Campo urbano: Como all’avanguardia dell’arte, 50 anni dopo

Domenica 21 settembre 1969, alcune zone del centro di Como si videro trasformate da una singolare pattuglia di artisti (per lo più milanesi, ma con un fondamentale gruppo di appoggio e di ispirazione comasco), animati dalla fantasia e dal desiderio di scuotere una tranquilla città di provincia. Era Campo urbano.

Per la maggior parte della cittadinanza fu una sorpresa: per quanto annunciata, la manifestazione (difficile chiamarla in altro modo: né “evento” né “performance” erano ancora entrati nell’uso – e tantomeno nell’abuso – linguistico) era qualcosa di completamente diverso da quanto si era fino ad allora visto, sia dal punto di vista artistico, sia dal punto di vista – come si diceva allora – “protestatario”. Il primo tratto di via Vittorio Emanuele – a negozi chiusi, come si usava allora di domenica – venne occupato da un tunnel di teli di plastica nera, che obbligava a camminare rasenti i muri delle case, oppure – se si sceglieva di entrarci – nascondeva completamente la vista dell’intorno, negozi compresi. In piazza San Fedele venne eretto un enigmatico “monumento alla Vittoria” che a un certo punto lasciò colare vernice rossa a simulare sangue (che un’anonima spettatrice usò per scrivere “pigs”, cioè “porci”, su una delle facciate… era passato poco più di un mese dall’assassinio in California di Sharon Tate, che proprio in quel modo era stato “firmato”). Il primo tratto di via Cinque Giornate venne chiuso con scatole di cartone verso Largo Boldoni, e poi “allungato” con una serpentina sempre di scatole di cartone che impediva di percorrerlo senza continui rallentamenti. Dalla cella campanaria della torre del Broletto una miriade di pezzettini di carta di diverse forme vennero gettate, per visualizzare l’aria. La facciata del Duomo si rifletteva in un tappeto di specchi, mentre tubi di cemento emettevano strani suoni elettronici. La gente si stupiva, si divertiva, discuteva, si indignava, non capiva, voltava le spalle o si faceva coinvolgere.

La serpentina di scatoloni di Grazia Varisco in via Cinque Giornate (foto Ugo Mulas)

E via discorrendo fino a sera, quando tutto fu smontato – o distrutto – mentre in una affollata “assemblea”, nell’elegante auditorium della Camera di Commercio, si accapigliavano promotori e detrattori dell’iniziativa. Finendo con un salomonico nulla di fatto. Poi più nulla. La memoria di quella domenica è stata affidata alle fotografie di Ugo Mulas (che faceva parte fin dall’origine della partita, quindi: una sorta di meta-performance sulle iniziative di tutti), e ai molti articoli giornalistici, non tutti propriamente pertinenti.

Quella tranquilla domenica di follia era nata da un progetto di Luciano Caramel, allora giovane storico e critico d’arte, con la stretta collaborazione di un piccolo gruppo di amici comaschi (Giuliano Collina e Ico Parisi in primis) e con la partecipazione di amiche e amici milanesi (quali più e quali meno noti). Per cooptazioni successive (non tutte ufficializzate), il gruppetto raggiunse la massa critica capace di animare un bel pezzo di città, chiese contributi alle istituzioni (che li promisero, ma poi non li erogarono, dati i dissensi suscitati dall’iniziativa nei “benpensanti”), stese un programma, si mise in viaggio (i milanesi su un pullman da gita scolastica) e, per una giornata, occupò strade e piazze (persino un pezzo di lago).

Storicizzare quell’esperienza a 50 anni di distanza non è facile: studiose e studiosi seriamente impegnati nell’opera di reinterpretazione sono per lo più troppo giovani per avervi partecipato e, del resto, la memoria di chi ci fu (io c’ero, ma non avevo ancora quattordici anni!) è parziale e fallace, così come le immagini dei maestri della fotografia che quel giorno vennero a Como (Ugo Mulas, Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin) sono fortemente interpretative e – tutto sommato – molto interne alla logica produttiva di quella iniziativa. Per la maggior parte del pubblico locale – come nella canzone di Jannacci – vale la morale finale «non ho visto un accidente – son venuto (d)a Como per niente».

La meritoria operazione condotta dalla Fondazione Antonio Ratti in occasione del cinquantesimo anniversario, tra sabato 21 e domenica 22 settembre 2019, significativamente (re)intitolata Campo umano (e non più o non solo urbano) deve necessariamente scontare queste radicali contraddizioni, che non sono facilmente superabili nemmeno mettendo in fila le contemporanee e similari iniziative di tutta Italia (come ha fatto Alessandra Acocella) o ricostruendo il contesto storico-politico-amministrativo (come ha fatto Alessandra Pioselli): due interventi molto belli e interessanti, ma impossibilitati a restituire l’inestricabile groviglio tra coinvolgimento e perifericità, tra impegno e autoreferenzialità, tra logiche artistiche e dinamiche politiche locali. Né è sufficiente il ricordo dei protagonisti, messi intorno a una tavola (rotonda ancorché effettivamente rettangolare) e ancora coinvolti – a cinquant’anni di distanza – in piccole scaramucce amichevoli, quando non tratti in inganno da vuoti di memoria.

Giuliano Collina, testimone informato dei fatti, insiste nel proporre una versione “minimalista” («è stato fatto tutto in maniera naturale e molto semplice»), mentre gli esperti ripropongono un’interpretazione più impegnativa, per la quale Campo urbano è stato un vero e proprio snodo nella pratica artistica di strada in Italia. Troppo forte l’attrazione del Sessantotto (l’anno prima! e la prima manifestazione studentesca a Como è del gennaio 1969!!), del nascente femminismo (a Campo Urbano ci fu un cospicuo gruppetto di artiste), del dibattito sul ruolo dei centri storici (a Como già da qualche anno si discuteva del rilancio della città murata, mentre proprio in quei mesi si avviava l’allargamento della zona pedonale in centro), delle nuove pratiche artistiche performative (dagli happening al teatro politico), per metterla da parte. Si può dissentire con gli uni o con gli altri. E forse in una vicenda come quella del comasco Campo Urbano hanno ragione gli uni e gli altri, poiché quella domenica fu davvero un breve riassunto dell’universo (artistico), in cui si trovarono gomito a gomito le proposte metalinguistiche sul tempo e sullo spazio e le rivendicazioni politiche per una città più popolare.

Se non fosse impossibile (troppe cose sono cambiate, anche solo dal punto di vista logistico), l’unico modo di “riflettere” su Campo Urbano potrebbe essere quello di rifarlo, specchiato a testa in giù, come il Duomo in quella domenica di 50 anni fa.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

La mostra Documentare l’effimero, nell’ambito di Campo umano – Arte pubblica 50 anni dopo, a cura di Luca Cerizza e Zasha Colah, è visitabile allo spazio Borgovico 33 a Como fino al 26 ottobre 2019, il sabato e la domenica dalle 10 alle 18, gli altri giorni su appuntamento (tel. 031 3384976 ).

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: