Emilio Russso/ La destra c’è; la sinistra va costruita

Che Matteo Renzi abbia deciso di abbandonare il Pd non è stata certo una sorpresa. Più sorprendente, se vogliamo, è invece la reazione, impacciata, politicamente discutibile, di Zingaretti e dei suoi. A partire da quelli di Como. 

Magari Rino Formica, ancora una volta, sta esagerando (“Renzi è nato qualche secolo dopo Napoleone, eppure non è l’unico Napoleone in giro, ce ne sono ancora tanti. Però in genere sono nei manicomi”. Il Fatto Quotidiano, 25/9). Magari non è detto che Italia Viva sia una “tigre di carta” come sostiene qualcuno (“Poi ci sono gli amici che hanno seguito Renzi… Da buoni amici si comportano come i medici dei pazzi. Devono dirgli sempre dei sì. Sono Napoleone? Sì, è vero, sei Napoleone. È la pazienza dei medici dei pazzi”. Sempre Formica). Però avviare una “Campagna” per “ascoltare le voci di chi vive sulla propria pelle ogni singola conseguenza delle decisioni del nuovo governo PD-M5S-LEU” sembra la reazione di un partito sotto shock, incapace di cogliere le potenzialità offerte dal nuovo scenario politico e portato piuttosto a concentrarsi sugli effetti di una rottura – peraltro prevista- in un’ottica autoreferenziale e difensiva. Come se il distacco di Renzi e dei suoi possa rappresentare una sorta di controprova degli errori commessi e non invece l’epifania del contrario.
C’è da augurarsi che la riflessione in corso sia in grado almeno di mettere a fuoco alcuni dati della situazione attuale: le difficoltà crescenti che i diversi sovranisti stanno conoscendo in giro per il mondo (la crisi istituzionale provocata da Boris Johnson, l’avvio dell’impeachment nei confronti di Trump, la caduta rovinosa di Salvini), le novità del governo attuale in Italia, nel programma e nella composizione (conta qualcosa che sia il primo senza indagati/condannati dal 1994?), la possibilità di trasformare l’alleanza di governo con i 5Stelle in un’alleanza politica in grado di essere in campo anche nei “territori”, infine l’insufficienza delle forze che attualmente occupano il campo del centrosinistra a rappresentare una parte del vasto mondo popolare da cui è stata abbandonata da tempo. Per un evidente problema di identità simbolica, contenuti programmatici, forme organizzative, linguaggi e gruppi dirigenti. Il che dovrebbe sconsigliare di ridurre le strategie a una qualche rifondazione interna al Pd, come fa ancora Orlando nella sua –per altri aspetti apprezzabile-relazione alla recente Direzione del Pd. Semmai, il ragionamento dovrebbe rivolgersi all’intero campo riformatore, a partire dagli alleati di quella “sinistra di governo” che, a partire dal marzo di un anno fa, ha mostrato –mi sembra difficile negarlo- una maggiore lucidità politica e un enorme senso di responsabilità, mentre altri si compiacevano a mangiare pop corn, a lanciare insulti e a proferire intimazioni minacciose con l’hastag #senza di me. Senza pensare di avere risolto i problemi cooptando una qualsiasi Laura Boldrini il giorno dopo l’adesione di Beatrice Lorenzin.
L’errore più grande sarebbe quello di immaginare che il rilancio della “vocazione maggioritaria” del Pd debba coincidere con una nuova rincorsa verso “il centro”, magari proprio con l’intento di togliere spazio ai renziani. È venuto il momento di dirlo: il fantomatico centro non esiste. In Italia non c’è mai stato: c’è stata la DC, non “il centro”. Un partito che ha rappresentato, ad ogni elezione, dalla metà a un terzo degli italiani. Una creazione politica la cui identità e la cui forza sono state concentrate attorno a due issues irripetibili: una di tipo geopolitico, la collocazione atlantica dell’Italia all’epoca della guerra fredda; l’altra di tipo ideologico: il riferimento –pur diversamente interpretato- alla dottrina sociale della Chiesa e al “dogma” dell’unità politica dei cattolici.
Se poi, riferendosi al centro, si pensa al vasto mondo dei “ceti medi”, è il caso di ricordare che le componenti sociali che hanno costituito per decenni la spina dorsale della DC o non esistono più perché spazzate via dalla globalizzazione o si sono comunque viste investire da cambiamenti che ne hanno messo in discussione il tradizionale “moderatismo” spostandole su posizioni sovraniste o populiste. Non solo in Italia.
Quanto al “mondo cattolico” un tempo compatto sotto le bandiere democristiane, dopo l’avanzare della secolarizzazione, è difficile pensare a un’area in cui, più che in quella che, si riconosce ancora come “cattolica”, sono avanzati processi così intensi di polarizzazione: da Papa Francesco ai rosari dell’antipapa di via Bellerio.
Ragioniamo su DC e sinistra. Chi oggi lamenta che gli operai, e più genericamente i lavoratori, avrebbero abbandonato la sinistra, dovrebbe riflettere sul fatto che – a Como ma non solo – in realtà la maggioranza di quell’area sociale in passato si riconosceva prevalentemente nel voto democristiano, relegando PCI e PSI in una dimensione elettorale attestata, nei momenti migliori, attorno al 30 percento. Ma non perché la DC fosse un “partito di centro” ma per la natura di quel partito e per la sua capacità di trainare lo sviluppo del Paese e di garantire una promessa di mobilità sociale e di una maggiore equità. Perché sapeva interpretare in modo originale “il sogno italiano” che, in qualche modo, Silvio Berlusconi tentò poi di intestarsi in una versione ridotta e mistificata.
Oggi il quadro è profondamente cambiato. Il “centro”, nella versione di Renzi e dei suoi supporter, può essere solo il terreno su cui si esercitano le ambizioni leaderistiche sganciate da qualsiasi progetto e può essere costruito solo sul (vecchio) teorema secondo cui non esisterebbero più “una destra e una sinistra”. Un’affermazione –oggi più che mai- priva di senso, ma che Matteo Renzi insiste a ripetere. Lo ha fatto per anni, legittimando il peggiore populismo e aprendo la strada alla piattaforma del M5s – come del resto ha fatto seminando i germi dell’antipolitica (“l’Italia ha bisogno di meno politici…”). Renzi e i suoi sembrano non essersi resi conto che, a loro spese, oggi, dopo un anno di collaborazione nel Governo Conte I, anche i 5Stelle hanno dovuto registrare il fatto che la destra, almeno quella, c’è eccome. E, dopo averne visto da vicino i pericoli –per loro stessi e per il Paese- hanno finalmente deciso di prenderne le distanze.
Mi piacerebbe che la riflessione, dunque, parta da qui. La destra c’è; la sinistra va costruita. Non “ricostruita”, perché niente sarebbe più dannoso di un processo che voglia costruire una novità politica con la testa rivolta all’indietro. Niente sarebbe più fallimentare di immaginare una geografia sociale che non esiste più da tempo. Però, di sinistra si tratta. Un campo che certo non si può definire soltanto con simboli e sensibilità di una parte. Orlando, nella sua relazione, ha ragione a lamentare che al fondo della debolezza del Pd c’è stata la rimozione delle rispettive radici delle forze che ne promossero la costituzione. Ha torto, semmai, a mio parere, quando ingloba genericamente la “cultura liberale” tra quelle che ne ispirarono la piattaforma. Anche qui servirebbe un’analisi di come questa tradizione politica si sia espressa in Italia e sulle sue complicità (a partire dal fascismo) con la destra, oltre che la sua correità con le politiche neo-liberiste di questi anni. E tuttavia, bisogna oggi riconoscere almeno che la formazione del Pd non è stata un’operazione a perdere. So bene che qualcuno, anche nell’area a cui appartengo –a partire da Massimo D’Alema- la pensa diversamente e continua a rivendicare l’opposizione a far cadere il trattino tra le parole “centro” e “sinistra”. Io non credo che si tratti di una posizione corretta, proprio in virtù di una ricostruzione storica che tende a superare l’identificazione equivoca tra Dc e “centro”. L’opposizione/distinzione, in realtà, nel 2017 e a maggior ragione oggi, non riguarderebbe “centro” e “sinistra” ma le tradizioni socialiste e la cultura cattolica progressista. In ogni caso, dopo l’esperienza del Pd, mi sembra che riproporre quella distinzione sarebbe un errore, e forse sarebbe persino impossibile, visto che proprio da una parte del mondo cattolico –e dal magistero di Francesco- sono venute le proposizioni più radicali (a volte persino troppo radicali) su temi fondamentali come l’immigrazione, la giustizia sociale, l’ambiente, il lavoro.
La sfida mi sembra quella di tentare di dare vita a un soggetto politico autenticamente nuovo e popolare, lontano dalla triste immagine del “partito delle élite” costruita dai nostri avversari ma favorita dalle scelte di questi anni. Come quelle fatte a Como, tanto per restare a noi, con le candidature a sindaco di “indipendenti”, l’enfasi sul “civismo” dei ricchi, il corteggiamento dei club autopromossi a circoli di competenti salvatori della patria.
Certo, abbiamo più di un problema. Da una parte come salvaguardare la continuità simbolica, emotiva, con la storia e le formule del “movimento operaio”; dall’altra come integrare in una moderna forza di sinistra chi è estraneo rispetto a quella storia e, talvolta, continua persino a vivere i riflessi del vecchio anticomunismo. Penso soprattutto a chi ispira il proprio impegno politico ad altre culture, in particolare a quella dei cattolici democratici. Nessuno prevarichi, tutti si impegnino in una sintesi nuova, che ha bisogno di una seria discussione di carattere storica e di un approfondimento del tutto “laico” sugli errori e sulle prospettive del mondo, dell’Europa e del nostro Paese. Per non ripetere la falsa partenza del Pd. [Emilio Russso]

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