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Le frontiere assassine uccidono in mare e sulle Alpi

La XXIV Marcia di Como senza frontiere per i nuovi desaparecidos si è svolta a Como nella piazza della Pace (già nota come piazza della Vittoria) nel pomeriggio del 3 giugno. Le attiviste e gli attivisti hanno manifestato dalle 17 alle 18 portando la foto di una o di un desaparecido vittima delle leggi che trasformano il Mediterraneo e le Alpi in cimiteri per tanti e tante persone che la fortezza Europa condanna a morte certa.

Durante la manifestazione sono stati letti testi per evidenziare quanta sofferenza e quanta ingiustizia sono connesse a comportamenti xenofobi e razzisti che oggi trovano nelle dichiarazioni del governo nuova forza.

Già on line sul canale di ecoinformazioni tutti i video degli interventi.

Nel seguito alcuni dei testi letti da Abramo Francescato e Manuela Serrentino.

Iniziamo questa 24esima marcia di Como senza frontiere ricordando tre drammi purtroppo avvenuti recentemente:
Per primo, il naufragio di un’imbarcazione nel mare Egeo, avvenuta questa mattina.
Sono morti in nove, sei di loro erano bambini. Sono morti dopo che il motoscafo sul quale viaggiavano è affondato al largo delle coste turche. I migranti cercavano di raggiungere le coste eruopee. E l’approdo più vicino sarebbe stato una piccola isola greca di fronte alla cittadina turca di Kas.  In base a quanto si è appreso dalla stampa turca, cinque persone sono state tratte in salvo e una è tuttora dispersa, mentre le vittime sono due uomini, una donna e sei bambini. Le loro identità e le nazionalità  non sono state ancora rese note.

Nelle stesse ore della tragedia turca, i cadaveri di undici persone sono stati ripescati in mare al largo della Tunisia meridionale, mentre altre 67 persone sono state portate in salvo dai soccorritori intervenuti dopo la segnalazione di un barcone in difficoltà. Nella notte una nave su cui viaggiavano decine e decine di migranti era “sul punto di colare a picco” al largo delle coste nordafricane.
Il numero delle persone trovate morte rappresenta “un primo bilancio”.

Tra i migranti salvati c’erano “tunisini e stranieri”, secondo il ministero dell’Interno. Le operazioni di ricerca dei dispersi proseguono, per via aerea e con sommozzatori. Molti tunisini tentano di attraversare il mar Mediterraneo ed entrare in Europa, e le partenze hanno avuto un picco nello scorso Settembre. Conseguenza, secondo alcune ong, della forte disoccupazione, soprattutto giovanile. In Europa la chiamiamo “fuga di cervelli”. Nell’Ottobre scorso, lo scontro tra una nave su cui viaggiavano migranti e una barca militare tunisina causò la morte di almeno 44 persone, in quello che il premier  tunisino definì “un disastro nazionale”.

Infine, non possiamo che registrare con rabbia la morte di Soumalia Sacko, assassinato con una fucilata alla schiena nella piana di Gioia Tauro. Leggiamo in proposito il comunicato stampa dell’Unione sindacale di base.

È finita la pacchia, comincia il tiro al bersaglio! Ammazzato in Calabria un bracciante del Mali attivo nelle lotte con USB. Lunedì 4 Giugno sciopero generale dei braccianti

Ce ne hanno ammazzato un altro.
Dopo Abdel Salam a Piacenza un altro lavoratore migrante, il ventinovenne maliano Soumaila Sacko, interno al percorso di lotte di USB tra i braccianti della piana di Gioia Tauro, è stato ammazzato ieri sera mentre insieme ad altri migranti si trovava nei pressi di una fabbrica dismessa forse per cercare lamiere o cartoni con cui costruire la propria baracca. È stato raggiunto da uno dei colpi di fucile sparati da 150 metri da sconosciuti.
Nessun motivo dietro l’aggressione, nessun rapporto era mai esistito tra i migranti che si spaccano la schiena nella raccolta di agrumi della Piana e l’assassino. Basta la pelle nera, basta sapersi protetto e condiviso dalle dichiarazioni del neoministro degli interni Salvini, di quello prima Minniti e di quello prima ancora Alfano.
Legittima difesa, respingimenti, pugno di ferro, fine della pacchia è sulla scorta di queste indicazioni che l’assassino ha ritenuto un suo diritto aprire il tiro al bersaglio su Soumaila e i suoi fratelli. Non c’è un solo responsabile, non c’è nessuna casualità, c’è un clima di odio costruito ad arte da chi cerca di scaricare sui migranti la rabbia di chi è colpito dalle politiche di attacco alle condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie richieste dall’Unione Europea e attuate da tutti i governi.
Che i tempi sarebbero stati duri per i migranti e per chi si organizza per ottenere i propri diritti si era capito dal giorno dopo le elezioni del 4 marzo e durante tutta l’ignobile farsa della nascita del nuovo governo. Minacce ad ogni piè sospinto ai migranti, truce e continuo appello a una legalità che non è giustizia sono stati il leit motiv di un clima che ieri, a San Calogero, si è materializzato nell’assassinio di Soumaila e il ferimento di altri due fratelli migranti.
Daremo una risposta, la più grande possibile, a questo omicidio, cominciando dallo sciopero generale dei braccianti proclamato dall’USB per lunedì 4 giugno e dalla manifestazione nazionale già convocata a Roma il 16 giugno a Roma.

Hanno ammazzato un bracciante.  Uno che si spezzava la schiena nei campi, sotto il sole, senza diritti.
Hanno ammazzato un lavoratore.
Uno giovane, nemmeno 30 anni, tutta la vita davanti.
Non ve lo diranno.
Vi diranno che hanno sparato a un nero che rubava per legittima difesa.

E invece Soumaila stava cercando, forse, lamiere per costruirsi una baracca in cui vivere nelle poche ore di stacco dal lavoro, in una fabbrica abbandonata, dismessa.
Qualcuno si è divertito a fare il cecchino, non perchè si sentiva in pericolo, ma perchè si divertiva così. Sparandogli dalla distanza di 150 metri – altro che pericolo! – e alle spalle, mirando alla testa, ammazzando lui, ferendone altri due.

Qualcuno dirà: perchè prendere pezzi di metallo da un capannone vuoto? Perchè i lavoratori dei campi di Gioia Tauro vivono nella tendopoli di san Ferdinando, in 4000. I padroni dei campi li scelgono come fossero al supermarket e li fanno lavorare come schiavi, arricchendosi enormemente.
Diciamo noi: il problema non è cercare lamiere per costruirsi un riparo, il problema è essere costretti a vivere in un riparo fatto di lastroni d’alluminio per guadagnare il pane.

Hanno ammazzato un giovane maliano, un lavoratore, uno che stava sempre in prima fila per i diritti con l’ Unione Sindacale Di Base.
Domani nella piana è sciopero.
Tutti i suoi fratelli si fermeranno. Qualcuno la chiama “pacchia”, tipo il nuovo ministro degli interni e vicepremier Salvini.
E’ una guerra ai poveri, una guerra che fa morti, non figurata. E nessuno può voltarsi dall’altra parte.

Le acque del Mediterraneo tra la Libia e l’Italia sono l’attuale frontiera per la crisi dei migranti in Europa. Almeno 2.196 persone sono morte in mare cercando di raggiungere l’Europa nel 2017, altre migliaia nel 2016. Ma il rischio di morte non ha scoraggiato le persone che hanno iniziato il viaggio: l’anno scorso, più di 80.000 persone hanno raggiunto l’Italia su barche di legno e di gomma, la maggiore parte proveniente da paesi dell’Africa occidentale.
Anche la rotta verso la Libia è pericolosa – ed è particolarmente infida per le donne. In ogni missione di soccorso, s’incontrano donne che affermano di aver subito violenza sessuale e stupro. In alcuni casi le donne contraggono l’HIV per violenza sessuale mentre attraversano i confini. Eppure, nonostante i pericoli noti nel viaggio verso l’Europa, le donne sono disposte a rischiare la vita per sfuggire a violenze sessuali altrettanto gravi subite a casa. Nel 2016 le Nazioni Unite hanno identificato la violenza di genere – come il matrimonio precoce e forzato e la violenza domestica – come ragioni per cui le donne lasciano i loro paesi di origine. Il problema persiste da qualche tempo nella regione. Nel 2010, uno studio di MSF su un campione di donne sub-sahariane che erano fuggite in Nord Africa, ha scoperto che il 70% aveva lasciato i propri paesi a causa di violenze o abusi. Quasi un terzo delle donne ha dichiarato di essere stata stuprata nel proprio paese d’origine. Gli autori di violenze sessuali sulla rotta verso la Libia possono essere chiunque: forze di sicurezza e di polizia, contrabbandieri che sfruttano e trafficano donne e, a volte, persino uomini con le loro scialuppe di salvataggio. A febbraio, un rapporto dell’UNICEF ha affermato che i livelli di violenza sessuale, sfruttamento, abusi e detenzione lungo la rotta migratoria del Mediterraneo centrale la rendono “tra le rotte migratorie più mortali e pericolose del mondo per bambini e donne”.
Un gruppo di rifugiati ha descritto le condizioni sulla rotta come “inferno sulla Terra”, con abusi sessuali che avvengono in “ogni fase del viaggio” e che riguardano “quasi tutte” le donne migranti e rifugiate. Il rapporto dice che alcune donne scelgono di ricevere iniezioni contraccettive mentre viaggiano per prevenire gravidanze, sapendo che la probabilità di stupro durante il viaggio è alta. Anche quando quelli in transito raggiungono la Libia, le condizioni restano disastrose. Uomini, donne e bambini sono trattenuti indefinitamente nei centri di detenzione, dove molti sono torturati, stuprati e affamati. Alcuni sono venduti nella moderna tratta degli schiavi: l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, un organismo delle Nazioni Unite, ha stimato che l’ 80% delle 11.009 donne nigeriane arrivate in Sicilia dalla Libia nel 2016 sono state trafficate.
Il fiorente commercio di donne e ragazze è legato allo status di disuguaglianza delle donne. Nella maggior parte dei casi, in particolare nelle aree povere e rurali, le donne e le ragazze hanno minori opportunità educative ed economiche rispetto ai maschi. L’attrazione di una grande città, posti di lavoro ben pagati e la prospettiva di una vita migliore fanno sì che donne e ragazze che hanno poche possibilità nelle loro terre, acconsentano a presunti lavori o offerte di matrimonio provenienti da paesi molto lontani. Inoltre la preferenza per i figli maschi in molte società (sia per portare avanti il nome di famiglia che come assicurazione economica per la vecchiaia) e la promessa di pagamenti immediati spesso portano le famiglie a vendere le loro figlie. Poiché molti agenti-reclutatori sono autoctoni che hanno familiarità con le condizioni locali, reclutano strategicamente nel periodo di magra prima dei raccolti o prendono di mira le famiglie con difficoltà finanziarie. Il tempismo dei reclutatori, unito alla tradizionale responsabilità delle donne di prendersi cura delle loro famiglie, rende molto difficile resistere alle false offerte di lavoro o di matrimonio. Sebbene la tratta di donne e ragazze sia diventata un commercio transfrontaliero redditizio e in espansione, essa sfugge sistematicamente a sanzioni sia nazionali che internazionali efficaci. La tratta a fini di prostituzione forzata è stata spesso mal interpretata dai governi e dalle organizzazioni per i diritti umani, come se fosse un atto volontario, presumendo il consenso delle donne, anche quando esistono numerose prove contrarie. Sia la prostituzione forzata che il matrimonio forzato sono stati in gran parte liquidati come irrilevanti ai sensi del diritto internazionale.
Il Mar Mediterraneo è diventato il cimitero più grande del mondo, una fossa comune a cielo aperto: dal 2000, il numero delle vittime in queste poche miglia marine ha superato le 35.000 unità. Nessuno sa esattamente quanti siano i morti lungo le rotte dall’Africa subsahariana e dal Medio Oriente verso  i confini meridionali dell’Europa.
Ogni anno ci troviamo di fronte al terribile conteggio delle vite perse. Eppure, quando parliamo di queste vittime, ne parliamo come meri numeri. L’individualità di ognuno di loro, le speranze e i sogni che li spingevano a migrare sono completamente ignorati e cancellati.

Per quanto riguarda i famigliari e gli affetti dei migranti, la condizione disperata in cui vivono queste famiglie non è nemmeno parte del discorso pubblico. Famiglie che vivono nell’angoscia, senza sapere cosa è successo al  loro figlio, alla loro figlia, al proprio coniuge, genitore o nipote.

Chiediamo giustizia, verità per queste famiglie.
Chiediamo che si rispetti la loro dignità fornendo risposte su ciò che è accaduto ai loro familiari scomparsi;
Chiediamo  che  l’Unione europea  cessi di esternalizzare la sorveglianza delle frontiere;
Chiediamo che sia garantita a tutte e a tutti  la libertà di movimento.

Nel mondo, ogni giorno, 28300 persone sono costrette a fuggire dalle proprie case. La metà di costoro spesso sono bambini soli. Da decenni assistiamo a questo flusso ininterrotto di migranti che tentano ad ogni costo il “viaggio della loro vita”. Alla fine del 2017 i migranti nel mondo erano 250 milioni, dei quali più di 22 milioni riconosciuti quali rifugiati. E lo diciamo nonostante riteniamo sia sempre meno sensato il discrimine tra migranti per fame e rifugiati politici. E’una distinzione tra bisognosi di serie A e di serie B che, se potrebbe forse avere un senso da un punto di vista giuridico, è del tutto inaccettabile da un punto di vista etico. Se il migrante scappa dalla guerra o perseguitato da un regime totalitario può essere accolto, qualificandosi come rifugiato, se invece fugge da inedia e pandemie in quanto nel suo paese non esistono condizioni di sussistenza degne di un essere umano, deve accettare inesorabilmente il proprio destino. Chi può, beato lui, si arrangi! E dire che molti popoli del sud del mondo sono penalizzati proprio dalla globalizzazione dei mercati, che non è certo stata inventata da chi oggi migra.

Le rotte via terra che dall’Africa e dall’Asia portano verso l’Europa sono segnate da migliaia di cadaveri. L’Unione Europea risponde chiudendo le sue frontiere e propone di distruggere i barconi dei trafficanti, attraverso operazioni nelle acque libiche o addirittura
in terraferma. Vent’anni di politiche razziste hanno solo prodotto morte, desaparecidos e dolore.
Oggi, in assenza di meccanismi istituzionali di ingresso regolare, le persone sono costrette a
rivolgersi alla criminalità.
Le persone che muoiono nel tentativo di raggiungere l’Europa sono i nuovi desaparecidos, perché sono:
• scomparsi fisicamente;
• cancellati dal dibattito politico e dagli spazi del diritto.

Di fronte alla questione delle migrazioni, che richiederebbe, per la sua complessità, analisi condivise e pratiche collegiali da parte della comunità internazionale, l’Occidente ha reagito inasprendo duramente i controlli alle proprie frontiere. Vi è così chi muore di stenti e di denutrizione alle porte dei Paesi più ricchi, quelli in cui si vorrebbe poter entrare, lavorare. In cui si vorrebbe vivere. Quei paesi che innalzano muri, che srotolano chilometri e chilometri di filo spinato, che investono sempre più capitali in armamenti a difesa del proprio amato benessere, dei propri sporchi interessi, frutti perversi dello sfruttamento coloniale e neocoloniale di migliaia di popoli oppressi. La stessa Europa, che si è riempita sempre la bocca con il tema dei diritti umani, ha scelto di rinnegare i propri valori, di respingere chi tentava di attraversare un paese per entrare in un altro. In quest’opera violenta si sono distinti nazioni come l’Austria, come la Polonia e come l’Ungheria di Orban. In Italia anche durante la recente campagna elettorale, sono state pronunciate pesanti dichiarazioni da parte di esponenti di partiti politici dichiaratamente avversi a quello che viene definito come un irrisolvibile problema per la nazione, nonostante il bilancio tra costi e benefici dica ben altro. I canali di ingresso legale per raggiungere l’Europa sono diventati rari, se non inesistenti. Ma ciò non ha fermato la macabra conta dei morti in mare, e solo nel Mediterraneo sono state più di 5000 le vittime delle frontiere accertate nel 2016. Di fronte alle politiche di chiusura e respingimento attuate dall’Unione Europea, i Paesi membri invece di discuterle criticamente, di chiedere la revoca di certi provvedimenti, sono animati da rigurgiti di nazionalismo. Non solo: la campagna condotta nel 2017 contro le Ong impegnate nel soccorso ai migranti ha messo queste ultime nelle condizioni di non poter condurre in maniera ottimale le operazioni di soccorso.

Questo è un momento storico che richiede a tutti di ripensare e rimettere al centro le relazioni tra gli uomini. Oggi tante nostre fabbriche si reggono sul lavoro dei migranti, le nostre classi scolastiche vedono ormai una presenza determinante di bambini e ragazzi immigrati. Giungono in Italia dove si fermano per scelta o semplicemente perché costretti a rimanere nel paese di primo ingresso da anacronistiche e assurde normative (dal regolamento di Dublino). Il tentativo di superare questo dispositivo attraverso il ricollocamento è sostanzialmente naufragato insieme ai sogni e alle speranze di tanti migranti.
C’è una cultura dell’accoglienza da cambiare, promuovendo leggi che tengano conto del bene comune e riescano a coniugare responsabilità e giustizia. Guardando la realtà, ragionando con calma e senza trincerarsi dietro la paura. Se partendo proprio dalla crisi riusciamo a gener are alleanze, a coagulare energie, ad aggregare soggetti diversi su proposte che sostengano i valori comuni della reciprocità e della fraternità, dell’equità e della democrazia, allora saremo anche in grado di ristabilire alcuni primati che, oggi, appaiono invertiti rispetto al loro ordine: L’uomo viene prima delle regole e dei codici! Il servizio alla persona umana viene prima delle logiche del potere! L’umanità viene prima del denaro! Per contrastare il rischio di nuove barbarie, nelle relazioni fra i popoli, nei rapporti tra fedi diverse, nel venir meno di una comune idea sulla dignità umana possiamo e dobbiamo riaffermare all’interno delle nostre città il primato della persona e dello sviluppo integrale dell’uomo, di ogni uomo, cercando spazi per costruire pace, agire e credere in un mondo riconciliato, dove le differenze siano linfa nuova e non occasioni di sospetto e conflitto.
Tutti gli elementi di cui dispone la comunità internazionale indicano che le migrazioni globali continueranno a segnare il nostro futuro. Possiamo continuare a subire questi fenomeni come minacce o possiamo imparare a leggerli con fiducia, come delle opportunità per costruire un domani di pace.

Sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia». Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirino l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia.

Ma un’Europa che blinda i suoi confini contro il resto del mondo che essa stessa ha contribuito a gettare nella disperazione è un’Europa senza futuro.
Vogliamo ricordare le donne e gli uomini vittime di violenza in Libia, come ormai attestano migliaia di testimonianze.
Vogliamo ricordare i minori che le famiglie lasciano partire perché sia garantita – almeno a loro – la speranza di una vita migliore.
Vogliamo ricordare le vittime della tratta, ragazze sempre più giovani che subiscono violenza giorno e notte sulle nostre strade nell’indifferenza generale.
Vogliamo ancora ricordare i morti e i nuovi “desaparecidos”.
Vogliamo gridare a gran voce che le frontiere uccidono.

Chiediamo che sia rispettato il diritto di asilo e la libertà di movimento sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo;
Chiediamo l’istituzione immediata di percorsi di arrivo sicuri e legali, che tolgano ossigeno ai trafficanti internazionali;
Chiediamo la cessazione dei respingimenti, delle espulsioni e delle identificazioni forzate senza garanzia di ricollocamento;
Chiediamo la chiusura di tutti i luoghi di concentramento e detenzione (CIE e hotspot);
Chiediamo la fine delle persecuzioni contro chi pratica attività di salvataggio in mare, sui valichi alpini e su tutte le rotte migratorie.
Chiediamo la modifica del Regolamento di Dublino, l’abolizione del principio del Paese di primo arrivo e l’istituzione di un meccanismo più equo e solidale, di un sistema unico di asilo europeo che non compia artificiose distinzioni tra “profughi” e “migranti economici”;
Chiediamo la fine di tutte le forme di abuso, violenza, discriminazione e istigazione all’odio nei confronti delle persone migranti.
Chiediamo un’inversione di rotta nelle politiche che alimentano squilibri economici e conflitti nel mondo.


Un fischio, poi il rumore dei freni: da uno degli ultimi treni in arrivo da Oulx scende Mohammed Traoré, 17 anni, guineano. Si guarda intorno, non c’è molta gente sulla banchina, i lampioni spargono un velo di luce nell’aria densa di umidità, il freddo entra nella giacca grigia che il ragazzo ha dimenticato di abbottonare.

Il grande cartello blu con la scritta bianca indica il nome della stazione: Bardonecchia. La cittadina piemontese a 1.312 metri d’altitudine gli è stata indicata da alcuni amici in una chat su Whatsapp. Da qui parte la rotta alpina, un sentiero che arriva in Francia dopo sei ore di cammino attraverso il valico del colle della Scala. Traoré annuisce: è arrivato….

Alle nove di sera ci sono undici gradi sottozero. Traoré non ha mai visto la neve in vita sua ed è proprio come se l’era immaginata: una distesa bianca sulla strada che scricchiola sotto i piedi. Il ragazzo, arrivato in Italia dalla Libia a luglio del 2017, ha le gambe sottili e muscolose, e saltella sulle scale del sottopassaggio della piccola stazione ferroviaria per cacciare i brividi. “Pericolo”, c’è scritto in inglese, francese, arabo e tigrino su un cartello nella bacheca della stazione, in cui si spiega che attraversare le Alpi nel pieno dell’inverno può costare la vita….

Alcuni amici, già arrivati a Tolosa, gli hanno suggerito il percorso. “Non ha senso per me rimanere in Italia anche se non è facile prendere la strada della montagna in pieno inverno”, dice in un francese lento e scandito. “Attraversare il deserto e il mar Mediterraneo è stato difficile, ma attraversare le montagne con tutta questa neve lo sarà ancora di più. Rischieremo di nuovo la vita, ma non abbiamo scelta”. Traoré non ha aspettative: “Potrò parlare il francese, che è la mia lingua. Tutto qui. Nessuna illusione”……

In fila indiana marciano sul bordo della strada tra gruppi di turisti con gli sci in mano che vanno verso gli impianti di risalita.

Soffia un vento gelido, molto umido, ma è una bella giornata senza nuvole. I ragazzi si riposano dopo la prima ora di cammino alla base del sentiero, mangiano qualche biscotto, poi riprendono la camminata, piegati sulla salita, un passo avanti all’altro. Di fatto hanno già attraversato la frontiera, sono in territorio francese, ma in questo versante della montagna la polizia francese non si spinge. Si lasciano sulla destra una costruzione imponente e una diga, dopo qualche centinaia di metri c’è il primo bivio, la tentazione è di proseguire sulla pista da sci battuta, ma il sentiero da percorrere è quello fuori pista che svolta a sinistra.

Comincia la parte più difficile della traversata: la neve è alta, in alcuni punti arriva a un metro. I piedi affondano e a un certo punto ci si ritrova immersi fino alle ginocchia. Sono tre ore lunghissime, i ragazzi sono concentrati, rimangono in silenzio mentre marciano sui tornanti. Aboubakr vuole scattare una foto ma gli altri gli dicono di muoversi. D’estate si sale in auto sulla strada asfaltata, mentre d’inverno la neve avvolge il paesaggio e nasconde tutto sotto due metri di neve. Il rischio è che dopo una nevicata si stacchino delle valanghe dalla cima. Quando mancano pochi metri al valico, Mohammed Traoré affonda nella neve. È preso dal panico, s’immobilizza, pensa che non ce la farà, che perderà l’uso dei piedi. Non li sente più per il freddo. I compagni si fermano, lo aiutano a rialzarsi, manca poco, gli dicono. Lo vedono sui navigatori dei cellulari che la destinazione è a pochi metri, c’è ancora da attraversare un paio di tunnel scavati nella roccia e poi comincerà la discesa nella valle della Clarée. Traoré si rialza, prova a concentrarsi su domani, sul futuro. “Pensavo che non ce l’avrei fatta”, dirà il giorno dopo, una volta arrivato. In effetti, come avevano detto i compagni, dopo i due tunnel è cominciata la discesa.

Appena il tempo di riprendere fiato che arriva il timore d’incontrare la polizia. Adam è il più grande e anche il più lucido, ricorda agli altri ragazzi che si fermeranno al primo rifugio e aspetteranno che scenda il buio. I passi s’incrociano per la stanchezza, ma i muscoli continuano ad andare. Mohammed Traoré ha una strana sensazione di calore. Nella prima casetta sulla strada ci sono dei ragazzi della valle, dei solidali, bénévoles si definiscono. Li invitano a entrare e a mangiare qualcosa. Sono abituati a incontri come questo. Scaldano il sugo su una macchina del gas. C’è un odore di pomodoro e umidità nel rifugio. I ragazzi aspetteranno che scenda il buio, più di due ore dopo, per riprendere la strada verso Névache.

Nevica quando Traoré e i suoi cinque compagni di viaggio arrivano a Briançon a bordo di una monovolume guidata da una coppia di turisti francesi. Sono stati intercettati sulla strada dai due, che hanno deciso di dargli un passaggio nonostante il rischio di essere incriminati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Briançon dista venti chilometri da Névache, trenta minuti in macchina, e sono numerosi i valligiani che, oltre ad aprire le case ai migranti in transito, hanno cominciato a offrire passaggi fino alla città dove, da luglio del 2017, è stato aperto un centro di accoglienza nella vecchia caserma abbandonata del soccorso alpino.

C’è un metro e mezzo di neve sul viale che porta all’ingresso, una decorazione di Natale è ancora appesa sulla porta di legno, sulla parete esterna un murale mostra una mano colorata che stringe in un pugno del filo spinato. È Adam il primo a entrare, poi gli altri. Una grande cucina si apre alla loro vista, intorno a un tavolo, alcuni ragazzi stanno mangiando un’insalata di avocado e pomodori, accompagnata da zuppa di fagioli e riso. Le pareti sono piene di bigliettini scritti dagli ospiti. “L’Italia e la Francia sono due cuori con uno stesso polmone: l’Italia mi salvato dal mare, la Francia mi dà la speranza di vivere”, ha scritto Mamadouba, un ragazzo della Guinea. Su un altro foglio sono riportati alcuni articoli della costituzione francese.

I volontari si spostano da una stanza all’altra portando da mangiare. Nel centro di accoglienza autorganizzato ci sarebbe posto per 16 persone, ma in certi giorni nell’ex caserma hanno dormito anche settanta persone. Ora ce ne sono una quarantina. Alcuni si fermano poche ore, il tempo di mangiare, scaldarsi, altri qualche giorno.

Il sindaco di Briançon, Gérard Fromm, ha appoggiato fin dall’inizio le attività dei volontari e ha concesso l’uso gratuito dell’ex caserma quando a metà dell’estate i volontari accoglievano i migranti in una tendopoli allestita in un parcheggio. In fondo, ammette, “stiamo facendo un lavoro che dovrebbe fare lo stato: impedire che ci siano degli incidenti in montagna, che ci siano dei morti”. Mentre parliamo, viene raggiunto da una telefonata. Dalla stazione di Bardonecchia avvertono che un minorenne del Sudan è partito da solo nel pomeriggio, vogliono assicurarsi che sia arrivato. Pruvot si alza e va a chiedere ad Ali, uno dei volontari, se nella lista dei nuovi arrivati risulti il nome del sudanese. C’è trambusto, Ali dice che dovrebbe essere arrivato in un altro centro insieme a due ragazzi, ma è meglio chiamare per essere sicuri. In cucina migranti e volontari giocano con Roland, uno dei due bambini del centro: è del Ghana e parla solo inglese come la madre Veronik. Ma gioca con tutti.

Intanto Mohmmed Traoré si è seduto sulla panca in cucina e mangia un mandarino. “Sono un sopravvissuto”, dice. “Sono sopravvissuto al deserto e ho visto morire molte persone, sono sopravvissuto alle prigioni libiche e anche lì ho visto molte persone che non ce l’hanno fatta. Sono riuscito a sopravvivere alla traversata del Mediterraneo e ora anche alla neve delle Alpi. Ma ho come l’impressione che il viaggio non sia ancora finito”. È partito a quindici anni da Kankan, in Guinea, ha attraversato sette paesi e due continenti, si è lasciato alle spalle confini, pericoli e sofferenze. Ma ancora non sa che cosa lo aspetta e quale città finirà per chiamare casa.

[da Da Bardonecchia a Briançon, in viaggio con i migranti sulle Alp di Annalisa Camilli, Internazionale  9 gennaio 2018 ]

 

Costringiamo sia i rifugiati, sia i migranti a viaggi impossibili. Anzi ultimamente stiamo costringendo molte persone, con una schizofrenia europea che non ha pari nella storia, a fingersi rifugiate. Se scappi da una guerra forse ti tollero (formalmente) un po’, ma se vieni per trovare un lavoro o per studiare non entrerai mai (o peggio entri, ma ti farò rimanere un illegale a vita, sfruttabile da mafie e caporali). E ora nel Mediterraneo queste contraddizioni le stiamo pagando con i morti in mare, il terrorismo nelle città, l’ansia che non ci da tregua. Questa idea di fortezza Europa sta intrappolando gli altri fuori e gli europei dentro un recinto malefico, che ci rende sempre più deboli. Viviamo di fatto in un pianeta dove se nasci nel posto giusto (nel Nord del mondo ricco, il cosiddetto occidente, ma anche la Cina, il Giappone, l’Australia) hai la possibilità di andare dove ti pare, basta un visto, un biglietto aereo e un trolley. Chi nasce nel posto giusto può pensare di andare a studiare all’estero, lavorare per un po’ in un altro paese, trasferirsi per amore (o bisogno), oppure farsi una meritata vacanza se questo si desidera. Si è turisti e al limite, anche quando si decide di emigrare, non si viene definiti migranti economici, ma espatriati. Gli italiani lo sanno bene, i media infatti chiamano cervelli in fuga i tanti giovani che vanno all’estero per trovare il lavoro che in Italia non si trova più. Si, cervelli in fuga, anche se molti all’estero non hanno la possibilità di usare il loro cervello, ma sono costretti a raccogliere le cipolle in Australia, fare i camerieri a cottimo a Londra o vivere l’atroce situazione di essere illegale a New York City. L’emigrazione interna, italiana ed europea, viene edulcorata con perifrasi sempre più acrobatiche, Ma questa migrazione (come quella degli spagnoli, dei portoghesi, degli slovacchi, dei polacchi, dei bulgari, oggi addirittura anche dei rumeni e degli albanesi) non fa rumore, perché, per fortuna, è possibile in clima di legalità di viaggio. Questo purtroppo non è possibile per somali, eritrei, ghanesi, gambiani, senegalesi, ecc. Dall’Africa o dall’Asia (Afghanistan e paesi mediorientali soprattutto) si suppone che i corpi hanno come fine ultimo la migrazione, a volte è così (molti effettivamente sono in fuga da guerra e dittatura), ma altre volte no, le situazioni sono sempre complesse e legate al singolo individuo. Non si pensa mai che un corpo del Sud globale voglia studiare, specializzarsi, lavorare per un po’ e avere la possibilità dopo un lungo soggiorno di tornare indietro, al paese, con le conoscenze acquisite. Non si pensa che un corpo del Sud anche quando fugge da guerre e dittature ha bisogno di leggi sull’asilo chiare, di un percorso burocratico facilitato e di un viaggio sicuro fatto attraverso corridoi umanitari, molto lontani dalle attuali agenzie dell’orrore guidate da trafficanti senza scrupoli.

Va detto chiaramente ai nostri governanti che gli abitanti del Sud hanno un passato e possono riavere un futuro. Ma come risponde il Nord? Mette in campo per “difendersi” i tristi muri, gli apparati securitari, le strutture extraterritoriali che gestiscono enormi flussi di denaro, gli accordi ricatto con sedicenti leader locali (spesso autonominati o da noi imposti) che come usurai chiedono sempre di più ad una Europa disunita e confusa. Chiediamo agli altri di fare il lavoro sporco, di farli morire un po’ più in là questi rifugiati/migranti.  Nessuno dice agli abitanti spaventati del Nord che un viaggio legale è sicuro per il “migrante”, il rifugiato, lo studente ed è sicuro anche per il paese di approdo, perché con un sistema legale si ha la vera percezione di chi effettivamente arriva nel nostro territorio e perché. E soprattutto il viaggio legale ci toglierebbe dal ricatto in cui siamo precipitati pagando tagliagole e dittatori. Inoltre nessuno parla all’europeo spaventato della contraddizione del continente che da una parte non vuole le persone del Sud (anche se poi gli studi sottolineano che l’Europa senza migranti è perduta, niente più pensioni per esempio) e dall’altra vuole le sue risorse che si prende con la forza usurpando territori e cacciando popolazioni. È utopia cambiare il paradigma di questa relazione malata tra Europa (Occidente in genere) e Sud globale? Forse dobbiamo ridare dignità ai documenti delle nazioni del Sud del mondo. Uscire dall’idea di fortezza. E cominciare a costruire una relazione diversa. Quindi non considerare chi fugge dalla guerra come un disperato, ma come una persona che a causa della guerra ha perso momentaneamente tutto, ma che è stata studente, maestra, ingegnere, dottoressa e potrà tornare ad esserlo. E lo stesso vale per chi non è in fuga, ma cerca semplicemente fortuna. Perché respingere se si possono creare ponti e scambi commerciali o culturali utili? Se ci si può difendere reciprocamente dai pericoli (come il terrorismo) che ci colpiscono? Inoltre non sarebbe un cambio di rotta smettere di pagare dittatori per tenere nei moderni lager giovani uomini e donne e mettere in campo invece una cooperazione che non avvalla la corruzione reciproca come purtroppo è sempre stato, ma le eccellenze? Legalizzare il viaggio ci permetterebbe inoltre di mettere a riparo anche il nostro futuro. Se un giorno negassero il viaggio legale anche a noi che abbiamo ora passaporti considerati forti? Basta un cambio di rotta negli equilibri politici ed economici o qualche sfortunato evento che ci schiaccia verso il basso nella scala dei poteri globali. Nulla di così improbabile purtroppo. Negli anni ‘60 i somali, belli, eleganti, facevano belle feste davanti al mare con aragoste e branzini, se qualcuno allora avesse detto loro che i figli e i nipoti avrebbero preso un barcone (e non l’aereo come loro) per andare in Europa, facendosi ricattare, stuprare, imprigionare, non ci avrebbero creduto, Avrebbero scosso la testa dicendo “a noi mai”, avrebbero riso probabilmente. E invece è successo. Il futuro è sempre incerto. Preoccuparsi per i diritti degli altri non è buonismo, ma significa anche (oltre ad essere segno di umanità) preoccuparsi dei propri. Perché non si sa a chi toccherà la prossima volta il fato avverso. Almeno affrontiamolo tutti quanti con dei diritti in tasca.

 

[tratto da Pamphlet per cambiare l’ordine delle cose di Igiaba Scego,  scrittrice italiana di origine somala]

Sono una donna

Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e quel che seguirà è una tempesta.

Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e io avvengo.

Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della mia prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio
desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.

[Joumana Haddad, scrittrice e giornalista libanese, una delle donne arabe più influenti nel mondo per il suo attivismo culturale e sociale]

 

Un commento su “Le frontiere assassine uccidono in mare e sulle Alpi

  1. ecoinformazioni
    3 giugno 2018

    L’ha ribloggato su comosenzafrontiere.

I commenti sono chiusi.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 3 giugno 2018 da in Antirazzismo, immigrazione, Politica con tag .

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