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Il sangue degli altri (è uguale al mio)

“Il sangue degli altri” è il titolo assegnato all’incontro politematico svoltosi lo scorso 21 febbraio, presso l’Opificio Zappa di Erba. L’incontro rientra nel ciclo degli aperiATTIVI: una serie di aperativi gratuiti organizzati dal gruppo giovani di Avis Erba per parlare di realtà di volontariato e stili di vita sani. 

Tre sono stati i momenti cruciali di questo incontro dai molteplici volti; in ordine cronologico il reading poetico a tema a cura di Paolo Agrati, poeta e performer, e Alberto Pirovano, musicista; in seguito la testimonianza di Kossi Komla Ebri, medico; per concludere una storia di accoglienza a cura della sezione erbese di Caritas.

L’esibizione di Paolo Agrati e di Alberto Pirovano ha puntato la luce sulla capacità delle parole di dipingere realtà quotidiane mostrandone il paradossale e il grottesco. I versi di Paolo Agrati, suscitando alla fine di ogni componimento una risata catartica, frutto tanto del contenuto quanto dell’atteggiamento ironico e autoironico dell’artista, hanno toccato differenti temi, seguendo il filo rosso della convivenza con l’altro. Il protagonista di questi versi è un essere umano che non ha paura di riconoscersi tale, che si guarda e vede in sè tanto l’aspetto animale, quanto quello razionale, e in base a questo si giudica mai superiore all’altro, semmai diverso. Con tutte le buone implicazioni del caso. Perchè diversi sì, lo siamo, ma sempre e comunque umani.

Il concetto di uguaglianza prosegue, passa dalle parole ai fatti, raccontati da Kossi Komla Ebri, dottore e scrittore, con una presentazione volta a sensibilizzare i presenti sul tema della donazione, solidamente intrecciato a quello dell’immigrazione. Il discorso tocca soprattutto i problemi quantitativi e qualitativi delle donazioni attualmente disponibili: in Italia solamente il 2% dei donatori ha origini extra-europee (dati Avis 31/12/2016 raccolti nel 70% delle sedi). Questo solleva un grave problema, che è quello dell’immunizzazione: infatti, partendo dal presupposto che l’immigrazione sia ormai un fenomeno strutturale della condizione contemporanea del nostro Paese, è necessario riflettere sul fatto che il nostro sangue non è in grado di garantire l’immunità a persone provenienti da lontano, con una storia e un passato diagnostico diversi dai nostri.

D’altra parte, la donazione di sangue e organi ha anche un secondo valore, più idealistico ma non per questo meno importante: essa accresce il sentimento di solidarietà umana e fornisce un’occasione preziosa per andare oltre le differenze apparenti e riconoscerci tutti per quello che siamo. Esseri umani. Il sangue, nelle sacche ospedaliere, non ha nomi o colori diversi a seconda della provenienza del donatore: il sangue è sangue e il sangue degli altri è uguale al mio. Tramite la donazione gli immigrati svolgono un’attività di cittadinanza attiva all’interno del Paese, in questo modo si favorisce la loro integrazione e la costruzione di un solido sentimento di identità che giova tanto a loro quanto ai cittadini italiani.

Tuttavia, come emerge sia dai racconti del dottor Kossi Komla Ebri, sia da quelli di Giovanna, rappresentate della sezione erbese di Caritas, tante sono le difficoltà e i cavilli tecnici che impediscono la buona riuscita dell’intenzione di donare da parte degli immigrati. Da un lato c’è un problema di esotismo reciproco che porta molti italiani a temere le malattie che potrebbero entrare nel Paese insieme a loro, dall’altro c’è il risentimento degli immigrati stessi che, nella convinzione di poter trovare in Europa la soluzione a tutti i loro mali (intesi anche in termini di salute), attribuiscono una mancata guarigione più al rifiuto dei medici europei di guarirli, piuttosto che a un effettiva impossibilità medica.Avis ErbaTuttavia, come emerge sia dai racconti del dottor Kossi Komla Ebri, sia da quelli di Giovanna, rappresentate della sezione erbese di Caritas, tante sono le difficoltà e i cavilli tecnici che impediscono la buona riuscita dell’intenzione di donare da parte degli immigrati. Da un lato c’è un problema di esotismo reciproco che porta molti italiani a temere le malattie che potrebbero entrare nel Paese insieme a loro, dall’altro c’è il risentimento degli immigrati stessi che, nella convinzione di poter trovare in Europa la soluzione a tutti i loro mali (intesi anche in termini di salute), attribuiscono una mancata guarigione più al rifiuto dei medici europei di guarirli, piuttosto che a un effettiva impossibilità medica.

Non bisogna poi sottovalutare il problema della lingua, la cui conoscenza è indispensabile a una consapevole assunzione delle responsabilità legate alla donazione; altro problema fondamentale sono i documenti: chi dona deve essere perfettamente e sicuramente identificabile, è necessario di ogni donatore conoscere la residenza e i conviventi, ma questo per quanto riguarda gli immigrati non sempre è possibile.

Per tutti questi moviti i responsabili AVIS si trovano spesso a dover rifiutare numerosi potenziali donatori immigrati. Non mancano d’altra parte reticenze anche da parte degli immigrati stessi nei confronti della donazione, legate perlopiù alle loro professioni religiose. Kossi Komle Ebri spiega però che nessuna religione rifiuta la donazione, ma considera anzi il dono un valore aggiunto. Qualora non venga considerato tale si deve parlare di un influsso culturale e di una scarsa informazione che porta a una scorretta interpretazione dei principi religiosi. Un problema, insomma, di cultura, non di religione. A ciò si devono aggiungere le differenti e molteplici concezioni del corpo, della salute e della malattia, della morte stessa che popolano la mentalità di persone provenienti da contesti culturali diversi. La diversità, nei rapporti umani, è d’altra parte  un elemento imprescindibile, ma non per questo va combattuta e osteggiata, semmai ascoltata e conciliata, nella convinzione di poter imparare dalla complessità e di poter a nostra volta insegnare.

L’importanza dei mediatori culturali in questo senso è fondamentale: i donatori extra-europei non mancano solo in Italia, ma anche nei loro paesi d’origine. Basta guardare ai dati raccolti da Avis stesso, che ci indicano che nel mondo vengono effettuate circa 108 milioni di donazioni di sangue all’anno, con un incremento del 25% negli ultimi 12 anni; eppure, la metà di queste donazioni è inerente ai Paesi sviluppati, dove risiede meno della metà della popolazione globale e dove si vive più a lungo. In questi paesi infatti nel 76% dei casi il paziente che necessita di trasfusione ha più di 65 anni, nei Paesi sottosviluppati invece il 65% delle trasfusioni di sangue riguarda bambini sotto i cinque anni di età. Ma, se l’esigenza è così stringente, perché i donatori di questi ultimi paesi sono così pochi?

Kossi Komla Ebri ci spiega che ciò è dovuto anche alla paura, paura che questo dono sia fatto a scopo di commercio. È infatti diffusa in aree come l’Africa, il Sudamerica, le Filippine, il Pakistan, i paesi dell’ex URSS e anche la Turchia la compravendita di sangue e organi. Tanto diffusa che in Israele è gestita da Tour Operator e inserita in un “pacchetto” di soggiorno. Ancora una volta dunque siamo portati a comprendere le cause all’origine di questo rifiuto della donazione in un passato culturale ben diverso dal nostro.

Il ruolo del mediatore culturale è quello quindi di informare e combattere questa paura, spiegando come in Italia il donatore e il paziente siano ugualmente tutelati. In questo modo non solo sarà possibile coinvolgere nell’attività di donazione molti giovani immigrati, che grazie alla loro età e alla loro salute, sono una risorsa molto preziosa per i pazienti, ma si potranno anche ostracizzare le irragionevoli paure di coloro che discriminano il sangue degli stranieri per paura che possa ledere i pazienti. Il sangue è sangue ed è uguale per tutti. La differenza tra sangue sano e infetto non può essere inferita dalla sua origine, ma dai controlli ai quali viene sottoposto. E’ una questione scientifica e, come sempre, non opinabile, ma dalla quale possiamo trarre importanti riflessioni sociali.

Per concludere la serata sulla scia dell’amore e dell’accettazione della diversità, un invito dei responsabili del progetto Arte Migrante, durante il quale i partecipanti sono spinti a condividere le proprie peculiarità, i propri doni, con gli altri, in un contesto di solidarietà e accettazione. Appuntamento allora, con Arte Migrante, a martedì 26 febbraio: le associazioni Sentiero dei Sogni, Arte Migrante e Luminanda proporranno una serata all’insegna della parola, libera e creativa, nell’ambito della mobilitazione mondiale indetta dal World Poetry Movement. “Per un mondo senza muri”, è la chiamata, non potete mancare: ore 21, Chiostrino Artificio, Como. [Martina Toppi, ecoinformazioni]

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