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Primo colpo alla ‘Ndrangheta a Erba

 

Nella sala consigliare del comune di Merone si è tenuta, nella serata di mercoledì 4 aprile, la prima conferenza del ciclo 4 Colpi alla ‘Ndrangheta, che dopo i cinque momenti di informazione invernali in Brianza si è spostato nell’erbese.
Per il primo incontro, sull’utilizzo dei beni confiscati, sono intervenute Ilaria Ramoni, avvocata coadiutrice nazionale per l’amministrazione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati, Silvia Bartellini, della cooperativa sociale La cordata che, all’interno dell’associazione Passepartout, gestisce la Casa Chiaravalle di Milano e Roberta Magliacano della cooperativa sociale l’Arcobaleno.

Dopo i saluti di rito da parte delle autorità, la parola è stata ceduta a Marcello Iantorno, già assessore alla legalità del Comune di Como, che ha introdotto il significato della serie di incontri: diffondere la cultura antimafia e assistere le vittime di mafia, ma soprattutto chiarire che il fenomeno è diffuso, anzi radicato, anche al nord ed è ben più di una realtà conosciuta per sentito dire.
Roberto Fumagalli, moderatore della serata e membro dell’ente organizzatore Circolo Ambiente Ilaria Alpi, ha quindi introdotto la prima ospite, Ilaria Ramoni, chiedendole un quadro della situazione dei beni confiscati locali.
Ramoni ha parlato di 77 beni presenti in provincia di Como, 12 in più dei 65 noti alla prefettura, dato che ce ne sono di non utilizzati o non ancora inseriti in archivio. Nella stessa Merone, a pochi passi dal comune, c’è una casa con garage confiscata. È una dimostrazione concreta di quanto accennato da Iantorno: la mafia è tra noi, sottrae beni, li sfrutta alle spalle della comunità e, per via di leggi non adeguate, spesso sfugge alle condanne cavandosela col solo sequestro. Vedere quanto le lacune giuridiche lascino spazio alla criminalità è frustrante, e lo era a maggior ragione nel 1995, quando Libera propose una legge di orgine popolare che obbligasse al riutilizzo per scopi sociali dei beni confiscati. Questa proposta si concretizzò nel 1996, ma ha trovato diversi ostacoli nel realizzarsi, come dimostrano gli esempi portati dalle altre due relatrici.

Nel caso di Silvia Bartellini si parla di un terreno a Cascina Chiaravalle, in provincia di Milano, con due ville e due appartamenti per 1400 metri quadrati a cui si aggiungono sette ettari di terreno coltivabile e due di giardino; per quanto riguarda Roberta Magliacano, la sua cooperativa ha creato un centro diurno in uno stabile a Galbiate legato al processo Wall Street (quello legato alla pizzeria ora battezzata Fiore).
I problemi, a Milano, erano legati alle cifre enormi per ristrutturare gli immobili, devastati dai mafiosi prima del sequestro e dalla necessità di sradicare dal comune di Chiaravalle la famiglia Mussari, che infesta tuttora il paese. A Galbiate invece si è dovuto superare il timore iniziale delle autorità, mentre è ancora una questione irrisolta quella dell’omertà dei cittadini.

Nel milanese, grazie all’aiuto di privati e all’apertura di mutui da parte dei membri di Passepartout si è potuto ristrutturare e rendere agibile l’enorme terreno, che sarà inaugurato a maggio inoltrato come luogo di accoglienza e assistenza psicologica a donne e bambini, migranti e non, in difficoltà.
Nel lecchese è stato invece aperto un centro diurno per anziani, a cui dal 2016 si è unito il percorso per studenti dalla terza media in su Memorie in movimento (Memo), per legare la cultura antimafiosa all’azione sociale.

Come ha giustamente sottolineato Silvia Bartellini, aver reso fruibile alla comunità il terreno di Casa Chiaravalle è la vittoria di una scommessa contro la criminalità organizzata, vandalica e antisociale, un successo collettivo raggiunto con sforzi congiunti e grazie alla capacità di resistere alle difficoltà non solo economiche, ma anche sul piano delle tempistiche.
Ilaria Ramoni è stata invitata a commentare numeri a dir poco sconfortanti, in Brianza: 10 anni di attesa tra burocrazia e raccolte fondi per l’apertura di Casa Chiaravalle, 11 anni senza aver ancora raggiunto i 100.000 euro necessari all’avvio delle ristrutturazioni di un immobile a Carugo, 8 anni di attesa per decifrare un mappale che vede metà terreno confiscato e metà proprietà dei parenti del condannato a Caslino d’Erba.
Quella dei beni, ha detto Ramoni, è una lotta che va combattuta subito o abbandonata presto, rendendo però impossibile che si rioccupi o vada abbandonato l’immobile confiscato.
Quando i comuni accolgono l’offerta dello Stato, che non propone sempre i beni confiscati se ha modo di convertirli a scopo proprio, poi possono a loro volta aprire un bando. Se i beni recuperati non sono ripristinabili o non hanno acquirenti, piuttosto che lasciarli alle intemperie come simbolo di una battaglia che non si riesce a vincere è meglio venderli o demolirli.
Tesi, quest’ultima, suffragata anche dalla Bartellini, che ha chiarito che i beni confiscati sono un simbolo, hanno un proprio valore psicologico: la ricostruzione di una comunità legale, antimafiosa e unita intorno ai valori della giustizia e della legalità è lo scopo che chiunque decida di intraprendere un’attività su un oggetto sequestrato e ripristinabile deve proporsi, non solo a livello economico e teorico, ma anche pedagocico.
L’antimafia non deve essere dichiarata, ma praticata e vissuta. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

Già on line sul canale di ecoinformazioni  i video di Pietro Caresana di tutti gli interventi.

 

Un commento su “Primo colpo alla ‘Ndrangheta a Erba

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    7 aprile 2018

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