Essenziali informazioni sui Rohingya in un incontro allo Spazio Parini

La serata di venerdì 15 dicembre ha visto allo Spazio Parini un’interessante iniziativa dedicata alla persecuzione dei Rohingya, popolazione di religione musulmana insediata nelle aree ai confini tra Birmania (o Myanmar che dir si voglia) e Bangladesh, persecuzione di cui in questi mesi si parla molto, ma spesso senza troppe informazioni precise di prima mano.

Ecco perché l’incontro con Matteo Dominioni, storico e ricercatore, ed Emanuele Giordana, giornalista collaboratore del quotidiano “il manifesto” e grande conoscitore dell’Asia, è stato meritevole, cioè estremamente utile nel dare alcune informazioni di base, quasi sempre dimenticate nella cronaca quotidiana.

Il problema dei Rohingya è un’eredità del colonialismo britannico nella zona – ha spiegato Matteo Dominioni – ovvero di una politica che ha unito e diviso popoli e territori senza alcuna considerazione per la loro storia, ma solo in base alle esigenze della politica (e soprattutto dell’economia) dell’Occidente. I Rohingya sono stati infatti in gran parte introdotti in alcune zone birmane in tempi relativamente recenti, e proprio per questo, oggi, la loro persecuzione è giustificata con il loro essere “immigrati irregolari” per quanto di lunga durata.

Ma il problema del dramma dei Rohingya è anche di capire quali siano le dinamiche in atto, se si tratti di un vero e proprio “genocidio” in corso, oppure di più generici atti di guerra o di un “espatrio indotto” per quanto con atti di violenza.

A queste domande ha cercato di rispondere Emanuele Giordana che, pur ricordando che la sua frequentazione dell’area birmana non è potuta essere continua, ha messo a disposizione le sue notevoli conoscenze della storia e dell’attualità della zona. A suo parere contro i Rohingya è stato messo in atto un piano di persecuzione preordinato, con l’obiettivo di accaparrarsi i territori da loro precedentemente occupati. Le cifre di questa “pulizia etnica” sono imponenti: fino al 2016 si potevano contare nella zona circa 1.200.000 persone di questo popolo (di cui comunque già 200 mila confinate in campi profughi nello stato federale birmano dell’Arakan, proprio in ragione della loro persecuzioni), l’emorragia verso il Bangladesh comincia nell’ottobre 2016, con almeno 100 mila allontanamenti, ma poi si fa ancora più drammatica nel corso degli ultimi mesi tanto che oggi non restano entro i confini birmani più di 300/350 rohingya, essendo stati espulsi negli ultimi mesi circa 700 mila. Da agosto, poi, la persecuzione si è fatta particolarmente violenta, con l’uccisione di qualche migliaio di persone (la cifra esatta è impossibile da calcolare, ma un recentissimo rapporto di Amnesty international parla di circa 9 mila vittime, tra cui molti bambini e bambine).

A fronte di questa situazione si parla quindi – ha ricordato Giordana – di “genocidio a bassa intensità”, poiché la pulizia etnica e l’eliminazione della popolazione rohingya si esercitano con un ritmo non troppo rapido e – soprattutto – nell’indifferenza della maggioranza della popolazione civile birmana che ha sempre considerato questa popolazione musulmana come un’intrusa, e che ne ha di fatto sancito una sorta di apartheid.

Queste manovre sono state sempre condotte in prima persona dall’esercito, che già nel 1982, attraverso una legge della allora giunta militare, ha tolto lo status di legittimità ai rohingya, di fatto portandoli a un condizione di illegalità di massa. Negli ultimi anni non molto è cambiato, e la drammatica evoluzione dei mesi più recenti è lì a dimostrarlo. Anche un parziale ritorno alla democrazia non è servito a rimettere in discussione l’atteggiamento nei confronti dei Rohingya. L’estrema prudenza (per non dire reticenza) della premo Nobel Aung San Suu Kyi è probabilmente da attribuire proprio alle considerazioni di natura squisitamente politica rispetto all’atteggiamento della maggioranza della popolazione. In fin dei conti – si è suggerito – l’intervento più diretto, anche se sempre non esplicito, è stato quello del pontefice Francesco, che in qualche modo, sia pure indirettamente, ha sollevato il problema nel suo recente viaggio nell’area asiatica.

E l’Occidente, l’Europa, l’America, che fanno nel frattempo? Nulla o quasi. Del resto – come è stato provocatoriamente ricordato nella serata – chi mai, solo qualche mese fa, aveva sentito parlare di questo strano popolo, di cui a malapena si riesce a pronunciare il nome?

Nell’inazione generale, compresa quella totale del governo italiano, le violenze continuano, e presto, nonostante i timidi tentativi di accordi per un parziale rientro dei Rohingya in Birmania, il genocidio rischia di essere perpetrato fino in fondo.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

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