Ingiusto prendersela con i/le lavoratori/trici dei servizi sociali

Sento la necessità, per amore del vero e per amore di Como – la mia città – di spezzare una lancia a favore delle lavoratrici e dei lavoratori dei Servizi sociali del Comune di Como.  Ho sentito rivolgere molte critiche alle Assistenti sociali per non aver dato tutto l’aiuto necessario alla famiglia dei 4 bambini soffocati nel rogo di via San Fermo e del loro sciagurato padre; ed è diffuso il malcontento tra coloro che, per povertà, per età, per condizione personale o malattia, hanno necessità di un supporto sociale.

Credo che ci sia un limite oltre il quale non è possibile lavorare bene. Come ha già illustrato in un suo pezzo su La Provincia l’ex asssessore alle Politiche sociali Bruno Magatti, occorrono più assistenti sociali. Esse/i infatti lavorano sotto organico per dare risposte a problemi estremamente complessi, di portata enorme e destinati ad allargarsi – come quello dell’immigrazione -; oltre a dover far fronte con sempre meno risorse ai loro temi “tradizionali:” anziani, disabili, minori, famiglie disagiate, nuove povertà ecc.. Come se non bastasse, questo le/i porta a lavorare più come burocrati che come operatori di solidarietà sociale.

Vivo a Como dal 1975. Sono fra le persone con disabilità che vive una Vita Indipendente.
Tutto è iniziato 1999 dopo avere ottenuto i contributi previsti dalla legge 162/98 che l’allora consigliere Bruno Magatti, con un sapiente lavoro in Consiglio comunale e con il supporto della sua lista (Paco) e del movimento locale per la Vita indipendente, riuscì a portare a regolamento. Va riconosciuto che un primo embrione di risposta era stata data dall’assessore Mascetti.

Non sono stati anni facili per noi beneficiari: il Comune rimborsava (cioè non anticipava, come del resto avviene tuttora) le spese effettuate. Io, ad esempio, ho dovuto farmi prestare i soldi per pagare gli stipendi delle assistenti personali e poter, così, metter su casa; erano soldi insufficienti, ma un amico generoso mi fece una donazione. Ci arrivavano senza regolarità, o per meglio dire regolarmente in ritardo, e non sapevamo neppure su quanto potevamo contare durante l’anno. Una precarietà che metteva continuamente a rischio la possibilità di “tenerci strette/i” le/gli assistenti personali (le cosiddette badanti) le/i quali, anche se bravissime/i, non lavorano per hobby ma per portare a casa lo stipendio.
Sarà stato che eravamo tutti più giovani e freschi; o che i problemi, a quel tempo, erano meno pressanti; o che ai temi sociali si dava più attenzione; o il costante lavoro di incontro, ascolto e confronto con l’Assistente Sociale (possiamo dire che siamo cresciute assieme) e con i dirigenti che si sono susseguiti…
Sarà stato che l’assessore del tempo aveva ben chiaro che le scelte le fanno gli amministratori e i politici, non i dirigenti… Ecco, è stato prima di tutto quest’ultimo fattore a migliorare le cose: con il tempo alcuni meccanismi hanno cominciato a ingranare: il contributo viene erogato con regolarità, in quantità nota, e può essere integrato con altri contributi regionali provenienti dal fondo nazionale per la non autosufficienza (non si pensi che la nostra Regione ci metta del proprio!).
Inutile dire che non sono ancora rose e fiori: il contributo è ancora insufficiente, cosa che viene fatta intendere come una sorta di compartecipazione, come se un qualunque altro cittadino senza disabilità debba pagare una tassa per poter camminare o usare le braccia (l’assistenza in fondo supplisce a questa mancanza); c’è troppa burocrazia, cosa che porta alcune persone a rinunciare; si fa ancora uso dell’Isee per determinare l’accesso ai finanziamenti, cosa che fa passare per benestanti – e non aventi diritto – coloro che possiedono la sola casa dove abitano.

Sono tutti criteri che piovono dall’alto: dal Governo e dalla Regione. Agli assistenti sociali tocca metterli in pratica; poi tocca coordinarsi con l’Ats e con i Piani di zona, che in materia di Vita Indipendente possono integrare, con altri criteri e con altre tempistiche, i già citati contributi.
C’è la misura B1 che viene data ai cosiddetti gravissimi (una categoria che non esiste dal punto di vista legale, ma che si è via via strutturata secondo una modulistica assurda che esclude una gran quantità di persone con un alto fabbisogno assistenziale che, non avendo ancora il piede nella fossa, ha ancora tanta voglia di vivere). L’assurdo è che questa misura, che viene corrisposta mensilmente e che può essere assegnata in funzione della Vita indipendente, è stata negata da diverse Ats a chi, potendosi recare personalmente con la sua carrozzina elettrica a fare domanda di contributo, non è stato giudicato abbastanza grave – magari dopo essere stato aiutato ad alzarsi dal letto, lavarsi, nutrirsi, uscire di casa; e che per rientrare dovrà ricorrere allo stesso aiuto!

C’è poi la misura B2, che può essere assegnata anch’essa in funzione della Vita Indipendente: siccome può essere corrisposta anche ad altre tipologie di bisogno (anziani, residenzialità – cioè istituti) e varia da 200 a 800 euro mensili, viene frammentata in mille rivoli e c’è chi preferisce fare a meno di un contributo ampiamente inadeguato, che pagherebbe con estenuanti pratiche burocratiche e ulteriori spese “non riconosciute”.

A proposito della misura B2, trovo utile portare a conoscenza dei lettori una situazione che ci mette in grossa difficoltà: siamo in attesa che ci venga corrisposto quanto riconosciuto e che corrisponde alle mensilità dei mesi di luglio, agosto, settembre, ottobre, spero anche novembre e dicembre. Sono soldi che sono stati destinati già con 6 mesi di ritardo, in quanto corrispondono al 2017, ma ci verranno finiti di pagare nella prima metà del 2018.
Sarebbe per noi una boccata d’aria se la prima tranche arrivasse entro dicembre: potremmo pagare gli stipendi e arrivare senza angosce al mese di gennaio quando dovrebbe arrivare, se non ci saranno infausti cambiamenti, l’acconto comunale della legge 162/98. Ma le nostre ripetute telefonate non ci portano rassicurazioni. Abbiamo voluto esprimere all’operatrice dell’Ufficio di Piano la nostra comprensione e la nostra volontà di collaborare, laddove è possibile, sapendo che stanno facendo del loro meglio.
Quello che siamo riuscite a capire dalle pudiche risposte dell’operatrice è che mancano le firme necessarie: firme che devono essere apposte dalla dirigente, per poi convogliare tutto l’incartamento alla ragioneria che, a sua volta, ha i suoi tempi.

Volevo solo dare uno spaccato di quanto complessa sia solo una fra le tante materie che chiedono risposte dai servizi sociali.

Ma così come la responsabilità del cattivo funzionamento dei servizi sociali non va addossata alle lavoratrici e lavoratori, che tra l’altro sono sempre gentilissime/i, non va neppure addossata totalmente a livelli più alti (il governo, la regione…), anche se hanno enormi colpe.
C’è una presa di coscienza che i politici e gli amministratori della città devono mettere in atto: se le cose non funzionano la responsabilità è loro; tocca a loro pretendere che i dirigenti facciano funzionare il servizio e tocca a loro trovare il modo di impiegare nuove risorse perché questo possa funzionare.

Il malcontento diffuso sta a dimostrare che Como ha bisogno di più sociale, non di più sicurezza o di più decoro: la sicurezza e il decoro nascono e si consolidano quando le persone si sentono riconosciute e rispettate come individui portatori di dignità, non come un disturbo o come un problema, non come un’entità indefinita da includere, ma come un ingrediente fondamentale che dà sapore al vivere comune; nella consapevolezza che a ognuno puo’ succedere – in qualunque istante e, spesso, senza preavviso – di aver bisogno della solidarietà sociale su cui si fondano le aggregazioni umane di ogni parte del mondo. [Ida Sala, attivista di ComodalBasso, per ecoinformazioni]

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