Mese: Febbraio 2018

24 febbraio/ San Fermo/ Cortocircuitati: la cena di commiato di CortoCircuito

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Giunta alla fine delle sue attività, la Cooperativa CortoCircuito propone una cena di commiato per la sera di sabato 24 febbraio dalle 19, allo Spazio polifunzionale di San Fermo in via Lancini 4. Tutte e tutti invitati a partecipare.

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ecoinformazioni 609

Ci sono le elezioni anche se non tutti ne terranno conto e agiranno di conseguenza. Il 609 del settimanale ecoinformazioni ne parla tanto dando parola alle due liste della sinistra, divise a causa dell’incapacità dei rispettivi gruppi dirigenti, ma unite su molte idee di futuro. Naturalmente c’è l’appoggio della nostra testata e dell’Arci alla Manifestazione del 24 a Roma contro tutti i fascismi e tutti i razzismi che a Como sono rappresentati se non tutti certamente in larga misura. (altro…)

Venneri, Bonanomi e Corti/ Fallimentare gestione dei disagi legati all’acqua

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Luca Venneri, Gabriella Bonanomi e Marco Corti, candidati di Lombardia progressista per Como e provincia, commentano la sospensione dell’erogazione di acqua corrente in diverse zone di Como con il comunicato stampa che segue:

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24 febbraio/ Io, Daniel Blake

oltre lo sguardo 2018 1Il coordinamento comasco per la pace proietterà, nella sala consiliare del comune di Ponte Lambro in via Roma 23 alle 21, Io, Daniel Blake film di Ken Loach, per l’ XXIII rassegna itinerante di film Oltre lo sguardo. Con relatore della serata Patrizia Crespi.

Per la prima volta nella sua vita, Daniel Blake, un falegname di New Castle di 59 anni, è costretto a chiedere un sussidio statale in seguito a una grave crisi cardiaca. Il suo medico gli ha proibito di lavorare, ma a causa di incredibili incongruenze burocratiche si trova nell’assurda condizione di dover comunque cercare lavoro – pena una severa sanzione – mentre aspetta che venga approvata la sua richiesta di indennità per malattia. Durante una delle sue visite regolari al centro per l’impiego, Daniel incontra Katie, giovane madre single di due figli piccoli che non riesce a trovare lavoro. Entrambi stretti nella morsa delle aberrazioni amministrative della Gran Bretagna di oggi, Daniel e Katie stringono un legame di amicizia speciale, cercando come possono di aiutarsi e darsi coraggio mentre tutto sembra beffardamente complicato.

Il costo per l’intera rassegna cinematografica è di 5 euro e comprende ancora ben 22 film fino ad agosto, http://www.libreriadelcinema.it/?p=1289 visitare il link per gli altri film della rassegna.  [dl, ecoiformazioni]

Dal 26 febbraio/ A Como la mostra Catalogna bombardata

Dal 26 febbraio al  21 marzo 2018 viene esposta, presso la Biblioteca Comunale di Como (piazzetta Lucati), la mostra Catalogna bombardata, realizzata in occasione dell’80° anniversario della guerra civile spagnola.

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L’energia dell’Africa e di Fatou in concerto a Como

Il concerto di Fatoumata Diawara è di quelli che risollevano il morale. Non solo per la musica, non solo per l’energia della protagonista e della sua band, non solo per l’orizzonte culturale che disegna, ma anche per la gente che ha riempito il Teatro Sociale di Como in ogni ordine di posti.

È un bel sentire e un bel vedere. Ogni tanto ci vuole proprio.

Ma è meglio cominciare con la musica. Non foss’altro perché Fatou in questo modo comunica e crea. Il concerto è davvero godibile: contemporaneo e al tempo stesso profondamente intriso di tradizione, sintesi attuale di una storia secolare che non conosciamo mai abbastanza. Ad ascoltarlo con attenzione, nella successione dei tanti brani (sul palco non si gioca certo al risparmio…), si può ricavarne una sorta di intensa storia delle origini africane della musica contemporanea. C’è il blues (ovviamente: il bluesdel Mali che ormai dovremmo conoscere), c’è il jazz (che sul blues cresce ma che ormai è diventato qualcosa di ancora più complesso e che torna continuamente nel lavoro delle tastiere), c’è il beat (l’afro-beat di Fela Kuti, esplicitamente citato), c’è la canzone d’autore ovvero d’autrice (non solo in tutte le canzoni di Fatou, ma anche nell’omaggio alla grande, grandissima Nina Simone), c’è il rock (nell’ensemble elettrico e negli assoli, a tratti spinti fino alla distorsione), c’è il funky… e via discorrendo. Il tutto – si intende – organicamente amalgamato e disposto, per una musica che risulta al tempo stesso molto personale e insieme parte di un contesto africano ormai molto articolato (nella band ci sono due musicisti del Mali e uno del Congo, con l’ultimo acquisto del tastierista da Barcellona).

Poi c’è la danza, i suoi ritmi e i suoi colori, a cui Fatou tiene molto (a proposito: i costumi sono della sorella della musicista).

Poi ci sono gli ideali: una nuova visione dell’Africa, non misera e non arrogante, ma tesa a raggiungere il riconoscimento della sua forza e della sua complessità, senza dimenticare i conflitti e i problemi.

E quindi, alla fine, c’è l’entusiasmo e il piacere di aver avuto a Como un’anteprima davvero di grande importanza. Un concerto che vale molti discorsi. Grazie a una cittadina del mondo che si considera anche un po’ comasca.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

22 febbraio/ “My Name is Adil”: proiezione e dialogo con il regista allo Spazio Gloria

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Prevista per giovedì 22 febbraio alle 21 allo Spazio Gloria del Circolo Arci Xanadù di Como (via Varesina 72) la proiezione del film My name is Adil, lungometraggio biografico realizzato da Adil Azzab (giovane regista marocchino di base in Italia, il film racconta la sua storia), Andrea Pellizzer e Magda Rezene. 

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Olgiate Comasco: una mostra fotografica per i “bambini lavoratori”

IMG_20180219_191808Fino a domenica 25 febbraio è possibile visitare la mostra fotografica “Ninos/bambini” di Ivano Gabaglio, nella suggestiva cornice del centro espositivo Medioevo di Olgiate Comasco. Immagini che parlano. Visi di bambini. Bambini lavoratori. (altro…)

Ciclostilato in proprio/ Paulo maiora

Sembra di capire che non si possa fare a meno di parlare della campagna elettorale, della sua conclusione ormai imminente e di ciò che accadrà dopo il 4 marzo. Il rischio, oltre a quello della propaganda, è quello di smarrire il filo logico di una riflessione sulle radici dell’attuale stato delle cose, inseguendo la schermaglia alimentata dalla tempesta quotidiana delle dichiarazioni, dei comunicati, dei sondaggi, dei post sui social, in cui tutti – dico tutti – quelli che scrivono lo fanno ormai per confermare le loro scelte e per cercare di scavalcare gli avversari nella graduatoria dei like.

Gli spunti non mancherebbero, nemmeno se ci si limita a guardarci attorno. Nemmeno quelli che hanno a che fare con la galleria degli orrori, che solo l’abitudine al cattivo gusto e un residuo della buona educazione ricevuta da piccoli (nel mio caso) impediscono di sottolineare come meriterebbero. Come lo sbarco trionfale dei senza vergogna, quelli che hanno il record della peggiore esperienza amministrativa a Como (Comunione e Liberazione e i loro sodali) con Lupi e Vignali in testa, presente un ex sindaco che sarebbe bene consegnare alla damnatio memoriae. O come la simpatica candidata di FI che si raccomanda agli elettori vantando come merito una recente gravidanza. O come gli autogol di quelli che pubblicano le foto dei loro gazebo desolatamente disertati dall’interesse dei passanti e pieni dei manifesti con “quelle facce un po’ così, quell’espressione un po’ così” che di questi tempi hanno quelli del Pd.

Poi, però, in una delle tante iniziative con candidati e supporter, qualcuno interviene e dice una cosa che fa pensare (scusate la parolaccia). Osserva che, a tanti anni dalla nascita dello Stato virtualmente unitario di nome Italia, ci sono ancora almeno tre grandi questioni aperte. La questione meridionale, che sembra allargarsi a mano a mano che la globalizzazione lambisce le lande patrie. La questione del lavoro, che sembra farsi più problematica, in un crescente contrasto con le promesse e l’impegno della Repubblica “fondata sul lavoro”, intaccando il binomio cittadino/lavoratore nel momento in cui la dignità e il valore del lavoro vengono vilipesi da leggi, comportamenti, assuefazione (al “meglio precario che niente”, “meglio sottopagato che niente”, “meglio in nero che niente” ecc.) che feriscono non solo l’idea alta di un modo di intendere il lavoro come l’incrocio tra la realizzazione di sé e il contributo offerto da ciascuno alla società ma anche la stessa idea della cittadinanza democratica. La questione morale, che riguarda non solo la politica e le sue miserie (il familismo dei De Luca, dei Boschi e dei Renzi, per dire, o l’ipocrisia dei grillini presi con le mani nella marmellata proprio sotto le elezioni) ma anche, ad esempio, le liquidazioni milionarie dei banchieri falliti, il mordi e fuggi di imprenditori e banche che svendono Italo «come una start up qualsiasi» (parole di Gentiloni), dopo avere reclamato a gran voce la liberalizzazione delle ferrovie e avere imposto alla collettività costi economici e ambientali per le linee dell’alta velocità, o le inquietanti lottizzazioni della sanità lombarda. E si potrebbe continuare all’infinito.

Dopo oltre un secolo e mezzo, siamo ancora qui a dirci che il progetto di un’Italia sopportabilmente omogenea, capace di dare una prospettiva ai suoi figli e di valorizzare i talenti e le forze di chi lavora, e guidata da una classe dirigente affidabile, non si è ancora realizzato. Che c’è un problema di identità che non c’entra con l’immigrazione ma che ha a che fare con tare antiche che solo un rinnovamento profondo delle classi dirigenti (non solo, ma anche, del ceto politico) potrebbe affrontare. Che serve il coraggio di farsi carico del compito di costruire un blocco sociale (un blocco storico, diceva qualcuno) che sappia reggere l’impegno a un rinnovamento profondo della realtà nazionale in tutti i suoi aspetti. Che sia in grado di produrre e di diffondere una diversa cultura. Quello messo insieme da Berlusconi, che tenacemente riappare nei momenti topici della vita nazionale con la sua forza prepotente e brutale, rappresenta la continuità con il vecchio aggregato di particolarismi, egoismi, trasformismi e disprezzo per i valori civici che è responsabile dello stato di cose attuale. La forza principale che avrebbe potuto e dovuto farsi carico, almeno in parte, di questo progetto, ha scelto, con Renzi, di puntare invece al consenso di quello stesso blocco senza neppure essere in grado di disarticolarlo, come dimostra il suo perdurante declino elettorale. Il “partito della nazione”, in realtà, che prima Renzi si illudeva di costruire in proprio e poi prefigurando l’alleanza con Berlusconi, non è che il tentativo (fallito) di rappresentare quel blocco. Quello che ha lasciato aperte, anzi ha aggravato, le “questioni” di ieri e di oggi. A chi si chiede perché sia stata consumata una rottura nel campo del centrosinistra, in fondo, è facile rispondere che le ragioni di fondo stanno tutte qui. E anche, nel nostro piccolo, a chi ci chiede: “Perché non sostenete Gori?”. Quello che vuole “Fare, meglio” quello che hanno fatto gli altri.

A chi chiede che cosa fare, risponderei con una sfida: riattualizzare le parole di un grande maestro del passato: «Il moderno principe, il mito-principe, non può essere una persona reale, un individuo concreto; può essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico: la prima cellula di cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali». Porre le basi, intanto, per un soggetto politico che si faccia banditore e protagonista di una rifondazione dei caratteri della nazione nel segno di un grande processo di cambiamento sociale. [Emilio Russo, dal blog di ecoinformazioni Ciclostilato in proprio]

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