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Fuori campo 2018: le istituzioni contro I diritti umani

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Nella sera di lunedì 18 giugno, la presentazione (organizzata da Como accoglie) del II rapporto “Fuori campo” per il 2018, stilato lo scorso febbraio da Medici senza frontiere, che analizza le criticità del soccorso e dell’accoglienza di migranti sul territorio nazionale, ha richiamato nel foyer del Teatro sociale di Como un vasto pubblico, tra cui alcuni (pochi) esponenti delle istituzioni locali. Parecchi gli interventi che hanno animato il dibattito, sia da parte dei relatori e della relatrice (e del moderatore Nello Scavo, giornalista di Avvenire e reporter internazionale), sia da parte dei/delle presenti, intervenuti/e a titolo personale o a nome delle realtà rappresentate.
Il governo recentemente nominato non lascia dubbi circa la propria posizione sulle questioni affrontate in serata, come chiarito dal discorso e dall’azione politica delle ultime settimane e come ribadito dai principali media italiani, che danno grande risalto alle dichiarazioni muscolari del ministero degli Interni, non altrettanto – anzi, quasi nessuno – a tutti gli interventi umanitari pronti ed efficaci, in mare o per terra, affidati in buona misura all’operato delle ong e del volontariato. Al tempo stesso, questi ultimi, ovviando – negli ovvi limiti delle proprie possibilità –  alle carenze istituzionali, sono paradossalmente tacciati di speculazione e parassitismo e fatti bersaglio di una campagna denigratoria non molto più blanda degli slogan xenofobi.
Che esistano, nel settore dell’accoglienza, operatori corrotti e in malafede è un fatto noto, contestato dai detrattori dell’immigrazione così come dalle realtà loro omologhe, ma oneste. Con un piano d’azione ben coordinato, queste ultime possono attivare un’accoglienza organizzata, ma anche attenta ai naturali bisogni psicologici ed emotivi dei beneficiari: e questo è stato concretamente dimostrato dal volontariato comasco, in particolare dall’estate 2016, quando la città è stata colta impreparata dall’arrivo di centinaia di migranti alla stazione San Giovanni. Da allora, gli sforzi prestati da reti e associazioni (preesistenti o neocostituite) hanno mobilitato in città un contributo che resta, in buona misura, ancora attivo, coeso e al tempo stesso diversificato, comprensivo dei servizi “di base” (sistemazione, erogazione di pasti, servizi igienici) e da una particolare attenzione alla condizione migratoria in quanto tale (è per esempio il caso dell’Osservatorio giuridico per i diritti dei migranti, che fornisce consulenza legale supportata da mediazione culturale e consulenza psicologica, ma anche di realtà attive nella promozione valoriale e nella difesa dei diritti umani) e del’indispensabile azione politica contro razzismo e xenofobia.

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Pur perfettibile, l’esperienza comasca, come ampiamente riconosciuto da relatori e pubblico, si distingue positivamente rispetto a quelle di altre realtà territoriali, sul territorio della sua stessa provincia («in centri come Cantù, Mariano Comense o Lecco, la pressione migratoria è molto minore che a Como, dove il volontariato risponde efficacemente a una forte pressione, che potrebbe eccedere le sue capacità oggettive», ricorda Alba Bonetti, vicepresidente di Amnesty International Italia) e a livello nazionale. A Como, dove  l’intervento di volontariato e ong è comunque costretto a misurarsi con istituzioni non sempre bendisposte verso l’attivazione di un’accoglienza diffusa e progressiva, volta cioè all’inserimento sociale dei migranti – vedasi l’atteggiamento della attuale maggioranza consiliare nei confronti della rete Sprar – , l’accoglienza è inevitabilmente vincolata alla collocazione della città, adiacente alla frontiera con uno Stato non comunitario, firmatario di convenzioni bilaterali sulla mobilità con i paesi dell’area Schengen, da cui i cosiddetti “dublinati”, saranno  – quasi senza eccezioni – rispediti all’Italia in quanto “primo paese d’arrivo” e di rilevamento, e da qui avviati a un’espulsione difficilmente attuabile nella realtà. Anche se i regolamenti di Dublino saranno presto rinegoziati a livello europeo, Valeria Gabaglio, avvocata dell’Ogdm, esclude la fattibilità dell’attivazione di corridoi umanitari per richiedenti asilo intenzionati a proseguire verso altri paesi dell’Ue.

 

Per effetto combinato dell’indisponibiltà di altri Stati europei, degli arrivi e dei “rimbalzi” da altri Stati comunitari, di un sistema d’accoglienza poco sviluppato oltre il “primo livello” (definito tecnicamente come “accoglienza straordinaria”, a ribadirne la temporaneità almeno formale), e di una casistica resa ancor più complessa dai rallentamenti burocratici – «rispetto ai quali – sottolinea Valeria Gabaglio, il decreto Minniti-Orlando rappresenta una falsa soluzione» , la pressione migratoria sull’Italia, con buona pace della Lega, non accenna a diminuire. Intervenuto a illustrare la questione dell’accoglienza italiana, Giuseppe De Mola di Medici senza frontiere ricorda come una limitata, selettiva e temporanea disponibilità di centri d’accoglienza non faccia che accelerare la diffusione di insediamenti informali. Le forme assunte da tali sistemazioni “improvvisate” sono diverse e spaziano dalle periferie (a Como, era il caso dell’autosilo di via Val Mulini, seguito da Como accoglie, poi sgomberato lo scorso dicembre e poi circondato da grate  di recinzione) al perimetro esterno dei centri governativi, da immobili abbandonati (spesso decisamente non a norma) alle baraccopoli in aree rurali, come quella nei pressi di Rosarno in cui viveva Soumalia Sacko, il migrante e sindacalista ucciso con una fucilata il 2 giugno scorso. De Mola osserva che tali insediamenti tendono spesso a seguire un analogo “ciclo vitale”, passando dalla gestione della protezione civile a quella delle cooperative, finanziate dai fondi ministeriali, dunque all’autogestione, che si traduce in degrado e abbandono (spesso in seguito allo sgombero, oppure a un incendio), con la ricerca o la creazione di un nuovo, analogo insediamento.
In questi “luoghi-non-luoghi”, spesso preclusi all’accesso di ong e media, le condizioni di vita sono allarmanti, per via del mancato allacciamento alle utenze in più della metà dei casi, del sovraffollamento indiscriminato (che mette a rischio soprattutto donne e minori non accompagnati) e della prolungata esclusione dei loro abitanti dall’assistenza sanitaria, compresi i portatori di patologie croniche o gravi (spesso contagiose, come la tubercolosi,o derivate da circostanze avverse: ipotermie, ustioni, ferite) o le donne in stato di gravidanza, spesso in seguito a episodi di violenza: a una su cinque non viene erogato alcun tipo di assistenza prima dell’arrivo al confine italiano. Una situazione generale, questa, che ricalca quella a bordo di imbarcazioni come l’Aquarius, a bordo della quale ha lavorato per tre mesi Marco Gabaglio, anestesista (assistito solo da due infermiere e da un’ostetrica, su una nave trasportante 500 – 600 persone) intervenuto a portare la propria testimonianza. A tutto ciò si assommano ulteriori difficoltà collaterali, come rammentano lo stesso Gabaglio e don Giusto della Valle: la disponibilità limitata di acqua, viveri e medicinali a bordo, che rischia – non solo nel caso dell’Aquarius, si intende –  di tradursi in tragedia di massa in mancanza di soccorso e di apertura dei porti, o il diffuso sviluppo di disagi psichiatrici tra migranti costretti a durissime condizioni di vita, nel transito così come nel luogo di arrivo. Situazione che non fa altro che far lievitare i costi (economici e umani) della gestione migratoria, non diversamente dalla cooptazione da parte di reti di criminalità organizzata, italiane/ europee e non, si tratti di caporalato, narcotraffico, prostituzione o di altre tipologie di sfruttamento e di traffico umano. Qualcuno, al governo, invoca la fine della  “pacchia”: forse, però, sarebbe il caso di usare maggior accuratezza e onestà di giudizio su ciò di cui si sta parlando.

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Molte delle ricadute negative attribuite all’immigrazione, dunque, sono piuttosto conseguenza diretta delle modalità di gestione del soccorso e dell’accoglienza, basate su criteri inadeguati (anacronistici nel migliore dei casi, calcolatamente iniqui nel peggiore) fissati dalle istituzioni europee e italiane di ogni livello. Quello che il conciso slogan “prima gli italiani” non lascia intendere è che gli italiani in situazione di grave marginalità – che esistono, numerosi e anzi in maggioranza tra i “senza fissa dimora”, ricorda Beppe Menafra di Porte aperte- non sembrano essere tanto beneficiari quanto strumenti di una governance che sembra trovare ogni scusa per aumentare, per contrasto, l’avversità nei confronti dell'”invasione” di migranti, perfettamente controbilanciata (in senso numerico) dagli italiani espatriati nel 2017 (125 000); il tutto statisticamente risibile rispetto alla popolazione europea totale (più di 500 milioni di persone nella sola Ue, circa 700 000 nell’intero continente). Soprattutto le migrazioni della rotta libica hanno polarizzato l’opinione pubblica in Italia, mentre migranti di altre provenienze – pakistani provenienti dalla rotta balcanica o salvadoregni giunti con un permesso temporaneo, tra gli esempi citati – faticano, spesso per anni, ad accedere alla regolarizzazione; senza contare i casi di persone che, ai sensi della Convenzione di Ginevra, sarebbero beneficiarie del diritto di asilo, che però finisce per essere loro negato [è ad esempio il caso delle donne rimaste incinte in seguito a violenze sessuali].

 

Lo sviluppo del volontariato e dell’attivismo locali negli ultimi due anni è andato di pari passo con la propagazione di politiche migratorie complessivamente reazionarie e segnate da un razzismo sempre più aperto. A Como, si diceva, questo sviluppo ha avuto un impatto positivo e costruttivo, ma comunque insufficiente a rispondere, non coadiuvato dalla politica “dall’alto”, a una situazione di urgenza strutturale. Più volte si è ribadito, in questa e in altre sedi, che non si può far passare una situazione stabile come “emergenza”, eppure i recenti sviluppi politici attivano un nuovo livello di allarme, per i toni apertamente aggressivi e per le loro conseguenze concrete, di breve, medio e lungo periodo. Più interventi nel corso del dibattito rilanciano per il mondo del volontariato – ma non solo – la necessità improrogabile di denunciare gli abusi di norme inscritte nel diritto umanitario internazionale ed europeo così come nella Costituzione, sensibilizzare la popolazione per fare massa critica, e intensificare gli sforzi, nella consapevolezza collettiva che un intervento politico coerente e lungimirante è necessario, urgente e imprescindibile, da parte di istituzioni che vogliono, almeno per il momento, continuare a definirsi “democratiche”. [Alida Franchi, ecoinformazioni] [foto di Claudio Fontana per ecoinformazioni]

Già on line sul canale di ecoinformazioni i video di tutti gli interventi.

2 commenti su “Fuori campo 2018: le istituzioni contro I diritti umani

  1. Alida Franchi
    19 giugno 2018

    L’ha ribloggato su comosenzafrontiere.

  2. ecoinformazioni
    20 giugno 2018

    L’ha ribloggato su comosenzafrontiere.

I commenti sono chiusi.

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