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Dall’omertà ai social. Come cambia la comunicazione della mafia

Si è tenuto nella serata di giovedì 19 aprile, in Sala Isacchi a Erba, il terzo incontro della rassegna 4 colpi alla ‘Ndrangheta, organizzato dal Circolo ambiente Ilaria Alpi.
Ospite d’eccezione è stato Enzo Ciconte, professore di Storia della criminalità organizzata all’Università di Roma Tre e autore dei libri ‘Ndrangheta padana e Dall’omertà ai social. Come cambia la comunicazione della mafia. A dialogare con lui sull’evoluzione della mafia dall’Ottocento all’Era digitale è stata Antonella Crippa, de La Provincia di Lecco, minacciata recentemente via mail per via della propria attività giornalistica sgradita alla criminalità organizzata.

 

La serata si è sviluppata intorno a un’affermazione fatta in apertura da Ciconte: la mafia va accettata, non nascosta.
Le organizzazioni criminali hanno molti modi per farsi vedere senza parlare esplicitamente. In Sicilia una volta erano le condizioni dei cadaveri ritrovati, ciascuno “sistemato” in modo che si potesse dedurre un messaggio sulle cause della morte, adesso sono contatti diretti dei grandi capi con le autorità, con le istituzioni e la politica, passando ovviamente attraverso la rete per cercare consensi nell’opinione pubblica.
Gli unici costretti al vero silenzio sono gli affiliati di basso rango, costretti al tacere omertoso e costantemente esposti al rischio di essere venduti dai loro capi alla giustizia. Un esempio di dialogo tra mafia e forze dell’ordine è la denuncia fatta al questore Santillo da Mico Tripodo, nel ’69; il criminale, latitante al tempo, incontrò Santillo per denunciare un’assemblea della ‘Ndrangheta che avrebbe portato a un cambio di orientamento politico nelle manovre del gruppo mafioso. La riunione saltò, Tripodo ne uscì indenne, nonostante la sua condizione di fronte alla legge e la sua posizione all’interno dell’organizzazione.

Oggi la mafia comunica sui social non tanto per creare proseliti, che sono accuratamente selezionati di persona, ma per ricostruire un consenso che sembra in calo rispetto al passato. Questa diminuzione di popolarità è evidente in cerimonie come i funerali, non più pomposi e sentiti a livello cittadino come un tempo, forse anche a causa della sempre maggiore intolleranza dei civili nei confronti di pratiche come il pizzo e l’estorsione.

La comunicazione online, però, ha un forte effetto sugli affiliati, che possono constatare tangibilmente che i loro capi non sono piegati di fronte alla legge e anzi continuano a dare segnali di attività e sicurezza.

Indicazioni date per lo più sotto forma di falsi proclama, di bugie volte a far apparire l’illegalità con un volto che non le appartiene. La mafia diventa quindi buona, non così diffusa o addirittura inesistente; è inoltre un movimento con referenze storiche, qualila discendenza brigantaggio e l’aiuto dato agli Alleati nello sbarco in Italia del 1943.
Queste affermazioni sono false, dettate dall’inclinazione romantica che si ha nel leggere determinati fenomeni, specialmente quello del brigantaggio: briganti e mafiosi si contendevano provincie o regioni intere, ma sempre come alternativi gli uni agli altri; dove mancava la mafia c’erano i briganti, e viceversa. La visione letteraria del brigantaggio come “rubare ai ricchi per dare ai poveri” è totalmente estranea alla realtà storica, ma ha favorito una qualche nobilitazione della mafia come sua erede.
Un  altro mezzo di ricostruzione dell’approvazione popolare è l’intervento edile, la vittoria di appalti ottenuti a prezzi fuori mercato grazie a intrighi e legami con gli imprenditori che, a meno che il loro contatto mafioso non fosse in prigione, non denunciano la richiesta di pagamento del pizzo.
Ciconte ha anche raccontato di casi in cui essere contattati dalla mafia era visto come un onore da membri dell’alta borghesia lombarda e bolognese: è grazie a soggetti come questi e alla politica, divisa tra chi rassicura sulla risibilità del fenomeno e chi fa affari con la mala, che la mafia ha iniziato a proliferare a nord. Ci sono voluti trent’anni perché qualcuno iniziasse davvero a fare qualcosa contro di loro.

Come è emerso dal dibattito, ormai la mafia è ovunque ed è difficile combatterla anche per la Commissione parlamentare antimafia (in cui il relatore ha lavorato dal 1997 al 2012), soprattutto a seconda della composizione politica della commissione stessa che di volta in volta ostacola o favorisce le manovre in difesa della legalità.
La mafia sembra ovunque, ha concluso Ciconte, ma è un fenomeno in declino: le stragi sono modalità passate, i protagonisti di Corleone sono morti o sotto 41 bis; le nuove forme sono forti, vanno studiate, ma prima o poi la lotta è destinata a chiudersi con la vittoria della giustizia. Se non altro perché, citando Giovanni Falcone: «La mafia è un fenomeno umano, e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e quindi avrà anche una fine».
Se si fosse affrontata da subito, però, l’epilogo sarebbe arrivato prima.  [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

 

Guarda on line sul canale di ecoinformazioni  i video di Pietro Caresana di tutti gli interventi.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 aprile 2018 da in antimafia, giustizia, Legambiente Como con tag , , .

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