apartheid e la pulizia etnica dei Palestinesi! Lei con la sua presenza contribuisce al decoro di immagine di questo Stato. Lei sa che molti artisti si sono rifiutati di esibirsi in Israele raccogliendo l’appello del movimento BDS. Vorrei rivolgere anche a lei questo appello. Ma se proprio non volesse o non Le fosse possibile rinunciare all’impegno, le chiedo: vada almeno anche a Ramallah e a Gaza. Per Gaza occorre l’autorizzazione di Israele, carceriere di due milioni di persone. Le diranno che ci sono problemi di sicurezza. Non gli creda, non è vero. Il popolo di Gaza La accoglierà festoso e grato e sicuramente ci sarà anche là un’orchestra onorata di essere diretta da Lei.

Un cordiale saluto.

Ugo Giannangeli, Veniano (CO) 14/12/2016»

A Cantù per la pace, la libertà e la giustizia in Palestina

Oltre un centinaio di persone hanno raccolto l’invito del Coordinamento comasco per la Pace di trovarsi a Cantù nella serata del 16 luglio 2014 per contribuire alla mobilitazione nazionale promossa dalla Rete della Pace e dalla Rete italiana disarmo.

In largo XX settembre, di fronte al Municipio di Cantù, sono intervenuti Francesco Vignarca ed Egidia Beretta. In collegamento telefonico Valentina, giovane cooperante italiana fino a qualche tempo fa a Gaza e ora in Cisgiordania, ha portato una testimonianza particolarmente accorata sulla situazione della popolazione a Gaza e nei territorio occupati, ha ricordato come gli attacchi dell’esercito israeliano stiano colpendo soprattutto i civili, senza escludere né ospedali né scuole, e ha sottolineato che un modo per cercare di contrastare la crescente violenza contro le popolazioni è adottare politiche di boicottaggio e sanzioni nei confronti di Israele.

Nel suo intervento, Francesco Vignarca ha messo l’accento sul fatto che l’Italia è la maggiore fornitrice di sistemi d’arma dello stato di Israele, e questo in aperta violazione delle regole che lo stesso stato italiano si è dato, secondo cui non dovrebbero esserci forniture nei confronti degli stati belligeranti e di quelli che non rispettano i diritti umani. Un modo per contribuire alla soluzione dei problemi del Medio Oriente è quindi quello di pretendere che gli stati europei, e l’Italia in primo luogo, non alimentino la spirale di guerra e violenza.

Egidia Beretta, a partire da alcune pagine scritte dal figlio Vittorio Arrigoni durante gli attacchi israeliani su Gaza nel 2009, ha voluto sottolineare che i morti di questi giorni vengono da lontano, vengono dall’occupazione e dalla repressione che sono esercitate sulla popolazione palestinese da decenni e si riflettono anche su una crescente  militarizzazione dello stesso Israele. Le genti di Palestina e Israele hanno bisogno non solo di pace ma anche e prima di tutto di giustizia. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Egidia Beretta e Francesco Vignarca prima dell’intervento.

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Il momento di silenzio alla fine del presidio.

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Arci/ Israele non può essere considerato al di sopra della legge

muro palestinaCon un comunicato stampa, l’Arci nazionale ricorda il decimo anniversario della sentenza sul Muro dell’Apartheid in Cisgiordania e denuncia i raid israeliani nei territori palestinesi.

«Il 9 luglio di dieci anni fa la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato il Muro dell’Apartheid in Cisgiordania illegale ai sensi del diritto internazionale. Il muro che Israele ha voluto e costruito su territorio palestinese è una delle tante violazioni causate da 66 anni di occupazione in Palestina. Una occupazione quotidiana che in questi giorni si sta facendo, se possibile, ancora più feroce. Le rappresaglie messe in atto dal governo israeliano contro la popolazione civile palestinese sono terribili: arresti (o meglio rapimenti) di massa, bombardamenti in zone densamente abitate, raid in scuole, abitazioni, università, ospedali. Sono centinaia i feriti e 10 i palestinesi uccisi dalla punizione collettiva che Israele ha decretato. E questo avviene nel silenzio assordante della comunità internazionale e degli Stati Uniti d’America.
Chiediamo all’Unione Europea, al nostro governo e a tutte le istituzioni internazionali di non considerare più Israele al di sopra della legge, di pretendere che cessi immediatamente il processo di colonizzazione a partire dalla demolizione del Muro con cui Israele ha realizzato una annessione di fatto di una parte rilevante di Territori palestinesi, di adoperarsi per la liberazione dei prigionieri politici. Insieme alla Rete della pace, di cui siamo parte, rilanciamo l’appello di palestinesi e israeliani che ritengono che la pace sia possibile e necessaria ai due popoli, ma noi come loro siamo consapevoli che non potrà esserci nessuna pace se la comunità internazionale non interverrà e opererà coerentemente, concretamente e urgentemente per la fine dell’occupazione e della colonizzazione della terra di Palestina.» [Arci Nazionale]

 

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